“Game of Thrones”, un finale in declino?

Ebbene sì, lo ammetto: Faccio parte di una di quelle persone rimaste profondamente deluse dal finale di “Game of Thrones”.

Non seguo la serie da molto tempo, mi sono decisa a seguirla solamente tre anni fa e sono una di quelle profane che non ha mai letto i libri, pertanto non oso considerarmi un’esperta né tanto meno penso di avere le capacità di commentare in maniera adeguata l’andamento della serie ed in particolare di quest’ultima stagione.

Tuttavia, in qualità di spettatrice, mi arrogo il diritto di poter dire la mia in merito a quanto ho avuto il dispiacere di vedere sui miei schermi e ad esprimere un mio parere riguardo alle scelte narrative e stilistiche degli sceneggiatori.

Partiamo, innanzitutto, col fare una premessa: io non ho mai letto i libri, l’ho già detto, e per questo tutto ciò che dirò si baserà unicamente su quanto ho visto nel corso degli episodi della serie televisiva, a prescindere da quale fosse la visione di Martin riguardo al carattere ed allo sviluppo dei personaggi.

Quello che ho sempre visto, in questa serie, mi è piaciuto e mi ha colpito nonostante la mia proverbiale sensibilità a tematiche quali la violenza e la drammaticità di determinate scene, proprio perché i personaggi sono sempre stati ben caratterizzati e non erano mai banali o statici, ma tutti quanti hanno seguito un percorso evolutivo che li rendeva versatili e particolarmente interessanti agli occhi degli spettatori. Per dire, il mio personaggio preferito è sempre stato Theon Greyjoy, proprio per la complessità del suo carattere e delle sue vicende, ma nell’arco degli episodi ho avuto modo di cambiare molto spesso idea sugli altri protagonisti, apprezzandone il cambiamento e l’evoluzione, oltre che lo spessore e la complessità emotiva.

Immagino dunque che sia questo il motivo per cui ho letteralmente detestato quest’ultima stagione e non solo per la totale incoerenza e fallacia della sceneggiatura (la quale faceva acqua da tutte le parti e non posso nascondere il fatto che dopo essermi spoilerata l’ultima puntata ho creduto per diverso tempo che si trattasse solamente di una bufala, perché no, non potevano davvero aver pensato ad un finale del genere. E invece…) ma soprattutto per il modo in cui alcuni personaggi sono stati trattati, in particolare Jamie e Daenerys.

Partiamo dalla nostra giovane Kaleesi.

Ho sentito molte persone sollevare un’obiezione molto interessante, ossia che Daenerys avesse sempre avuto la stessa follia di suo padre e che la sua esplosione finale di delirio fosse stata letteralmente preannunciata già da alcuni cambiamenti avvenuti nelle stagioni precedenti e che comunque, all’interno dei libri, questa pazzia era sempre stata particolarmente evidente.

Ripeto, non posso rispondere su quanto racchiuso nei libri perché non li ho mai letti e proprio per questo faccio da portavoce a tutti coloro che, come me, conoscono “Game Of Thrones” solamente attraverso la serie: tutto ciò che non fa parte del prodotto televisivo, non ha necessariamente influenza su di esso, specialmente in casi come quello di GoT, che da diverso tempo aveva ormai scelto di distaccarsi completamente dalla linea narrativa dei libri.

Se tu, sceneggiatore, decidi di rappresentare un personaggio in un certo modo e non lo fai nella stessa maniera in cui è stato fatto nei libri, non si può utilizzare la giustificazione del “nei libri era così” nel momento in cui tale personaggio si mostra come incoerente rispetto a quanto è stato rappresentato fino a quel momento.

E sì, Daenerys è incoerente.

O meglio, non ha uno sviluppo narrativo sufficientemente coerente, sprofondando nella pazzia in una maniera troppo repentina e non graduale, che rende il suo percorso molto più simile ad una folle inversione di rotta piuttosto che ad una lenta evoluzione verso il delirio.

Cosa che, a mio avviso, avrei apprezzato molto di più ed avrebbe avuto di certo molto più senso: non si diventa folli tutto di un colpo, la pazzia cresce lentamente all’interno della mente di una persona e no, non basta vedere una testa mozzata e sentire due campane per decidere di sterminare follemente una città intera – sorvoliamo, per altro, di quanto io abbia provato fastidio nel vedere una simile scena. Ma vabbè, qui andiamo a sforare in un contesto ben differente.

Non dico che Daenerys non fosse pazza, davvero, ma che da un punto di vista narrativo la sua pazzia non ha avuto il giusto sviluppo e che la storyline che l’ha vista come protagonista nelle ultime tre stagioni è stata superficiale e sbrigativa, senza un vero e proprio criterio logico e totalmente priva di cura.

Stessa cosa è, purtroppo, accaduta a Jamie.

E se per Daenerys sono disposta a chiudere un occhio, perché la sua è stata una semplice mala gestione dei tempi narrativi piuttosto che un’incoerenza di fondo del personaggio, non posso fare altrettanto con Jamie, del quale gli sceneggiatori sembrano aver dimenticato ogni cosa a partire dalla seconda stagione fino ad oggi.

Sì, insomma… Ve lo ricordare Jamie Lannister, no? Quello che è passato dal gettare un bambino giù da una torre ed aver un rapporto morbosamente malato con sua sorella al combattere per persone che avevano bisogno di aiuto e a difendere gli innocenti, arrivando persino a mettere da parte il senso di devozione e di lealtà che aveva nei confronti della propria famiglia?

Bene, dimenticate tutto.

Il Jamie che ho visto nelle ultime puntate, quello che muore disperato fra le braccia di sua sorella, non è il Jamie Lannister che ho conosciuto nell’arco di questa serie; è un Jamie la cui evoluzione ha avuto un ruolo di mero transito e senza alcuno scopo, se non quello di ricondurlo fra le braccia di Cercei come se nulla di quello che gli era accaduto negli ultimi anni fosse servito a qualcosa.

Da spettatrice – e da persona che ha la pretesa di capirci qualcosa di scrittura – mi sento parecchio offesa dal lavoro degli sceneggiatori e ne sono altresì delusa, considerato il fatto che la serie era partita come un capolavoro e vantava il primato di essere una delle migliori (se non la migliore) serie degli ultimi anni.

Si sa, però, che le leggende non durano in eterno e probabilmente è stato proprio questo il vero problema di “Game of Thrones”: l’ambizione.

Quella cieca bramosia di essere migliore di qualsiasi cosa, forse persino migliore di un originale rimasto in sospeso; una bramosia che ha fatto credere ad un gruppo di scrittori di poter maneggiare con facilità un prodotto che avrebbe avuto la necessità di una cura ben maggiore di quella che gli è stata riservata.

Talvolta, quando si cerca di volare troppo alto, si va incontro alla sconfitta.

