Sono Federica e soffro d’ansia.

Lo scrivo qui, apertamente, per la prima volta dopo chissà quanto tempo.

Lo scrivo perché se parlo di lei ad alta voce, se esibisco fieramente e senza vergogna la mia lettera scarlatta, magari la farò diventare un po’ meno forte.

Un tempo credevo che parlare pubblicamente dei propri problemi significasse andare alla ricerca dell’attenzione o della compassione della gente; oggi capisco che si tratta solo di un modo come un altro per guardare negli occhi il nostro demone e provare a renderlo un po’ meno minaccioso.

Fa strano dirlo così, semplicemente, come se fosse una cosa di poco peso.

Sono Federica e sono nata a Pisa.

Sono Federica e ho quasi trent’anni.

Sono Federica e soffro d’ansia.

Convivo con l’ansia da quando avevo diciassette anni e no, non pensavo a lei come ad una malattia.

Non prendevo farmaci, non parlavo con dottori, non sono mai stata portata di corsa in ospedale perché quell’ansia m’impediva di respirare.

Ero solo una persona un po’ troppo nervosa e suscettibile, dicevo.

Sensibile forse un po’ più del dovuto, a tratti anche un po’ esibizionista, perché non c’è mai stata emozione o bellezza a questo mondo che non sentissi di dover condividere con il prossimo.

L’ansia andava e veniva, mi faceva sentire a disagio ma poi scappava via senza lasciare più traccia, al punto da convincermi che quello che sentivo, in fin dei conti, era solamente un po’ di stress, forse dovuto proprio al mio essere così tanto sensibile e suscettibile alle reazioni del mondo esterno.

Non soffri d’ansia, Federica.

Sei solo più sensibile ed emotiva di altra gente.

E ad ogni pensiero negativo, ad ogni respiro fuori ritmo o dolore al petto che avvertivo, la risposta era sempre la stessa: è solo stress.

Nulla che debba farti allarmare o preoccupare.

E poi, quasi di punto in bianco, l’ansia è tornata.

Quasi a volermi ricordare di lei, come una vecchia conoscente messa da parte per troppo tempo e che adesso, in seguito ad una lunga attesa, torna ad elemosinare la mia attenzione.

E questa volta non era più possibile ignorarla, fingere che non vi fosse e che non fosse vero.

No, Federica: non è solo stress.

E’ ansia.

E’ la tua ansia che torna a far visita.

Chi non ne soffre o non lo ha mai sentito sulla propria pelle, non sa davvero che cosa significhi avere ansia. Certe volte mi è capitato di sentirmi dire che andava tutto bene, che in fin dei conti stavo solo esagerando e che mi facevo troppi problemi per cose inutili, per situazioni che con un po’ di calma e lucidità sarebbero state sicuramente risolvibili.

Come se fosse semplice trovarle, quella calma e quella lucidità.

Alcune persone hanno pensato che certi miei pensieri, comportamenti o preoccupazioni, fossero insensati e qualcuno, probabilmente, avrà anche pensato che esibire le mie ansie fosse solo un tentativo un po’ troppo patetico di attirare l’attenzione degli altri.

Del resto, ho sempre saputo di essere un po’ teatrale come persona.

Credo che la maggior parte della gente si limiti a pensare che essere ansioso significhi, nella stragrande maggioranza del tempo, preoccuparsi troppo e senza motivo, avere pensieri o comportamenti che potrebbero essere gestiti se solo si provasse a ragionare tranquillamente, e spesso cercano di risolvere questo infame stato d’animo con un gentile ed amichevole “Cerca solo di non pensarci, vedrai che passerà tutto quanto”.

Forse perché, vista da fuori, non do l’idea di una persona che sta male e allora basta annuire e dirmi soltanto che è tutto ok, che quella che mi appare come una giornata storta si raddrizzerà di certo nel corso del tempo.

Avere l’ansia, però, è molto più di tutto questo.

E’ stare bene, benissimo anche, per un periodo di tempo indefinito, durante il quale posso arrivare a pensare che finalmente lei se ne sia andata, che abbia deciso di abbandonarmi per sempre e di lasciarmi in pace per il resto della mia vita; per poi riavvertirne nuovamente il peso sulle spalle, non appena i troppi pensieri o le troppe sensazioni mi si accumulano addosso.

E’ svegliarmi la mattina con un grosso magone allo stomaco, perché non so se avrò la forza di affrontare il resto della giornata.

E’ cercare rassicurazioni ovunque ed in chiunque, e sentirmi mortificata ogni volta che qualcuno tende a sminuire tale bisogno, perché è proprio in quel momento che i pensieri si accumulano e ad ogni nuova richiesta di conferma – sull’essere una buona persona, una buona amica, una buona fidanzata – subentra l’ennesima paura che saranno proprio quelle domande ad allontanare gli altri da me.

E’ chiedermi se i miei amici mi vogliono ancora bene, quando per tanto tempo non si fanno sentire.

E’ sentirmi sempre da meno degli altri, anche quando nessuno sembra darmene motivo.

E’ guardare le altre ragazze e sapere di non essere bella quanto loro, e sentirmi triste al riguardo perché, in fin dei conti, qualche volta sarebbe bello guardarmi allo specchio ed essere realmente soddisfatta di ciò che vedo.

E’ avere dolori muscolari, tensione e fatica all’altezza del petto.

E’ avere difficoltà a dormire la notte e quando invece ci riesco, talvolta, è avere sogni ed incubi ricorrenti, magari legati a momenti traumatici della mia vita.

E’ avere un milione d’impegni ed interessi diversi, ma non riuscire a star dietro a tutti e sentirsi in difetto se qualcosa non va secondo i piani.

E’ aver paura di non essere in grado di riuscire al meglio in tutto ciò che amo e desiderare di smetterla, perché non mi sento all’altezza delle mie stesse aspettative.

E’ pensare all’eventualità che qualcosa possa andare storto un sacco di tempo prima che ciò accada e spesso, in realtà, senza neppure avere motivo di pensarlo; che poi, in effetti, il più delle volte le cose finiscono anche per andar bene, e sentirsi dire “Hai visto? Sei la solita paranoica, ti preoccupi per niente e alla fine le cose vanno sempre bene!” mi fa sentire ancora peggio perché no, non era affatto semplice pensare che tutto sarebbe andato bene.

E mi fa incazzare da morire sentirmi dire che bastava solamente preoccuparsi un po’ di meno.

Avere l’ansia è sentirmi spesso col fiato corto, avere mal di testa, mal di pancia e ricordarmi ogni volta che no, non è la mia salute che sta vacillando: è solamente la mia ansia.

E’ pensare sempre troppo, soffermarsi su qualsiasi aspetto della vita e non riuscire a trattenere i miei pensieri.

