Ma la monogamia esiste?

Quando Carrie, nel settimo episodio della prima stagione di “Sex and The City”, riflette per la prima volta sul concetto di monogamia, lo fa come sempre in relazione al proprio rapporto con l’uomo di turno – in questo caso, il buon vecchio Mr. Big: Carrie realizza di avere dato al proprio rapporto con Big un’impostazione un tantino diversa da quella dell’uomo, il quale – nonostante i due si frequentino oramai da diverso tempo – continua a uscire con altre donne come se niente fosse, soprattutto senza porsi il minimo dubbio circa il fatto che a Carrie la cosa possa andar bene oppure no.

Alla fine dell’episodio, comunque, Carrie pone Big di fronte a un ultimatum (“o scegli di stare solo con me, oppure io uscirò per sempre dalla tua vita”) e lui, contrariamente a ogni previsione, accoglie di buon grado la richiesta della donna e accetta che la loro diventi a tutti gli effetti una relazione monogama.

Arrivati a questo punto, cercando di non lasciarci condizionare dalle opinioni diametralmente opposte delle amiche di Carrie (Samantha fermamente schierata contro la monogamia e le altre due a favore), viene spontaneo pensare che se anche un uomo come Big ha accettato di impegnarsi in una relazione esclusiva, allora la cosa non dovrebbe essere poi così difficile.

La questione, tuttavia, è assai più complessa di quanto si potrebbe pensare.

Partiamo dal presupposto che io sono, da sempre, una sostenitrice della monogamia: credo in essa, sono dell’idea che vivere in una relazione esclusiva sia effettivamente possibile e non sono d’accordo con chi dice che l’essere umano è biologicamente programmato per tradire o per avere sempre più di un partner alla volta – e ho avuto modo di notare che molte persone di mia conoscenza la pensano come me.

Tuttavia, ci sono sempre alcune faccende sulle quali valga la pena soffermarsi in maniera più approfondita.

Innanzi tutto, bisogna considerare il fatto che un rapporto di coppia attraversa varie fasi e che non sempre si può pretendere la totale esclusività sin dall’inizio. Riportando la mia esperienza, mi è capitato di uscire con ragazzi che per i primi tempi preferivano non sentirsi legati e non erano dunque in grado di garantirmi un tale impegno di fedeltà; in quel caso sapevo di non poter pretendere niente da parte loro e per quanto non mi facesse impazzire l’idea di non essere la sola, ho quasi sempre – più o meno – accettato la cosa.

Del resto, la vita adulta mi ha insegnato che uscire per la prima volta con un uomo non significa instaurare da subito un rapporto stabile e duraturo, anzi! Mi è capitato spesso di scrivere contemporaneamente a più persone e uscire con più di un uomo diverso a settimana, principalmente quando frequentavo ragazzi in maniera occasionale e non ero alla ricerca di storie serie e durature – e in quel caso, OVVIAMENTE, mettevo sempre la situazione in chiaro sin dal primo momento.

Al tempo stesso, però, quando sentivo di essere davvero presa dall’uomo con cui ero uscita ero proprio io a pretendere un’esclusiva da parte mia, anche se l’altra persona non si sentiva in dovere di fare altrettanto. Per dire, quando iniziai a scrivermi con quello che è oggi il mio fidanzato parlavo via messaggio anche con altre persone ma dopo il nostro primo appuntamento, a seguito del quale decisi che non poteva che essere lui l’uomo giusto per per me, disinstallai dal cellulare qualsiasi app di incontri e liquidai ognuna di quelle persone dicendo semplicemente loro che le cose erano cambiate e che non ero più in cerca di nessuno.

Non avevo nessuna sicurezza, non sapevo se di lì a breve quel ragazzo mi avrebbe spezzato il cuore o se alla fine si sarebbe rivelato realmente la persona della mia vita; avevo tutto da perdere e sapevo, in fin dei conti, di non dovergli ancora niente, che dopo un solo appuntamento avevo tutto il diritto di volermi ancora guardare intorno o uscire con altre persone.

Il punto era, però, che non volevo farlo.

Avevo preso una decisione e la mia decisione era di investire completamente in una persona senza avere la benché minima certezza sul futuro e, tutto sommato, mi andava benissimo così. Ho avuto la fortuna di avere a che fare con una persona altrettanto monogama e che sin da quel primo appuntamento ha avuto la certezza di non voler più conoscere altre donne, da lì in poi la nostra relazione ha avuto modo di evolversi fino a diventare la splendida storia d’amore che ci lega adesso.

Sono felice di aver fatto questa scelta e non riesco a immaginare come le cose fossero potute andare diversamente.

So di non essere mai stata quel tipo di donna che tiene il piede in due staffe e frequenta più uomini contemporaneamente, ma ci sono state delle occasioni in cui mi sono sentita libera di tenermi una porta aperta perché sapevo che la persona che avevo di fronte non sarebbe durata a lungo, o per il semplice fatto che lei per prima mi aveva fatto capire di non essere disposta a intrattenere con me un rapporto esclusivo.

