WRITOBER2019 – GIORNO 21: LINGERIE

Lingerie.
Rossa, nera, di pizzo, elegante.
Uno di quei vezzi che quasi ogni donna di questo modo è solita concedersi, anche solo per una volta nella vita. É divertente, di tanto in tanto, potersi sentire bella e sensuale per qualcun altro, o semplicemente per se stessa, per il puro e mero piacere di guardarsi allo specchio e sentirsi splendidamente bene nei propri panni.
Da vampira, però, non è sempre facile sentirsi in questo modo.
“Al contrario, direi!” Eugenia Baciocchi, estimatrice di tutto ciò che è bello, ancora si vantava di potersi permettere un simile lusso “La nostra pelle così diafana e delicata fa risaltare a meraviglia la lingerie di pizzo ed i nostri corpi non hanno proprio nulla da invidiare a quelli mortali.”
La maggior parte delle altre vampire la vedeva diversamente: Tiuche la riteneva un’inutile perdita di tempo, Melissa pensava che quel genere di abbigliamento fosse scomodo e Antigone…
Antigone si guardò allo specchio, un completo di pizzo rosso in dosso ed una grossa cicatrice che sbucava da sotto il seno.
Il suo sguardo s’incupí velocemente, gli occhi si abbassarono creando una distanza fra di essi e la sua immagine riflessa.
Un tempo, pensò fra sé e sé, avrebbe semplicemente amato quel che vedeva.
Adesso sapeva che nessun completo di lingerie avrebbe mai potuto renderla diversa da ciò che era diventata: un mostro, troppo autentico e pericoloso affinché qualcuno riuscisse a coglierne la bellezza.

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WRITOBER2019 – GIORNO 20: CAFFÈ

Per alcuni mortali è difficile resistere alle tentazioni, specialmente quando esse arrivano a creare dipendenza. Molti di coloro che oggi appartengono alla non-vita, in passato hanno sviluppato alcune di quelle dipendenze, talune più o meno innocenti di altre.

Alcolici, sigarette, caffè.

Tutti, almeno una volta nella vita, hanno provato sulla propria pelle l’esperienza della dipendenza da qualcosa e, in alcuni casi, la sofferenza fisica legata alla sua assenza.

Ma nessuna di quelle dipendenze è minimamente paragonabile alla peggior dipendenza che un vampiro possa provare durante la sua non-vita: quella da sangue.

“Come stai?”

Antigone, raggomitolata su se stessa su di un vecchio materasso, sollevò lentamente i suoi occhi famelici e li puntò in direzione di Carnevile, in piedi di fronte a lei con in mano un’ampolla ricolma di sangue. Non rispose, limitandosi a ringhiare come una bestia rinchiusa in gabbia e alla quale è stato negato del cibo troppo a lungo.

Il Nosferatu si chinò all’altezza della Brujah, porgendole gentilmente la boccetta.

“Tieni.” disse “Bevilo tutto e ti sentirai meglio.”

Antigone allungò un braccio e con le poche forze che le erano rimaste afferrò l’ampolla e la strappò via dalle mani di Carnevile, che scattò in piedi sussultando. La vampira si attaccò alla bottiglietta e ne bevve interamente il contenuto, sospirando con soddisfazione quando arrivò all’ultima goccia.

Il respiro, prima affannoso, torno a farsi regolare, le pupille si restrinsero e le sue labbra, fino a quel momento secche e screpolate, sembrarono ammorbidirsi.

“Va tutto bene?”

Antigone si voltò in direzione di Carnevile, sorridendo impacciatamente.

“Francamente” rispose a mezza voce “Preferivo di gran lunga quando era il caffè la mia unica dipendenza.”

WRITOBER2019- GIORNO 19: IDENTITà SEGRETA

La cosa più difficile dell’essere un vampiro è, senza dubbio, riuscire a tenere nascosta la propria identità segreta al resto del mondo.

Nessuno può sapere, nessuno deve conoscere la verità.

Sei un vampiro, un essere potenzialmente pericoloso per chiunque – e sai di esserlo, quando la fame ti porta allo sfinimento sai di poter distruggere tutto ciò che incontri lungo il tuo cammino – e non puoi, non devi farlo sapere al resto del mondo.