E’ non riuscire a tener ferma la gamba quando mi siedo.

E’ voler scoppiare a piangere quando troppe emozioni mi sopraffanno e, talvolta, è non volerlo fare per paura del giudizio degli altri.

E’ avere attacchi di panico talmente forti da farmi voler andare all’ospedale, perché ho paura di morire da un momento all’altro.

Ed è convivere con la paura che un altro attacco possa presentarsi nuovamente, magari quando sarò al lavoro o in compagnia dei miei amici, con il rischio di rovinare la giornata a me ed alle persone che mi stanno intorno.

E’ aver paura di essere troppo pesante, lagnosa ed assillante, al punto da convincere le persone a cui tengo che, in fin dei conti, stanno molto meglio senza di me.

E’ la paura della dipendenza da quei farmaci che la dottoressa mi ha prescritto e che ancora non ho avuto il coraggio di prendere, nonostante le due settimane di crisi di panico e pianti incontrollati.

E’ la confezione di Xanax che dal comodino mi fissa e prende tempo, come a voler dire “Tanto io lo so che prima o poi avrai bisogno di me”.

E’ la paura del futuro, di un futuro che si prospetta solamente bello e rassicurante, ma questo alla mia ansia non importa, perché a lei piace nutrirsi di paure e di incertezze; ma forse è solo un presente che ancora mi tiene lontana da quel futuro, come quegli ultimi faticosissimi chilometri che precedono il traguardo, i più lunghi e dolorosi di tutto il tragitto.

E’ il senso di colpa per ogni persona che non sono riuscita ad incontrare, per ogni aiuto che non ho potuto offrire, per ogni favore chiesto o per non essere stata capace di mettermi da parte per qualcun altro.

E’ voler essere perfetta, ineccepibile in ogni cosa che faccio, e rimproverarmi ogni errore più di quanto potranno mai fare gli altri.

E’ il rimpianto di aver rovinato momenti piacevoli per me o per gli altri, o la paura di averlo fatto e di poterlo fare ancora.

E’ trascorrere due giorni in compagnia di persone meravigliose e nonostante l’ansia cercare di arrivare fino in fondo, per poi realizzare che non mi bastavano le energie; e trattenere le lacrime o irrigidirmi in pubblico, per paura di quello che gli altri avrebbero potuto pensare.

E’ scrivere adesso queste righe con la paura nel cuore.

Paura di essere giudicata o di non essere presa sul serio.

Paura di essere abbandonata.

Paura di essere bollata da qualcuno come “malata” o “pazza”.

Paura di perdere le persone a cui tengo.

Per questo so di doverlo fare: perché non sono io ad averne paura, ma lei.

Perché solo parlandone apertamente, facendo il suo nome ad alta voce ed esibendola con fierezza a tutte quelle persone che mi sono accanto, riuscirò a renderla meno forte.

E lo farò con il mezzo più semplice ed efficace che conosco: la scrittura.

Perché scrivere mi rende forte, mi rende resistente; mi fa dimenticare i problemi e le preoccupazioni, e quando non ci riesce mi aiuta a trasformarli in arte.

E mi aiuta a parlare agli altri in maniera efficace, quando la mia voce non sa farlo.

Non so se scrivere tutto questo servirà davvero a qualcosa.

Ma se ho la possibilità di rendere la mia ansia un po’ meno forte, di certo ne sarà valsa la pena

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Perché il calcio femminile ci fa ancora così paura?

09 Luglio 2006.

Tredici anni fa la nazionale italiana vinceva i Mondiali di Calcio, con somma gioia ed entusiasmo di tutto il paese, me compresa, che per la prima volta assistivo ad una vittoria del genere – per i mondiali del 2002 non sono stata così fortunata e dal 1998 in su ero decisamente troppo piccola per interessarmi allo sport in tv.

Oggi, tredici anni dopo ( e qualche giorno addietro) la nazionale femminile è stata fieramente eliminata dalla sua avversaria olandese, una sconfitta decisamente dignitosa, se consideriamo quanto sia forte la squadra dell’Olanda e quanto bene abbiano giocato le nostre ragazze durante le prime partite di qualificazione.

Riconosco di non essere una grande conoscitrice del calcio femminile, ma in generale mi piace guardare lo sport e sebbene non abbia potuto, per mancanza di tempi e di mezzi, seguire con costanza questi mondali femminili, ho sempre cercato di tenermi aggiornata sugli esiti delle partite e sul percorso delle nostre atlete azzurre.

Avrei tanto voluto scrivere questo mio articolo celebrando la vittoria dell’Italia, ma sono già molto contenta di questo primo risultato e mi auguro che tutto ciò costituisca un preludio ad un futuro un po’ più roseo e soddisfacente per quanto riguarda il calcio femminile come sport in Italia.

Me lo auguro ma, sfortunatamente, per adesso non sembrano esserci grandi premesse.

Non certo perché le ragazze non se lo meritino, ma perché da quanto ho avuto modo di leggere durante gli scorsi giorni, noi italiani (e chiedo scusa se utilizzo questa forma al plurale così erroneamente generica) non siamo ancora pronti ad accettare che uno sport così tipicamente maschile – almeno in questo paese – possa esser eseguito a livello professionistico anche da una donna, senza contare poi il fatto che queste atlete vengono tipicamente mascolinizziate e criticate in qualche modo anche per il loro aspetto ed atteggiamento “poco femminile” e, pertanto, assai spesso discutibile.

Lasciamo perdere il fatto che in molti hanno sentito il dovere di sottolineare, ossia che il calcio femminile non è neanche lontanamente bello come quello maschile ed è molto più lento e noioso: parliamo di due tipologie di sport completamente differenti e non si può pensare di fare un paragone, così come non si possono paragonare altri migliaia di sport a seconda della categoria maschile o femminile. Certo che sono differenti, così come è differente il corpo maschile e femminile, la muscolatura, le peculiarità fisiche… Nessuno sport sarai mai uguale a seconda del genere che lo pratica, avremo sempre delle differenze significative che non rendono, in ogni caso, una versione migliore o peggiore dell’altra.

E’ una critica che può avere senso finché rimane una mera osservazione, ma se nasce per far polemica, allora dovrebbe essere semplicemente stroncata prima ancora di avere il tempo di creare inutili dissapori.

Comunque sia, non è questo il vero problema: il problema sta nel fatto che molti dei commenti che ho letto su internet (e talvolta anche sui giornali, cosa assai più grave) in merito alle atlete della nazionale femminile, erano di origine e matrice sessista.

Ora, qualcuno potrebbe dire che sono esagerata e che non posso continuare a vedere del sessismo ovunque, ma credetemi che le mie accuse hanno un solido fondamento, e ve lo mostrerò di seguito:

due

 

uno

Visto? Puro e semplice sessismo.