E questa è stata la triste sorte di “Game of Thrones”, un’opera nata come un innovativo capolavoro per poi tramontare in un inesorabile declino verso la mediocrità.

Almeno, per quanto riguarda la tv.

Per gli amanti della letteratura ci sono ancora buone speranze per un finale degno e glorioso, ma vi consiglio di armarvi di pazienza e di serenità.

O di fantasia, nel caso in cui le cose dovessero diventare troppo lunghe.

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Ai miei compagni di viaggio…

Ho scoperto di essere un’attrice molto tempo addietro, che non avevo neppure dieci anni.

L’ho scoperto così, superficialmente, come può scoprirlo una bambina appassionata di teatro e che a differenza delle sue coetanee trascorreva le proprie giornate guardando alla tv gli spettacoli di Anna Marchesini e riproponendoli ai propri familiari fino alla sfinimento; l’ho scoperto per caso e per molti anni quella passione è rimasta sopita sotto a strati di gioco e fantasie d’infanzia, fino al giorno in cui, grazie alla scuola, non arrivai finalmente a consapevolezza di volerlo diventare davvero.

Un’attrice.

Ne sono passati di anni, da allora, e le molteplici esperienze mi hanno portato oggi a fare parte di una delle più straordinarie compagnie che potessi mai desiderare, di una grande ed affettuosa famiglia che da quattro anni mi ha accolto fra le proprie braccia e spero decida di non lasciarmi mai andare.

Di spettacoli con la mia compagnia ne ho vissuti tanti, sia da spettatrice (principalmente) che come attrice ed è solo da qualche mese che ho effettivamente iniziato a partecipare attivamente alle rappresentazioni più importanti, quelle che vanno ben oltre il semplice saggio di fine anni e che si presentano in teatro, per intrattenere un pubblico pagante che non è fatto di soli amici e parenti, ma di sconosciuti che, per una sera, hanno scelto di farsi rapire dalla magia del teatro, mettendo in breve pausa la realtà.

E’ una sensazione splendida, quella di essere un’attrice a tutti gli effetti.

Ti fa sentire parte di un tutto, parte di un gruppo che ti protegge e ti da forza, e che tu stessa sai di voler proteggere e rafforzare grazie al tuo semplice contributo, una piccola goccia in mezzo al mare che, alla fine, ha reso possibile la formazione di un intero oceano.

L’ho vissuta spesso quella sensazione, in modo più o meno intenso.

E l’ho provata ieri sera, salendo su di un palco per la prima di uno spettacolo che stavo aspettando da quasi un anno.

Questo mio post non vuole essere un racconto, una discussione tecnica o una sorta di recensione di quanto avvenuto ieri: questo post, semplicemente, è una dedica.

Ad un regista che ha creduto così ciecamente in uno spettacolo dai temi importanti e socialmente impegnati da portarlo in scena nel giro di qualche mese, nella speranza di scuotere ed emozionare gli animi degli spettatori tanto quanto lui stesso ha avuto modo di scuotersi ed emozionarsi la prima volta, stringendo fra le mani quella pièce teatrale.

E che ha creduto in me a tal punto da scegliermi fra una ventina di provinanti e volermi parte del suo cast.

Ad una aiuto regista così attenta, scrupolosa e disponibile da farci sempre sentire al sicuro in ogni momento di incertezza e di difficoltà, come una mamma chioccia disposta ad accoglierci e a coccolarci ogni qualvolta il regista diventasse – come è giusto che sia – un po’ più rigido e severo.

Ed alle mie compagne di palco, sopra ogni cosa.

Amiche di vecchia data, in alcuni casi, ed altre di più recente origine, donne che stimo ed ammiro per bravura e per lo splendido animo che possiedono, perché in fin dei conti non puoi avvicinarti all’arte e dar così abile sfoggio di essa se dentro al tuo petto non batte un cuore nobile e dal tessuto aureo.

A voi, sorelline mie, va tutto il mio affetto e tutta la mia sentita gratitudine: perché non è semplice, per una persona insicura come me, reggere il confronto con attrici con tanta più esperienza e capacità di me; eppure, nessuna di voi mi ha mai fatta sentire fuori luogo, meno abile e capace, nessuna mi ha mai fatto credere che quel palco non fosse semplicemente il posto dove, assieme a voi, avevo tutto il diritto di esistere.

Mi avete regalato istanti di magia pura, durante questo spettacolo, come se la complicità , le risate e le mille emozioni già condivise alle prove non fossero bastate.

Mi avete dimostrato quanto grande ed accogliente sia questa famiglia, mi avete resa forte e sicura di me sopra a quel palco, mi avete accompagnata lungo una strada tortuosa e faticosa, alla cui fine abbiamo trovato il più grande e meraviglioso dei tesori.

Siete state al mio fianco, tutte schierate l’una accanto all’altra, come se non esistessero differenze fra di noi: nessuna più avanti o più indietro di un’altra, semplicemente allineate lungo il medesimo cammino.

Mi avete dato tanto e tanto da me avete preso.

E mi avete ricordato che la bellezza del teatro non sta nell’individualismo o nella solitudine di un singolo riflettore, ma nella forza di un gruppo coeso, accogliente ed affettuoso.

Un gruppo che, su quel palco, di fa scordare completamente che cosa significhi essere soli.

Un abbraccio

Un abbraccio.

Ecco, se potessi adesso me ne darei uno e mi stringerei forte, fino a farmi mancare il fiato.

Perché me lo merito, un piccolo gesto di affetto da parte mia; per ricompensarmi di tutte quelle volte che mi sono fatta del male, che ho permesso alle mie ansie di avere la meglio su di me, per tutti quei momenti in cui ho pensato di non essere abbastanza.

Prima, quando arrivavo a sentirmi in questo modo, mi limitavo a rimproverarmi.

Ora capisco che quei rimproveri non avevano alcun senso, perché quando ti feriscono e ti spezzano il cuore, inizi a sentirti giustificato; capisci che quelle sensazioni, quel malessere e quel senso di arrendevolezza erano mossi da qualcosa, da un dolore all’anima che con il tempo era diventato sempre più forte e faceva male, così male da pensare di non riuscire a trovarne cura.

La cura, però, c’è sempre stata.

Era dentro di me, ed io lo sapevo – dopo tutto – perché non ho mai smesso di lottare e di credere che tutto potesse andare bene, alla fine.

Perché non ho mai smesso di essere ottimista, di fidarmi e di sperare che il sole avrebbe continuato a splendere nonostante il buio, nonostante le ferite e le delusioni.

Ecco perché non mi merito più alcun rimprovero, ma un abbraccio.

Perché non è da tutti sopportare ciò che ho sopportato io.

Perché non mi sono mai spezzata, nonostante le mille cadute e le batoste prese.

Perché non ho mai permesso a nessuno di spegnere la luce che arde dentro di me.