Gli altri non capirebbero, avrebbero paura.

E tu saresti esposto.

In pericolo.

Non c’è armonia fra la vita mondana e la non-vita, non vi è equilibrio che consenta ad umani e vampiri di convivere in pace, senza alcuna paura.

Non vi è quiete, solo guerra.

“Ogni identità deve restare segreta: il vostro aspetto, le abitudini, il vostro modo di parlare o di pensare… Ogni cosa deve sembrare umana. Non dovete in alcun modo abbassare la guardia, mai rischiare di esporsi. Le conseguenze potrebbero essere drammatiche per tutti quanti.

E così, semplicemente, impari a nasconderti.

Nascondere i tuoi pensieri, le tue emozioni, i tuoi bisogni.

La tua via.

Per sempre.

O almeno, fino a quando la fame non diventerà troppo forte.

WRITOBER 2019- GIORNO 18: CONFORT/HURT

Distrutto.

Completamente distrutto, raso al suolo dalle fiamme in appena una manciata di secondi.

Melissa rimase in silenzio, totalmente inerte, a fissare quel poco che ancora restava del suo rifugio, distrutto durante la notte da – di questo ne era sicura – uno dei molti cacciatori da tempo presenti nel territorio lucchese.

Si morse il labbro con forza, trattenendosi dal piangere.

Se solo fosse accaduto di giorno, mentre lei era ancora lì dentro…

“Melissa?”

La Malkavian non rispose, ancora in evidente stato di schock.

“Melissa, va tutto bene?”

Arduino sospiro mestamente, maledicendosi per quanto aveva appena detto. Certo che non andava tutto bene, come sarebbe potuto essere diversamente? Il rifugio di Melissa era stato distrutto da un cacciatore, nessuno al posto suo sarebbe stato bene.

Il Brujah si avvicinò alla compagna, posando una mano sulla sua spalla in segno di conforto.

“Mi dispiace.” disse semplicemente “Io… Posso solo immaginare come tu ti senta.”

Melissa tirò su col naso.

“Casa mia.” riuscì a mormorare, con voce rotta dal dolore “Quella era casa mia.”

Arduino sospirò profondamente, stringendo la presa.

“Casa tua” disse lui “E’ dove sono le persone che tengono a te. Ed io ne conosco parecchie, per cui adesso che ne diresti di venire via con me?”

Melissa fece segno di sì con la testa, seguendo il Brujah che le strinse la mano per farle coraggio ed accelerò il passo.

Sapeva, purtroppo, di non poter restituire una casa alla sua amica.

Ma sapeva di poter continuare ad offrirle tutta la protezione di cui avrebbe avuto bisogno.

WRITOBER2019- GIORNO 17: CARTOLINA

Quando era ancora in vita, Ambrosio era un grande amante delle cartoline di auguri.

Amava comprarne di più disparate o, talvolta, gli piaceva decorarle personalmente e regalarle agli amici per le occasioni più importanti.

Abitudine, quest’ultima, che non aveva tuttavia abbandonato neppure in seguito all’abbraccio.

“Hey, Ambrosio… Vieni un attimo qua!”

Il Toreador si voltò curiosamente in direzione di Athanor il quale, irritato come suo solito, si faceva strada in mezzo alla folla nella sua direzione.

“Buonasera, Athanor.” salutò educatamente Ambrosio, rivolgendo al compagno un affabile sorriso “Che cosa posso fare per te?”

Athanor estrasse dalla tasca della propria giacca una cartolina colorata e la sbattè duramente in faccia ad Ambrosio, ringhiando a denti stretti: “Che diavolo sarebbe questa roba?”

Ambrosio si tirò lievemente indietro, così da riuscire a mettere meglio a fuoco l’oggetto.

“E’ una cartolina.” rispose con una certa ovvietà.

Lo vedo che è una cartolina!” Athanor aggrottò la fronte, segno del fatto che si stava ulteriormente innervosamente “Quello che vorrei sapere è perché accidenti mi hai dato questo affare!”

