Ma le dimensioni contano?

Perdonatemi, amici lettori, per la lunga assenza (sono state settimane frenetiche, praticamente non ho quasi avuto il tempo di avvicinarmi con calma al computer e scrivere) e bentornati ad un nuovo appuntamento con la nostra rubrica sul sesso.

Come avrete notato, ho deciso di cambiare il giorno della settimana dedicato alla rubrica, perché di recente il sabato mi riesce piuttosto difficile riuscire ad aggiornare ed ho così pensato di slittare di un paio di giorni, anche per dare un inizio un tantino più leggero e gradevole alla nostra settimana.

Oggi parliamo – sì, vado così a bruciapelo – di dimensioni.

I fan della serie forse ricorderanno l’episodio che vede come protagonista Samantha, alle prese con le sue difficoltà con le – fin troppo – esigue dimensioni del nuovo partner sessuale, un uomo col quale sarebbe stata persino disposta ad intrattenere una relazione stabile e duratura, salvo poi tirarsi indietro proprio a causa del suo tutt’altro che irrilevante problemino genitale (ed altrettanto iconica è la risposta che l’uomo rivolge in seguito a Samantha, sottolineando il fatto che magari il vero problema non era il proprio pene troppo piccolo, ma la sua vagina troppo grande).

Naturalmente, quando ci ritroviamo a dover affrontare l’argomento la risposta a qualunque forma di dubbio inerente alle dimensioni dell’apparato maschile si riassume più o meno sempre nel solito modo: No, le dimensioni non contano affatto.

Eppure, siamo davvero tutti d’accordo?

Personalmente, ritengo in primo luogo necessario fare una doverosissima premessa: nei limiti della media, non dovrebbero essere una discriminante significativa per il soddisfacimento del piacere femminile; parliamo di un range che si aggira approssimativamente intorno ai 12 – 16 cm in condizioni di erezione (attenzione, siamo parlando di valori medi), per cui qualsiasi dimensione che si trovi al di sopra o al di sotto di esso inizia già ad essere considerato come “anormalità”.

In effetti, se consideriamo il fatto che una vagina è indicativamente lunga 8cm e larga 2, fino a dilatarsi ad un massimo di 10 cm durante l’eccitazione, un pene di dimensione superiore ai canonici 16 cm potrebbe causare non poche difficoltà, principalmente legate al dolore durante la penetrazione; allo stesso modo, un pene troppo corto potrebbe non consentire facilmente il raggiungimento di determinate zone erogene e per quanto, salvo dimensioni veramente minime, non vada necessariamente ad incidere sulla possibilità di provare piacere alla propria partner, ridurrebbe il rapporto ad un numero ben più scarso di possibili posizioni.

E’ un problema, diciamocelo, che molto smesso di sente a sottovalutare: è vero che fino a quando restiamo all’interno di un determinato range di cm non si può effettivamente parlare di problemi, ma a causa di un pene significativamente piccolo ( e badate bene, intendo DAVVERO piccolo, ad un livello che nella maggior parte dei casi può rasentare il patologico) il rapporto potrebbe avere delle difficoltà non da poco, anche perché la clitoride deve essere comunque stimolata in qualche modo e non essendo così scontato che una donna riesca a raggiungere l’orgasmo semplicemente attraverso la stimolazione vaginale, il soddisfacimento del piacere femminile potrebbe non essere affatto raggiunto, neppure con tutta la buona volontà di questo mondo (e se qualcuno se lo stesse domandando, vi assicuro che non parlo assolutamente per esperienza personale).

Un pene troppo grande, d’altro canto – specialmente se tale eccesso di cm tende a svilupparsi nel suo diametro – può arrivare veramente a provocare dolore durante il rapporto, tanto da rendere persino impossibile l’andare avanti; vero che il tessuto della vagina è noto per essere elastico, ma per quanto una donna possa essere in grado di far uscire da essa un bambino, ciò non può comunque avvenire senza dolore… E per quanto io sia una grande sostenitrice del BDSM, non posso certo dire che il dolore durante il sesso sia sempre e comunque sinonimo di piacere.

In sostanza, non mi vedo totalmente concorde con l’affermazione “Le dimensioni non contano”, che correggerei piuttosto in “Le dimensioni non sempre contano, ma nella maggior parte dei casi aiutano”, ma non credo neppure che esse bastino, di per sé, a motivare la fine di una relazione: se in camera da letto ci sono dei problemi, chiudere un rapporto senza neppure aver tentato di risolverli è assolutamente sbagliato, bisognerebbe piuttosto provare a parlare ed andare insieme alla ricerca di una soluzione e, se possibile, di un punto d’incontro.

Anche perché la penetrazione non è tutto e la cosa bella del sesso è che il piacere può essere raggiunto in tanti modi, basta semplicemente sapersi ascoltare e comunicare, essere attenti alle reciproche esigenze e, più di ogni altra cosa al mondo, sentirsi complici del proprio partner.

In questo modo, sarà possibile superare anche lo scoglio delle dimensioni che, per quanto importanti, non dovrebbero mai essere una ragione per porre termine ad un rapporto.

Il sesso, in fin dei conti, è fatto di fantasia ed innovazione… E dunque, usiamoli!

 

 

 

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A volte ritornano…

Va bene, lo riconosco… Sono stata una pessima blogger ed una pessima scrittrice.

Non scrivo e non pubblico da quasi un mese e non perché non avessi nulla di cui parlare, ma perché il tempo si è sfortunatamente accanito contro di me, riempiendomi di cose da fare e privandomi di tutti quei momenti di pace e tranquillità che sono soliti conciliare la mia scrittura.

In effetti, di cose di cui parlare ce ne sarebbero un sacco, a cominciare da quello che succede nel mondo, per poi arrivare a quel che succede dentro di me; al di là delle migliaia di articoli che ho lasciato in sospeso da mesi e che – lo giuro – tornerò presto a pubblicare, ciò che mi è mancato veramente è stato scrivere delle mie emozioni, delle avventure che ho vissuto e di tutte quelle sensazioni che ho provato negli ultimi tempi.

Nel mio ultimo post, facendo riferimento ad una delle più belle scene del film “Vi presento Joe Black” parlavo di quanto mi sentissi pronta a ricevere quella tanto sognata “felicità delirante”della quale avevo sempre sentito parlare; fino a qualche settimana fa io pensavo davvero di meritarmela, ma non ero sicura di quanto ancora distante io fossi da essa, se fossi realmente sul punto di sfiorarla o se ancora la mia strada fosse lunga ed imperitura.

Oggi, io quella felicità la sento davvero.

Magari starò anche esagerando, non lo so… Però per la prima volta dopo un sacco di tempo, io sento di essere in equilibrio: con me stessa, con gli altri, con la vita in generale.

Ho ancora paura del futuro, lo ammetto, ma sono ottimista ed ho fiducia in me stessa, nelle mie capacità e nel fatto che riuscirò a camminare con le mie gambe e a farmi strada nel mondo utilizzando esclusivamente le mie forze, le mie capacità e tutta la passione e l’entusiasmo che mi caratterizzano.

E poi, ho avuto modo di realizzare di recente che cosa significhi per molte persone avermi nella propria vita e nel rendermi conto di quanta gente mi reputi importante e speciale, ho capito che non vi alcuna ragione al mondo per pensare che non possa davvero esservi qualcosa di bello e di prezioso nella mia persona.

E poi ho capito che le cose belle, quelle belle veramente, accadono sempre all’improvviso e non c’è una vera spiegazione sul perché o in che modo avvenga: succede e basta, e quando ciò accade bisogna solamente chiudere gli occhi, sorridere ed abbracciare senza domande quella felicità.

Che tanto, alla fine, quando la felicità decide che è arrivato il momento di trovarci, il modo di arrivare a noi lo troverà sempre.

A prescindere da tutto il resto.

“Abbi una felicità delirante…”

O almeno, non respingerla.

Questo è ciò che dice William Parrish (magistralmente interpretato da Anthony Hopkins) a sua figlia, nel film “Vi presento Joe Black”:

Abbi una felicità delirante”.

Sono le toccanti parole di un padre ad una figlia tanto bella quanto intelligente, una donna brillante ma profondamente cinica e disillusa, rassegnata all’idea di avere davanti a sé una lunga vita piena di successi e soddisfazioni, ma del tutto priva di passione ed emozioni travolgenti.

Un destino che nessun padre vorrebbe mai augurare alla propria figlia ed è per questo che William Parrish, ancora così romantico e vitale, nonostante l’età ormai avanzata, insiste così tanto affinché la ragazza abbatta i propri muri e si lasci finalmente andare all’ascolto del proprio cuore.