Che sia questione di oggettivare una donna per essersi messa in una posizione che, se fosse stata assunta da un uomo, avrebbe dato minore adito a commenti e battutine maliziose, o che si tratti di criticare il suo aspetto in quanto troppo mascolino, o darle della lesbica perché se pratichi uno sport del genere non possono piacerti gli uomini, o del maschiaccio perché è difficile immaginare che una volta uscita dagli spogliatoi possa indossare una minigonna o dei tacchi alti.

O definirla una dilettante, perché lo sport che pratica non la rende certo al livello dei suoi colleghi maschi, specialmente se consideriamo il suo stipendio.

Eppure sono molte le atlete italiane di fama mondiale, donne alle quali non ho mai visto riservare un simile trattamento – al contrario, molte di loro vengono sovente elogiate come le campionesse che sono – e questo mi fa pensare che il problema di base sia proprio il calcio, lo sport maschio per eccellenza, che probabilmente può essere eseguito alla perfezione solamente da persone dotate di un cromosoma Y.

Quanto meno in Italia.

Non so voi, ma tutto questo mi mette addosso una grande tristezza, perché non fa altro che sottolineare il fatto che viviamo in un paese nel quale le donne sembrano essere ancora inferiori agli uomini, o quanto meno disturba il fatto che possano esistere donne dotate di una particolare forza e di un intenso ascendente sulle persone che le circondano.

Insomma, basta vedere come la maggior parte del popolo italiano ha reagito di fronte alla presa di posizione della capitana della Sea Watch Carola Rackete, o di come sia stata criticata la giovane Greta Thumberg per la sua accesa lotta all’ambiente: donne evidentemente frustrate, riccone viziate, insoddisfatte, manipolate… Mai una volta che si faccia leva sulle loro virtù –e dire che ce ne sarebbero un bel po’ da elencare.

Che cosa significa questo? Che il nostro paese ha paura delle donne forti e sicure di sé, come se una donna dovesse essere necessariamente un agnellino remissivo da proteggere o una guerriera tiranna, incapace ad accettare il supporto o il contributo maschile? E’ così difficile pensare che una donna leader, una donna che sa il fatto suo e che non ha paura di mostrare apertamente le proprie idee ed il proprio carattere, non deve essere vista come una minaccia?

Essere per la parità di genere significa che una donna può porsi allo stesso livello di un uomo, non certo che abbia intenzione di sottometterlo… Ma allora, perché si fa ancora tanta fatica ad accettarlo?

Sfortunatamente non possiedo la risposta ed è un vero peccato, perché questo potrebbe magari aiutarmi ulteriormente nella mia costante lotta contro il sessismo e gli stereotipi di genere! Per adesso, purtroppo, posso solo limitarmi a scrivere qualche pensiero delirante su questo blog, nella speranza che qualcuno mi ascolti.

E magari, nel frattempo, andrò a farmi una cultura sul calcio femminile: che se a differenza della nostra nazionale maschile, dovesse qualificarsi nuovamente ai prossimi mondiali, voglio essere ben preparata quando mi ritroverò a dover fare il tifo.

Crederci

Sapete qual è la cosa più difficile?

Crederci.

Credere che finalmente la vita ci abbia regalato qualcosa di bello, che per la prima volta dopo anni non riceveremo la solita sberla in faccia, il solito calcio negli stinchi e l’ennesima pugnalata al petto.

Credere che tutto stia finalmente andando per il verso giusto.

Non accettarlo, quello è decisamente più facile: non è certo un problema accettare le cose belle, se qualcuno venisse da voi e vi offrisse un assegno da un milione di euro, di certo non vi fareste scrupoli ad accogliere con entusiasmo un simile dono! Credere che stia capitando sul serio, però, è tutto un altro paio di maniche.

E’ che ci si abitua sempre, alle cose brutte: alle delusioni, alle sconfitte, alla tristezza o a quella perenne sensazione di essere un fallito, di non valere nulla.

Ci si abitua ad essere la seconda scelta (o a volte anche la terza o la quarta), a dover faticare il doppio degli altri per ottenere un buon risultato, a non sentirsi mai abbastanza o a dover elemosinare parole di encomio o di gratificazione, come se in fin dei conti i nostri buoni risultati non fossero gesti da premiare ma il minimo sindacale perché, alla fine, altro non abbiamo fatto se non il nostro dovere.

A questo impariamo a credere: a non essere degni o meritevoli di un lieto fine, ad essere calpestati e lasciati in mezzo alla strada, incompresi, messi da parte o disprezzati.

Ci abituiamo al dolore, tanto che quasi non concepiamo più la gioia.

Eppure la gioia esiste e prima o poi arriva, se sappiamo attendere con pazienza e senza mai perdere la speranza… Solo che, appunto, inizialmente stentiamo sempre a crederci.

E ci chiediamo sempre dove possa essere la fregatura, quando il mostro si manifesterà ai nostri occhi dopo essersi abilmente celato ad essi… Perché un mostro ci deve pur essere, insomma! C’è sempre stato, in ognuno dei capitoli che hanno preceduto quello nel quale ci troviamo ci sono sempre stati draghi, mostri o simili da dover sconfiggere, che ci hanno lasciati coperti di ferite e di cicatrici, dunque dovrebbe essere lo stesso anche in questo.

Invece no, nessun mostro.

E questo spaventa persino più di tutto il resto, perché nessuno abituato ad affrontare i draghi conosce quella sensazione di quiete e di pace seguita da nient’altro se non da se stessa.

Perché la quiete, per quelli come noi, precede solamente una tempesta.

Ma no, adesso non è più così… La senti questa calma, questa pace?

Si chiama tranquillità.

E’ quella sensazione di benessere, di equilibrio e di serenità che si avverte di solito quando le cose, finalmente, prendono la piega giusta. Che poi magari ha un miliardo di sensazioni che ti rimbalzano fra mente e cuore ma non fa niente, perché quello stato di serenità tu te lo porti nell’anima ed è sempre lì presente, ad accompagnarti dolcemente giorno dopo giorno.

Anche se prima sembrava essersi totalmente dimenticata di te.

E no, non è semplice abituarsi a tutto questo, credervi ciecamente.

Talvolta ti senti come uno di quei cani che per tutta la propria vita è stato picchiato e maltrattato, e quando finalmente una mano gentile si avvicina per dargli una carezza, lui si ritrae intimorito, non sapendo bene che cosa aspettarsi.

Perché quella mano, fino a ieri, serviva unicamente a fargli male.

Per cui si, ci mettiamo un po’ ad abituarci alle cose belle… E no, questo non significa certo che non ce la faremo mai! Solo che, probabilmente, ci metteremo un po’ più di tempo rispetto ad altre persone, ed avremo bisogno di fermarci, di tanto in tanto, e di guardarci intorno per essere certi che sia tutto a posto.