Ambrosio storse il naso con aria di sufficienza; sembrava sinceramente offeso del fatto che Athanor non avesse in alcun modo colto il senso di quel suo gesto.

Evidentemente, pensò il Toreador, era molto meno sveglio di quanto volesse far credere.

“E’ per l’anniversario del tuo abbraccio, sciocco.” spiegò Ambrosio “Pensavo che ti avrebbe fatto piacere, ma evidentemente mi sono sbagliato.”

“Certo che ti sei sbagliato!” esclamò rabbiosamente Athanor “Mi stupisco persino del fatto che tu abbia solo lontanamente potuto pensare che potesse essere una buona idea!”

Ambrosio roteò gli occhi e sospirò profondamente, poi strappò via la cartolina dalle mani del Tremare e se ne andò offeso, senza neppure degnarlo di ulteriori sguardi.

“Tzè… Che razza di villano.”

Athanor ebbe a malapena il tempo di reagire, osservando il Toreador allontanarsi con andatura elegante e sguardo altezzoso. Sospirò con fare esasperato, scuotendo il capo.

No, decisamente non riusciva proprio a comprendere quell’assurda passione di Ambrosio per le cartoline di auguri.

Ambrosio, da lontano, lanciò una rapida occhiataccia in direzione di Athanor, accompagnata da una rapida smorfia stizzita.

Decisamente non sarebbe mai riuscito a capire perché Athanor non riuscire a comprendere il meraviglioso fascino delle cartoline d’auguri.

WRITOBER2019 – GIORNO 15: CEROTTO

“Fa male?”

Antigone si morse duramente il labbro inferiore, trattenendo il dolore.

La fascia stretta attorno al polso doleva molto, ma non quanto la ferita profonda che sentiva di essersi auto inflitta poco prima, durante quell’estenuante lotta all’ultimo sangue.

Aveva giurato a se stessa che non avrebbe mai ucciso nessuno, ma a quanto pare la vita di un vampiro non può mai davvero essere immacolata.

“Te la sei cavata bene in battaglia, davvero.” mormorò Carnevile, mentre lentamente concludeva la sua operazione di bendaggio attorno al polso della Brujah “Devo ammetterlo, senza il tuo contributo probabilmente non sarebbe andato tutto così liscio.

Antigone non rispose, fissando silenziosamente il suo polso ferito e massaggiandolo pian piano con due dita. Carnevile la guardò senza proferire parola, soffermandosi con attenzione su ogni movimento delle sue falangi.

“Va tutto bene?” chiese.

Antigone sospirò profondamente.

“Sai…” mormorò flebilmente, continuando a strofinarsi il polso con delicatezza “Rimpiango quei tempi in cui era sufficiente un semplice cerotto per curare una ferita.”

Si voltò in direzione di Carnevile, come in cerca di supporto.

“Capisci quello che intendo dire, vero?”

Il Nosferatu non rispose, mordendosi il labbro da dietro la sua maschera. Poi, inaspettatamente, posò una mano sulla spalla della Brujah e la guardò gentilmente, come forse non aveva fatto mai.

Antigone abbozzò un leggero sorriso confortato e chiuse gli occhi, beandosi semplicemente di quel lieve tocco da parte del vampiro.

Sorrise dolcemente.

“Sì, lo capisco. Lo capisco perfettamente.”

Conceal, Don’t Feel- Elsa e l’ansia.

Come buona parte dei fan della Disney, ho visto “Frozen” per la prima volta al cinema, all’incirca pochi giorni dopo la sua uscita.

Non posso negare di esserne rimasta entusiasta in principio, per poi veder scemare quella sensazione di euforia a mano a mano che proseguivo con le visioni, realizzando che sì, era un film davvero carino ma forse un po’ troppo sopravvalutato, soprattutto per la trama e la sua complessità.

Tuttavia, non ho mai smesso di trovarlo gradevole ogni qualvolta mi capitava di rivederlo.