Ricordo che da ragazzina andavo matta per questo film, conoscevo praticamente a memoria ogni singola battuta di questa splendida scena e per anni non ho fatto che sognare di poter raggiungere a mia volta quel magico obiettivo che William Parrish auspicava per sua figlia: Egli descrive l’amore come passione, ossessione, qualcuno senza il quale sia impossibile vivere ed io ho sempre creduto che quella fosse davvero la sua unica ed inequivocabile definizione, e che prima o poi quell’amore sarebbe venuto a bussare anche alla mia porta.

Sono cambiata molto da allora, nonostante io continui ad essere una persona fortemente entusiasta, ottimista, romantica e sognatrice, qualcosa è cambiato nel mio modo di guardare alla vita, il mio romanticismo ha messo da parte i propri aspetti più melensi e stucchevoli per raggiungere una consapevolezza molto più matura, la certezza che amare non significhi avere bisogno di un altro individuo per sentirsi completi, ma renderlo parte della nostra completezza, delle nostre forze e debolezze, accoglierlo a braccia aperte dentro al nostro piccolo, strano mondo.

Cerco ancora la passione, ho imparato che è possibile trovarla anche nelle piccole cose, nei gesti più semplici e forse per questo più belli ed importanti. Ho capito che nel momento in cui il mio destino sarà finalmente tracciato, tutto ciò che ho sempre cercato saprà come trovarmi e lo farà nella maniera più semplice e naturale possibile.

Non so quanto ancora io sia distante da essa, ma di una cosa sono certa: io quella felicità delirante me la merito e probabilmente è molto più vicina a me di quanto io stessa non riesca a pensare.

Forse a tal punto da riuscire già a sfiorarmi dolcemente con le sue morbide dita.

 

 

 

 

 

 

 

 

Alla mia terra, ridotta in cenere.

Ho sempre sentito dire che nasciamo sotto l’influsso di un elemento naturale, dal quale finiamo per essere inevitabilmente attratti ed al quale non possiamo fare a meno di sentirci legati, per il resto della nostra vita.

Non so quanto sia vero, ma nel mio caso ho sempre sentito un forte legame con il fuoco, elemento che mi governa: non solo io sono impetuosa, passionale, testarda ed impulsiva, ma per qualche ragione ho sempre pensato che vi fosse qualcosa di magico in quelle fiamme, qualcosa di bellissimo ed affascinante, dentro al quale non potevo fare a meno di perdermi.

Amo da sempre il fuoco e spesso mi fa male realizzare quanto questo possa essere pericoloso per la natura stessa e per il genere umano; accade troppo di frequente che la crudeltà degli uomini sfrutti la bellezza e la potenza del fuoco per ferire i propri simili o la terra che li ha cresciuti, e questo porta ad averne paura, a guardare ad esso con timore, con la preoccupazione che esso possa solamente far del male.

Succede spesso, troppo spesso.

E pochi giorni fa, è successo nella mia terra.

Li conosco da sempre, i monti pisani – è inevitabile, quando abiti in quelle zone: ci andavo da piccola, quando i miei genitori o le maestre di scuola mi portavano al museo di Calci, a vedere gli animali o li scheletri di balena; andavo a camminare nei boschi in cerca di funghi, di castagne, o semplicemente per il gusto di passeggiare fra quelli splendidi colori autunnali; erano il teatro delle vacanze e dei ponti festivi, delle grigliate con gli amici, delle gite fuori porta durante le tiepide giornate di sole primaverile.

Non ci ho mai vissuto, a differenze delle vere vittime di questa tragedia, ma il legame con quelle terre io ce l’ho nel sangue e sono giorni che il mio cuore piange, e si contorce di fronte alle immagini di quei monti e dei boschi adesso completamente arsi e ridotti in cenere, distrutti dall’indescrivibile crudeltà di esseri umani che ancora adesso io fatico a definire tali.

Laddove prima vi erano verde, vita, bellezza, adesso c’è solamente un’enorme distesa di dolore.

Non so chi sia responsabile di tale abominio, non so neppure quali siano le ragioni di tanta crudeltà – vendetta, malattia, ragioni politiche o economiche – e in fin dei conti, non credo davvero di aver bisogno di dare risposta alle mie domande; la sola cosa a cui riesco a pensare è che la mia terra sia stata distrutta, che i miei fratelli e le mie sorelle siano stati feriti e che dove un tempo aleggiava la vita, adesso sia la morte a regnare sovrana.

Mi rincuora sapere che in una simile devastazione non vi siano state vittime, che la distruzione abbia toccato “solamente” alcune case e la vegetazione, ma come si può restare impassibili di fronte a tutto questo? Persino adesso che il fuoco è spento, che le foreste hanno smesso di bruciare, io mi sento come se qualcosa dentro di me fosse stato spezzato.

Vorrei poter fare qualcosa, ma non è in mio potere.

Vorrei poter vedere quelle persone sfollate tornare nelle proprie case senza la morte nel cuore, vorrei poter tornare fra quelle montagne e rendermi conto che è ancora tutto come un tempo, che nulla sia stato distrutto e martoriato.

Vorrei non sentirmi come se qualcosa dentro di me fosse stato strappato via, ridotto in cenere come quei centinaia di ettari di bosco, ma è così che ci sentiamo adesso io e tutti i miei concittadini: smarriti, come tutti quegli animali la cui casa è andata distrutta; inariditi, come i terreni su cui per anni non crescerà più niente.

E davanti ai miei occhi, c’è sempre quell’immagine: quel fuoco che arde come una pira dell’inferno.

La crudele bellezza di una natura che va in pezzi.

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“Chiamami col tuo nome” – commenti ed opinioni.

Volevo parlare di un film che negli ultimi mesi ha fatto parlare parecchio di sé, sia in termini positivi che negativi: “Chiamami col tuo nome”, del regista italo americano Luca Guadagnino.

Non vorrei farne una vera e propria recensione, preferirei piuttosto dare un parere estremamente personale al film e soffermarmi, infine, su alcune vicende un po’ più recenti che hanno avuto luogo a Napoli sempre in merito alla questione della pellicola.

Andiamo in ordine: il film è tratto dall’omonimo libro di André Aciman, scrittore statunitense, e narra l’appassionata storia fra il giovane Elio, un giovane diciassettenne ebreo e italiano, ed Oliver, studente americano ventiseienne. Confesso di essermi tenuta alla larga dalle sale cinematografiche per due ragioni, la prima di natura strettamente economica (non avevo molti soldi e cercavo di andare al cinema solo per vedere film che mi interessassero realmente) e l’altra direttamente connessa alla mia tipica tendenza a guardare con sospetto opere artistiche generalmente idolatrate dalla maggior parte del pubblico – ed in questo caso, il fatto che buona parte dei miei contatti virtuali avesse adorato la pellicola ha acceso in me un forte disinteresse nei suoi confronti, piuttosto che il contrario.

Mi sono decisa, tuttavia, a dare una possibilità a questo film nel momento in cui stava nuovamente tornando in alcune sale, continuavo a sentirne parlare e così mi sono detta che era effettivamente giunto il momento di guardarlo, tanto più che un paio di persone di mia conoscenza me ne avevano parlato in maniera tutt’altro che entusiasta e così hanno finalmente riacceso il mio interesse sopito degli ultimi mesi.

Voglio essere estremamente sincera con voi: ho trovato il film a dir poco insostenibile.

Sì, lo so che è stato stra acclamato dal pubblico e dalla critica, che ha vinto un sacco di riconoscimenti e che si è guadagnato molteplici nomination, ma io semplicemente l’ho trovato pessimo, noioso e privo di spessore.

Al di là del giudizio tecnico, per cui di buono c’è solamente una splendida scenografia malamente accostata ad un montaggio pessimo ed una regia tutto sommato discreta – ma non per questo encomiabile – è proprio l’aspetto puramente artistico a farmi storcere il naso più di qualsiasi altra cosa. La trama, in primo luogo, è di una banalità pazzesca: Oliver, studente americano, si trasferisce in Italia per qualche settimana per ultimare un progetto di dottorato e casualmente stringe un legame molto forte con Elio, figlio del suo professore; il ragazzino, in principio, non sa bene come spiegare a se stesso ciò che sente, andando nel frattempo avanti con la sua vita – cercando, in parallelo, di rimorchiarsi l’amichetta di infanzia e di arrivare con lei in ultima base – ma alla fine Oliver riesce a sedurlo come ha sedotto tutto il mondo intorno a sé (fatto per me inspiegabile, dal momento che Oliver è a dir poco insopportabile) ed ecco che fra i due scoppia questa “meravigliosa, appassionante storia d’amore”.

Che in realtà, amore non è.

E’ più un’infatuazione, una cotta, ma il termine amore presupporrebbe che fra i due si fosse instaurato un legame stabile e duraturo nel tempo, un qualcosa che va oltre la semplice passione e che cresce e si sviluppa nel tempo, attraverso le difficoltà e la quotidianità, perché è questo che significa davvero “amore”, non ciò che Romeo e Giulietta ci hanno sempre spacciato come tale.

