Rape Culture – Un virus da debellare

Ci sono argomenti dei quali si parla fin troppo e altri che, al contrario, non vengono mai abbastanza trattati nonostante ve ne sia un disperato bisogno.

Un argomento che fa certamente parte di quest’ultima categoria è “la cultura dello stupro”, ossia tutti quei comportamenti reiterati che normalizzano la violenza di genere, le molestie sessuali e la percezione della donna come oggetto sessuale, del quale gli uomini possono disporre a proprio piacimento. Nei mesi più recenti si è parlato spesso di cultura dello stupro, quasi mai – aihmé – in maniera efficacemente costruttiva, ma è soprattutto nell’ultima settimana che si sono verificati episodi a mio avviso significativi e dei quali ritengo sia opportuno parlare oggi.

Andrò in ordine cronologico, più o meno, in base a quando le singole notizie sono uscite in rete ed ho avuto modo di apprenderne l’accaduto.

LO ZOO DI 105 E LE BATTUTE SULLO STUPRO

Durante una messa in onda della nota trasmissione radiofonica, i due speaker si sono lasciati andare ad una serie di improbabili quanto inascoltabili battute che riguardavano la violenza sessuale commessa sulle donne. Da una registrazione diffusa sul web si può udire chiaramente come questi parlino di qualcuno che, durante una vacanza in montagna, aveva preso una ragazza non esattamente cosciente e se l’era portata in camera, per poi riportarla lì dove l’aveva trovata una volta “finito il proprio lavoro.”

L’intera conversazione è stata condita di risate e commenti inopportuni in difesa del “povero” uomo, il quale aveva così ingenuamente pensato di poter abusare di una donna contro la propria volontà. Nessun accenno ad un’eventuale colpevolezza, gli speaker hanno continuato a difendere lo stupratore fra le risate generali, minimizzando la questione con affermazioni quali “Beh, ma lei probabilmente non era affatto incosciente e lo voleva a sua volta”.

Ritengo sia superfluo spiegare ancora una volta perché tutto questo non vada bene, per quale motivo ironizzare sullo stupro sia sempre una cosa di cattivo gusto e che in questo caso non vi siano giustificazioni che tengono, appellarsi al black humor non serve a niente e rilanciare a chi protesta che “dovrebbe semplicemente imparare a farsi una risata” non farebbe che peggiorare le cose. Non ha senso spiegare perché tutto ciò sia sbagliato, poiché dovrebbe essere perfettamente chiaro a tutti oramai, questo concetto dovremmo averlo marchiato a fuoco dentro al nostro cervello.

Detto ciò, la cosa peggiore si è verificata a seguito di una serie di denunce avvenute sul web da parte di ragazze che, giustamente, dopo aver ascoltato il programma in diretta hanno pensato di dire la propria su quell’imbarazzante manifestazione di machismo tossico, non curanti del fatto che qualcuno, magari, avrebbe avuto qualcosa da ridere in merito ad una più che legittima protesta – assurdo, direte voi, e invece.

La vicenda ricorda in qualche modo quella del revenge porn consumatasi su Telegram non troppi mesi addietro e proprio Telegram, anche in questo caso, è il teatro di questo terribile episodio che vede protagonista qualche bestia dell’etere che ha ben pensato di minacciare apertamente una delle ragazze che avevano denunciato le battute di 105, augurandole cose ben peggiori di quelle così impropriamente sdoganate dai due speaker.

Cose che, personalmente, mi rifiuto persino di ripetere.

Non oso immaginare quanta paura e quanto disgusto possa aver provato la povera ragazza, ma soprattutto non riesco a concepire il fatto che ancora una volta la voce di una donna sia stata silenziata in un momento di denuncia, momento nel quale invece dovrebbero esserle garantiti il maggior sostegno e la maggiore solidarietà possibili. Gli uomini che minacciano le donne e le costringono a tacere sono gli stessi che difendono i propri compari stupratori, li stessi che commettono revenge porn e che credono di poter considerare una donna come oggetto sul quale vantare la propria proprietà.

Tutto questo non dovrebbe essere più tollerato.

Non dovrebbe più essere tollerato un programma in cui ci si può permettere di ironizzare su un argomento come lo stupro e passarla liscia, non dovrebbero essere tollerati atteggiamenti così passivi di fronte a quello che è un vero e proprio reato, perché la violenza e le minacce lo sono e non possono essere fatti passare come semplici ragazzate.

L’episodio di Radio 105 non è il primo e temo che non sarà neppure l’ultimo, per questo è importante parlarne e ribadire ancora una volta che la violenza sessuale è SBAGLIATA, che non esistono giustificazioni a tale anno e che una donna ha tutto il diritto di denunciare l’accaduto senza che qualcuno la infami alle spalle o, peggio, si senta autorizzato a minacciarla.

GRILLO E LA VIOLENZA SESSUALE DEL FIGLIO

Anche in questo caso parliamo di un fatto molto recente, consumatosi appena un paio di giorni fa.

Il protagonista è Beppe Grillo, personaggio comico e politico famoso più per i propri modi di fare rabbiosi ed incivili che per le proprie idee. Anche in questo caso il fondatore del Movimento 5 Stelle non è stato da meno, anche se tutti avremmo sicuramente preferito che per una volta avesse tenuto la bocca sigillata.

Immagino che non siate del tutto estranei alla vicenda, dal momento che i social hanno traboccato per giorni di video ed articoli che ne hanno parlato in tutte le salse. Nel caso, comunque, vi foste persi questa splendida perla, vi racconto quello che è successo: Nei giorni scorsi Beppe Grillo ha condiviso sui propri social un video nel quale prendeva le difese del figlio accusato (non proprio ingiustamente) di stupro; una cosa che alcuni hanno definito come “legittima” (badate bene, non giusta) , perché in fin dei conti è normale che un genitore difenda  il proprio figlio fino alla fine – anche se dal mio punto di vista un genitori dovrebbe avere il dovere morale di riconoscere gli sbagli del proprio figlio e farglielo notare, specialmente quando si tratta di questioni tanto gravi.