Mi approcciai in primo luogo alla pellicola con una forte simpatia nei confronti di Anna, da molti un po’ bistrattata a causa del suo carattere ma che io trovavo molto affine a me proprio per quel suo inguaribile ottimismo, il suo romanticismo a tratti un po’ ridicolo, la sua goffaggine ed il quantitativo di amore che traboccava dal suo cuore.

In molti sembravamo non capirla, definendola sciocca ed immatura – e capita spesso alle persone buone di sentirsi chiamate in questo modo, a me accadeva di continuo – e preferendo di gran lunga Elsa, ma io no, io le volevo bene.

Io guardavo lo schermo mormorando a me stessa “io ti capisco, Anna” e mi sentivo orgogliosa di assomigliarle così tanto, anche perché sapevo che alla fine mi sarei pure beccata il burbero ma dolcissimo montanaro biondo – anche se poi il mio dolcissimo burbero si è rivelato essere un ingegnere dai capelli castani, ma tant’è.

Non odiavo Elsa, anzi, provavo forte compassione per lei ma non riuscivo a comprendere perché tutti la preferissero ad Anna, quando alla fine la vera eroina della serie è proprio quest’ultima, colei che salva sua sorella grazie all’amore e alla comprensione. Insomma, non capivo perché Elsa dovesse prendersi così tanto merito rispetto alla sorella.

Adesso, dopo anni dall’uscita di quel film, capisco quante cose siano cambiate.

Ho sempre pensato di essere tanto più simile ad Anna: l’ottimismo, l’allegria, l’imbranataggine…

Oggi, mentre mi osservo allo specchio dopo l’ennesima crisi di ansia, realizzo quanto terribilmente uguale ad Elsa io sia.

Non avevo mai veramente pensato ai poteri di Elsa come ad una metafora per ciò che mi affligge. 

Cioè, lo sapevo benissimo in realtà, ma non avevo mai capito che quel disagio, quell’ansia che la caratterizzano così tanto da fare di lei il personaggio che tutti noi ben conosciamo, fossero gli stessi problemi che affliggono anche me.

Magari, semplicemente, non trovavo il coraggio di ammetterlo.

Imparo ad accettare solo adesso che Elsa sia come me – o che io, sarebbe meglio dire, sia come lei: Elsa vive in un costante, continuo ed intenso flusso di pensieri e di emozioni, il che significa fondamentalmente vivere in uno stato continuo di ansia e non quell’ansia da vita frenetica che tutti talvolta sperimentiamo nei momenti di stress acuti o di maggior fretta, no. Quell’ansia che ti senti sempre in testa, che ti accompagna da mattina a sera e che si tiene sveglia in ogni momento, sussurrandoti di fronte a qualsiasi cosa che possa in qualche modo instillare in te qualche dubbio: Avrò detto qualcosa di sbagliato? Non mi rispondono perché sono arrabbiati con me? E se anche questa volta le cose dovessero non andare per il verso giusto?

Elsa vive da sola in questa condizione, perché la sola idea di parlarne apertamente con qualcuno la terrorizza: sa che mostrare quei poteri al suo popolo significherebbe spaventarli, porli di fronte alla paura di essere governati da un mostro, sa che nessuno di loro capirebbe e non può permettersi di mostrare tale vulnerabilità. E sa che mostrarli ad Anna significherebbe ferirla, farle del male a causa di quelle sue stesse emozioni, e perciò sa di dover restare in silenzio.

La mia ansia, per tanto tempo, è rimasta celata dentro di me.

Per paura di non essere compresa, di essere vista come una persona sbagliata o pericolosa, e di non essere accettata. E vivo ancora nel terrore di non riuscire a controllare le mie ansie e le mie emozioni, tanto da arrivare a far del male alle persone che amo.

Elsa nasce con quei poteri e con essi cresce: sono parte di lei.

Così come le mie ansie sono parte di me.

Elsa non controlla i suoi poteri, così come io non controllo le mie ansie; il solo modo che abbiamo per evitare che ci esplodano fra le mani è cercare di reprimere le emozioni, le paure, le insicurezze e tenerle nascoste dentro di noi, laddove nessuno potrà mai trovarle.