Ed avremo bisogno di conferme, talvolta, perché per quanto possiamo credere a quello che ci diranno gli altri, sarà sempre molto difficile non ascoltare le ansie e quelle vocine subdole che ci echeggiano nella testa.

Però alla fine ce la faremo.

Perché in fin dei conti non siamo da soli in tutto questo e forse è proprio questa la più grande ed importante differenza: che quando soffri, solitamente, ti ritrovi da solo.

Ma quando sei felice – felice davvero – c’è sempre qualcuno al tuo fianco, ad aiutarti persino a sopportare quell’incredibile senso di smarrimento che, strano ma vero, accompagna nella luce chi fino a poco tempo prima aveva sempre e solo tentennato in mezzo al buio.

Numeri e valutazioni: veramente efficaci?

Tempo di esami, tempo di voti.

Era da tempo che avevo in mente di scrivere questo articolo, ma onestamente non riuscivo mai a trovare un momento che lo rendesse pertinente, pertanto ho deciso di attendere fino al momento in cui, per buona parte degli studenti del nostro paese, sarebbe arrivato il momento di affrontare il tanto temuto esame di maturità.

Aaah, la maturità! Ricordo ancora perfettamente il mio esame, anche se da quel periodo sono oramai passati circa… ehm… Undici anni (porca miseria, quanto sono vecchia). Ricordo ogni cosa, le ansie, le preoccupazioni, le ore di studio e quelle di sonno perso, e la stanchezza di fine corsa che mi trascinava a stento verso la fine, conscia del fatto che di lì a breve sarei finalmente stata libera, a prescindere da come sarebbero andate le cose.

E libera lo diventai abbastanza presto, intorno al 27 di giugno: Promossa e diplomata, con una votazione di 67 su 100.

Letteralmente una miseria.

Ma poco mi importava del voto, ero finalmente uscita da quella scuola che per cinque anni mi aveva dolorosamente tenuta prigioniera, facendomi passare momenti traumatici e dolorosi (fatica nello studio, bullismo, emarginazione), e di tutto quello che la gente avrebbe pensato di me per aver preso un voto così basso, non mi importava un bel niente.

Perché, in fin dei conti, era solo un numero.

Come tutti quei numeri che mi avevano valutato nell’arco di quei cinque anni di liceo classico, più o meno positivamente e spesso in maniera tutt’altro che valida o attendibile.

In effetti, ho sempre pensato che il mio voto di maturità fosse perfettamente coerente con il mio andamento scolastico delle superiori: sono sempre stata una persona da sette scarso e mi sono diplomata con 67 , quasi il mio destino fosse stato già deciso dal fatto che, per la maggior parte dei miei insegnanti, altro io non ero che una semplice combinazione di numeri da cui trarre una media.

Io, come tutti i miei compagni di classe.

Ho continuato a non dare importanza a quei numeri quando, arrivata all’università, sono stata valutata con altri numeri, seppure con differenti risultati: fioccavano 27, 28, talvolta persino 30, ed iniziai a rendermi conto che quel valore numero che per cinque anni mi ero portata dietro, non mi rappresentava affatto.

E probabilmente, neppure quei numeri ricevuti ad ogni esame o quello che, alla fine del mio corso di studi, mi venne attribuito per merito della mia tesi.

Nessuno di quei numeri.

Per il semplice fatto che il mio valore, come quello di chiunque altro, non è misurabile.

On si può determinare quanto una persona valga attribuendole un numero, per il semplice fatto che esistono milioni di differenti aspetti nel suo carattere, nella sua personalità o nelle sue capacità, e a nessuno di esso può essere dato un numero per renderlo visibile al resto del mondo.

Basti pensare al fatto che esistono 9 differenti tipi di intelligenza e che molto raramente sono egualmente sviluppate in un individuo, pertanto la pretesa di poter valutare pienamente l’intelligenza di una persona attraverso la valutazione di un solo di questi aspetti è del tutto assurda.

Non si può definire stupido un ragazzo con una bassissima intelligenza logico-matematica ed un elevato QI emotivo, perché non si può pretendere di determinare l’intelligenza di una persona passando per un percorso unidirezionale quale la capacità di fare conti o di ragionare logicamente.

Per la stessa ragione, non si può determinate il valore di un individuo tramite parametri ben definiti o misurabili.

Dunque, resto ferma sulla mia posizione: i voti numerici sono più negativi che altro.

Perché, specialmente quando gli studenti sono ancora giovani ed emotivamente vulnerabili, lasciano facilmente passare l’idea che una persona debba essere valutata per quello che sa e non per quello che ha dentro.

Per le sue capacità di imparare a memoria e studiare un testo, piuttosto che per la sua gentilezza.

Per le sue abilità nel risolvere problemi di logica o matematica, piuttosto che per la sua empatia.

Per le sue conoscenze e non per la sua capacità di osservare il mondo.

In molti sono capaci ad imparare qualche nozione scritta in un libro o ad accumulare informazioni per sentito dire, in tanti ci riescono; ma avere un mondo interiore complesso e variopinto, essere sensibili, capire ed osservare tutto ciò che ci circonda e saper comprendere le emozioni altrui è ben più difficile e spesso, sfortunatamente, si tende a darlo per scontato.

Dunque, alla luce di tutto questo, è davvero così utile continuare a dar voti agli studenti?

Beh, dipende dai punti di vista.

Secondo la mia mentalità da Hyppie sarebbe molto più semplice assegnare semplici giudizi e commenti costruttivi, piuttosto che incasellare le persone in semplici voti, ma sono convinta di non riscontrare la piena approvazione e la condivisione di tutti.

Una cosa, comunque, vorrei dirla in ogni caso: a tutti gli studenti di questo mondo, io dico di non scoraggiarsi e soprattutto di non prendere troppo a cuore quei numeri ai quali verranno loro assegnati.

Che tanto, per quello che conta veramente nella vita, sarete sempre e solamente voi stessi a giudicarvi.

Da quando ti sei fidanzata non ti si vede più…

Lo so, lo so… Sono una pessima blogger.

Il punto è che io ci provo davvero a stare dietro a tutti gli articoli che vorrei scrivere ma poi, alla fine, mi ritrovo sempre con un milione di cose da fare ed il tempo da dedicare alla scrittura si riduce sempre ad una minuscola parte delle mie giornate, così che mi ritrovo a dover sospendere temporaneamente persino rubriche cui sono tanto affezionate, come questa.

L’ho già detto un sacco di volte, lo so, ma stavolta vorrei provare davvero a ricominciare a pubblicare con costanza, per cui almeno un lunedì ogni due settimane farò tutto ciò che è in mio potere per aggiornare la rubrica ed affrontare un nuovo argomento in vostra compagnia.