Il problema non è tanto il fatto che Grillo abbia fatto il padre iperprotettivo, quanto piuttosto i toni da lui utilizzati e le accuse mosse nei confronti della ragazza stuprata che, manco a dirlo, viene immediatamente screditata e messa in discussione per aver assunto atteggiamenti che, agli occhi di Grillo, mal si confanno ad una vittima di stupro.

In sintesi, le parole dell’uomo sono state le seguenti: “Una vittima di stupro, il giorno dopo, non va a fare kytesurfing”.

Il che equivale a dire che lo stupro ha una data di scadenza e che se tu entro 24 ore non corri a denunciare l’accaduto, allora la violenza non è più valida, come le date di accesso ai concorsi. Ritorna dunque quella convinzione che una donna debba essere “coraggiosa” (lo metto fra virgolette, perché una non voglio far passare il messaggio che una donna che denuncia sia migliore di una che non lo fa) per poter essere creduta (e neppure in quel caso, spesso, ciò avviene) e che tutte coloro che tacciono la propria violenza lo fanno perché, fondamentalmente, su tale violenza non avevano poi tutto sto granché da ridire.

Queste ultime, in sostanza, erano consenzienti.

E se pare assurdo che si possa giustificare un comportamento come quello del figlio di Grillo e dei suoi amici, definiti dallo stesso padre come “dei coglioni che saltavano con il pisello in mano, non degli stupratori”, è ancor più assurdo il pensiero che una donna non possa pensare di riprendere in mano la propria vita dopo essere stata stuprata, o mettere in discussione il fatto che l’evento sia stato talmente traumatico da non riuscire a trovare il coraggio di sporgere una denuncia.

In questi due eventi ci sono fin troppi comportamenti a favore della cultura dello stupro, troppi meccanismi nocivi che continuano ad alimentare il potere della società patriarcale che ci da asilo: in entrambi i casi possiamo assistere al perpetuarsi di un preconcetto estremamente diffuso in questa società malata, ossia l’idea che gli uomini non possano fare a meno di comportarsi in un determinato modo proprio perché “uomini”.

“Boys will be boys”, dicono gli anglosassoni, certi atteggiamenti tipicamente maschili sarebbero naturalmente inscritti nel loro DNA; ed ecco che vengono allora giustificati bambini piccoli che prendono a schiaffi le proprie compagne, ragazzini avvezzi all’uso della violenza, uomini incapaci di trattenere un commento inopportuno o una molestia di fronte ad una donna che – badate bene, parliamo sempre di ruoli e se il maschio è per definizione un cacciatore la donna è una preda che sceglie di farsi desiderare – sicuramente se l’era andata a cercare, conduttori radiofonici che scherniscono una vittima di stupro e adolescenti con il pene in mano che saltellano attorniando una ragazza certamente consenziente.

Tutto questo continua ad essere lecito perché, dopo tutto, dovremmo aspettarci che un uomo si comporti in questo modo ed un eventuale atteggiamento deviante non dovrebbe essere visto come sbagliato ma come un semplice assecondare la propria virile natura.

Per lo stesso principio, del resto, ci si aspetta che una donna provochi ed attiri a sé un uomo perché ciò è tipico della sua indole civettuola, ed ecco che arriviamo al secondo punto della questione, ossia l’idea che se una donna non mostra apertamente di non gradire le attenzioni di un uomo, allora non possiamo dire che quella da lei subita sia stata una violenza.

Insomma, per parlare di violenza tu devi urlare. Devi opporre resistenza, graffiare, piangere e contorcerti dal dolore, gridare “No, no” e correre a sporgere denuncia entro le 24 ore – sia mai che scada il termine di consumazione del tuo delitto. Non tutti hanno la sensibilità e l’empatia per comprendere che spesso opporre resistenza diviene impossibile, che in certi casi la paura è tale da paralizzare la vittima o che lo stupro possa essere talmente “subdolo” da non venire immediatamente riconosciuto come tale – per cui capita che molte donne realizzino solo molto tempo dopo di aver subito una violenza.

Inoltre, le ragioni per cui una donna non sempre riesce a denunciare una violenza sessuale subita sono molteplici (vergogna, paura di non essere creduta, paura di una ripercussione ben peggiore della violenza stessa ecc.) e dovrebbero essere tutte assolutamente indiscutibili, nessun essere umano dovrebbe mai avere l’ardire di giudicare una donna per non essersi rivolta alla giustizia a seguito di uno stupro o di una gravissima molestia.

Semplicemente non sono fatti nostri, ma faccende così personali da non poter essere comprese da chi non le prova. Dunque, nel dubbio, è sempre meglio stare zitti.

IN CONCLUSIONE

I due eventi da me citati in questo articolo sono stati probabilmente i più salienti in queste ultime settimane, ma di certo non sono stati gli unici e non mi costa alcuna fatica immaginare che in futuro continueranno a verificarsi situazioni fin troppo simili a queste, a rafforzare ancora una volta l’affermarsi e il dilagare della cultura dello stupro.

Non sarà semplice sradicare questa folle istituzione patriarcale che vede le donne come oggetti sessuali e gli uomini come loro proprietari, forse ci vorranno anni ed anni prima che ciò accada e probabilmente non avverrà mai del tutto. Però ci dobbiamo provare, dobbiamo sforzarci di migliorare la società in cui viviamo e farlo anche con piccoli gesti quotidiani, magari apparentemente insignificanti.

Un po’ come cerco di fare io, ogni volta che mi ritrovo a scrivere post come questi, carichi di rabbia e di speranza: la speranza che, se almeno una sola persona sarà stata colpita e persuasa dalle mie parole, allora la mia battaglia non sarà stata fatta invano.

Recensione “Indaco” – Chiara Pagani

“L’indaco è uno dei colori dello spettro percepibile dall’occhio umano,

compreso tra l’azzurro e il violetto, classificato come colore freddo”.