La trama di base è questa e per il resto del film, in pratica, non succede assolutamente niente.

Nessun colpo di scena, nessun ostacolo, niente che si metta d’intralcio o che dia un briciolo di pathos alla storia… E sì, lo so che molti film hanno uno svolgimento un po’ più lento e che questo non determina in alcun modo la qualità della pellicola, ma questo è veramente troppo lento ed una di quelle lentezze che non mi sento neppure di definire “di stile”, non rende il film più elegante o denso di emozioni… E solamente troppo lento.

Io capisco che una storia non debba essere necessariamente ricca di colpi di scena, ma qui è veramente tutto troppo semplice, persino il fatto che (SPOILER) alla fine il padre di Elio confessi di aver sempre saputo tutto del loro rapporto e di approvare tale sentimento, mi è sembrato troppo stucchevole e lezioso.

Altra cosa che non ho apprezzato, i personaggi: gli attori sono molto bravi, specialmente Timothee Chalamet che interpreta Elio, ma i personaggi sono piatti, non hanno una vera e propria personalità e non funzionano realmente se non in funzione l’uno dell’altro, presi singolarmente non hanno un granché da dire e risultano piuttosto noiosi – a parte Oliver che, lo ribadisco, è decisamente fastidioso.

Per carità, è vero che i film d’autore hanno più o meno tutti lo stesso ritmo e le stesse caratteristiche, ma questo non mi è minimamente sembrato all’altezza dei grandi capolavori del cinema internazionale, sorvolando sulla mia opinione personale che certamente non voglio spacciare come verità assoluta, ma da un punto di vista esclusivamente tecnico paragonarlo a quelli che sono realmente dei grandi capolavori mi è sembrato del tutto fuori luogo, premettendo comunque che il cinema è, come qualsiasi altra forma di arte, soggettivo e non sempre può mettere tutti d’accordo.

Ho comunque apprezzato la figura del padre di Elio, personaggio decisamente più significativo e denso di emozioni, molto bella la scena del suo monologo finale, nel quale confessa ad Elio di aver ben compreso la natura del legame che lo unisce ad Oliver, rivelando poi inaspettatamente di aver avuto un passato molto simile a quello del proprio figlio – nonostante, lo ribadisco, l’abbia trovata un po’ troppo stucchevole per i miei gusti.

Fra le altre cose che mi hanno fatto storcere il naso vi sono la rappresentazione della cerchia sociale che ruota attorno alla famiglia di Elio – un gruppo di fastidiosissimi intellettuali ebrei che trascorrono le giornate a discutere di Eraclito e massimi sistemi con un atteggiamento tremendamente snob ed una notevole puzza sotto il naso – ed il modo in cui viene trattato il tema centrale, ossia l’omosessualità di Elio ed Oliver: al di là del secondo, che essendo più grande ha già avuto modo di conoscere ed esplorare le proprie pulsioni sessuali, Elio è solamente un ragazzino che dopo anni di eterosessualità dichiara si risveglia all’improvviso e scopre di avere emozioni profonde nei confronti di Oliver, anche su un piano sessuale.

L’omosessualità, pur non avendone avuto esperienza diretta, non funziona così (e parlo per cognizione di causa, dopo essermi confrontata con un paio di miei amici gay che, a loro volta, hanno avuto molto da ridire riguardo a questo film); l’omosessualità non sorge all’improvviso, non è un lieve turbamento adolescenziale, non può essere trattata in maniera tanto spicciola come avviene nell’arco delle due ore di questa pellicola.

Qualcuno ha obiettato dicendo che non si parlare di omosessualità ma di bisessualità, il discorso comunque rimane lo stesso: l’attrazione verso il proprio sesso non sorge in maniera repentina, improvvisamente e senza creare paura e preoccupazione, passaggi che Elio nel corso del film sembra saltare a piè pari; fosse anche che questi non sia davvero omosessuale, ma attratto da Oliver in quanto persona – in tal caso di parlerebbe di etero-flessibilità – non vi è comunque spazio per il turbamento, per le ansia e la confusione, i due passano un’ora di film a fare cose irrilevanti ai fini della trama e poi, improvvisamente, si arriva all’approccio fisico come se niente fosse (per altro, nell’esatto momento della mia visione nel quale stavo per alzarmi dal divano urlando “ allora, ma vi muovete a far succedere qualcosa?”. Indice, evidentemente, che nella sua lentezza il film ha quanto meno una vaga idea di quali siano i limiti di tempistica da non dover superare).

Infine, ho trovato davvero fastidioso il fatto che trattandosi di un film a tematica LGBT, molte delle critiche sono state sminuite in quanto possibilmente influenzate da un atteggiamento di omofobia; in parole povere, “non ti è piaciuto perché parla di due uomini che si innamorano”, cosa evidentemente erronea perché 1) ho perfettamente elencato tutte le ragioni per cui questo film non mi sia piaciuto 2) sono probabilmente l’ultima persona al mondo che potrebbe essere accusata di omofobia.

Mi pongo comunque per un attimo nei panni dell’avvocato del Diavolo, dicendo che di recente ho riscontrato troppe volte un atteggiamento di “buonismo” (scusatemi il termine, non avevo altro modo per definire la cosa) nei confronti di tutto ciò che sia a tema LGBT, come se ammettere che qualcosa sia difettoso o non funzionale vada a discapito della causa o possa mettere in cattiva luce i facenti parte della comunità; personalmente cerco di essere obiettiva e non credo che tutto ciò che sia a tematica LGBT sia un buon prodotto, così come non lo è necessariamente ogni cosa che vuol parlare di razzismo, di femminismo o simili – la tematica, di per sé, non è condizione unica e necessaria per creare un prodotto di qualità.

Ho letto, per esempio, milioni di commenti di ragazze estasiate per questa bellissima storia d’amore, e di contro io l’ho trovata eccessivamente leziosa e per niente emozionante, ed inoltre ho avuto parecchio da ridire sull’atteggiamento tendenzialmente permissivo riguardo alla differenza di età fra i due ragazzi, non tanto perché la cosa sia sbagliata di per sé (17 e 26 anni sono una buona discrepanza, ma a 17 anni ci si aspetta che un ragazzo sia consenziente e dotato di pulsioni sessuali) ma più per il fatto che, se i due protagonisti fossero stati un uomo ed una donna, sarebbero state sicuramente di più le critiche ed i commenti negativi.

Comunque sia, per quanto questo film possa non essere stato di mio gradimento, non ho gradito il fatto che dopo una recente proiezione della pellicola a Napoli, su facebook siano fioccati fior fior di commenti riguardo al fatto che fosse semplicemente sbagliato ed immorale mostrare scene tanto spudorate di due uomini. Ovviamente è una cosa ridicola, nel 2018 nessuno dovrebbe continuare a negare l’esistenza dell’omosessualità o – come in questo caso – considerarla come un qualcosa di sbagliato e di immorale, eppure è ancora così e la cosa mi fa semplicemente vergognare, perché ogni volta che ho la sensazione che questa società abbia finalmente fatto un passo avanti, ecco che immediatamente ne fa altri tre all’indietro.

Per altro mi domando che cosa abbia spinto degli omofobi ad andare a vedere un film a tematica LGBT, per poi lamentarsi della cosa come se poi si trattasse di una sorpresa… In ogni caso, il problema è sempre lo stesso: è evidente che il mondo non sia ancora del tutto pronti ad accettare la diversità – almeno, non lo è buona parte della popolazione – ed è così specialmente in Italia, dal momento che la maggior parte dei commenti omofobi sono arrivati proprio dal nostro paese.

E’ vero, io stessa ho avuto da ridire su questo film e credo anche che molto spesso i prodotti a tematica LGBT siano sopravvalutati senza che vi sia veramente un valido motivo per apprezzarli, ma è certo ben peggiore la consapevolezza che viviamo in un mondo ancora così intollerante nei confronti dell’omosessualità e della sua esternazione sul grande schermo.

Sicuramente l’intento di film come “Chiamami col tuo nome” è proprio quello di normalizzare ulteriormente il “fenomeno” dell’omosessualità, sensibilizzare il pubblico e mostrare lui che non vi è assolutamente niente di strano in un rapporto fra persone dello stesso sesso, che il loro amore e le loro storie valgono esattamente tanto quanto quelle delle persone eterosessuali, ma evidentemente in buona parte ha fallito.

Certamente lo ha fatto nel nostro paese.

Mi frustra e mi infastidisce vedere quanta strada ancora abbiamo da fare, quanto siamo rimasti indietro rispetto a buona parte del mondo – anche se ci sono parti del mondo messe molto peggio di noi, questo va detto – e quante volte i miei occhi siano costretti a leggere frasi offensive nei confronti degli omosessuali e delle persone diverse in generale.