Purtroppo, però, non è mai semplice reprimere le proprie emozioni; io non ci sono mai riuscita – e salvo rare eccezioni, per cui devo tenermi dentro i pensieri per evitare di esplodere – ed alla fine, dopo tanti anni trascorsi ad ignorare la mia ansia o ciò che questa comporta per me, mi sono ritrovata a doverlo accettare e fare i conti con essa.

Conceal, don’t feel”, diceva Elsa.

Ma alla fine, anche lei deve lasciarsi andare.

Let it go”, in qualche modo, significa accettare i propri poteri e lasciarli andare liberamente, senza paura e senza pensare che qualcuno, là fuori, possa guardare a te come ad un mostro.

Per Elsa, significa accettare quelle emozioni e quel potere.

Per me, significa accettare di avere l’ansia.

Solo che non è ancora sufficiente ed infatti, persino dopo quella canzone, Elsa continua ad aver paura delle sue emozioni, teme sempre di far del male alle persone che ama e preferisce, piuttosto che chiedere aiuto, tenersi a distanza. Certo, a differenza sua io non riesco a tenere le persone a distanza e, piuttosto, tengo a tenermi stretti coloro a cui voglio maggiormente bene, ma la paura resta sempre quella.

La paura di ferire, di far male.

Di avere un “potere” talmente violento da non riuscire a controllarlo a tal punto da colpire duramente le persone a me care.

La paura di essere sopraffatta da qualcosa che, mio malgrado, non riesco a controllare.

E ok, alla fine Elsa lo trova il suo lieto fine, scopre che accettare se stessi e l’amore degli altri è il primo vero passo per riuscire a controllarsi e ad essere sereni… Ma i poteri, alla fine, restano sempre lì.

Come la mia ansia.

E ciò di cui ho bisogno, alla fine, resta sempre la comprensione e l’accettazione di chi amo, ma ciò non cambierà il fatto che la mia ansia, pur rendendomi capace di controllarla, rimarrà per sempre una parte di me.

Senza che io possa fare niente per evitarlo.

Ed ho imparato ad accettarlo, oramai… Questo è vero.

Ma vorrei tanto poter tornare ad essere Anna e smettere di sentirmi Elsa, una volta per tutte.

WRITOBER 2019- GIORNO 15: 1000K (UN MILIONE)

“Ok, vado.”

“Non lo farai, ti manca il coraggio.”

“Non dire sciocchezze, di che razza di coraggio dovrei mai aver bisogno?”

“Scherzi? Quella è una furia, amico, se provi a fare un commento su come dovrebbe vestirsi o comportarsi potrebbe strapparti via la giugulare a morsi!”

“Sei il solito esagerato, non mi farà niente.”

“Oh, se lo dici tu! Allora che fai… Vai?”

“Vado, vado. Perché diavolo insisti col dire che non ci riuscirò?”

“Perché non è possibile, non con lei.”

“Scommettiamo?”

“Scommettiamo.”

“Benissimo! Un milione?”

“Un mil… Ma che stai dicendo, tu non hai tutti questi soldi!”

“Ho un sacco di risorse, abbi fiducia.”

“Ok, bene… Allora vai, su.”

“Sì, certo. Vado.”

Donovan osservò con un ghignetto maligno Otelmo, un vampiro piuttosto bizzarro ed insolitamente vestito in maniera estiva, dirigersi verso Antigone con fare spavaldo. Scosse il capo con fare divertito, continuando a sghignazzare e godendosi la scena.

“Hey, A-Antigone? Potrei dirti una cosa?”

Antigone distolse l’attenzione dal libro che stava leggendo ed indirizzò duramente il proprio sguardo in direzione del vampiro.

“Sì?”

Otelmo rimase paralizzato per qualche secondo, ghiacciato dagli occhi verdi e severi della Brujah. Non li aveva mai visti così da vicino ed in effetti, doveva ammetterlo, erano molto più intimidatori di quanto non avesse realizzato prima.

“V-volevo dirti che… Insomma, quel vestito…”

Antigone serrò la mandibola e i pugni, accavallando provocatoriamente le gambe come a voler ulteriormente sottolineare la “lunghezza” della sua gonna.

Sì…?”

Il vampiro ebbe un sussulto e deglutì.