Inevitabilmente attratta dal titolo di questo libro, essendo il colore indaco uno dei miei preferiti ed essendo stata io stessa definita una “bambina indaco” dal mio modestissimo padre (per un approfondimento della tematica, vi attendo fra qualche capoverso) non ho potuto fare a meno di buttarmi a capofitto in questa nuova lettura targata Chiara Pagani, giovane scrittrice estremamente poliedrica e capace.

Confesso che il genere fantasy, di cui fa parte questo romanzo, è un genere che non sono assolutamente solita leggere ed il mio approccio iniziale è stato davvero un caso, perché in un primo momento ciò che mi aspettavo dalla storia era ben diverso da quanto, immergendomi nella lettura, sono andata a scoprire. La sorpresa finale, comunque, è stata sicuramente positiva e nonostante la mia scarsa inclinazione verso le letture fantasy, posso dire di aver trascorso momenti assai piacevoli in compagnia di questo romanzo, una storia di amore e di coraggio che per un’appassionata di esoterismo come me non può che riservare risvolti molto interessanti ed avvincenti.

TRAMA

Luna è una ragazza speciale, diversa da chiunque altro.

Si da piccola, lei ha il dono di vedere e percepire l’aura delle persone, la loro essenza più profonda ed il calore che le circonda. Un giorno, a causa di un grave incidente d’auto, Luna finisce in ospedale e lentamente si accorge che qualcosa in lei inizia ad evolversi, il suo potere pare accrescersi al punto tale da sconvolgere completamente la propria esistenza.

Luna, fino a quel momento ignara della ragione del proprio dono, si ritroverà ben preso catapultata in un mondo che mai avrebbe immaginato e dal quale, suo malgrado, non potrà più fare ritorno. Sarà proprio l’incontro con Gabriel, un ammaliante quanto sfrontato ragazzo dall’aura indaco – la prima che vede in vita sua – a rivelarle la verità, un mistero celato dietro l’improvvisa scomparsa di Daniele, migliore amico di Luna, che aprirà il sentiero ad una nuova vita disseminata di paure e possibilità.

STILE E CONTENUTI

Non è la prima volta che mi ritrovo a leggere e recensire un lavoro di Chiara e non sono dunque rimasta sorpresa nel ritrovare ancora una volta il suo stile così intenso ed impeccabile. Non si può davvero dire niente sulla scrittura di Chiara: è pulita, elegante ed efficace, ed estremamente duttile, capace di adattarsi in maniera efficace al genere di cui tratta.

L’ho vista spaziare con abilità dal fantasy alla commedia, dallo stile drammatico a quello romantico, e questa è senza dubbio una notevole qualità per uno scrittore.

In un romanzo di impostazione fantasy come questo è piuttosto facile incappare in qualche errore e l’autore può talvolta peccare di superficialità, lasciando troppe questioni in sospeso e tirando via le trame, o può presentare al lettore personaggi poco strutturati e privi di una reale introspezione, ed è questo il motivo per cui il fantasy – specialmente quando si tratta di autori esordienti, di cui non conosco lo stile – non rientra fra i miei generi preferiti.

Nel caso di “Indaco”, però, ho percepito da subito l’intento dell’autrice di dar voce ai propri personaggi ed il lavoro di caratterizzazione è evidente, così come la ricerca effettuata sull’argomento centrale, un tema che – messo in mano ad un autore meno attento e svogliato – avrebbe facilmente lasciato spazio ad incoerenze narrative o surrealissimi scenari privi di senso. Lo studio dell’argomento è pertanto indubbio, così come la ricerca dell’empatia da parte dei lettori e del loro coinvolgimento di fronte alle vicissitudini di Luna.

Ho molto apprezzato il rimando al concetto di “bambini indaco”, il concetto sul quale ruota l’intera trama di questo romanzo; per chi non lo sapesse, l’idea dei “bambini indaco” ha iniziato a svilupparsi intorno agli anni ’70 all’interno della cultura New Age, diffondendosi pian piano sempre più fino a raggiungere l’apice della propria popolarità negli anni ’90. Secondo i teorici di tale studio a cavallo fra gli anni ’80 e ’90 sarebbero nati centinaia di bambini dotati di incredibili capacità empatiche ed intuitive, al punto da riuscire a sviluppare persino capacità sovrannaturali come la telepatia, la chiaroveggenza e la capacità di comunicare con gli angeli.

La natura dei bambini indaco sarebbe quasi divina, trattandosi di creature pure e a tratti persino magiche; al di fuori delle convinzioni maggiormente legate ad aspetti sovrannaturali, i bambini indaco venivano solitamente descritti come bimbi particolarmente curiosi e vivaci, sensibili e creativi, dotati di una spiccata capacità comunicativa e di comprensione.

Confesso che all’inizio mi sarei aspettata un finale completamente diverso, forse mi attendevo che la storia prendesse una piega differente, non per questo comunque non ho gradito il lavoro nel complesso, che anzi mi ha lasciata molto curiosa alla fine lasciandomi presagire un plausibile seguito, del quale sarei ovviamente molto interessata di conoscere il contenuto.

Consiglio questa lettura a tutti gli amanti del fantasy, alle persone più curiose ed a tutte quelle persone empatiche ed emotive che, talvolta, vedono il proprio dono come un peso ed una insostenibile sofferenza.

La storia di Luna potrebbe essere anche la vostra.

Recensione TESSERE DI MOSAICO di Federica Talarico

Una bellissima recensione per il mio libro.
Mi ha davvero commosso. ❤

Sele tra i libri

Ciao a tutti! Oggi cambiamo genere, parliamo di una raccolta di racconti davvero interessante e ben fatta: Tessere di mosaico, di Federica Talarico, edito da Monetti Editore.

Da persona diversa a suo modo, ho cercato di raccontare la diversità nel modo più semplice e candido che io conosca: prendendo fra le mani una penna e bagnando d’inchiostro il mio quaderno. Nella speranza di portare un po’ di emozione nelle vostre vite e di smuovere un po’ i vostri cuori, anche solo per poche pagine, io dedico questo libro a tutti i “diversi” che oggi sceglieranno di intraprendere questo rapido viaggio al mio fianco.