Mi piacerebbe vivere in un mondo diverso, un mondo in cui le differenze non sono più ragione di sdegno e di disgusto, dove la tolleranza e l’amore superano l’odio e il pregiudizio.

Dove si giudica un film in base alla sua trama, agli aspetti tecnici ed ai contenuti e non perché ci mostra qualcosa che non siamo ancora pronti di vedere.

Sesso e… Astinenza?

Buon sabato a tutti, amici lettori.

Come avrete certamente notato, la settimana scorsa la rubrica è saltata a causa di un imprevisto (imprevisto piacevole, non allarmatevi) ed il lato positivo della cosa è che ho avuto tutto il tempo necessario per rielaborare le informazioni ricavate dai miei ultimi sondaggi – e devo dirlo, sono state davvero tante le cose che ho avuto modo di scoprire riguardo alle persone che mi circondano.

Quest’oggi desidero parlare di mancanza di sesso, sia essa temporanea o a lungo termine.

A dire il vero, nell’episodio di riferimento, la questione viene affrontata unicamente dal punto di vista di Carrie e Miranda, che si lamentano della scarsità di rapporti sessuali nella loro vita per ragioni di diversa matrice, io invece vorrei affrontare la questione sotto molteplici aspetti.

In primo luogo, parliamo della mancanza temporanea di sesso: quando ciò avviene all’interno di una relazione, può esserci alla base un problema, nel caso in cui la cosa dovesse protrarsi troppo a lungo; quando in una coppia il sesso è sempre stato parte della relazione, la sua mancanza improvvisa potrebbe essere indice che qualcosa non stia andando per il verso giusto, potrebbe essere dovuta ad un momentaneo calo della libido o a difficoltà maggiori, che nella peggiore delle ipotesi potrebbero rivelare che i sentimenti di uno o di entrambi i partner stiano cambiando e che, magari, sia arrivato il momento di rivedere il proprio rapporto.

Non è necessariamente una tragedia se per un breve periodo uno dei due partner appare un po’ più restio all’attività sessuale, per quanto il sesso faccia parte della nostra vita non è comunque detto che un periodo di astinenza significhi mancanza in assoluto di desiderio o calo del sentimento nei confronti dell’altra persona. Possono esserci varie ragioni – stanchezza, problemi di altro genere, stress – e nel caso in cui non vi sia ragione di pensare che il rapporto stia cambiando o il sentimento sia venuto meno, sarà sufficiente affrontare apertamente il problema ed il dialogo sarà certamente d’aiuto a risolvere ogni difficoltà senza rischiare di incrinare la relazione.

Nel caso in cui, invece, tale astinenza si protragga più a lungo, potrebbe trattarsi di qualcosa di più critico di una temporanea mancanza di voglia; non necessariamente una tragedia irrisolvibile, ma di certo qualcosa di ben più complesso e faticoso da risolvere, sicuramente di interno alla coppia e perciò non necessariamente destinato ad aver esito positivo – specialmente, lo ribadisco, nel caso in cui il sesso abbia sempre giocato un ruolo di fondamentale importanza nel rapporto di coppia.

Altra storia è l’astinenza forzata nel caso in cui il periodo di “singletudine” si protragga un po’ più a lungo di quanto dovrebbe.

In questo caso, naturalmente, le cose variano da persona a persona: per coloro che non vedono il sesso come una necessità, una parte fondamentale del rapporto di coppia, è facile resistere ad un lungo periodo di astinenza – o almeno, è meno difficile di quanto non possa esserlo in diverse circostanze. Chi, invece, da estrema importanza al sesso e lo considera una necessità all’interno della relazione, fa sicuramente più fatica ad accettare un periodo di magra e non è strano che questo genere di persone vada spesso alla ricerca di relazioni occasionali e brevi avventure.

Intendiamoci, non c’è niente di male in tutto questo: quando una persona – uomo o donna che sia – mette immediatamente in chiaro quali siano le sue intenzioni, non c’è assolutamente niente di male nel voler cercare un partner che sia unicamente sessuale.

Personalmente, penso di essere una via di mezzo fra le due categorie: il sesso per me è estremamente importante, non potrei vivere una relazione senza di esso, ma non sento necessariamente la necessità di ricercarlo costantemente quando non ho una relazione. Diciamo che vado a momenti, talvolta sono tranquilla e non sento particolarmente la nostalgia dei rapporti sessuali, altre volte invece divento più inquieta ne sento davvero il bisogno di qualcuno con cui fare sesso, dunque non disdegno l’idea di andare di persona a cercare qualcuno.

Conosco diverse persone che condividono il mio punto di vista, dunque non è stato questo il risvolto più interessante del mio sondaggio; tutt’altro potrei dire, invece, in merito all’astinenza sessuale prolungata all’interno della relazione, un tipo di astinenza che – generalmente – è di tipo volontario.

Partiamo col dire che esistono due tipi di astinenza sessuale volontaria: la prima è legata ad una scelta persona di NON fare sesso con il proprio partner, ad esempio per questioni etiche, morali, religiose o di qualsiasi altro genere; la seconda, invece, riguarda tutti coloro che non praticano attività sessuale perché non provano attrazione fisica per il proprio partner (i così detti asessuali).

La mia posizione nei confronti di chi non vuole fare sesso per propria scelta, qualunque sia la ragione, è sempre la stessa: non giudico male chi decide di praticare l’astinenza, ma è una scelta di vita che non riesco a condividere e, soprattutto, non sarei in grado di stare con una persona alla quale il sesso non interessa.

Capisco che possa sembrare egoista, ma la mia è un’esigenza del tutto comprensibile e (i miei sondaggi lo testimoniano) certamente condivisa, dal momento che per me il sesso assume un ruolo di fondamentale importanza nelle relazioni; una relazione senza sesso non è una relazione, potrei parlare di amicizia o di affetto platonico, ma nel momento in cui decido di impegnarmi con qualcuno a costruire qualcosa insieme, il sesso diviene necessariamente parte dell’intero pacchetto.

La maggior parte delle persone che hanno partecipato al mio sondaggio (sia maschi che femmine) condividono la mia linea di pensiero, alcune (forse la parte più esigua) si sono mostrate ancor più intolleranti e totalmente scettici all’idea che qualcuno possa deliberatamente decidere di escludere il sesso dalla propria vita – io, ripeto, non condivido ma non mi stupisco del fatto che ciò possa accadere, e non credo che vi sia qualcosa di sbagliato in queste persone – e altri ancora, al contrario, hanno confessato di non avere alcun problema ad avere una relazione con qualcuno a cui il sesso non interessa.

Questi ultimi, in particolare, si sono dichiarati eventualmente disposti a vivere un rapporto senza sesso se l’astinenza dipendesse da una volontà del proprio partner di attendere fino al raggiungimento di un particolare “traguardo” (matrimonio, maturità emotiva personale ecc.) e per nessuno di essi era contemplabile l’idea del tradimento, perché – cito testualmente – “se sei veramente innamorato, devi rispettare il volere del tuo partner ed il sesso può tranquillamente aspettare.”

Ok, comprensibile, ma come ho già detto non mi trova d’accordo: non potrei MAI vivere una relazione senza sesso, per le solite ragioni di cui ho sempre parlato, e non avrei il coraggio di andare a ricercarlo altrove, dunque un “rapporto bianco” (così vengono definite le relazioni prive di rapporti sessuali) non farebbe certamente al caso mio – e poi, diciamocelo, non sopporterei l’idea di stare con una persona che non mi è concesso toccare in un certo modo.

Leggermente diversa è la questione dell’asessualità, che – come detto in precedenza – altro non è che una condizione per cui un individuo non prova alcun genere di attrazione sessuale e basa le proprie relazioni solo sull’aspetto meramente platonico.

Personalmente non ci trovo niente di male, pur non condividendo questo stile di vita mi rendo conto che non si tratta di una scelta volontaria ma di una condizione incontrollabile e non me la sento di giudicare o condannare queste persone per un qualcosa che non mi vede d’accordo. In molti, però, non hanno preso in considerazione l’esistenza degli asessuali, perché se può possibile concepire il fatto che una persona scelga di aspettare un determinato momento della propria vita per fare sesso, pare quasi inaccettabile l’idea che qualcuno non provi in alcun modo attrazione sessuale.

La cosa non mi ha particolarmente sorpreso, ma mi ha molto infastidita: non sono felice di vedere quanto spesso gli asessuali vengano denigrati o sminuiti, quanto facilmente si faccia ironia sulla loro “condizione” e quanto poco si riesca a prendere sul serio il fatto che a qualcuno il sesso possa davvero non interessare.