A cominciare da oggi.

Parliamo, nello specifico, di quelle persone che all’inizio di una nuova relazione spariscono e perdono di vista i vecchi amici, come risucchiate all’interno di una sorta di buco nero con le fattezze e le medesime sembianze del proprio partner.

Anche Carrie si ritrova a dover affrontare questo momento di incomprensione con le proprie amiche, le quali all’inizio della sua relazione con Mr. Big la accusano di non essere più presente come un tempo.

E’ curioso che io mi ritrovi proprio adesso a trattare questo argomento, essendo piuttosto di recente uscita da una discussione molto simile con alcuni amici; in effetti, qualche tempo fa, avrei egualmente sparato a zero su chiunque avesse messo da parte i propri amici per il proprio partner e mi è capitato più di una volta, da single, di prendermela ogni qualvolta accadesse una cosa del genere.

Adesso che sono fidanzata, lo capisco.

Intendiamoci, non giustifico chi sparisce dalla vita dei propri amici per stare tutto il tempo con il proprio partner, ma comprendo benissimo quali siano le ragioni che ci portano, all’inizio di un rapporto, a dover rivedere completamente la propria vita anche in funzione di questa persona. Posso parlare facendo appello alla mia esperienza: io sono stata single per anni, sono stata l’amica sfigata per una vita intera e non ho mai avuto bisogno di dividermi fra i miei amici ed un ragazzo, perché il ragazzo in questione puntualmente finiva per togliersi di torno nel giro di poco tempo, dunque il problema non si poneva neanche.

Ero sempre presente, sempre a disposizione, sempre pronta a partecipare ad un evento o una serata, perché non avevo nessun altro con cui dover dividere la mia vita.

Nove mesi fa, ho conosciuto quello che a breve diventerà il mio convivente e per forza di cose il nostro rapporto, evolvendosi nel corso del tempo, ha fatto sì che anche il mio rapporto con gli amici cambiasse.

Badate bene, parlo di cambiamenti e non di rotture.

Perché un simile cambiamento nella mia vita, una relazione importante e per mia gioia improntata verso una certa stabilità, non potevano non riflettersi egualmente sui vari aspetti della mia vita: ho un ragazzo che vive in un’altra città – distante appena mezz’ora dalla mia, per carità, ma sono comunque sempre in movimento – ed io trascorro da lui tutti i fine settimana, ho ampliato di conseguenza il mio giro di amicizie ed iniziando a lavorare ho, inoltre, meno tempo a disposizione per vedere tutti.

E’ dunque normale che, a questo punto, le cose siano differenti.

E va bene così, è la vita adulta ed i rapporti umani si mantengono perché riescono ad evolversi parallelamente all’esistenza di ogni individuo; ho avuto meno tempo per alcuni amici, ma non ho mai smesso di cercarli, divenendo semplicemente meno disponibile in termini di orari e richiedendo una maggiore organizzazione nel fissare i nostri incontri.

Per essere chiara, non ho perso interesse in nessuno ma ho semplicemente cambiato le esigenze nella mia vita e, pertanto, le mie modalità di trascorrere il tempo con le persone – il che, comunque, non cambia certo il fatto che sia sempre pronta ad offrire loro il mio sostegno ed il mio aiuto, oltre che l’affetto, in qualsiasi momento del giorno.

Ho anche imparato a perdonare chi, come me, ha fatto altrettanto mettendomi dall’altro lato della barricata; ora capisco cosa significhi essere in coppia, essere una donna adulta che lavora e cerca di farsi una famiglia, cercando di mantenere viva la propria vita sociale e non biasimo più nessuno per essersi reso meno disponibile di prima.

Eppure, alcune persone me lo hanno fatto pesare ugualmente.

E molte persone lo fanno con i propri amici, forse un po’ egoisticamente perché si fa troppa fatica ad accettare che una persona un tempo sempre disponibile lo diventi sempre meno; oppure, senza scomodare l’egoismo, lo si fa per la paura del cambiamento, perché tutto ciò che non conosciamo ci spaventa e sembra quasi pericoloso, per cui meglio conservare lo status quo piuttosto che rischiare di affacciarsi su di un dirupo e non vederne mai la fine.

Adesso, ho imparato che il cambiamento fa bene.

Che la vera sfida non è non cambiare mai, ma sapersi adattare al cambiamento e con esso essere in divenire; perché solo in questo modo i rapporti possono continuare ad esistere ed i rapporti veri, specialmente le amicizie, resistono al tempo e a qualunque genere di intemperie.

Dunque, a tutti quei lettori che come me si sentono o si sono sentiti in colpa per aver messo in secondo piano qualche amicizia a discapito del proprio rapporto di coppia, dico di non farlo: un rapporto di coppia, specie uno destinato a durare, ha bisogno di molta cura e di premure e nei primi tempi soprattutto si deve fare qualche sacrificio per farlo durare e per crearne solide fondamenta.

Certo, mai a discapito degli altri rapporti.

E’ semplicemente necessario saper trovare un equilibrio e la cosa è possibile, io ne sono la dimostrazione.

E per quelle persone che, nonostante tutto non vorranno restare nella vostra vita… Beh, non preoccupatevi: Che se è amicizia vera, nessuno avrà mai la forza di andarsene e lasciarvi alle spalle.

Paura

Ti fa paura?”

Mi fa paura.”

Non è così strano, sai? Ho paura anche io.”

Tu? Paura?”

Da morire.”

Non ti credo. Tu non hai mai paura.”

Ti assicuro che ne ho, tanta quanta ne hai tu!”

Oh… Questo è un bel problema.”

Ah, sì? E perché?”

Beh, perché tu sei la mia roccia! Sei la mia forza, la mia certezza, il mio luogo sicuro quando mi sento persa. Se anche tu hai paura, come facciamo?”

Semplice: ci facciamo forza a vicenda.”

Tu credi? Ma io non sono così forte.”

Tu credi? Ma lo sei, amore mio. Lo sei più di quanto tu possa pensare.”

Sì, beh… Forse. Ma lo sono perché ci sei tu con me.”

Oh, no. Tu sei forte e basta. Ti si legge negli occhi, tutta la tua forza brilla nel tuo sguardo.”

Ma piango continuamente.”

Sei forte, dunque: non temi le tue emozioni e questo significa essere forti, coraggiosi.”

E ho paura dei cambiamenti.”

E chi non ne ha? Forse solamente gli incoscienti.”

E non ho fiducia in me stessa.”

Dubitare di sé stessi è il primo vero segno di intelligenza.”

E quindi?”

E quindi non solo sei forte, sei pure intelligente.”

Va bene. Dunque, non dovrei avere paura?”

No, è giusto che tu ne abbia. Te l’ho detto, ce l’ho anche io.”