“E’ molto bello, complimenti.”

Poi scappò via, rifugiandosi da Donovan che se la rideva sotto i baffi.

“Beh… Complimenti amico mio.” ridacchiò “Una vera prova di coraggio, devo dirlo. Allora, dove sarebbe il mio milione?”

Otelmo si guardò intorno imbarazzato, grattandosi il collo nervosamente e lanciando un ultimo, rapido sguardo in direzione di Antigone che ancora non aveva smesso di fissarlo con sguardo assassino.

Un rapido brivido percorse interamente la schiena del vampiro.

“Beh, dunque… Io… Insomma, Donovan, ma come facevi a prendermi sul serio? Credevi davvero che io avessi un intero milione da scommettere in una simile follia?”

WRITOBER 2019- GIORNO 14: SOULMATE

“I legami fra vampiri sono assai differenti da quelli umani: quando due umani si innamorano e si uniscono, possono decidere di scindersi un domani e, a prescindere da tutto, rimangono sempre due entità ben distinte e separate, unite da un vincolo che va a crearsi esclusivamente nella loro testa e non nel loro sangue.”

“Aspetta… Nel loro sangue?”

Antigone osservò curiosamente Eugenia che, seduta attorno ad un tavolo assieme alle altre vampire della città, si stava dilungando in una vivace conversazione sui rapporti e le relazioni affettive nel mondo dei non-morti.

“Dunque i vampiri sviluppano legami affettivi più forti rispetto a quelli degli esseri umani?” chiese la Brujah, visibilmente interessata all’argomento “Ma io credevo che simili rapporti non fossero concessi in questa società.”

Eugenia scrollò le spalle.

“Diciamo che non sono particolarmente consigliati.” spiegò “Come ho appena detto, i vincoli affettivi fra non-morti diventano veri e propri legami di sangue, indissolubili ed impossibili da spezzare proprio perché, come tu stessa potrai aver dedotto, si instaurano ad un livello che non è solamente mentale ed emotivo, ma prettamente fisico.

“Il che significa” proseguì Melissa, altrettanto informata sull’argomento “Che due vampiri che si uniscono non potranno mai più separarsi: diventano l’uno parte dell’altra, il sangue dell’uno purifica o avvelena quello dell’altra, e tutte le emozioni che avvertono vengono di riflesso percepite da entrambi.”

“Se uno vive, vive anche l’altro.”

“Se uno muore, muore anche l’altro.”

Antigone rimase a bocca aperta e continuò a fissare a turno le vampire, le quali – Tiuche compresa, la quale evidentemente era stata messa al corrente di quella storia solamente la sera stessa – non parevano in alcun modo turbata dai risvolti di quella conversazione.

Probabilmente, pensò, quella era la prima volta in cui si era sentita veramente triste da vampira.

“Dunque… A noi vampiri non è concesso legarsi?” domandò con fece flebile ed incerta.

Eugenia fece ancora una volta spallucce.

“Diciamo, piuttosto, che è caldamente sconsigliato.” disse “E’ un legame indissolubile e nella maggior parte dei casi può diventare persino pericoloso. Personalmente non me ne dispiaccio, l’idea di legarmi per l’eternità ad un unico individuo mi precluderebbe un milione di altre esperienze, specialmente con i mortali – e voi sapete quanto mi piacciono i mortali, con le loro passioni ed emozioni terrene!”

“Sapete, onestamente non mi trovo in disaccordo con Eugenia.” echeggiò Tiuche, annuendo seriamente “Un vincolo del genere è fin troppo pressante, temo che mi distrarrebbe da buona parte dei miei interessi e non credo affatto che ne trarrei giovamento.”

“No, infatti.” concordò Melissa, accordandosi al resto del gruppo “Nessun legame amoroso vale a tal punto.”

Antigone si morse il labbro e rimase in silenzio, mentre le chiacchiere e le risate delle sue consorelle divenivano pian piano un flebile sottofondo indistinto. Si voltò lentamente, osservando in lontananza un gruppetto di vampiri intenti a discorrere animatamente, probabilmente di politica.