Facciamo un po’ più di chiarezza su questa tipologia di persone: all’interno della categoria degli asessuali è possibile trovare ulteriori sotto-categorie, quali gli aromantici (persone che non provano il bisogno di formare relazioni romantiche e sono unicamente soddisfatti da profonde relazioni di amicizia), i romantici (che provano il desiderio di avere relazioni romantiche, ma senza sesso), i demisessuali (che non provano attrazione sessuale a meno che si stabilisca in precedenza un forte legame emozionale) ed infine i gray-A (per i quali esiste una zona intermedia tra sessualità ed asessualità).

L’asessualità non è stata classificata come una vera e propria patologia, un disturbo del desiderio; in realtà si dovrebbe parlare più correttamente di mancanza di attrazione sessuale, che non va ad intaccare tutti gli ambiti di vita e consente comunque di sviluppare e mantenere una personalità armonica ed equilibrata.

Fra le altre cose, in realtà, non è neppure detto che tutte le persone asessuali non facciano mai sesso, poiché la mancanza di attrazione sessuale non esula comunque dal provare piacere durante il sesso e dal volerlo praticare; semplicemente non se ne sente il bisogno, non per scelta, e può capitare che un individuo si ritrovi comunque a fare sesso anche se non ne avverte il biologico istinto.

Purtroppo la società in cui viviamo, se da un lato vive ancora il sesso come un tabù, dall’altro ancora stigmatizza chi dal sesso si estranea ed è molto difficile per queste persone vivere serenamente i propri rapporti con chi non comprende che cosa significhi davvero essere asessuale. Persino le persone che hanno partecipato al sondaggio hanno sminuito profondamente la questione dell’asessualità, nonostante la più diffusa tolleranza nei confronti di chi dal sesso sceglie deliberatamente di astenersi per una durata temporanea.

Ritengo che sarebbe di fondamentale importanza imparare a conoscere questi diverse tipologie di sessualità, non solo perché è necessario fornire agli asessuali uno spazio all’interno di questo mondo, senza sentirsi così discriminati e fuori luogo, ma anche per aiutare chi non fa parte della categoria a rapportarsi con essa e a comprenderla fino in fondo.

Dunque, tirando le somme, credo che la situazione sia tutto sommato variegata, anche se ho come la sensazione che l’ago della bilancia continui a pendere a sfavore dell’astinenza sessuale; vero che in molti si dicano disposti ad accettare l’idea di vivere una relazione senza sesso – che poi, bisogna vedere quanto sia vero in via teorica e quanto in via pratica – ma i miei sondaggi mi hanno semplicemente confermato il fatto che la maggior parte delle persone consideri il sesso come una componente fondamentale del rapporto e che la sua mancanza, sia essa temporanea o duratura, non possa che portare dei problemi.

La mia visione, comunque, è sempre la stessa: non penso di poter rinunciare al sesso nella mia vita, ma non me la sento di giudicare male chi sceglie di farlo. Non credo che esista una regola universale per definire le relazioni da questo punto di vista, per molti il sesso non è così importante e di conseguenza le loro relazioni non devono uniformarsi a quelle degli altri, ognuno vive la vita a a modo proprio.

Poi, se volete sapere come la penso, per me la risposta è solo una: il sesso è una cosa bellissima e se avete la possibilità di farlo con chi è davvero meritevole… Beh, non tiratevi indietro. 🙂

Need You Now.

Non è vero che il tempo cancella i ricordi.

Li nasconde, li tiene sepolti sotto strati di polvere che si accumulano fino a stordire i nostri sensi e farci dimenticare dove li abbiamo lasciati, così che per un po’ di tempo si possa avere una piccola tregua dal dolore.

Poi, però, qualcosa fa vento nella nostra mente e va volare via il pulviscolo, riscoprendo ciò che era sepolto.

E tutto torna ad essere vivido, chiaro, forte a tal punto da non riuscire ad impedirci di stare nuovamente male; la polvere del tempo finisce nelle narici, negli occhi che allora diventano rossi, stanchi, e si riempiono di lacrime.

A volte dimentico che fa a ancora male.

 

Ho pensato di smettere di scrivere.

L’ho fatto tante volte, in un milione di occasioni diverse.

L’ho fatto perché pensavo di non essere brava abbastanza, di non essere originale e di non avere alcuna capacità nel gestire le trame, gli intrecci, i personaggi e le parole.

L’ho fatto quando mi sono accorta di non avere un grande seguito e domandavo a me stessa che senso avesse continuare a buttare giù parole se poi non sarei mai riuscita a farmi leggere da qualcuno, salvo poi rendermi conto che se anche fossi riuscita a toccare una sola persona attraverso la mia scrittura, allora sarebbe sempre valsa la pena di continuare a farlo.

Lo sto facendo adesso, dopo una critica troppo forte da parte di una persona dotata di un ascendente troppo forte da permettermi di ignorarla e fare finta di niente.

Non ho mai capito che cosa spinga esattamente una persona a dare più ascolto alle cattiverie che alle osservazioni positive; sono sempre stata una di quelle ragazze incapaci ad accettare un complimento o un elogio, come se non fosse possibile credere che simili parole possano realmente essere rivolte a lei, ma che non ha alcuna difficoltà nel pensare che qualcosa di sbagliato debba in qualche modo riguardarla.

Ho sempre pensato di avere le spalle grandi, tuttavia, di essere in grado di sopportare anche le cose negative, nonostante il peso iniziale e la mia fastidiosa ipersensibilità (non sto scherzando, purtroppo, ed è un tema che prima o poi mi piacerebbe anche affrontare in questo blog). Eppure, ogni volta che una delusione arriva, fa sempre molto male e quando si sceglie di condividere qualcosa con gli altri, bisogna sempre accettare il fatto che prima o poi arriveranno persone che non apprezzeranno quello che diremo, o il modo in cui lo faremo.

Dovrei esserci abituata, mi dico: cantare, recitare, fare cosplay, scrivere… Per qualche ragione tutti i miei hobby si basano sulla condivisione con il prossimo, mi portano ad espormi ed a mettere a nudo in maniera diversa ogni piccola parte di me, e troverò sempre qualcuno a cui non piace il mio stile, la mia voce, i miei costumi, il mio modo di parlare e di pensare.

E sotto sotto, una parte di me lo ha sempre gradito perché ha sempre pensato che essere diversa, essere una pecora nera, una di quelle che non piace a tutti significa essere speciali, avere qualcosa di prezioso che la maggior parte della gente non coglie.

Ho nel mio cassetto il sogno di fare la scrittrice e sono sempre stata una voce fuori dal coro, una che ha sempre remato contro la massa ed una presenza scomoda, quindi lo so, so che sarò sempre criticata da qualcuno. Probabilmente mi farà male, anzi, lo farà di certo, specialmente quando arriveranno toni forti, aggressivi, forse persino maleducati.

Insomma, non lo nego, fa male anche adesso.

Però penso che, tutto sommato, questo significa che le mie parole da qualche parte sono arrivate; che in fin dei conti ho detto davvero qualcosa di forte e significativo, magari non sarà sempre condiviso ma arriverà comunque a toccare le persone e per tanti commenti duri e negativi, magari ce ne saranno anche altri positivi.

Succede coi film, succede con le persone, succede sempre e comunque perché la vita e gli individui sono complicati e non troveremo mai qualcosa o qualcuno che piaccia a tutti, indistintamente.

E devo dirlo, va benissimo così.

Magari continuerò a scrivere e a trovare il consenso della maggior parte dei miei lettori, altre volte invece riceverò delle critiche e, quando saranno costruttive, mi saranno utili per andare avanti e migliorarmi. Non smetterò di avere paura, di sentirmi insicura, di mettere costantemente in dubbio tutto quello che faccio: avrò altri momenti di sconforto, momenti in cui mi domanderò ancora una volta chi me lo abbia fatto fare, se realmente ne varrà la pena, se abbia veramente un senso continuare a fare tutto ciò che sto facendo.

E probabilmente la risposta sarà sempre e comunque sì.

Perché alla fine, ogni volta che il mio sguardo cade su quel computer mezzo sgangherato che fieramente troneggia sulla mia scrivania, penso a quanto mi sentirei incompleta e senza senso se la scrittura smettesse in via definitiva di fare parte della mia vita.

Uomini discriminati – quanto il sessismo non ha genere.

Ho parlato di recente, traendo ispirazione dalla vicenda di Asia Argento e nel suo presunto abuso nei confronti di un minore, del fatto che non siano solamente le donne ad essere vittime di stupro e che molto spesso, nei confronti degli uomini abusati, venga a mancare quel supporto e quella comprensione che solitamente usiamo rivolgere ad una vittima, quando questa è donna.

Non è la prima volta che accenno all’argomento, chi mi conosce e mi segue da tempo sa bene quanto mi stia a cuore la parità di genere, e poiché di recente ho avuto modo di confrontarmi spesso con altre persone in materia di disuguaglianza e discriminazioni maschili e femminili, penso che sia finalmente arrivato il momento di parlare di una faccenda che da diverso tempo avevo intenzione di trattare, ma che – per svariate ragioni – ho sempre messo da parte in prospettiva di un momento più opportuno.