E allora?”

E allora avere paura in due è molto meglio, perché possiamo proteggerci a vicenda. E so che tu mi proteggerai.”

Io ti proteggerò.”

Io ti proteggerò.”

Per sempre?”

Per sempre.”

…”

…”

Adesso chiedimelo di nuovo.”

Che cosa?”

Se ho paura.”

Hai paura?”

Oh, sì: sono terrorizzata.”

E allora?”

E allora, tu mi farai passare ogni paura! Così è più bello, non credi?”

Ah, sì?”

Certo! E’ sempre così facile quando tutto va bene, ma quando si superano i problemi ci si sente sempre un po’ più bene. E si ama sempre un po’ più forte.”

…”

Ti piace pensarla così?”

Mi piace pensarla così.”

Dunque?”

Dunque andiamo.”

Sì, ma tu tienimi la mano. Che con le tue dita strette strette fra le mie, fa sempre un po’ meno paura.”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sognatori e Realisti

Ci sono I sognatori e ci sono i realisti.

I sognatori spesso trovano i sognatori e i realisti trovano i realisti, ma il più spesso di quanto si pensi succede il contrario.

I sognatori hanno bisogno dei realisti che gli impediscano di volare troppo vicino al sole e i realisti… Beh, senza i sognatori, potrebbero non alzarsi mai da terra.”

Questa frase, senza dubbio una delle mie preferite, è tratta dalla serie tv “Modern Family” e personalmente trovo essere uno dei migliori spunti di riflessione che io abbia mai ricavato da un prodotto televisivo negli ultimi anni.

Ho sempre pensato a me stessa, senza troppe difficoltà, come ad una sognatrice.

Non vi sono mai stati dubbi al riguardo: ero una di quelle bambine distratte, vivaci e con la testa sempre fra le nuvole, che amava intrattenere se stessa e gli altri con racconti e visioni fantastici; con il trascorrere del tempo sono diventata una ragazzina distratta e fantasiosa ed ho iniziato a collezionare sogni, alcuni via via lasciati indietro o dimenticati, altri invece portati dietro lungo il mio cammino, tanto da accompagnarmi ancora adesso, che sono diventata una donna ancora tanto romantica e sognatrice.

Non so se riuscirò mai a realizzare anche solo uno di quei sogni, ma non smetto mai di sperare che un giorno qualcosa di magico ed inaspettato possa accadere; mi piace pensare che l’universo intorno a noi abbia un piano per tutti e non rimetto unicamente al destino il merito di quanto mi accade, ma non nego di avere una certa predilezione per questo genere di cose e di emozionarmi come una bambina ogni volta che ho la sensazione di aver ricevuto un segno o una sorta di benedizione dall’alto.

Non sono una persona totalmente irrazionale, ma vivo ed agisco per lo più sull’onda delle mie emozioni ed è per questa e per la mia innata capacità di immaginarmi le cose, che amo definirmi ancora, dopo una tanti anni, una sognatrice.

Una di quelle che, nonostante tutto, crede ancora nelle fiabe.

Probabilmente la maggior parte delle persone potrebbe pensare che sarei finita con un sognatore come me, che avrei trovato come compagno di vita uno spirito emotivo e fantasioso come il mio, con il quale poter vivere un milione di sogni ed avventure al di fuori dell’immaginabile.

Eppure, il mio lui è un realista.

Non uno di quei realisti cinici ed insensibili, ma uno di quelli con i piedi per terra, razionale al punto giusto da non lasciarsi prendere dal panico come solitamente faccio io, fantasioso abbastanza da riuscire ad ammaliarmi ma non al punto tale da far sì che la ragione perda il controllo a discapito di un qualcosa di troppo irrazionale.

Siamo diversi sotto molteplici aspetti e per questo complementari: lui mi aiuta a tenermi coi piedi per terra quando rischio di volare troppo in alto, seda le mie ansie e mi aiuta a ritrovare il controllo della mia parte razionale quando, impulsivamente, mi ritrovo ad agire sull’onda dell’emozione; io lo aiuto a vedere il mondo sotto ad una luce differente, più rosea del normale, lo porto in contatto con la sua parte emotiva, rendo più forte e più vivida la sua immaginazione.

Io lo sollevo da terra, lui mi trattiene dal pericolo dell’altezza.

Potrebbe sembrare assurdo, strano ed improbabile, però funziona.

Non solo, funziona a meraviglia.

Perché quando due opposti si incontrano, ricevono dall’altro tutto ciò che a loro manca e ciò contribuisce, in qualche modo, a renderle persone migliori; persone complementari, che grazie al proprio rapporto ed alla propria vicinanza riescono a divenire forti in un ambito in cui, da soli, vi era solamente debolezza.

A volte mi capita di pensare a come sarebbe la mia vita con un altro sognatore ed onestamente, non penso che mi sentirei altrettanto soddisfatta dalla mia relazione tanto quanto lo sono adesso: un altro sognatore, con molta probabilità, finirebbe per mettere i propri sogni in competizione come i miei o non saprebbe consigliarmi nei momenti di maggiore difficoltà, incapace di risvegliare la mia parte razionale perché, proprio come me, incapace di vivere e di pensare se non sull’onda delle proprie emozioni.

Ed io, al tempo stesso, non sarei utile a lui e non avrei la capacità di risvegliare in lui qualcosa di sopito o al quale non riesce a far fede, nonostante gli innumerevoli tentativi.

Ed io amo il mio dolcissimo realista, perché mi completa e mi fa sentire speciale ogni giorno che passa.

A volte pretendiamo di essere felici e soddisfatti di quello che abbiamo.

Altre, invece, impariamo ad amare tutto ciò che non possediamo ma che un altro ci possa donare.

 

 

 

 

 

 

 

 

“Game of Thrones”, un finale in declino?

Ebbene sì, lo ammetto: Faccio parte di una di quelle persone rimaste profondamente deluse dal finale di “Game of Thrones”.

Non seguo la serie da molto tempo, mi sono decisa a seguirla solamente tre anni fa e sono una di quelle profane che non ha mai letto i libri, pertanto non oso considerarmi un’esperta né tanto meno penso di avere le capacità di commentare in maniera adeguata l’andamento della serie ed in particolare di quest’ultima stagione.

Tuttavia, in qualità di spettatrice, mi arrogo il diritto di poter dire la mia in merito a quanto ho avuto il dispiacere di vedere sui miei schermi e ad esprimere un mio parere riguardo alle scelte narrative e stilistiche degli sceneggiatori.

Partiamo, innanzitutto, col fare una premessa: io non ho mai letto i libri, l’ho già detto, e per questo tutto ciò che dirò si baserà unicamente su quanto ho visto nel corso degli episodi della serie televisiva, a prescindere da quale fosse la visione di Martin riguardo al carattere ed allo sviluppo dei personaggi.