E quindi sì, mi concedo il lusso di aver avuto paura.

Di essermi sentita fragile, di aver permesso alle mie ansie di martoriarmi e di farmi sentire insicura, rimpiazzabile, sostituibile.

Di non essermi sentita forte, anche se forte lo sono sempre stata.

E magari non ho del tutto zittito quelle voci nella mia testa, ma di certo sono arrivata a trasformarle in un sussurro; un sommesso sussurro che, prima o poi, svanirà evanescente nel silenzio.

Perciò oggi mi merito un abbraccio.

Per tutta la strada che ho fatto fino ad ora, per i mille progressi, per i chilometri di strada percorsi.

Forse non sono ancora diventata uno splendido fiore nel pieno della sua bellezza, ma di certo ho iniziato a sbocciare.

E voglio premiarmi, per tutto questo.

Perché non esiste vittoria migliore di quella premiata dal proprio amore.

 

 

 

 

 

Netflix ed il ritorno de “I Cavalieri dello Zodiaco”

Netflix, Netflix… Caro, vecchio Netflix.

Lo conosciamo tutti, no? La piattaforma di streaming a pagamento più famosa degli ultimi tempi – insieme ad Infinity ed Amazon Prime – sa sempre come far parlare di sé, attraverso la continua e florida produzione di nuovi film o serie originali, talvolta nate ex novo o in altri casi ispirate a vecchie opere del passato, un meccanismo atto non solo ad attrarre nuovi utenti fra i più giovani ma anche a solleticare l’interesse nei più “anziani”, inevitabilmente attratti dal profumo del proprio passato.

Personalmente non seguo molto le produzioni originali di Netflix, ma quelle poche che hanno attirato la mia attenzione (“Disenchantment” o “Le Terrificanti avventure di Sabrina”) mi sono piaciute davvero un sacco, dunque se posso cerco di seguire con più o meno costanza gli aggiornamenti sulle nuove uscite, siano esse edite o meno; proprio in questo modo, sono giunta a scoprire l’esistenza di un remake della celeberrima serie giapponese “I Cavalieri dello Zodiaco”, serie da me profondamente adorata e che, di conseguenza, sarei davvero felice di rivedere in una produzione nuova e rimodernizzata.

Parliamoci chiaro, non sono una che apprezza necessariamente i remake, specialmente se si rivelano essere solamente una brutta copia dell’originale, ma ne sono inevitabilmente incuriosita e per tale ragione, mi sento comunque in dovere di dargli un’occhiata, quanto meno per poter commentare con cognizione di causa, piuttosto che sparare a zero giudizi negativi e sentenze emesse puramente per partito preso.

La serie, che dovrebbe uscire quest’estate, appare sin dal primo trailer come un tentativo un po’ meno imbarazzante dell’ultimo film del 2014 (quello era oggettivamente uno scempio, eppure l’ho amato alla follia, merito del mio incondizionato amore per il trash) di ricreare le atmosfere del vecchio anime degli anni 80 e già gli aspetti grafici (il 3D non è certo una gioia per gli occhi di chi ha conosciuto l’arte del disegno a mano ) lasciano facilmente intuire quale potrebbe essere la qualità di questa nuova opera; nulla di cui lamentarsi, ripeto, se anche dovesse trattarsi di un prodotto scadente e di dubbia qualità, io lo guarderò comunque per farmi due risate, ma il vero problema – un problema con i fiocchi, direi – sta da tutt’altra parte.

Ci ho messo un po’, in effetti, a rendermene conto.

Troppo presa dalla visione d’insieme della vicenda, non ho avuto modo di soffermarmi con particolare attenzione sui singoli personaggi e così il grande cambiamento si è palesato ai miei occhi solo dopo un paio di visioni, quando l’ascolto mi ha portato a realizzare che cosa fosse effettivamente cambiato così radicalmente rispetto alla serie originaShun, cavaliere di Andromeda (meglio noto solamente come Andromeda, per chi conoscesse solamente versione italiana della serie) è improvvisamente diventato una ragazza… Ed io, a quel punto, non ci ho davvero visto più.

Per molti è stato facile ironizzare: “Ma come, non era già una donna anche nella serie vecchia?” “Vabbè, dai, ma conciato in quel modo come si faceva a non farlo diventare femmina?” “Beh, dal finocchio alla donna non è che le cose siano cambiate tanto”.

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No, no, no e poi ancora NO.

Le ragioni del mio sdegno sono tante ma per esplicarle meglio, vorrei ribaltare la situazione e presentare alla vostra attenzione le motivazioni che hanno portato il creatore di questa nuova serie a ripiegare su questa ridicola, discutibilissima – e già abbondantemente criticata dai fan – scelta: “L’unica cosa che mi preoccupavadice Eugene Son “era che tutti i Bronze Saint sono degli uomini. Ora, la serie aveva dei personaggi femminili forti, e questo si riflette nel gran numero di donne che sono appassionate del manga e della serie, ma trent’anni fa era normale vedere un gruppo di ragazzi che combattevano per salvare il mondo senza ragazze intorno. Era la prassi. Oggi il mondo è cambiato. La normalità è vedere ragazzi e le ragazze che lavorano fianco a fianco. Ci siamo abituati a vederlo. Giusto o sbagliato, il pubblico può vedere un gruppo di soli uomini come un nostro tentativo di fare un’affermazione su qualcosa. E forse trent’anni fa vedere delle donne che tirano calci e pugni l’un l’altra non era qualcosa a cui si pensava. Ma oggi non è lo stesso.”

Abbiate pazienza, ma per me è una stronzata COLOSSALE per un milione di ragioni che adesso, molto lentamente, vi andrò ad elencare.

  • Punto primo:Trent’anni fa era normale vedere un gruppo di ragazzi che combattevano per salvare il mondo senza ragazze intorno.” 

Evidentemente devono esservi sfuggiti numerose serie animate che, dagli anni ottanta in poi, hanno avuto come eroi principali personaggi femminili che combattevano per la salvezza dell’umanità; forse non erano così diffusi nei primi anni ottanta, ve lo concedo, ma a partire dagli anni novanta la musica è decisamente cambiata: Sailor Moon, cartone della mia infanzia per eccellenza, conta ben cinque stagioni di avventure durante le quali a combattere contro il male sulla Terra erano prima cinque e poi otto ragazze.
Ragazze, donne, femmine, cromosoma X, che difendevano l’umanità attraverso l’uso di armi ed attacchi magici senza l’aiuto di un singolo uomo.

 

Ah no, perdonatemi… Un uomo c’era.