Ritengo, in ogni caso, comprensibile questo bisogno di tenersi una porta aperta all’inizio di una nuova relazione; non credo che farlo sia necessariamente un preludio di una futura infedeltà – ci sono persone che una volta trovata l’anima gemella dedicano anima e cuore soltanto a lei, a prescindere dall’esclusività iniziale del rapporto – né che chi decide di farlo sia da considerarsi assolutamente incapace a garantire la monogamia all’interno della propria relazione.

Ovviamente ci sono persone che scelgono di non legarsi mai a una persona nello specifico e per le quali la monogamia non è uno stile di vita praticabile, ma non è così per tutti e – soprattutto – non è così solo per le donne. Sono infatti molti gli uomini che sentono il bisogno di vivere in un rapporto monogamo, uomini che si innamorano una volta soltanto e che non vogliono ricercare attenzioni altrove, uomini ai quali l’idea di “fare per sempre sesso con la stessa donna” non dispiace affatto e che desiderano spontaneamente dedicare interamente se stessi ad un’unica persona.

Al tempo stesso, non tutte le donne sono dell’idea che essere monogame sia la scelta giusta per loro.

Ho sentito spesso dire che la monogamia non rientra nella natura umana e che, così come gli animali, anche uomini e donne non sono in grado di legarsi per tutta la vita a un unico individuo, avendo biologicamente la necessità di conquistare il maggior numero di partner possibile, senza mai soffermarsi su di uno in particolare. In poche parole, la monogamia altro non sarebbe che uno status sociale impostoci dalla società in cui ci siamo evoluti, al quale ci siamo semplicemente adattati e dal quale, prima o poi, sentiremo il bisogno di fuggire.

Ma, come direbbe il mio caro amico Riccardo, “Non ho certo bisogno di sapere che in natura due animali si comportano in un certo modo per giustificare il mio modo di essere” (ok, lui lo aveva detto in maniera molto più colorita).

Personalmente sono d’accordo con lui: al di là del fatto che persino in natura esistono specie animali monogame, per quale motivo dovremmo giustificare un certo tipo di comportamento sulla base della sua incidenza? Per alcuni la monogamia potrà essere un costrutto, per altri un bisogno innato, la vera questione non è stabilire chi dei due abbia ragione ma quale delle due opzioni (monogamia o poligamia) sia la migliore per noi.

Esistono persone che desiderano restare fedeli al proprio partner e non riescono a pensare di poter vivere senza di lui, persone che scelgono deliberatamente e con assoluta convinzione di non ricercare altri partner di natura sessuale o romantica, e persone che all’interno di una relazione finiscono col sentirsi ingabbiati e per questo motivo avranno costantemente bisogno di una via di fuga. Non c’è una condizione di vita migliore dell’altra, tutto dipende esclusivamente dalla nostra indole e dal modo in cui sentiamo di voler vivere un rapporto.

Avete sicuramente sentito parlare di coppie aperte o di relazioni poliamorose: nel primo caso, abbiamo due partner impegnati in una relazione romantica e sessuale che, tuttavia, necessitano di mantenere aperta la possibilità di continuare ad avere rapporti sessuali al di fuori della coppia; entrambi ne parlano apertamente, chiariscono da principio i loro bisogni e in questo modo instaurano un rapporto sano e duraturo, basato sull’onestà e sulla libertà reciproca.

Il secondo caso, invece, è un po’ più complesso: un rapporto poliamoroso è una relazione sessuale- affettiva, solida e duratura, che invece di svolgersi fra due singoli individui  avviene fra più persone; in parole povere è una relazione di coppia come tutte le altre, ma non in coppia. Le relazioni poliamorose possono essere di vario genere, da quelle in cui ogni membro della relazione si trova allo stesso livello a quello in cui esiste una forma di gerarchia costituita da un rapporto “principale” e una serie di rapporti “secondari”.

Queste due forme relazionali sono chiaramente intrattenute da chi predilige, rispetto a un rapporto monogamo, una forma di non esclusività: nel caso della coppia aperta il desiderio di evasione è puramente di natura sessuale, mentre nel poliamore assistiamo a una vera e propria forma di poligamia.

Come potete vedere, non sempre la scelta di non essere monogami favorisce il tradimento e l’infedeltà; ci sono varie alternativa alla “coppia chiusa”, possibilità infinite per chi non ha voglia di garantire la propria esclusività che non implichino il far soffrire l’altra persona, in quanto puramente basante sull’onestà e sulla trasparenza sin dal primo momento.

Sinceramente preferisco questo genere di persone a quelle che tradiscono, perché nessuno è obbligato con la forza a stare all’interno di un rapporto monogamo e se questa persona sa sin dal principio di non essere in grado di sopravvivere a una relazione di questo tipo, allora dovrebbe semplicemente evitarle e continuare a essere fedele alla propria natura.