Questa è una parte di prefazione con la quale l’autrice ci introduce la sua raccolta di racconti. Diciannove storie, tanti personaggi ognuno con le proprie caratteristiche, vite diverse, contesti temporali e geografici differenti, ma tutti con lo stesso tema di fondo: la diversità.

Ma…

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Tessere di Mosaico – “Un po’ più forte”

Non so se abbiate mai sentito parlare di “persone altamente sensibili” e se, in caso di risposta affermativa, vi siate per una o più ragioni identificati nella suddetta categoria.

Le “persone altamente sensibili” sono ben più che individui dotati di un’emotività superiore alla media; queste persone, infatti, sono per l’appunto sensibili ed accorte rispetto alle proprie emozioni ed a quelle degli altri, ai cambiamenti ed all’ambiente circostante, soffrono più di altre i suoni ed i rumori forti, sono dotati di un forte senso di giustizia ed hanno una notevole inclinazione alla spiritualità ed a tutto ciò che va oltre le esperienze materiali.

Sin da piccole, le “persone altamente sensibili” si distinguono dalle altre per le proprie doti intuitive e la spiccata intelligenza emotiva, sono empatiche e particolarmente intolleranti di fronte alle ingiustizie e alle sofferenze altrui. La maggioranza di esse è introversa, ma non è insolito trovare anche persone altamente sensibili estroverse, per cui la convivenza con la propria ipersensibilità è particolarmente difficoltosa, continuamente in bilico fra il proprio bisogno di avere contatti con il mondo esterno e la necessità ad isolarsi se sopraffatti dalle proprie emozioni.

Ci ho messo anni per dare un nome alle mie emozioni, alla mia incapacità di controllare il mio stato d’animo di fronte ad ogni cambiamento, ad ogni stimolo esterno, ad ogni evento significativo della mia vita. Credevo di essere pazza, di avere qualcosa che non andasse e quando qualcuno mi guardava e commentava: “Secondo me stai solamente esagerando, non è possibile avere così tante emozioni tutte insieme” io mi sentivo mortificata, temevo di essere sbagliata e che qualcosa, nella mia testa, non funzionasse a dovere.

È stato un sollievo rendermi conto che esistevano altre persone come me e che esisteva persino un termine per descrivermi, per dare voce alle mie emozioni ed al mio modo di essere e di sentire.

Da lì, è stato tutto in discesa.

Questo racconto è dedicato a tutte le persone altamente sensibili che leggeranno.

A quelle che, come me, hanno imparato ad accettarsi e a volersi bene, nonostante tutto.

E a tutte quelle che ancora, a fatica, sono alla ricerca del proprio posto nel mondo.

Vi ricordo che potete acquistare il mio libro “Tessere di Mosaico- Racconti di diversità” su Amazon, sugli store online di IBS e Feltrinelli, e sul sito di Monetti Editore.

Tessere di Mosaico – “La Luce del Folk”

La musica è da sempre una componente fondamentale della mia esistenza, un frammento di vita senza il quale non potrei mai sentirmi completa: Ogni mio giorno, ogni momento importante era scandito da una perfetta colonna sonora; ho sempre avuto una canzone nella testa e nel cuore, sempre una melodia dentro l’anima.

Non riesco a fare niente senza la musica, neppure scrivere.

Ed ecco perché la maggior parte delle mie idee – talvolta le migliori – sono nate proprio grazie o durante l’ascolto di una canzone.

Era il lontano 2013 quando, per la prima volta, vidi al cinema il film “A proposito di Davis”, restandone profondamente ammaliata e conquistata. La storia del bello e dannato Llewin Davis, musicista folk in declino, ha influenzato in più occasioni il mio modo di vivere la mia arte, portandomi infine alla stesura di un racconto semi-romantico che, alla fine, ha trovato il proprio posto all’interno di questa raccolta.

La protagonista del racconto, Lara, è una ragazza insolita e bizzarra, un’appassionata di musica dal romantico cuore vintage. Si considera diversa da tutti i suoi coetanei – e questi, d’altra parte, non possono che dirsi d’accordo – è un’anima antica ed uno spirito d’altri tempi che, al di sopra di ogni cosa, ama rinchiudersi dentro al proprio locale preferito ed ascoltare musica folk fino a notte fonda.

Il locale è sempre affollato e gremito di gente, ma una sera di pioggia scrosciante è in grado di scoraggiare i soliti avventori e farli rimanere tutti a casa, al sicuro e ben all’asciutto.

Beh, tutti tranne Lara.

Del resto, solo una persona speciale e diversa dalle altre come lei riuscirebbe a trovare la bellezza anche in una fredda, noiosissima serata di pioggia.

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Tessere di Mosaico – Anime in viaggio

Diverso tempo fa ho scoperto l’esistenza di un Gene denominato DRD4-7R, meglio conosciuto come “Gene dell’Avventura”.

Si tratta di una variante del gene che controlla la dopamina, il neurotrasmettitore dell’apprendimento e della ricompensa; numerosi studi avrebbero associato a tale gene una maggiore curiosità ed irrequietezza negli individui che ne sono portatori, circa il 20% della popolazione.

In pratica, possiamo dire che il senso dell’avventura di una persona sia inevitabilmente inscritto nel suo DNA.

Non credo, purtroppo, di essere parte di quel 20% – amo viaggiare, ma quel senso di avventura proprio non mi appartiene in nessun modo – ma verso di esso nutro grande curiosità ed ammirazione, tanto da voler racchiudere all’interno di questa raccolta anche un piccolo frammento di questa straordinaria diversità.

In un mondo in cui il bisogno di certezze e di stabilità sono praticamente all’ordine del giorno, in cui tutti cercano la sicurezza ed un punto fermo nella vita, queste persone si distinguono andando continuamente alla ricerca di nuovi stimoli, di viaggi, di occasioni mai assaporate prima.