Mylord: un disadattato vestito con uno smoking e con indosso una mascherina, che non faceva ASSOLUTAMENTE NIENTE se non presentarsi nel momento di massima difficoltà, LANCIARE UNA ROSA NEL TERRENO (contributo fondamentale, grazie Mylord per la tua tempestiva azione), rincoglionire il cattivo di turno con frasi sconnesse e senza senso, motivare Sailor Moon ricordandole di essere una fottutissima guerriera e di avere da sola il potere di sconfiggere tutti i mostri dell’universo (cosa che, in effetti, mi sono sempre chiesta perché non le venisse mai in mente ad inizio combattimento; insomma, dopo un po’ di tempo che lotti contro il male non dovresti averci fatto l’abitudine?) ed andarsene con un elegante movimento del suo nero mantello.

 

 

 

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Insomma, un perfetto esempio di come non siamo abituati a vedere donne combattere senza l’aiuto o la presenza di un uomo.

E questo è semplicemente l’esempio più calzante, potrei tranquillamente citare altri cartoni animati quali “Reyheart” o “Un incantesimo dischiuso fra i petali del tempo”, opere in pieno stile fantasy nelle quali le eroine lottavano contro il male, combattevano con armi ed erano tanto determinate, forti e coraggiose dei loro colleghi maschi. Sicuramente la società di oggi si è evoluta, non stento a crederlo, ma non si può dire che dagli anni ottanta al 2019 la rivoluzione non sia mai cominciata; al contrario, ha già raggiunto il suo picco e la sua massima rappresentatività…. Ma forse il signor Eugene durante la lezione dormiva, oppure era assente ed è rimasto indietro col programma.

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  • Punto secondo: “La serie aveva dei personaggi femminili forti, e questo si riflette nel gran numero di donne che sono appassionate del manga e della serie.”

Al di là del fatto che io mi sono inizialmente appassionata alla serie proprio per i personaggi maschili (lo stesso Andromeda, in primo luogo) e per la mia cieca antipatia nei confronti di Lady Isabel, realizzando solo in seguito quanto fossero belle Tisifone e Castalia, sviluppando una particolare predilezione per la prima, la soluzione ai problemi espressi al punto 1 si sarebbero potuti tranquillamente risolvere proprio dando più spazio a quei personaggi femminili da sempre marginali all’interno della saga. Non abbiamo mai saputo molto di Tisifone e Castalia, della sorella di Pegasus e di Nemes del Camaleonte, eppure sono tanti i fan che si sono affezionati alle loro vicende, che hanno mostrato interesse e sono disposta a mettere una mano sul fuoco riguardo al fatto che questi stessi fan pagherebbero ORO pur di vedere una serie che approfondisce ed incrementa ulteriormente le loro storyline.

Insomma, io per prima lo farei.

Dunque, perché non sfruttare questi personaggi già di per sé amatissimi nonostante il loro ruolo marginale? Perché adottare simili forzature quando sarebbe stato sufficiente avere un po’ più di creatività?

Mi verrebbe da pensare, a questo punto, che di creatività non ve ne sia poi così tanta, a questo punto.P

 

Punto terzo: ai fini della trama, si andrebbe incontro a numerose incongruenze, prima fra tutte la difficile condizione delle donne cavalieri all’interno del contesto del Grande Tempio.

I fan affezionati certamente sapranno che tutte le combattenti al servizio di Atena sono costrette ad indossare una maschera, che copra loro il volto e le renda così al pari dei cavalieri uomini; nessun uomo può rifiutarsi di combattere con una donna perché, di fatto, più debole, e quella maschera sta a simboleggiare proprio il fatto che sul campo di battaglia non debba esserci alcuna distinzione di genere.

A nessun uomo è concesso guardare in volto una sacerdotessa di Atena e coloro che oseranno rompere simile divieto potranno scegliere fra un duplice destino, sia esso quello di offrire in dono alla sacerdotessa in questione il proprio amore, oppure di essere da ella stessa ucciso.

 

 

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Andromeda, nel nuovo riadattamento, non indossa una maschera: è vestito (vestitA, perdonatemi. Non ce la faccio proprio ad accettarlo) esattamente nel modo in cui ce lo ricordiamo nella vecchia serie e se ne va gioiosamente in giro con il volto scoperto, suscitando probabilmente il terrore e l’arrapamento costante di tutti coloro che la circondano. A questo punto, immagino che le soluzioni plausibili saranno due: O Andromeda è una privilegiata, che può permettersi di andare in giro senza una maschera e violare bellamente le leggi di Atena – e questo punto voglio capire PERCHE’ a lei possa essere concesso un simile lusso, in mezzo a tante belle figlie della serva – oppure la questione della maschera verrà semplicemente eliminata, eliminando così dalla storia uno degli elementi più emblematici e fondamentali di tutta la vicenda, attorno alla quale ruotano – per altro – buona parte delle singole storyline e dei rapporti fra personaggi.

In ogni caso, sarà una bella merda.

 

  • La questione principale, il punto focale della vicenda e la cosa che mi fa incazzare più di qualsiasi altra cosa, è la seguente: Andromeda è un uomo.

Un uomo disegnato con fattezze femminili, dall’aspetto morbido e delicato, ma pur sempre un uomo; ne esistono a migliaia nell’universo, un quantitativo di persone – anche donne, per carità – dalle fattezze androgine sulle quali non sia necessario mettere in dubbio la propria appartenenza di genere, dunque smettiamola di ribadire il fatto che se Andromeda è stato disegnato somigliante ad una femmina, allora è una femmina punto e basta.

E’ vero, l’armatura di Andromeda è rosa, ricorda molto vagamente la siluette di un corpo femminile, seno incluso, e così è per un valido motivo: la principessa Andromeda, la quale da il nome alla Galassia e alla costellazione cui tale armatura fa riferimento, è una donna; e se l’armatura di Pegasus deve ricordare un cavallo alato, quella di Crystal un cigno ecc, non vedo perché debba sembrare così strano che quella di Andromeda possa ricordare una femmina.

Quindi no, essere un cavaliere vestito di rosa non significa essere una femminuccia.

Non significa neppure essere omosessuale, ma se anche fosse (cosa che io ho sempre auspicato, non per questioni sessiste ma per il semplice fatto che ho sempre creduto che Andromeda e Crystal fossero la coppia più bella del mondo) gradirei che imparassimo a distaccarci dal pensiero retrogrado ed omofobo che essere gay significhi essere effeminati, perché esistono molti omosessuali che potrebbero tranquillamente far impallidire un sacco di etero se messi a confronto in termini di mascolinità, e allo stesso modo tanti eterosessuali il cui lato femminile è molto più evidente e spiccato del mio.

Andromeda non è una femminuccia, non si veste di rosa perché gay ed il suo carattere tenero e sensibile non lo rende anatomicamente meno virile del resto dei suoi compagni.

E allora perché portare avanti questa ridicola scelta? Perché giustificare il colore di un’armatura ed una profonda sensibilità con l’appartenenza al genere femminile?