Da che mondo e mondo, per quanto ne sappiamo ed abbiamo avuto modo di vedere, le donne sono sempre state considerate l’anello debole della catena, la categoria più bistrattata e sottostimata, ingiustamente trattate come creature inferiori e, per tale motivo, troppo spesso soggette a discriminazioni e trattamenti iniqui da parte degli uomini – e, talvolta, anche da parte di molte donne. Naturalmente con il trascorrere dei secoli le lotte femministe hanno fatto sì che alle donne venisse pian piano restituito quel valore che non era mai stato loro realmente attribuito, ed hanno permesso loro di conquistare la propria indipendenza, la propria dignità e la propria autonomia, tanto che oggi vengono per lo più considerate al pari dei propri colleghi maschi – per quanto, in molti luoghi, non si possa effettivamente affermare che fra uomini e donne vi sia un’assoluta ed indiscutibile parità.

E’ pur vero che non abbiamo ancora raggiunto tutti i risultati che il femminismo da sempre si prefigge, e sono ancora troppi i casi e le situazioni in cui le donne vengono discriminate e sottostimate rispetto agli uomini. Comunque, non è di donne che desidero parlare oggi, bensì di un fenomeno altrettanto diffuso ma troppo spesso sottovalutato e, per tale motivo, potenzialmente ancor più difficile da comprendere e da gestire: la discriminazione del genere maschile.

Potremmo in qualche modo dire che i due fenomeni siano in qualche modo collegati, poiché lo stesso retaggio culturale che ha portato allo sviluppo delle discriminazioni femminili ha nel tempo creato le condizioni necessarie affinché tali discriminazioni andassero ad affliggere anche la popolazione maschile, oggi sempre più vittima di stereotipi di genere ed iniquità sul piano della parità dei sessi.

Vi ricordate la vecchia questione del Femminismo? Come abbiamo già detto, il movimento è nato per restituire dignità alle donne e portarle su di un piano paritario rispetto agli uomini, ed il termine è stato così coniato in quanto la categoria svantaggiata, quella considerata inferiore e da sempre privata del rispetto che le sarebbe effettivamente spettato, era effettivamente quella femminile.

Tuttavia, non erano solo i ruoli femminili ad essere incastrati all’interno di stereotipi ben precisi: tanto la donna era relegata al suo ruolo di cura della casa e della famiglia, tanto l’uomo doveva stare nel mondo del lavoro o in battaglia; tanto le donne venivano educate alla bontà, all’economia domestica e al dovere verso i propri uomini, tanto questi ultimi dovevano sviluppare il proprio senso dell’onore, essere forti e dimostrare di saper comandare.

In entrambi i casi, vi erano sacrifici da fare e difficoltà nel portare avanti la propria vita.

Le donne si sentivano impotenti e non rispettate, gli uomini sapevano di non poter scendere al di sotto di un determinato standard, altrimenti sarebbero stati considerati buoni a nulla.

Oggi, purtroppo, le cose non sono cambiate: lo stereotipo femminile ci vorrebbe ancora sensibili, delicate ed emotive, ci accosta a colori pastello e a professioni tipicamente legate alla cura e all’attenzione verso il prossimo; quello maschile, invece, ha creato l’immagine di uomini forti e rudi, il cui istinto animalesco li porterebbe ad essere sempre predatori e mai prede, creature che rifuggono le emozioni e convinte del fatto che la forza ed il comando siano le sole caratteristiche degne di contraddistinguere la loro categoria.

Ad un occhio disattento potrebbe sembrare che le donne continuino ad essere sfavorite, la realtà dei fatti è che al giorno d’oggi molti uomini soffrono a causa delle discriminazioni tanto quanto lo facciamo noi donne; certo, la ragione di tale sofferenza sta sempre nel solito assioma sessista secondo il quale la donna, essendo inferiore all’uomo, dovrebbe assumere caratteristiche stereotipicamente maschili per elevarsi al suo livello, mentre il genere maschile, all’opposto, viene pubblicamente sminuito se riscontrabile in esso la presenza di aspetti che ci hanno sempre descritto come tipicamente femminili.

Il problema, poi, si aggrava ulteriormente se pensiamo al fatto che con il trascorrere degli anni molte persone abbiano iniziato a tollerare molto più facilmente questo desiderio di emancipazione femminile, ma ancora vedano in malo modo un uomo che sceglie (o lo fa, semplicemente, per natura) di devirilizzarsi e distanziarsi dallo stereotipo del macho. Per farla breve, una donna che va oltre i propri confini, lo fa per elevarsi al livello degli uomini; un uomo, al contrario, scende al livello femminile, livello al quale le convenzioni ancora non accettano che egli possa appartenere.

Lo si può riassumere in questioni estremamente banali: alle bambine è permesso indossare pantaloni e non vestitini, mentre ai maschietti non è concesso mettersi una gonna; una donna può vestirsi di blu ed essere bella, un uomo vestito di rosa è una femminuccia; una donna a cui non piace particolarmente il sesso è quasi sicuramente normale, un uomo ha qualcosa che non va, è malato oppure è solamente un “finocchio represso”.

Una donna che viene violentata è una vittima, il suo stupratore – in quanto uomo – un animale; un uomo che è viene stuprato da una donna è un debole, una femminuccia, un frocio (notare come la cosa continui a perpetuarsi un po’ troppo di frequente).

Potrei andare avanti per ore e perdonatemi, non si può certo dire che io non abbia a cuore i diritti delle donne e non voglia occuparmi di porre fine alle loro discriminazioni, ma ne ho parlato fin troppe volte e ritengo, invece, molto più utile al momento pensare a quanto siano in difficoltà gli uomini di oggi.

Avete mai pensato al fatto che i capi di abbigliamento unisex siano praticamente abiti maschili, che possono però essere indossati anche da donne? Esistono indumenti che solo le donne possono indossare, ma in pratica non si può dire lo stesso per gli uomini, perché qualunque cosa potrà essere portata allo stesso modo da una donna e la cosa non risulterà strana.

Un’altra cosa che da da pensare è che agli uomini non sia socialmente concesso di truccarsi, anche se la cosa non dovrebbe essere poi così strana; molti uomini hanno iniziato a farlo – uomini eterosessuali, anche perché vorrei ribadire il fatto che essere gay non significhi essere una donna mancata – eppure il trucco è ancora visto come prerogativa esclusivamente femminile. Mettendo poi da parte la questione ceretta (“se se uomo non va bene che tu ti depili, oddio che schifo”) o altri aspetti legati all’ambito estetico e all’apparenza, proviamo ad analizzare anche le questioni appartenenti alla sfera emotiva, certamente un tantino più spinose delle precedenti.

Il classico intramontabile è sempre questo, se sei un uomo tutti si aspettano che tu non pianga o che, quanto meno, tu mantenga private le tue emozioni; le lacrime e la comunicazione emotiva sono una cosa da donnicciole, il vero uomo è invece quello che non mostra, che resiste e non si lascia andare ai sentimentalismi.

Ho sempre pensato che vi fosse qualcosa di profondamente sbagliato in tutto questo, perché se c’è una cosa che mi fa completamente sciogliere come neve al sole è proprio un uomo che trova il coraggio di abbandonarsi ai suoi sentimenti e alla lacrime, se necessario; amo gli uomini emotivi, quelli che vivono in armonia con le proprie emozioni e che se per caso preferiscono tacere è per questione di carattere e non per un bisogno di mostrarsi machi.

Ritengo che uomini e donne, quando si tratta di sentimenti, non siano in alcun modo diversi e non è vero che le donne sono più pazienti, più sensibili, più empatiche o inclini al pianto: gli uomini possono essere tutte queste cose, tuttavia si ritrovano ad essere troppo spesso vittime di insegnamenti sbagliati, e per quanto potenzialmente essi siano capaci di provare emozioni al pari di molte donne, non riusciranno mai a dimostrarlo pienamente, rendendo così ulteriormente solida quell’errata convinzione che simili caratteristiche continuino ad essere principalmente una prerogativa femminile.

Certo, per alcuni uomini non è così difficile continuare a perpetuare il mito del machismo – c’è chi ci crede veramente, chi invece lo fa esclusivamente per quieto vivere – ma per tutti coloro che si impegnano ad abbattere questo muro, è una sfida continua: ogni cosa a questo mondo – ogni pubblicità, ogni film mandato in onda alla televisione, ogni immagine sulle copertine dei giornali – non fa che ricordare loro come dovrebbero essere e quante volte ho osservato alcuni di questi uomini sentirsi a disagio perché magari preferivano il musical al calcio, la danza alla birra, la musica classica al metal, i film romantici a quelli d’azione, o perchè cura il proprio aspetto ed ha paura di non essere all’altezza degli standard estetitici.