Rischiano, osano, si mettono continuamente in gioco di fronte ad ogni nuova occasione.

Amelia, la protagonista di questo secondo racconto, è una rara portatrice del Gene DRD4-7R e come altre sue “simili” desidera ardentemente vivere ogni avventura che la vita le propone, anche se talvolta questo significa sentirsi emarginata ed incompresa dalle persone che la circondano. Non tutti capiscono le sue scelte, la sua indole vivace ed avventuriera, in molti criticano il suo stile di vita e questo, talvolta, la porta a perdere la fiducia in se stessa.

Il suo amore per i viaggi, però, è più forte di qualunque cosa, persino delle critichi e dei pregiudizi.

È questa la sua più grande forte, ciò che la rende speciale ed unica, più di chiunque altro.

Diversa, nel migliore dei modi possibili.

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Dovremmo imparare tutti a dire “Non mi piace”

Ci pensavo qualche tempo fa, dopo aver letto l’ennesimo commento ipercritico nei confronti di un artista sul web. Stiamo diventando tutti un po’ troppo severi nei confronti del mondo che ci circonda oppure, più facilmente, troppo presuntuosi.

Sarà capitato a tutti, di certo anche a me, in molte occasioni di fronte ad un qualcosa che troviamo brutto – ma proprio brutto brutto, di quella bruttezza che facciamo fatica a digerire – asserire con disgusto e convinzione: “Questa cosa fa veramente schifo.”

Certe volte lo facciamo senza pensarci troppo, altre invece ergendoci a difensori di una bellezza prestabilita ed insindacabile, un universale concetto di qualità cui dovremmo attenerci senza esitazioni, e guai ad affermare che quella cosa non possa piacere o che, al contrario, ciò che non vi rassomiglia possa anche solo lontanamente essere considerata gradevole.

Ricordo che quando ero piccola, ogni volta che mia madre mi proponeva qualche nuovo piatto dall’aspetto tutt’altro che invitante io ero solita ribellarmi armata di lacrime, grida e solidi “Che schifo!”, ai quali la povera donna rispondeva severamente che no, dire “che schifo” non andava bene e non era quello il modo corretto di esprimersi.

Bisogna dire “Non mi piace”.

Il piacere è una cosa estremamente soggettiva ed è proprio questo il suo bello.

Non sempre ciò che piace ad una persona potrà essere gradito allo stesso modo da un’altra, il rapporto con ciò che amiamo e che ci aggrada è unico e speciale, nessuna persona sarai mai in grado di rappresentarlo egualmente.

Qualcuno potrebbe obiettare dicendo che comunque la bellezza è soggettiva e che la qualità di un prodotto, sia esso un libro, un quadro, un brano musicale, un film, una scultura (persino una persona), può essere comunque determinato da una serie di canoni e standard che questa sappia o meno rispettare.

Certo, sicuramente è così; ciò non toglie, comunque, che persino di fronte ad un’opera di inestimabile bellezza vi sarà sempre almeno una persona che troverà l’ardire di commentare: “Non mi piace”.

E per lo stesso motivo, ci sarà sempre almeno una persona capace di apprezzare un prodotto di scarsa qualità.

Ho iniziato a rendermi conto di quanto fosse importante imparare a dire “Non mi piace” quando ho realizzato che la maggior parte delle cose che apprezzavo non piacevano invece al resto dei miei amici e, al tempo stesso, ero io stessa a rifiutare buona parte delle cose che la stragrande maggioranza delle persone diceva di gradire.

Trovano ingiusto che gli altri definissero come “oscene” tutte quelle cose che io, invece, amavo e così ho capito che se io avessi fatto lo stesso anche altre persone avrebbero cominciato a sentirsi offese.

Così ho deciso di smettere.

Non solo, da allora ho capito che non occorre che una cosa sia bella per piacere alla gente; a me piacciono un sacco di cose brutte e sono abbastanza onesta con me stessa da riconoscere tale mancanza di qualità, sono sufficientemente obiettiva da capire quando una canzone sia poco originale, una persona poco bella, un film ed un libro dotati di una debole trama.

Al tempo stesso, certe volte, non provo interesse verso cose di indubbia qualità e ho semplicemente smesso di farmene una colpa, o di sentirmi una brutta persona perché non riuscivo a vederne l’inestimabile bellezza. Io la vedo la bellezza, certamente.

Non è comunque abbastanza da farmi sentire coinvolta.

Dovremmo averla un po’tutti questa consapevolezza, questa certezza di non essere detentori di ogni verità di questo mondo. Perché, in fin dei conti, cosa c’è di guadagnato nello smontare l’entusiasmo di una persona che, magari, voleva solo godersi genuinamente qualcosa che lo appassiona a prescindere da ciò che la gente possa pensare?

Non siamo tuttologi e quindi non possiamo pretendere di sapere cosa debba o meno piacere ad una persona, anche se siamo portati a credere che se una cosa non ci piaccia allora significa che se fa schifo e, al contrario, se a noi piace si tratta di un inestimabile capolavoro.

Possiamo farcela, no?

Alla fine sono solo 3 semplici paroline.

“Tessere di Mosaico” – ALI

Da piccola, nonostante la mia educazione tutt’altro che cattolica, avevo una folle paura del Diavolo.

Nessuno mi aveva mai insegnato a crederci, nessuno mi ha cresciuto con la consapevolezza che esistesse una forza anteposta a Dio, capace di indurre al peccato e all’eterna dannazione, eppure ogni volta che ne sentivo parlare morivo dal terrore.

Immagino sia normale, dopo tutto: cresciamo con l’idea che il Diavolo sia un’orribile creatura caprina dagli occhi di brace, malvagia e con il solo scopo di indurre in tentazione l’essere umano spingendolo a compiere le peggiori nefandezze, talvolta persino attraverso dolorosissime possessioni corporee.

Decisamente una pessima rappresentazione.