Per il semplice fatto che al giorno d’oggi, ancora, abbiamo paura ad allontanarci dal classico preconcetto di mascolinità tossica; perché evidentemente fa paura l’idea di un ragazzo che, pur vestendosi di rosa e con un’armatura di sembianze femminili, che rifiuta di combattere per inutili cause, che piange e si comporta da persona empatica e sensibile, resti – come tale – un ragazzo.

Se sei un maschio devi essere duro, forte, spaccone, evitare accuratamente i colori pastelli e fare a gare a chi rutta più forte, non esiste l’idea che un uomo possa avere comportamenti stereotipicamente femminili (perché mi auguro che l’idea che la sensibilità, la dolcezza e la non violenza siano concetti totalmente estranei al genere maschile sia oramai superata) o non avere l’aria del guerriero disposto a distruggere tutto ciò che incontrerà lungo il proprio cammino con un semplice tocco del proprio dito.

Non credo che in molti si rendano conto di quanto tutto ciò sia sbagliato e potenzialmente dannoso.

L’idea di inserire un personaggio femminile all’interno di un gruppo di guerrieri non è totalmente sbagliata (se non fosse che qui si assiste allo stravolgimento di un’opera, non avrei assolutamente storto il naso se l’idea fosse stata portata avanti da un progetto originale), ma al giorno d’oggi non è così necessaria come si vuol far credere: di modelli femminili cui attingere, noi fanciulle del 2000, ne abbiamo a bizzeffe! Oltrepassando Sailor Moon e le varie guerriere degli anime, abbiamo avuto modelli femminili estremamente forti in cartoni quali “Mulan”, “La Principessa Mononoke” oppure “Brave”, e ancora in altre opere di finzione come “Tomb Rider”, “Hunger Games” e mille altre cose ancora.

Non ci servono altri modelli femminili ai quali dover aspirare, perché noi ragazze sappiamo da una vita di poter essere altrettanto forti, caparbie e coraggiose quanto i maschi, e nel corso degli anni ci siamo costruite un discreto numero di eroine dalle quali poter trarre ispirazione.

Molto più rari sono, invece, i modelli di mascolinità positiva.

Perché sembra ancora inaccettabile l’idea che un uomo possa essere tanto forte e coraggioso, quanto sensibile e delicato, tutte quelle caratteristiche femminili devono per forza essere associate ad una sorta di mancata virilità; agli uomini non è sempre permesso piangere, un uomo non può aver paura di combattere, da un uomo non ci si aspettano le premure, la dolcezza e la capacità di prendersi cura del prossimo che tipicamente associamo alle donne.

Pertanto, non esistono abbastanza modelli maschili di questo genere su cui poter fare riferimento.

Certo, Andromeda ne sarebbe stato un esempio perfetto: lui è emotivo, piange quando è triste, o arrabbiato, o particolarmente felice; è sensibile, comprensivo e particolarmente empatico, sa prendersi cura dei suoi amici ed è leale e devoto alla propria dea. E’ coraggioso, ma al tempo stesso teme la guerra e vorrebbe sottrarsi alla violenza, poiché la ritiene folle e pericolosa per il genere umano, ma infine riconosce i propri dovere e le proprie responsabilità nei confronti del proprio ruolo e si lancia in battaglia al pari del resto dei suoi compagni, senza – tuttavia – perdere la propria sensibilità e la propria capacità di mostrare affetto al prossimo.

Un uomo che, nel 2019, non dovrebbe assolutamente mettere in imbarazzo coloro che dovrebbero sentirsi da lui rappresentati nel genere.

Il signor Eugene Son, però, non è d’accordo con la mia analisi: al contrario, lui preferisce tornare ad insistere sull’importanza di “mascolinizzare” un personaggio femminile, piuttosto che il contrario – passatemi i termini infelici, vi prego.

E questo è sbagliato.

Erroneo, deleterio e nocivo per tutte quelle nuove generazioni che, guardando questa nuova serie televisiva, continueranno a pensare che al mondo possano esistere tante donne guerriere e nessun uomo amorevole e sensibile.

Se guarderò questa nuova serie? Sì, assolutamente.

Perché ho intenzione di scoprire fino a che punto questo madornale errore verrà portato avanti e perché mi sento in dovere di continuare a difendere la mia causa con le unghie e con i denti.

E per farlo, avrò inevitabilmente bisogno di saperne di più.

 

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Se tu fossi nei miei occhi…

E’ accaduto tutto molto velocemente, all’improvviso.

Distrattamente, direi.

Appena il tempo di sgattaiolare fuori dalla cucina, diretta verso la mia stanza; un sorriso affettuoso rivolto a mia mamma, uno sguardo furtivo alla televisione che, in quel momento, mostrava immagini indefinite di luoghi e paesaggi del Bel Paese.

E quella musica, in sottofondo, inconfondibile alle mie orecchie.

Non una parola, non un sussurro.

Ma tanto basta, al mio cuore, per avvertire un tenero sussulto.

Le labbra che si allargano in un sorriso, gli occhi che brillano per le lacrime.

La mente che ritorna ad una serata speciale e, subito dopo, a tante altre che sono succedute.

A tante altre che ancora dovranno arrivare.

La musica ha il potere di risvegliare in noi sentimenti profondi, incontenibili.

Specialmente quando ci offre in dono la possibilità di condividere con essa un grande amore.

Se tu fossi nei miei occhi per un giorno
Vedresti la bellezza che piena d’allegria
Io trovo dentro gli occhi tuoi
E ignoro se è magia o realtà.

Se tu fossi nel mio cuore per un giorno
Potresti avere un’idea
Di ciò che sento io
Quando mi abbracci forte a te
E petto a petto, noi
Respiriamo insieme

Protagonista del tuo amor
Non so se sia magia o realtà

Se tu fossi nella mia anima un giorno
Sapresti cosa sento in me
Che m’innamorai
Da quell’istante insieme a te
E ciò che provo è
Solamente amore.

Da quell’istante insieme a te
E ciò che provo è
Solamente amore.