Quello che ho sempre visto, in questa serie, mi è piaciuto e mi ha colpito nonostante la mia proverbiale sensibilità a tematiche quali la violenza e la drammaticità di determinate scene, proprio perché i personaggi sono sempre stati ben caratterizzati e non erano mai banali o statici, ma tutti quanti hanno seguito un percorso evolutivo che li rendeva versatili e particolarmente interessanti agli occhi degli spettatori. Per dire, il mio personaggio preferito è sempre stato Theon Greyjoy, proprio per la complessità del suo carattere e delle sue vicende, ma nell’arco degli episodi ho avuto modo di cambiare molto spesso idea sugli altri protagonisti, apprezzandone il cambiamento e l’evoluzione, oltre che lo spessore e la complessità emotiva.

Immagino dunque che sia questo il motivo per cui ho letteralmente detestato quest’ultima stagione e non solo per la totale incoerenza e fallacia della sceneggiatura (la quale faceva acqua da tutte le parti e non posso nascondere il fatto che dopo essermi spoilerata l’ultima puntata ho creduto per diverso tempo che si trattasse solamente di una bufala, perché no, non potevano davvero aver pensato ad un finale del genere. E invece…) ma soprattutto per il modo in cui alcuni personaggi sono stati trattati, in particolare Jamie e Daenerys.

Partiamo dalla nostra giovane Kaleesi.

Ho sentito molte persone sollevare un’obiezione molto interessante, ossia che Daenerys avesse sempre avuto la stessa follia di suo padre e che la sua esplosione finale di delirio fosse stata letteralmente preannunciata già da alcuni cambiamenti avvenuti nelle stagioni precedenti e che comunque, all’interno dei libri, questa pazzia era sempre stata particolarmente evidente.

Ripeto, non posso rispondere su quanto racchiuso nei libri perché non li ho mai letti e proprio per questo faccio da portavoce a tutti coloro che, come me, conoscono “Game Of Thrones” solamente attraverso la serie: tutto ciò che non fa parte del prodotto televisivo, non ha necessariamente influenza su di esso, specialmente in casi come quello di GoT, che da diverso tempo aveva ormai scelto di distaccarsi completamente dalla linea narrativa dei libri.

Se tu, sceneggiatore, decidi di rappresentare un personaggio in un certo modo e non lo fai nella stessa maniera in cui è stato fatto nei libri, non si può utilizzare la giustificazione del “nei libri era così” nel momento in cui tale personaggio si mostra come incoerente rispetto a quanto è stato rappresentato fino a quel momento.

E sì, Daenerys è incoerente.

O meglio, non ha uno sviluppo narrativo sufficientemente coerente, sprofondando nella pazzia in una maniera troppo repentina e non graduale, che rende il suo percorso molto più simile ad una folle inversione di rotta piuttosto che ad una lenta evoluzione verso il delirio.

Cosa che, a mio avviso, avrei apprezzato molto di più ed avrebbe avuto di certo molto più senso: non si diventa folli tutto di un colpo, la pazzia cresce lentamente all’interno della mente di una persona e no, non basta vedere una testa mozzata e sentire due campane per decidere di sterminare follemente una città intera – sorvoliamo, per altro, di quanto io abbia provato fastidio nel vedere una simile scena. Ma vabbè, qui andiamo a sforare in un contesto ben differente.

Non dico che Daenerys non fosse pazza, davvero, ma che da un punto di vista narrativo la sua pazzia non ha avuto il giusto sviluppo e che la storyline che l’ha vista come protagonista nelle ultime tre stagioni è stata superficiale e sbrigativa, senza un vero e proprio criterio logico e totalmente priva di cura.

Stessa cosa è, purtroppo, accaduta a Jamie.

E se per Daenerys sono disposta a chiudere un occhio, perché la sua è stata una semplice mala gestione dei tempi narrativi piuttosto che un’incoerenza di fondo del personaggio, non posso fare altrettanto con Jamie, del quale gli sceneggiatori sembrano aver dimenticato ogni cosa a partire dalla seconda stagione fino ad oggi.

Sì, insomma… Ve lo ricordare Jamie Lannister, no? Quello che è passato dal gettare un bambino giù da una torre ed aver un rapporto morbosamente malato con sua sorella al combattere per persone che avevano bisogno di aiuto e a difendere gli innocenti, arrivando persino a mettere da parte il senso di devozione e di lealtà che aveva nei confronti della propria famiglia?

Bene, dimenticate tutto.

Il Jamie che ho visto nelle ultime puntate, quello che muore disperato fra le braccia di sua sorella, non è il Jamie Lannister che ho conosciuto nell’arco di questa serie; è un Jamie la cui evoluzione ha avuto un ruolo di mero transito e senza alcuno scopo, se non quello di ricondurlo fra le braccia di Cercei come se nulla di quello che gli era accaduto negli ultimi anni fosse servito a qualcosa.

Da spettatrice – e da persona che ha la pretesa di capirci qualcosa di scrittura – mi sento parecchio offesa dal lavoro degli sceneggiatori e ne sono altresì delusa, considerato il fatto che la serie era partita come un capolavoro e vantava il primato di essere una delle migliori (se non la migliore) serie degli ultimi anni.

Si sa, però, che le leggende non durano in eterno e probabilmente è stato proprio questo il vero problema di “Game of Thrones”: l’ambizione.

Quella cieca bramosia di essere migliore di qualsiasi cosa, forse persino migliore di un originale rimasto in sospeso; una bramosia che ha fatto credere ad un gruppo di scrittori di poter maneggiare con facilità un prodotto che avrebbe avuto la necessità di una cura ben maggiore di quella che gli è stata riservata.

Talvolta, quando si cerca di volare troppo alto, si va incontro alla sconfitta.

E questa è stata la triste sorte di “Game of Thrones”, un’opera nata come un innovativo capolavoro per poi tramontare in un inesorabile declino verso la mediocrità.

Almeno, per quanto riguarda la tv.

Per gli amanti della letteratura ci sono ancora buone speranze per un finale degno e glorioso, ma vi consiglio di armarvi di pazienza e di serenità.

O di fantasia, nel caso in cui le cose dovessero diventare troppo lunghe.

Ai miei compagni di viaggio…

Ho scoperto di essere un’attrice molto tempo addietro, che non avevo neppure dieci anni.

L’ho scoperto così, superficialmente, come può scoprirlo una bambina appassionata di teatro e che a differenza delle sue coetanee trascorreva le proprie giornate guardando alla tv gli spettacoli di Anna Marchesini e riproponendoli ai propri familiari fino alla sfinimento; l’ho scoperto per caso e per molti anni quella passione è rimasta sopita sotto a strati di gioco e fantasie d’infanzia, fino al giorno in cui, grazie alla scuola, non arrivai finalmente a consapevolezza di volerlo diventare davvero.