Crescendo, però, ho avuto modo di conoscere un aspetto di questo inquietante personaggio che mai, in passato, avrei potuto immaginare: distaccandomi da ogni credenza religiosa, ho studiato ed approfondito a lungo la figura di Lucifero, l’angelo caduto, fino al punto in cui non solo ha smesso di farmi paura ma ho finito, inevitabilmente, con l’affezionarmi a lui.

La tradizione lo vuole crudele, incarnazione del male e di tutto ciò che di sbagliato esiste a questo mondo; io, al contrario, ho imparato a vederlo come ciò che è veramente: una vittima, una necessità tramutata in cattiveria, un ribelle senza nessuna colpa.

È proprio suo il primo vero esilio dalla storia e ciò fa di Lucifero, a tutti gli effetti, il primo fra tutti gli esclusi.

Lucifero è un esule, un emarginato, un diverso.

Diverso da tutti gli altri angeli e diverso da ciò che, al pari degli altri angeli, avrebbe voluto essere.

Il primo racconto di questa raccolta non poteva che essere dedicato a lui. 

“WandaVision” – una perfetta opera di fanservice

Ieri è uscita l’ultima puntata della prima (ed unica?) stagione della serie tv Marvel “WandaVision.”

Ho voluto aspettare la fine della serie prima di scriverci su, perché volevo avere le idee ben chiare circa gli eventi e non lasciarmi influenzare dalle varie teorie diffuse sul web nelle ultime settimane. Sono molti gli articoli usciti in questo periodo sull’argomento e ci tenevo affinché il mio parere fosse onesto e sincero, svincolato da ogni altro genere di commento o riflessione sviscerato sull’argomento.

Premetto, in primo luogo, di non essere una grande fan della Marvel CU.

Leggevo i fumetti da piccola e sono stata una fan accanita ai tempi della prima trilogia di “Spiderman”, di “Daredevil” e degli “X-Men”, ma con il trascorrere del tempo ho un po’ perso la passione e l’interesse è andato completamente scemando quando mi sono resa conto che lo stile narrativo degli ultimi film non andava per niente incontro ai miei gusti.

Ho seguito l’ultimo filone con una certa discontinuità, senza entusiasmo ed euforia, concentrandomi più sui singoli personaggi e sul loro sviluppo che non sull’effettivo intreccio della trama, ed uno dei personaggi che ho preferito maggiormente è stato proprio Wanda Maximoff, la “Scarlet Witch” dei fumetti; lei e la sua storia d’amore con Visione mi avevano realmente emozionato e pertanto, quando ho saputo che su Disney Plus sarebbe uscita una serie dedicata a loro, ho deciso che avrei dovuto assolutamente seguirla, con aspettative  – per altro – abbastanza elevate, visto che da ogni dove ne sentivo parlare come se si trattasse di un vero e proprio capolavoro televisivo.

In un primo momento, dopo aver visto il trailer, ero rimasta un tantino perplessa: quello stile da sit-com anni 50, quella sensazione di essere anni luce distanti dagli eventi degli ultimi film mi avevano confusa e destabilizzata, ma poi – spulciando anche internet in cerca di informazioni – ho capito dove sarebbe andata a parare la storia ed ho così deciso di dargli una possibilità, sperando che per una volta non mi sarei ritrovata di fronte al solito stile umoristico di bassa lega tipico della Marvel degli ultimi anni.

Oggi, arrivata all’ultimo di questi nove episodi, non credo di essermi fatta una solida opinione in merito a questo prodotto, ma ci sono sicuramente aspetti che mi hanno convinto ed altri che, al contrario, hanno contribuito ad accrescere la mia perplessità.

Vediamoli insieme (AVVISO: Le prossime righe sono piene di spoiler, tenetevi alla larga se non avete visto la serie ma avete intenzione di farlo)

L’IDEA INIZIALE:

Lo si capisce sin dal trailer: Wanda e Visione, in un periodo non ben collocabile temporalmente, sono per qualche ragione “intrappolati” in un universo che li vede come i protagonisti di una sit-com. In realtà l’intreccio non è particolarmente fitto e si arriva ben presto a capire che quell’universo tanto contorto, nel quale le cose sembrano cambiare drasticamente da un giorno all’altro dando vita a quello che assomiglia ad un perfetto – seppur inquietante – quadretto familiare d’altri tempi, altro non è che una creazione della stessa Wanda, la quale pian piano comincia a perdere il controllo e a vedersi ritorcere contro gli eventi che lei stessa aveva plasmato.

Quest’idea di partenza mi è piaciuta abbastanza, a prescindere dal resto l’ho trovato un interessante esperimento stilistico, sicuramente differente dai soliti film della Marvel. Questo, di per sé, è già sufficiente a farmi dare un voto positivo.

LA SIT-COM

Credo che per apprezzare pienamente la scelta stilistica della sit-com si debba, in primo luogo, essere un fan del genere.

Non sono una che disdegna in toto le sit-com americane, tuttavia non posso neanche dire che siano il mio genere preferito e nello specifico non lo è quello delle serie risalenti ai primi anni 50-70, cui le prime tre puntate di “WandaVision” palesemente si ispirano – ed infatti queste ultime mi hanno annoiata a morte. Ammetto, però, che dalla quarta puntata in poi ho iniziato ad apprezzare davvero la parte dedicata alla sit-com, sia perché più moderna e quindi vicina ai miei gusti, sia perché è proprio a quel punto che la storia inizia veramente a prendere forma – non che vi siano mai particolari colpi di scena o grandi rivelazioni, diciamolo.

Ho gradito soprattutto la puntata ispirata alla serie tv “Modern Family”, una delle mie preferite, ed in generale penso che gli autori siano stati molto bravi a conciliare questo stile con il resto della trama; sicuramente è stata un’idea molto originale, distante – l’ho già detto – dal solito “picchia picchia umoristico” che la Marvel è soluta offrirci.

Ma perché proprio la Sit-Com?