La Ferita Nascosta – spettacolo teatrale

Buon sabato, amici lettori e – mi auguro – amanti del teatro: chi mi conosce sa bene che, fra le mie molteplici passioni, vi è anche quella della recitazione e che molto spesso, quando i teatri locali offrono interessanti rappresentazioni alle quali assistere, mi diletto anche in qualche recensione o provo semplicemente il piacere di pubblicizzare qualche opera meritevole di attenzione – perché del teatro, si sa, non si parla mai abbastanza. Quest’oggi vorrei parlare di uno spettacolo che si terrà domani sera, 17 Marzo, presso il Cinema Teatro Nuovo di Pisa, alle ore 18.00; lo spettacolo, dal titolo “La Ferita
Nascosta – Come ho conosciuto Aldo Moro, i suoi assassini e quella foto lì”, è un prodotto originale della compagnia Associazione Teatro Boxer (nata in Veneto nel 2004), e nasce dalle penna e dalla regia di Gigi Dell’Aglio.
Lo spettacolo, il cui debutto è appunto previsto per domani, è stato realizzato nel 2018, in occasione del quarantesimo anniversario del rapimento ed assassinio di Aldo Moro; la storia racconta di un uomo trovatosi per caso sul set di un film che ricostruisce la vicenda, esperienza che lo porterà a rievocare nella propria mente tutte le sensazioni avvertite ai tempi di quella tragica storia, osservata da dietro uno schermo con gli occhi ingenui e spaventati di un bambino, un trauma sopito che viene, pian piano, a galla
rilevando tutte le conseguenze emotive fino ad allora sconosciute ed ignorate.
Il testo è frutto di un lavoro di ricerca di oltre due anni, trascorsi fra bibliografie, studi di commissioni di inchiesta, documentazioni inedite e non, che hanno solo di recente permesso di fare ulteriormente luce sulle vicende che, quarant’anni fa, hanno portato alla morte del politico; i toni sono forti, accesi, ma il testo si distanzia da qualsiasi tesi o teoria complottista, limitandosi a raccontare fatti accertati e comprovati dalla Magistratura e dalle commissioni d’inchiesta.
Il regista Gigi Dall’Aglio è membro fondatore del Teatro Stabile di Parma e direttore di numerose manifestazioni e convegni teatrali internazionali, e nell’arco della sua esperienza registica ha prodotto più di 200 opere fra spettacoli di prosa e lirica, ed almeno una decina di regie televisive.
Inoltre, ha tenuto numerosi corsi e stages di recitazione in scuole ed accademie teatrali di alto livello, in Italia e all’estero, ed ha ottenuto diversi premi fra i quali il Premio per la Regia dell’Associazione Nazionale Critici di Teatro (2014) ed il Premio Garrone alla Carriera (2018). La compagnia ha alle spalle un ingente numero di spettacoli e produzioni teatrali, ha curato la direzione
artistica di vari teatri e festival nel nord Italia, ed ha realizzato diversi laboratori propedeutici al teatro per adulti e ragazzi, allestendo anche un progetto formativo di riabilitazione all’interno di carceri e strutture di accoglienza.
“La Ferita Nascosta” fa capo al filone del teatro di narrazione ed attualità che la compagnia solitamente predilige, e come la maggior parte degli spettacoli di tale sorta si impegna ad intrattenere con spirito critico e a sensibilizzare il pubblico attraverso una visione più “romanzata” della storia contemporanea, più semplice da digerire e più facilmente oggetto di attenzione, ma non per questo meno profonda o priva
di realismo e di verità.
Vorrei invitare tutti coloro che ne avranno la possibilità a partecipare a questa importante iniziativa, certa del fatto che si tratterà di un’esperienza particolarmente toccante e formativa, della quale non poter che fare tesoro. Inoltre, lascio di seguito il programma che il Cinema Teatro Nuovo avrà in servo per il mese di marzo, ripromettendomi di riaggiornare nuovamente il mio blog per la programmazione del prossimo mese.

• 17 MARZO, ORE 18.00: “La Ferita Nascosta”
• 22 MARZO, ORE 21.00: “Se il Tempo Fosse un Gambero” ad opera di Compagnia il Siparietto
• 23 MARZO, ORE 21.00: “I Mostri ci somigliano” di Locus, in collaborazione con Il Cantiere di
San Bernardo
• 30 MARZO, ORE 21.00: “Alichin di Malebolge” di e con Enrico Bonavera

 

Vi ringrazio per l’attenzione, ci risentiamo presto!

Opposti

 

Siamo diversi tu ed io, come il sole e la luna.

Come il giorno e la notte, la tempesta e la quiete.

Tu che scorri lentamente, come l’acqua in mezzo agli argini, io che scoppio e poi divampo come un fuoco fra le fronde.

Tu il silenzio che conforta, io il rumore che accalora.

Tu la terra sotto i piedi, ferma e stabile, sicura; io la brezza fra i capelli, libertà, gioco, avventura.

Tu la sete ed io la fame.

Se al mattino come l’alba tu risplendi fra le nubi, io di notte col tramonto ridiscendo all’orizzonte.

Io son l’oro e tu l’argento.

Io i boccioli a primavera, tu la neve in pieno inverno.

Tu che col nero ti avvolgi ed io di bianco mi dipingo.

Io che danzo a piedi nudi nel mezzo di una stanza, tu che ad occhi chiusi ascolti quella musica che suona.

Il sapore tuo di sale, sulle labbra mie si mescola allo zucchero che sente.

Io che sogno ad occhi aperti e tu che da quel desiderio sai plasmare la realtà.

Io veloce, troppo a volte; tu più lento e calibrato.

Tu la forza di un abbraccio, io di un bacio la dolcezza.

Tu la quiete, io la tempesta.

Siamo diversi e lo saremo sempre.

Ed esisteremo sempre, fino alla fine dei nostri giorni.

Ogni pianta vive e cresce, nata dal seme del suo opposto.

Cavalleria e Femminismo: un connubio impossibile?

Galateo e cavalleria: sono concetti oramai superati, nel 2019?

Per quanto mi riguarda, tutto dipende dai punti di vista e dal contesto in cui ci troviamo; ovviamente l’etichetta ed il galateo sono fondamentali in situazioni quali eventi mondani, cerchie elitarie, cene di gala o contesti regali o nobiliari, ed ignorarne le regole sarebbe quantomeno cafone e maleducato, persino nella nostra epoca contemporanea.

Che ci piaccia oppure no potremmo ancora averne bisogno, per una ragione o per un’altra

E la cavalleria, invece? Di quella abbiamo ancora bisogno? Secondo il mio modestissimo parere NO, non possiamo parlare in termini stretti di necessità poiché la cavalleria si basa su un concetto oramai retrogrado di associazione di ruoli, per cui si tende a vedere l’uomo come cavalier servente, un protettore, e la donna come parte debole ed oggetto di cura e protezione, un’indifesa creatura che l’uomo deve accudire e coccolare.

Ai fini della parità di genere, lo dico con assoluta onestà, non è certo un qualcosa del quale non potremmo assolutamente fare a meno.

Però fa ancora piacere ricevere questo genere di attenzioni.

Lo riconosco, talvolta fa piacere persino a me: io, che sono probabilmente una delle persone più femministe di questa terra, riesco ancora ad apprezzare simili gesti se fatti per gentilezza e non per senso del dovere.

Non è la gentilezza ad uccidere la parità di genere, questo è sicuro; tutto sta nel capire la differenza fra tale gentilezza ed un dovere non richiesto.