Un’attrice.

Ne sono passati di anni, da allora, e le molteplici esperienze mi hanno portato oggi a fare parte di una delle più straordinarie compagnie che potessi mai desiderare, di una grande ed affettuosa famiglia che da quattro anni mi ha accolto fra le proprie braccia e spero decida di non lasciarmi mai andare.

Di spettacoli con la mia compagnia ne ho vissuti tanti, sia da spettatrice (principalmente) che come attrice ed è solo da qualche mese che ho effettivamente iniziato a partecipare attivamente alle rappresentazioni più importanti, quelle che vanno ben oltre il semplice saggio di fine anni e che si presentano in teatro, per intrattenere un pubblico pagante che non è fatto di soli amici e parenti, ma di sconosciuti che, per una sera, hanno scelto di farsi rapire dalla magia del teatro, mettendo in breve pausa la realtà.

E’ una sensazione splendida, quella di essere un’attrice a tutti gli effetti.

Ti fa sentire parte di un tutto, parte di un gruppo che ti protegge e ti da forza, e che tu stessa sai di voler proteggere e rafforzare grazie al tuo semplice contributo, una piccola goccia in mezzo al mare che, alla fine, ha reso possibile la formazione di un intero oceano.

L’ho vissuta spesso quella sensazione, in modo più o meno intenso.

E l’ho provata ieri sera, salendo su di un palco per la prima di uno spettacolo che stavo aspettando da quasi un anno.

Questo mio post non vuole essere un racconto, una discussione tecnica o una sorta di recensione di quanto avvenuto ieri: questo post, semplicemente, è una dedica.

Ad un regista che ha creduto così ciecamente in uno spettacolo dai temi importanti e socialmente impegnati da portarlo in scena nel giro di qualche mese, nella speranza di scuotere ed emozionare gli animi degli spettatori tanto quanto lui stesso ha avuto modo di scuotersi ed emozionarsi la prima volta, stringendo fra le mani quella pièce teatrale.

E che ha creduto in me a tal punto da scegliermi fra una ventina di provinanti e volermi parte del suo cast.

Ad una aiuto regista così attenta, scrupolosa e disponibile da farci sempre sentire al sicuro in ogni momento di incertezza e di difficoltà, come una mamma chioccia disposta ad accoglierci e a coccolarci ogni qualvolta il regista diventasse – come è giusto che sia – un po’ più rigido e severo.

Ed alle mie compagne di palco, sopra ogni cosa.

Amiche di vecchia data, in alcuni casi, ed altre di più recente origine, donne che stimo ed ammiro per bravura e per lo splendido animo che possiedono, perché in fin dei conti non puoi avvicinarti all’arte e dar così abile sfoggio di essa se dentro al tuo petto non batte un cuore nobile e dal tessuto aureo.

A voi, sorelline mie, va tutto il mio affetto e tutta la mia sentita gratitudine: perché non è semplice, per una persona insicura come me, reggere il confronto con attrici con tanta più esperienza e capacità di me; eppure, nessuna di voi mi ha mai fatta sentire fuori luogo, meno abile e capace, nessuna mi ha mai fatto credere che quel palco non fosse semplicemente il posto dove, assieme a voi, avevo tutto il diritto di esistere.

Mi avete regalato istanti di magia pura, durante questo spettacolo, come se la complicità , le risate e le mille emozioni già condivise alle prove non fossero bastate.

Mi avete dimostrato quanto grande ed accogliente sia questa famiglia, mi avete resa forte e sicura di me sopra a quel palco, mi avete accompagnata lungo una strada tortuosa e faticosa, alla cui fine abbiamo trovato il più grande e meraviglioso dei tesori.

Siete state al mio fianco, tutte schierate l’una accanto all’altra, come se non esistessero differenze fra di noi: nessuna più avanti o più indietro di un’altra, semplicemente allineate lungo il medesimo cammino.

Mi avete dato tanto e tanto da me avete preso.

E mi avete ricordato che la bellezza del teatro non sta nell’individualismo o nella solitudine di un singolo riflettore, ma nella forza di un gruppo coeso, accogliente ed affettuoso.

Un gruppo che, su quel palco, di fa scordare completamente che cosa significhi essere soli.

Un abbraccio

Un abbraccio.

Ecco, se potessi adesso me ne darei uno e mi stringerei forte, fino a farmi mancare il fiato.

Perché me lo merito, un piccolo gesto di affetto da parte mia; per ricompensarmi di tutte quelle volte che mi sono fatta del male, che ho permesso alle mie ansie di avere la meglio su di me, per tutti quei momenti in cui ho pensato di non essere abbastanza.

Prima, quando arrivavo a sentirmi in questo modo, mi limitavo a rimproverarmi.

Ora capisco che quei rimproveri non avevano alcun senso, perché quando ti feriscono e ti spezzano il cuore, inizi a sentirti giustificato; capisci che quelle sensazioni, quel malessere e quel senso di arrendevolezza erano mossi da qualcosa, da un dolore all’anima che con il tempo era diventato sempre più forte e faceva male, così male da pensare di non riuscire a trovarne cura.

La cura, però, c’è sempre stata.

Era dentro di me, ed io lo sapevo – dopo tutto – perché non ho mai smesso di lottare e di credere che tutto potesse andare bene, alla fine.

Perché non ho mai smesso di essere ottimista, di fidarmi e di sperare che il sole avrebbe continuato a splendere nonostante il buio, nonostante le ferite e le delusioni.

Ecco perché non mi merito più alcun rimprovero, ma un abbraccio.

Perché non è da tutti sopportare ciò che ho sopportato io.

Perché non mi sono mai spezzata, nonostante le mille cadute e le batoste prese.

Perché non ho mai permesso a nessuno di spegnere la luce che arde dentro di me.

E quindi sì, mi concedo il lusso di aver avuto paura.

Di essermi sentita fragile, di aver permesso alle mie ansie di martoriarmi e di farmi sentire insicura, rimpiazzabile, sostituibile.

Di non essermi sentita forte, anche se forte lo sono sempre stata.

E magari non ho del tutto zittito quelle voci nella mia testa, ma di certo sono arrivata a trasformarle in un sussurro; un sommesso sussurro che, prima o poi, svanirà evanescente nel silenzio.

Perciò oggi mi merito un abbraccio.

Per tutta la strada che ho fatto fino ad ora, per i mille progressi, per i chilometri di strada percorsi.

Forse non sono ancora diventata uno splendido fiore nel pieno della sua bellezza, ma di certo ho iniziato a sbocciare.

E voglio premiarmi, per tutto questo.

Perché non esiste vittoria migliore di quella premiata dal proprio amore.