La risposta ci arriva nell’ottava puntata, durante quello che io chiamo “lo spiegone di Agatha” – per chi avesse visto la serie: Wanda, rivivendo assieme alla strega i propri ricordi, ci mostra un frammento della propria infanzia vissuta in Sokovia assieme alla propria famiglia, poco prima che la guerra spezzasse per sempre la sua esistenza; durante questo breve momento di vita familiare, osserviamo come Wanda, Pietro ed i loro genitori fossero soliti guardare le sit-com americane per imparare la lingua e per sottrarsi, anche solo per pochi minuti, dall’orrore della guerra che imperversava fuori dalla porta di casa.

Wanda ha ricreato per se stessa ciò che più di ogni altra cosa era in grado di farla sentire a casa, protetta e felice.

Ho gradito molto questo aspetto, così come tutte le altre forme di “rappresentazione emotiva” del vissuto di Wanda, sui quali comunque vedrò di soffermarmi meglio nei prossimi punti.

IL CAST

Nulla da dire, ovviamente, sulla scelta del cast.

Credo che prima di questa serie non sia stato dato ai personaggi di Wanda e Visione il giusto spazio – trattandosi, indubbiamente, di personaggi secondari rispetto ai soliti Avengers – e di conseguenza non è stato possibile neanche valutare l’effettiva bravura degli interpreti (Elizabeth Olsen e Paul Bettany), i quali hanno dato prova di grande capacità attoriale durante gli eventi di questa serie.

Non che gli altri attori siano stati da meno, assolutamente, ma i due protagonisti restano sempre un po’ più impressi degli altri e in questo caso Bettany e Olsen sono stati sicuramente all’altezza delle aspettative; non si è trattata di un’interpretazione semplice, nonostante i due attori avessero già ricoperto i ruoli di Wanda e Visione questa serie li ha portati a dover affrontare un aspetto più profondo ed emotivo dei due personaggi e credo che entrambi abbiano fatto decisamente un ottimo lavoro.

In questo caso, dieci su dieci.

LA SFERA EMOTIVA

Ho letto diversi pareri su questa serie, molti dei quali l’hanno osannata come il più grande capolavoro mai creato dalla Marvel CU, ricco di novità ed innovazioni. Personalmente credo che la sola, reale innovazione di questa serie sia stata quella di dare spazio per la prima volta alla sfera emotiva dei suoi personaggi, aspetto fino ad ora trascurato o messo da parte.

Ho davvero apprezzato il fatto che per una volta al centro della scena non vi fossero le sfide, i combattimenti e le lotte all’ultimo sangue, bensì il dolore e le emozioni più profonde dei suoi protagonisti.

“WandaVision” è una serie che nasce da un lutto, quello di Wanda che dopo aver perso i genitori ed il fratello gemello, proprio quando era convinta di aver trovato l’amore e la sicurezza, qualcuno con cui poter invecchiare e trascorrere il resto dei propri giorni, si ritrova a dover affrontare anche il dolore della morte di Visione, tutto ciò che ancora sembrava dare un senso alla sua vita.

Il dolore di Wanda è così forte da penetrare all’interno dei suoi poteri e portarla alla creazione di un intero universo, un mondo ideale nel quale lei e Visione sono ancora insieme e tutto appare come roseo e perfetto, un quadretto familiare idilliaco e ameno, persino nella vita dei vicini di casa, tutti ignari di essere vittime di una trappola ormai fuori controllo.

Wanda non ricorda niente di quanto accaduto, non sa spiegare a se stessa dove e come abbia trovato il potere di creare tutto questo ed è solo nel penultimo episodio, quando Agatha la costringe ad affrontare a muso duro il proprio passato, che trova la risposta alle proprie domande, in un doloroso viaggio a ritrovo nei ricordi, fino a quel momento seppelliti nel profondo della propria anima.

La serie mostra – non so quanto consapevolmente – le varie fasi di elaborazione del lutto di Wanda, da una negazione vissuta attraverso la ricostruzione di una realtà ideale ad una forma di accettazione che le permetterà infine di andare avanti e ritrovare se stessa, una Wanda diversa da quella che abbiamo visto fino ad ora e che, di certo, ha già un futuro programmato all’interno del mondo cinematografico Marvel.

Scelta audace, scontata o brillante intuizione?

In ogni caso, una scelta che funziona.

L’INTRECCIO

Veniamo adesso alle note dolenti.

Se “WandaVision” ha saputo attirare l’interesse dei fan per l’introspezione e l’approfondimento emotivo dei suoi personaggi, non si può certo dire che abbia fatto lo stesso per la trama, la quale si evince alla perfezione sin dal primissimo episodio.

Non ci sono grandi dubbi né incertezze riguardo a quello che accadrà, l’intera serie è ascritta in quei primi 20 minuti di show ed anche se nulla viene apertamente dichiarato fino alla quarta puntata gli spettatori hanno da subito modo di capire verso quale direzione andrà il reso della storia. E a poco sono servite le mille teorie diffuse in rete dai fan, le interviste depistaggio degli autori e le pippe mentali più estrose ed articolate, nessun colpo di scena è veramente tale da sconvolgere chi guarda ma, al contrario, sono più le volte in cui si arriva alla fine dell’episodio con la convinzione che alla fine, nonostante tutto, si farà ritorno esattamente al punto di partenza.

Questo mi ha lasciato sinceramente delusa.

Capisco che la Marvel si rivolga principalmente alle famiglie e che l’interesse degli autori non fosse quello di stupire, ma creare semplicemente un coerente collegamento ai prossimi film, con i quali si darà finalmente inizio alla così detta “Quarta Fase”. Questo è il motivo per cui gli autori di “WandaVision” non si sforzati più di tanto nella scrittura degli eventi, puntando – lo abbiamo visto – più sull’emozione dei personaggi che non sulla trama. Tutte le teorie, tutte quelle idee bizzarre su come la serie stesse introducendo in realtà il Multiverso all’interno della MCU, sono semplicemente collassate su se stesse durante il lunghissimo spiegone in cui Agatha spiega agli spettatori tutto ciò che sin dal primo episodio erano già riusciti a capire.