Facciamo un esempio: se un uomo mi tiene aperta la porta, mi lascia il suo posto sull’autobus o mi offre una cena perché ha, semplicemente, il piacere di farlo, allora non vi sarà quasi certamente nulla di sessista dietro ed io non avrò ragione di non accettare la cortesia, di prendermela o provare risentimento; se poi avessi l’ulteriore conferma che quella medesima cortesia sarebbe ugualmente rivolta tanto ad una donna quanto ad un altro uomo, allora saprei che tali azioni non possono che essere mosse da gentilezza e non avrei davvero motivo per rifiutare.

Se, invece, l’uomo in questione fosse semplicemente animato da un personalissimo senso del dovere nei confronti del sesso femminile, in favore del suo ruolo di maschio alfa e dominatore, allora inizierei ad avere qualche problema.

Potrei, effettivamente, percepirlo come un gesto sessista.

Perché va benissimo aprire una porta, cedere un posto o pagare una cena, ma se ci si sente semplicemente in dovere di farlo, se il gesto non è spontaneo bensì costruito su una base di stereotipi e luoghi comuni, allora non va più bene, poiché il pensiero di fondo sarà sempre la stessa, retrograda concezione che un essere umano di sesso femminile debba essere considerato “speciale” e trattato con i guanti.

E questo pensiero è sbagliato.

Non possiamo restare ancorati al concetto che una donna non possa offrire una cena perché “non sta bene”, una donna oggi ha tutto il diritto di ribadire la propria posizione di parità nei confronti degli uomini (sorvolando sul fatto che in molte occasioni questa parità sembra non essere stata ancora completamente raggiunta, ma vabbè) e spesso il modo migliore per farlo è proprio rimarcare il fatto che anche lei possa permettersi di pagare una cena al proprio uomo, di proteggerlo e servirlo tenendogli una porta aperta, aiutandolo con una busta pesante.

Capisco che all’apparenza questa mia posizione possa sembrare ridicola, ma insisto nel sottolineare che l’idea che una donna debba avere un trattamento di favore solo perché donna è ridicolo, desueto e, soprattutto, estremamente tossico e nocivo.

Vado contro il mio stesso interesse, lo riconosco, ma da donna io so di non volermi sentire servita o protetta, piuttosto rispettata; ed il solo modo per ottenere rispetto, è farsi trattare allo stesso modo da uomini e donne.

E comunque, non si tratta di rifiutare un comportamento, quanto piuttosto di saperne riconoscere le motivazioni alla radice.

Come si fa, direte voi… Beh, in realtà è molto più semplice di quel che si potrebbe pensare: basta capire se chi per primo compie il proprio gesto, è disposto a vederselo reciprocare, a prescindere dal sesso di chi contraccambierà la sua cortesia.

Se un uomo esce a cena con una donna, si offre di pagare ed al momento in cui lei rilancia con un “Grazie per la cena, però la prossima volta avrei piacere ad offrire io” risponde seccamente “No, perché non sta bene che tu lo faccia”, allora è sessismo.

Se un uomo, al contrario, accetta di farsi offrire la cena da una donna, o se riserva il medesimo trattamento di cortesia – cene pagate, porte aperte, posti sull’autobus – anche ai suoi amici e colleghi maschi, allora ci troveremo d’innanzi ad un puro gesto di spontanea cortesia, che nulla inficia alla parità di genere e che possiamo semplicemente sentirci libere di accettare senza per questo sentirci screditate, sminuite o oggettivate.

Impariamo a distinguere la gentilezza da un gesto di matrice sessista ed impariamo a limitare questi ultimi, anzi, se possibile impariamo proprio a cancellarli dalla nostra società; al tempo stesso, non sentiamoci costantemente messe in discussione nella nostra dignità se per una volta accettiamo che un uomo paghi qualcosa per noi.

Il mio ragazzo paga spesso per me, sia per gentilezza sia perché fra i due è quello che guadagna di più e sa che spesso mi ritrovo in difficoltà nel gestire le spese, ma capita anche che quando ne ho la possibilità sia io stessa a pagare e per questo funzioniamo, perché abbiamo trovato il nostro equilibrio anche in questo genere di trattamenti.

E non si tratta di cavalleria, bensì di un semplice desiderio di fare qualcosa di carino per il prossimo.

Non esistono gesti giusti o sbagliati, esiste semplicemente una motivazione sbagliata per metterli in atto.

E la mia missione, in qualche modo, è fare in modo che tali motivazioni sbagliate diventino sempre meno frequenti e pericolose.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’amore, cosa è?

A volte pretendiamo di conoscere il significato delle cose, senza averle mai realmente conosciute.
Un fiore, un animale, un concetto concreto oppure astratto… Pensiamo di saperne qualcosa anche solo per sentito dire, perché in fin dei conti in questo mondo di sapienti e di tuttologi non è sufficiente che una mera conoscente per sentirsi un po’ più saggi ed intelligenti delle persone che ci circondano.
Crediamo sempre di sapere tutto e funziona più o meno per qualsiasi cosa, in questo mondo.
Tranne che per l’amore.
L’amore non è una di quelle cose che può essere compresa senza che sia stata toccata con mano, che ve ne sia avvertito il profumo sulla propria pelle; l’amore non può essere realmente conosciuto da chi, da lontano e sfocatamente, si è sempre e solo limitato a sognarlo.
Certo, può essere facilmente immaginato ed è bello provare a dipingerne nella propria mente le tenui tinte delicate.
Conoscerlo, però, è tutta un’altra storia.
Pensiamo sempre, prima di incontrarlo e di osservarlo con le sue vere sembianze, che l’amore sia fatto di fuoco e di passione, di ossessioni incontrollate, di egoismi irrazionali, di impeto e di ardore; leggiamo nei libri che a volte può far male, che spesso si fa maledire, ma che in fin dei conti val sempre la pena di guardarlo da vicino, anche se solo per pochi istanti.
Perché una vita senza amore è una vita persa, e questo lo sa anche chi dell’amore non è mai riuscito a capire niente.
Però l’amore – quello vero – non è solamente questo.
E diffidate di chi ve lo descrive come un turbinio di emozioni, un vortice irrazionale di sentimenti e sensazioni, di farfalle nello stomaco e palpitazioni; l’amore, quello vero, ha la forza e la pazienza di un fiume silenzioso.
Ha la capacità di rompere gli argini, se diventa irruento, ma per lo più se ne sta quieto e regala la vita, nutre e protegge tutto ciò che lo circonda.
L’amore è fiducia, è rispetto, è devozione.
E’ il tepore che resta nell’aria dopo che la fiamma si è spenta, che riscalda il cuore e fa sentire protetti, felici, sereni.
L’amore è tranquillità.
E’ tornare a fare pace dopo un litigio, è guardarsi negli occhi senza dire niente, è dormire abbracciati e risvegliarsi fianco a fianco, sorridendosi in silenzio.
E’ un paio di dita intrecciate che si stringono con sicurezza.
L’amore è perdono, è coraggio, è la capacità di porre rimedio ai propri sbagli ed aiutarsi l’un l’altra a correggersi; non è essere invincibili, ma sapersi rialzare dopo ogni caduta ed avere il coraggio di commettere errori, per poi sapere imparare da essi.
L’amore, quello vero, non conosce ostacoli.
E sa abbracciare con tutto il suo tenero calore ed il suo trasporto, e può rendere invincibili semplicemente grazie alla potenza di una sua morbida carezza.
L’amore, quello vero, è un fiore che nasce nel deserto e che cresce nella sabbia, così fiero e rigoglioso nel mezzo delle avversità.
A chi conosce l’amore, quello vero, il mondo appare da un’altra meravigliosa prospettiva.
E non lo si può sapere, semplicemente leggendo in un libro, o ascoltando qualche vuota ed inutile chiacchiera su di esso.
L’amore, quello vero, lo si può solamente vivere.
Per alcuni resta un mistero, per altri una chimera, per altri ancora un sogno da realizzare.
Per me invece ha un volto, una voce, e due occhi color nocciola che non smetterei mai di guardare.