Per non parlare poi, del loro ruolo all’interno della relazione.

Una volta mi arrabbiai molto dopo aver sentito una persona di mia conoscenza lamentarsi del proprio ragazzo perché si comportava in maniera insicura, perché era spaventato e aveva bisogno di maggiori certezze, perché in quanto maschio era duro di comprendonio e non capiva niente. Ho pensato a quanto le sue parole fossero sbagliate e a quanto fosse ingiusto da parte sua rimproverare ad una persona di essere fragile, spaventata, di aver messo in tavola le proprie emozioni e di averle considerate non idonee ad un maschio.

Ho pensato a quanto sia difficile oggi essere uomo e relazionarsi con donne emancipate che se da una parte non vogliono lo zerbino, al tempo stesso non vogliono neppure un uomo autoritario che vada a minare la propria autostima, lo cercano deciso ma accondiscendente, sensibile ma non insicuro, forte ma non privo di empatia… Ed alla fine, qualunque cosa facciano, sarà comunque sbagliata perché “in quanto uomini, non sono in grado di capire una donna”.

Non è giusto, non va bene aspettarsi che il maschio sia sempre cavalleresco e la donna sempre principessa da salvare, anche perché poi di fronte ad un uomo non stereotipicamente dominante la maggior parte delle donne finirà per lamentarsi perché “se volevo stare con una donnicciola, allora diventavo lesbica”.

Sì, lo so che sembra un’idiozia, ma non sono poche le ragazze che – purtroppo – la pensano in questo modo e quanto spesso ho avuto modo di rendermi conto di come simili giudizi pesino sul genere maschile, il quale vorrebbe essere semplicemente libero di essere se stesso; la verità è che gli uomini sono sempre stati sensibili, insicuri, paranoici e spaventati, solo che un tempo non gli era concesso mostrarlo e adesso, grazie all’emancipazione femminile che ha fatto sì che via via la società si sforzasse ad uscire dai classici stereotipi maschio-femmina.

Come abbiamo già visto, però, questa società non è ancora pronta ad accogliere questo tipo di “emancipazione maschile” (perché sì, parliamoci chiaro, è una forma di emancipazione anche la possibilità di essere tutto ciò che si desidera senza dover essere incatenati a determinate caratteristiche appartenenti ad un certo genere) ed ecco che ancora ci ritroviamo di fronte alla solita questione problematica per cui il raggiungimento della parità vede la donna elevarsi al di sopra di un certo livello ed il maschio abbassarsi al di sotto di esso.

Tutto questo non va assolutamente bene, lo ripeto, è frustrante vedere che mentre le lotte a sostegno del genere femminile continuano a progredire quelle a favore degli uomini rimangono intrappolate in una interminabile stasi.

Ed è così, inutile negarlo; per quanto ancora le donne siano ancora fortemente discriminate, è socialmente accettabile il loro voler essere al pari degli uomini e – come detto sopra – ogni loro tentativo di raggiungere la metà è visto come positivo, è un acquisire dignità e salire di livello, mentre ogni uomo che tenta di raggiungere il medesimo livello degli uomini assume un atteggiamento di svilimento verso se stesso.

Lo ribadisco, il problema di fondo è sempre che si considerano le caratteristiche stereotipicamente maschili come positive e quelle femminili come negative; il simbolo del potere restano i pantaloni, la donna che li indossa è una donna emancipata, l’uomo che sceglie di mettere una gonna è, al contrario, un individuo che ha abbassato il proprio valore.

Dovremmo partire da qui per risolvere i nostri problemi, renderci pienamente conto che essere donna non significa essere inferiore e che determinate cose non possono essere unicamente maschili o femminili, come il trucco, i capelli lunghi, l’abbigliamento o determinate abitudini; non possiamo più pensare che gli uomini, per essere tali, debbano essere dei conquistadores che bevono birra, ruttano e fanno pesantissimi lavori manuali, essere uomo al giorno d’oggi significa essere un essere umano, tanto quanto lo è per una donna, salvo – naturalmente – quelle classiche differenze biologiche che interessano unicamente l’uno o l’altro sesso.

Non voglio iniziare a parlare di Gender (anche perché la Teoria del Gender non esiste e non ha assolutamente lo scopo di indottrinare nessuno), ma sarebbe veramente molto più produttivo se imparassimo a crescere i nostri figli con l’idea che essere maschio o femmina biologicamente non costringe ad essere inquadrati all’interno di schemi e preconcetti programmati a seconda del genere.

E non mi riferisco unicamente ai comportamenti, ma anche al fatto che gli uomini si sentano spesso privi di tutela nei confronti delle donne, hanno paura che mostrare la propria vulnerabilità possa essere visto come un passo indietro nella scala gerarchica (come se poi dovesse realmente esistere una scala gerarchica) ed è anche questo a farli sentire non solo impotenti, ma il più delle volte anche diffidenti nei confronti di molte donne e di quelle così dette “femministe” la cui battaglia personale consiste nel dimostrare una fantomatica superiorità del cromosoma X su quello Y.

Vi ricordate di quando ho parlato della questione di Asia Argento e del fatto che gli uomini, molto spesso, vengono stuprati dalle donne? Questa è un’altra cosa di cui non si parla mai abbastanza e su cui si finisce troppo spesso per far facile ironia, perché se un uomo denuncia di essere stato violentato da una donna è un frescone, una mammoletta, un idiota che si è spaventato di fronte ad un bel corpo e che evidentemente non aveva le palle grandi a sufficienza per soddisfare una donna – oppure, visto che si è fatto metter sotto da una femmina, è un debole ed un vigliacco.

Si sminuisce il problema, si fa addirittura finta che non ci sia un vero e proprio problema ed in questo modo lo si cela ulteriormente, perché gli uomini diventano sempre meno propensi a denunciare un simile accaduto, ed in fin dei conti dovrebbe essere comprensibile, perché con quale coraggio puoi ammettere apertamente di essere stato soggiogato da una creatura tanto più debole di te?

D’altro canto, un sacco di uomini soffrono a causa del pregiudizio sempre più diffuso del maschio cacciatore e predatore, una creatura bestiale che di fronte ad un pezzo di carne scoperta non riuscirebbe a contenere il proprio istinto e si sentirebbe in dovere di saltare addosso ad ogni donna che incontra lungo il proprio cammino, spesso disposto persino a prenderla con la violenza e contro il suo volere. Tanti ragazzi stanno male al pensiero di essere giudicati in questo modo, perché loro lo sanno – lo sanno – che non è così e preferirebbero strapparsi un braccio a morsi piuttosto che fare del male ad un altro individuo, uomo o donna che esso sia.

Un mio carissimo amico, una volta, mi disse di aver provato un fortissimo senso di disagio nel momento in cui, camminando in una strada deserta, di notte, dietro ad una ragazza che per puro caso si trovava a fare la sua stessa strada, aveva percepito la paura e la preoccupazione della stessa nel rendersi conto di essere “seguita”da un ragazzo; inizialmente il mio amico ha avvertito un senso di solidarietà nei confronti di questa ragazza, ha pensato immediatamente a quanto brutto debba essere (e lo è, ve lo assicuro) vivere costantemente con la paura che un uomo possa farci del male, ma poi ha realizzato di essere egli stesso, in quel momento, vittima di quelle circostanze.

La ragazza, molto probabilmente, aveva accelerato il passo e si era sentita minacciata da lui in quanto uomo ed il mio amico era stato automaticamente classificato come pericolo a causa del suo genere e del suo aspetto fisico; era stato inconsciamente ed in maniera del tutto ingiustificata gettato in una mischia di generalizzazioni e luoghi comuni, e tuttavia il suo unico pensiero in quel momento era un fortissimo dispiacere nei confronti di quella povera ragazza intimorita.

Sono rimasta molto colpita da questa confessione e non ho potuto fare a meno di pensare a tutte quelle volte che io stessa, inconsciamente, ho accelerato il passo quando mi sono accorta di essere da sola in un vicolo ed uno o più ragazzi sembravano seguirmi; detesto il fatto che ciò accada, che la mia testa sia perfettamente in grado di ricordarmi che non tutti gli uomini sono pericolosi, ma che il mio inconscio plasmato da anni ed anni di vita all’interno di una società sbagliata mi porti ogni volta a provare diffidenza.

Penso che sia terribile (anzi, lo so bene perché io stessa ci passo ogni singolo giorno) vivere con la paura che un uomo possa essere pericoloso, ma forse è ancora più doloroso realizzare che qualsiasi donna, in un momento in cui potrebbe sentirsi particolarmente vulnerabile, potrebbe pensare a te come ad un potenziale pericolo.