Indugiò a lungo – fin troppo a lungo – su uno di loro, soffermandosi ad osservarne la postura, il suo modo di gesticolare, e provò in qualche modo ad immaginarsi il suo della sua voce o quello che, conoscendolo, avrebbe potuto dire nel discutere con i propri compagni.

E si morse il labbro con maggiore intensità, serrando duramente i pugni per impedirsi di reagire.

Quanto ancora, si chiese, avrebbe mai continuato a nascondersi dietro a quei silenzi, a quegli sguardi furtivi, ai sorrisi anelati in mezzo al freddo torpore di ogni Eliseo?

Due occhi fulvi si posarono improvvisamente su di lei, osservandola per pochi istanti da dietro una maschera rossa. Antigone girò in fretta il capo e si nascose nella propria vergogna, gettando gli occhi a terra e contenendo un sospiro profondo.

L’Eternità, disse a sé stessa,.

Avrebbe potuto portare avanti quel desiderio, quell’anelito di legarsi per sempre in un vincolo di sangue, per tutta l’eternità.

WRITOBER 2019- GIORNO 13: FLASHBACK

Un lampo accecante, un rumore sordo e poi più niente.

Tenebre che lentamente abbracciano e stordiscono i sensi, paralizzando il cervello.

L’odore ferruginoso del sangue pervade le narici, le inebria e poi discende nella gola, pizzicando appena un po’.

Qualcuno, in lontananza, grida fino a farsi lacerare i polmoni.

E una risata in sottofondo, da far raggelare il sangue nelle vene…

“Melissa? Melissa, va tutto bene?”

Melissa Lunardi, da tutti meglio conosciuta come “la dottoressa”, ebbe un rapido e violento sussulto, come se qualcuno la stesse risvegliando di colpo da un sonno profondo, uno stato di trance catatonico nel quale era piombata in maniera del tutto improvvisa.

Si volto lentamente intorno, come a volersi accertare nel luogo in cui si trovasse al momento, e sospirò profondamente, riprendendo fiato dopo l’apnea.

“Cosa? Oh, sì… Sì, va tutto bene.” disse, abbozzando un leggero sorriso in direzione della sua interlocutrice, una vampira del clan Tremaire dai lunghi capelli biondi e l’abbigliamento elegante, che di nome faceva Tiuche “Ho solo avuto una specie di Flashback.”

Tiuche strabuzzò gli occhi, confusa: “F-flashback?”

“Sì, come una specie di visione. Ogni tanto capita di andare in trance, è una cosa che noi Malkavian facciamo, in effetti.”

Tiuche continuò a fissare l’altra vampira con aria perplessa e turbata, mentre quella si risistemava i capelli, comportandosi come se nulla di strano fosse appena accaduto nella sua testa.

“V-visioni.” farfugliò Tiuche, non potendo nascondere il proprio timore “Certo, chiaro. E dimmi, ti capita spesso?”

Melissa si mordicchiò il labbro e sollevò un sopracciglio con fare pensieroso.

“No, di recente non così tanto.” rispose a malincuore, per poi aggiungere con un po’ più di brio “Per questo quando accade è tanto divertente.”

Tiuche non rispose, continuando a fissare la Malkavian con occhi e bocca semi-spalancati.

“Adesso andiamo, il Pretore ci sta aspettando.” disse quest’ultima, con una vocina morbida “Non vorremo certo farla attendere troppo, giusto?”

“S-sì, giusto.” rilanciò la Tremaire, con voce flebile e tremante “V-vado avanti io, ti dispiace?”

“Nono, affatto.” rispose Melissa, sorridendo dolcemente “Mi piace osservare dalle retrovie.”

Le due si incamminarono, Tiuche a passo più svelto e Melissa che la seguiva con una camminata assai più lenta e calibrata, lo sguardo perso e sognante.

Se fosse stata fortunata, pensò, qualcosa l’avrebbe ispirata abbastanza da suscitarle un’altra visione.

E in tempi duri come quelli che la città di Lucca stava affrontando, avere qualche bel flashback dettagliato era quanto di meglio che un vampiro del suo calibro potesse desiderare.