Volevo essere una principessa

Da piccola volevo essere una principessa.

Immagino che fosse normale, in fin dei conti molte altre bambine condividevano con me il medesimo ardente desiderio; siamo sempre state costantemente esposte a simili modelli di ispirazione, fra fiabe per l’infanzia e cartoni animati firmati Walt Disney, ed è piuttosto comprensibile che buona parte delle mie coetanee abbia avuto, in tenera età, simili ambizioni ed aspettative di vita.

Un castello sfarzoso nel quale vivere, un ballo a corte con indosso un meraviglioso ed elegantissimo abito, un principe azzurro tanto bello quanto prode e coraggioso, che ci traesse in salvo da una qualche strega cattiva o da un perfido maleficio grazie alla magia del primo bacio di vero amore… Se qualcuna, oggi, provasse a negare di aver mai desiderato qualcosa del genere, starà quasi sicuramente mentendo.

Certo, con il passare del tempo, tutte noi abbiamo imparato a realizzare quanto fosse impossibile poter diventare una principessa: i castelli sfarzosi sono fin troppo costosi da poter essere acquistati e mantenuti, i vestiti eleganti sono scomodi e per niente pratici ed il principe azzurro, aimè, altro non è che una pura e semplice invenzione.

Insomma, al pari di tutte le mie coetanee ho dovuto accettare ben presto il fatto che non sarei mai diventata una principessa come le mie beniamine dei cartoni.

Che poi, onestamente, io non sarei neppure credibile come principessa: non sono abbastanza aggraziata, raffinata ed elegante, sono decisamente troppo pasticciona e neanche in minima parte dotata di quel senso di rigore e disciplina che dovrebbe caratterizzare una fanciulla di sangue reale; certo, la voce melodiosa alla Biancaneve non mi manca, ma dubito questo possa essere requisito sufficiente per essere annoverata fra le varie teste coronate.

Il che è un peccato, perché sono pure bionda come la maggior parte delle principesse delle fiabe.

Credo che il mio essere così fortemente femminista mi abbia aiutato ad accettare questa mia delusione e ha passarvi oltre: ho imparato – ci hanno insegnato – che nella vita non bisogna ambire ad essere una principessa, ma ad essere in primo luogo cavalieri di noi stessa, perché non necessitiamo di essere salvate da nessun principe coraggioso in groppa al proprio cavallo, dobbiamo essere noi le prime a combattere le nostre battaglie e non abbiamo bisogno di essere delle principesse, se possiamo essere delle guerriere.

Ho imparato a cavarmela da sola, ad essere la mia stessa salvatrice, a trovare nella vita un ruolo altrettanto rispettoso e rispettabile, forse un po’ meno ricercato ma di certo non da meno di quello di una principessa. Ho imparato ad essere me stessa e ad amarmi, anche se lontana anni luce da quel modello ideale che anni addietro avevo tentanto di costruire.

Qualche volta, però, sogno ancora di poter essere una principessa.

E forse è stato questo il motivo che mi ha spinto, un paio di mesi fa, a soffermarmi su di un sito che promuoveva soggiorni a prezzi ridotti all’interno di alberghi di lusso, costruiti all’interno di strutture che, un tempo, altro non erano che veri e propri castelli.

Un caso, devo dirlo, un attimo di noia che non avrei mai pensato potesse concretizzarsi.

E invece, qualche mese più tardi, è avvenuto davvero.

Un istante di gioco, un pensiero nato quasi per scherzo, che mi ha portato a varcare la soglia di quel castello e mi ha fatto sentire come se fossi realmente quella principessa che ho sempre sognato di essere.

Una principessa un tantino inusuale ed insolita, probabilmente.

Una principessa impacciata e priva di grazia, a tratti persino un po’ imbarazzante; una di quelle principesse che scivola e sbatte contro la mobilia una media di tre volte al giorno, che barcolla sui tacchi, che ride troppo forte e non conosce l’etichetta.

Una principessa chiassosa, entusiasta in maniera scomposta e fuori luogo, sboccata e tutt’altro che incline all’ordine e alla disciplina.

Una di quelle principesse che farebbe fuggire via qualsiasi principe azzurro.

Ma questa principessa, in fin dei conti, non ha mai voluto sposare un principe azzurro.

Lei si è innamorata di un tenero e gentile contadino, un uomo che di nobile non possiede il proprio lignaggio ma il cuore, una persona semplice e di animo puro, capace di farla sentire amata e stimata ogni giorno della sua vita.

E non perché fosse una principessa ma perché, semplicemente, l’amore che era in grado di dare era superiore a qualsiasi altra cosa, più puro e prezioso delle ricchezze di tutti i reami del mondo messi insieme… E lui, in fin dei conti, non poteva che ripagarla con la medesima moneta.

Forse, ripensandoci, non è stato il soggiorno dentro a quel castello a farmi sentire come una principessa. Forse quel castello è servito solo a ricordarmi chi fossi veramente, ad illuminare un po’ più ardentemente chi si trova al mio fianco.

Forse doveva semplicemente ricordarmi che quella principessa io lo sono sempre stata.

O forse, che non ho nessun bisogno di sentirmi una principessa.

Perché magari non avrò in testa una corona, non vivrò in uno sfarzosissimo palazzo e non andrò mai ad un ballo di corte con indosso un bellissimo ma fin troppo scomodo abito da sera… Però sono vittima del più nobile e puro di tutti i sentimenti.

E non ho bisogno di nessun principe azzurro che mi conduca a cavallo dentro al suo castello.

A me basta l’amore di quel contadino dal cuore d’oro e di nobile spirito.

Perché il suo amore è florido, forte, è fermo e rassicurante, proprio come la terra che lui coltiva.