Mi fa provare rabbia, frustrazione, così come la sensazione che siano sempre di meno le persone consapevoli di tali discriminazioni maschili. Amo gli uomini, ho sempre pensato che vi fosse qualcosa di speciale in loro nel momento in cui trovano il coraggio di essere se stessi e non perché siano maschi, ma perché ciò avviene genericamente per qualunque persona, indistintamente dal proprio genere e dal sesso che le rappresenta.

Mi ferisce realizzare quanto ancora siamo indietro, quanta strada ci sia da fare e quanti di questi problemi siano troppo spesso ignorati e minimizzati, molto spesso – dispiace dirlo, ma è così – proprio dalle stesse donne, che vorrebbero avere al proprio fianco un uomo sicuro e che non si faccia paranoie, che non abbia mai dubbi, che le rispetti, che stia al proprio posto e che al tempo stesso le protegga – e poi ci chiediamo PERCHè gli uomini hanno dei problemi con noi donne.

Io ci provo a combattere questa battaglia, ogni giorno della mia vita e mi auguro che questo articolo riesca in qualche modo ad ispirare chi mi sta intorno, invogliandolo a lottare al mio fianco nella prospettiva di un futuro migliore.

E mi rivolgo a tutti quegli uomini che almeno una volta si siano sentiti discriminati e che si siano, anche solo in parte, identificati in questo mio breve articolo: vi voglio bene, sappiatelo.

E non siete soli.

 

Bambini e vita di coppia: un ossimoro?

Buon sabato a tutti, miei cari lettori, anche questa settimana puntuali come le tasse per affrontare un nuovo argomento inerente alla nostra rubrica a tematica sessuale.

In realtà quest’oggi non parlerò di una questione strettamente legate alle pratiche sessuali, ma ad un qualcosa di leggermente differente e, tuttavia, ad esse sempre affine: i figli.

Ok, no… Non fraintendetemi! Nella puntata di riferimento, le nostre protagoniste si ritrovano a pensare ai figli, all’eventualità di diventare madri e si domandano se, in qualche modo, la presenza di un bambino possa influenzare – persino in maniera negativa – il rapporto di coppia e, soprattutto, la cadenza dei rapporti sessuali.

Onestamente non ero certa se scrivere o meno questo articolo, perché in questo preciso istante della mia vita, i figli sono decisamente il mio ultimo pensiero; tuttavia, alla fine, ho pensato che potesse essere interessante in qualche modo provare ad approfondire la questione, soprattutto attraverso qualche sondaggio fra le mie cerchie sociali, per capire se le persone attorno a me vivono il pensiero della figliolanza allo stesso modo e se ci sono particolari differenze all’interno delle varie generazioni.

Ovviamente le differenze ci sono eccome, specialmente fra coloro che genitori già sono e chi, come me, ancora deve diventarlo – e soprattutto, ancora non sa se lo diventerà mai.

Io, personalmente, riconosco di avere una grandissima paura della maternità, sotto un sacco di differenti punti di vista: mi spaventano l’idea della gravidanza, il pensiero di essere madre e di dovermi prendere cura di una creatura che dipenda totalmente da me, e di vedere il mio rapporto con il partner naufragare a causa di nostro figlio.

Tutte paure assolutamente irrazionali e non necessariamente fondate, ma che ho scoperto essere piuttosto diffuse fra le persone della mia generazione: molte persone – alcune single e altre già in una relazione di coppia – che ancora non hanno avuto figli, vivono con molta preoccupazione l’eventuale arrivo di una prole, forse perché fortemente influenzate da luoghi comuni basati sull’idea che i genitori non siano più in grado di vivere in maniera genuina il proprio rapporto di coppia ed in modo particolare il sesso.

Sinceramente, non so da cosa dipendano queste paure.

Dal mio punto di vista, so di essere particolarmente sensibile a luoghi comuni e dicerie, nonostante abbia intorno a me numerosi esempi di coppie che mi abbiano dimostrato che sì, si può continuare ad avere una sana libido anche dopo la nascita dei figli, per quanto i primi tempi siano certamente i più difficili.

Effettivamente, nonostante le mie numerosissime remore riguardo all’avere dei figli – remore che, tuttavia, so benissimo essere dovute anche al fatto di non avere un partner al momento, né un lavoro o una sicurezza personale tali da farmi effettivamente considerare l’ipotesi di diventare madre – mi rendo conto di quanto sia sciocco generalizzare; esistono certamente coppie il cui matrimonio è andato in crisi in seguito alla nascita dei figli, ma per molte altre ciò non è accaduto, il che mi fa semplicemente pensare – oltre al fatto che ne ho praticamente avuto confrontandomi con alcuni genitori – che il calo della libido sia dovuto a molteplici altri fattori, non tutti strettamente legati o dipendenti dalla presenza di un figlio.

In sostanza, se la relazione va bene continuerà ad andare bene anche dopo la nascita del bambino – per quanto, lo ribadisco, i primi tempi sono certamente i più difficili, non si ha voglia di fare niente, non se ne ha il tempo né l’energia, e sicuramente in questo periodo la coppia viene messa duramente alla prova, ciò è inevitabile – e in caso contrario, probabilmente i problemi esistevano già da primo e la nascita del bambino è servita solamente a farli venire a galla.

Alla luce di tutto questo, dunque, cosa è che ci spaventa tanto?

La paura dell’ignoto, la consapevolezza che vi sia effettivamente una minima possibilità di essere proprio noi una di quelle persone che non riescono ad essere al tempo stesso genitori e amanti, per non parlare poi del fatto che la nostra generazione ha subito un fortissimo regresso e che molti di noi raggiungono molto più tardi la maturità emotiva necessaria a diventare genitore – ed altri, a dire il vero, non la raggiungono affatto.

Far figli oggi è molto più difficile di quanto non lo fosse in passato e forse è anche questo clima di “infantilismo prolungato” che porta molte persone ad averne paura, a temere il futuro da genitori e da preoccuparsi forse un po’ troppo inutilmente di non essere in grado di continuare a conciliare la vita di coppia con quella familiare.

Molti di noi vedono ancora il figlio come una limitazione della propria libertà, temono di ritrovarsi incastrati in una vita cui non appartengono realmente e di non riuscire così a vivere tutte quelle esperienze che si erano prefissati di raggiungere prima di una certa età – nel mio caso, lo ammetto, è esattamente così. Paure molto spesso infondate, lo riconosco, ma particolarmente diffuse e immagino comprensibili, dal momento che ciò che è ignoto da sempre una qualche ragione di preoccuparsi, specialmente nel caso in cui le esperienze di chi ci sta intorno – amici o persino i nostri familiari – non siano state tutte rose e fiori.

Riconosco che nel mio caso, se mi dovessi basare esclusivamente sulle esperienze dei miei genitori e di chi mi circonda, non dovrei assolutamente temere che un figlio possa rovinare il mio rapporto di coppia, ma è anche vero che al momento i figli sono davvero l’ultimo dei miei pensieri ed è dunque normale che prevalga in me la paura.

In effetti, questo genere di riflessione varia notevolmente a seconda della disposizione d’animo di chi si accinge a rispondere: coloro che, come me, non vedono neppure remotamente la possibilità di avere figli sono forse le più spaventate e quelle che rifiutano ciecamente l’idea di diventare genitori a discapito del proprio benessere di coppia; chi, al contrario, desidera aver figli al più presto ha di fatto una maggior giustificazione a preoccuparsene, eppure vive la faccenda con più ottimismo, sperando molto più semplicemente di far parte di quella fascia di genitori che, nonostante i problemi, non finirà davvero per sgretolarsi.

Come risolvere questa paura?

Beh, semplicemente affrontandola.

Per chi ancora non si sente pronto, è inutile fasciarsi la testa prima di essersela rotta; la vita richiede di essere percorsa attraverso numerose tappe e non esistono dei tempi prefissati, alcuni raggiungono quel livello di maturazione prima di altri, certi invece non lo raggiungono affatto e ritengo molto più importante focalizzarsi sulle proprie capacità nel presente, piuttosto che sulle incertezze del futuro.

Ed ai futuri genitori spaventati, invece, quali consigli potremmo dare? Forse, semplicemente, di accettare l’esistenza di questa paura e di affrontarla insieme, perché se entrambi siete in possesso degli strumenti necessari per andare avanti, allora non avrete nulla di cui aver paura.

E’ vero, spesso l’intimità verrà a mancare ed avrete molto più a cuore le esigenze del piccolo che le vostre, ma se saprete ritagliarvi qualche momento per voi e resterete complici, tutto ciò non basterà a spezzare il vostro rapporto.

Sì, lo so che parlo bene io, che di queste cose non ne ho la minima idea e non ci sono passata, ma ho visto coppie intorno a me reggersi ancora molto bene in piedi, dopo aver fatto anche più di un figlio… E allora, probabilmente, quando c’è ancora tanto amore e tanta solidità in un rapporto, non vi è davvero niente che debba darci da temere.