Nessuna evoluzione: La serie inizia con il sospetto che Wanda, straziata dal dolore per la perdita di Visione, abbia creato un mondo alternativo nel quale lei e Visione potessero ancora stare insieme, e si conclude con la conferma che che Wanda, straziata dal dolore per la perdita di Visione, abbia creato un mondo alternativo nel quale lei e Visione potessero ancora stare insieme.

Tutto piatto, niente coup de teatre, niente che lasci lo spettatore con il fiato sospeso.

Perfino i cattivi sono palesemente cattivi fin dall’inizio, dunque neanche nel momento in cui questi manifestano le loro reali intenzioni sono riuscita davvero a sconvolgermi, limitandomi a sospirare profondamente e a dire a voce alta: “Sì, vabbè. Come se non lo avessimo già capito”.

Inoltre, mi è parso che alcune sottotrame siano state lasciate lì in sospeso senza troppe spiegazioni ed anche questa è una cosa che non ho apprezzato.

Se dovessi giudicare questa serie solamente per la trama il mio giudizio non sarebbe dei migliori, fortunatamente nell’insieme riesce a risollevarsi e a lasciarsi guardare con il giusto interesse.

Spesso anche con piacere.

GLI EASTER EGG

Per chi non lo sapesse, con il termine “Easter Egg” si intendono tutti quegli elementi extra collocati (o meglio, nascosti) all’interno di un prodotto audiovisivo che, in qualche modo, rimandano ad altre opere facente parti dello stesso universo.

“WandaVision” trabocca letteralmente di Easter Egg, la maggior parte dei quali provenienti dai fumetti, ed è una di quelle piccole chicche che solamente i lettori affezionati ed i più fedeli fan Marvel sono in grado di cogliere ed apprezzare con entusiasmo. Io, non conoscendone nessuno, sono andata a cercarli in rete e sicuramente non ho provato lo stesso gusto della scoperta di chi, al contrario, mastica pane e fumetti da tutta una vita.

Certo che, per i veri appassionati, ritrovare certi dettagli nella serie deve essere davvero entusiasmante, una sensazione che personalmente mi è mancata per tutto il tempo. Credo dunque che questa serie sia più facilmente apprezzabile da chi conosce i fumetti e può cogliere al meglio i dettagli nascosti, mentre per chi come me brancola completamente nel buio… Beh, a noi resta solamente la trama.

E quella, come ho già detto, non è proprio delle migliori.

SCARLETT WITCH

Che Wanda sia la protagonista indiscussa di questa serie, è cosa ovvia e scontata.

La giovane sokoviana, la cui infanzia è stata strappata via troppo presto a causa della morte dei genitori, è apparsa per la prima volta nell’universo cinematografico in “Age of Ultron”, nel quale siamo spettatori della morte di Pietro e dell’inizio della sua lenta discesa nel baratro.

Non sappiamo molto di lei ed anche la sua storia con Visione appare sempre molto frammentata, tanto che noi spettatori possiamo solamente immaginare momenti di tenerezza e di romanticismo fra i due. “WandaVision” non solo ci mostra per la prima volta come nasce l’amore fra i due, ma fa ciò che lo stesso “Age of Ultron” aveva dimenticato di fare: offrirci un background del personaggio di Wanda.

È qui che scopriamo finalmente le origini del suo potere, qui sentiamo per la prima volta parlare di “Scarlet Witch” e capiamo che lei stessa si ritrova per la prima volta a dover fare i conti con questa parte di sé ancora sconosciuta.

Ecco, questa parte mi vede molto interessata – del resto, ho sempre detto che Wanda è il personaggio Marvel che preferisco – e sono curiosa di sapere che cosa il destino abbia adesso in serbo per lei, anche se non sono sicura di avere molta voglia di guardarmi tutti i prossimi film Marvel a venire.

Concludendo, le mie opinioni su “WandaVision” sono piuttosto contrastanti: nell’insieme l’ho gradito e mi sono lasciata coinvolgere emotivamente, tuttavia sono rimasta profondamente delusa dalla trama e non riesco a vederlo come quel capolavoro che molti decantano.

Si tratta, in ogni caso, di una perfetta opera di fanservice che ha raggiunto esattamente l’obiettivo prefissato, ossia quello di intrattenere senza troppi fronzoli o giri di parole, creando un diretto collegamento a quella nuova fase cinematografica che tutti i fan stanno così bramosamente aspettando.

E questo, bisogna dirlo, è sicuramente un merito.

E voi, avete visto questa serie? Ditemi cosa ne pensate nei commenti.

“Tessere di Mosaico” – Come è Nata l’idea?

L’idea di “Tessere di Mosaico” è nata per puro caso, qualche anno fa.

Parlavo con un’amica del fatto che avrei tanto voluto scrivere un libro, ma che non avevo abbastanza idee per dare inizio ad un progetto concreto; lei, senza battere ciglio, mi disse candidamente che avevo già in mano il materiale adatto per mettere insieme un libro, racconti e riflessioni pubblicati sul mio blog che se uniti da un filo conduttore avrebbero dato vita ad una bellissima raccolta.

Così, ho iniziato a riflettere.

Nel giro di qualche anno sono riuscita a raccogliere 19 racconti, storie di vario genere e differenti l’una dall’altra, ma con in comune la stessa tematica di fondo: la diversità.

Ho imparato, nel corso della mia vita, che essere diversi dagli altri è un vanto, anche se spesso ci fanno credere che si tratti di una maledizione; da persona a mio modo differente ho dovuto imparare ad amarmi anche nei momenti in cui avrei voluto odiarmi e ad amare le diversità di ognuno senza nessuna paura e senza pregiudizi.

Ho scelto di parlare di tante diversità e di farlo con il cuore, nella speranza di riuscire – nel mio piccolo – ad emozionare i miei lettori.

Se sarò stata abbastanza brava, me lo dirà solo il tempo.

Vi ricordo che potete acquistare “Tessere di Mosaico- Racconti di diversità” sul sito di Monetti Editore, su Goodbook e sugli store online di IBS e Feltrinelli. A breve (spero) anche su Amazon.