In fondo, il mondo è bello perché è vario e perché ognuno di noi ha la possibilità di scegliere per se stesso il tipo di relazione che preferisce: monogama, poliamorosa, aperta…

Alla fine, è veramente un problema?

Perchè affannarci a tutti i costi a voler trovare una risposta a qualsiasi cosa? Fintanto che ci fa stare bene e che non facciamo del male a nessuno, allora non dovrebbero esserci problemi.

Per citare, parafrasando, un bellissimo film del regista Woody Allen, che importanza è se una cosa è strana o non ci sembra familiare? In fin dei conti, la cosa davvero importante è solo una: basta che funzioni.

WRITOBER2021 – GIORNI 22, 23, 24 e 25

FUGA

“Erano in fuga, ormai completamente circondati dai nemici. Il pericolosissimo Mago aveva assoggettato le guardie del palazzo con i suoi incantesimi e tutti, adesso, li volevamo morti.”

Era un pomeriggio piovoso quando Freja, letteralmente implorata dal Borgomastro della città in cui alloggiavano, aveva deciso di intrattenere un gruppetto di bambini annoiati con le sua musica e i suoi racconti. Era prevista una festa in paese per quel giorno ma un improvviso temporale aveva rovinato tutti i piani e così il Borgomastro si era ritrovato a dover trovare in breve tempo una soluzione alternativa per allietare tutti quei bambini adesso così fortemente indispettiti.

Per sua fortuna, Freja si trovava decisamente a proprio agio con i bambini, soprattutto quando questi erano così interessati alle sue storie.

“Il potentissimo Chierico e la sua affascinante compare erano ormai spacciati, o almeno questo era ciò che credeva il Mago. In verità egli non sapeva che il Chierico aveva appena invocato mentalmente la sua divinità e che questa avrebbe di lì a breve inviato su di loro una fortissima tempesta, ancora più forte di quella che imperversa là fuori. Le guardie udirono un rombo di tuono in lontananza e subito alzarono gli occhi al cielo: due enormi nuvole nere si stagliarono improvvisamente sopra di loro.”

Un coro di “uuuh” e “oooh” si levò nel bel mezzo della stanza e una ventina di testoline spettinate rimase incollata di fronte alla figura di Freja che sapientemente muoveva il proprio corpo al ritmo delle sue stesse parole, ravvivando ulteriormente lo spirito di quel racconto tanto avvincente.

Artagan rise.

Freja era davvero brava a raccontare storie – era, del resto, il suo mestiere – ma come tutti i bardi aveva un modo tutto suo di farlo, generalmente fatto di eccessi ed esagerazioni. In ogni caso, stava funzionando alla grande: tutti i bambini pendevano letteralmente dalle labbra del Bardo.

“Non ti sembra di avere un tantino esagerato?” domandò poi Artagan, una volta conclusa la giornata e dopo che tutti i bambini se ne furono andati.

Freja lo guardò curiosamente.

“Perché? Ai bambini le mie storie sono piaciute moltissimo.”

“Sì, perché tu le condisci sempre con molto più pepe di quanto non ve ne sia stato in realtà” le fece notare il Chierico “La storia della fuga dal palazzo, per esempio… Dai, sappiamo entrambi che non è andata affatto così!”

Freja scrollò le spalle.

“Le storie devono essere sempre arricchite da un po’ di fantasia, altrimenti sarebbero noiose” disse “A nessuno piace la realtà, altrimenti perché continuerebbero tutti a rifugiarsi nei racconti e nelle novelle? La verità è verità, certo, ma la finzione… Beh, è lì che sta tutta l’epicità di una storia.”

Artagan scosse il capo con fare sconsolato e rise.

“Sei incorreggibile, non c’è niente da fare con voi bardi!” esclamò divertito “Dovete sempre ingigantire ogni cosa, vero?”

Freja annuì, altrettanto divertita, e Artagan levò un sospirò profondo, ormai totalmente rassegnato.

“Davvero incorreggibile” ripeté “Dimmi la verità, ogni tanto scrivi anche qualcosa di vero nei tuoi racconti e nelle due ballate?”

“Oh, sì… Assolutamente!”

“Davvero? Che cosa?”

Freja lo guardò dolcemente, gli si avvicinò e gli getto le braccia al collo, sorridendo.

“Quanto parlo di te, Artagan, non invento mai niente” gli rispose “Tu sei esattamente come ti vedono in miei occhi: assolutamente perfetto.”

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AONARAN (EREMITA PER SCELTA)

Per tanti anni Artagan era stato un eremita per propria scelta.

Aveva viaggiato da solo, vissuto da solo, rifiutato la compagnia di donne bellissime per le quali non provava nulla se non ammirazione per il loro aspetto fisico e questo non lo aveva mai fatto sentire abbandonato o infelice, al contrario: era proprio nella sua solitudine che Artagan sentiva di dare il meglio di sé.

Dunque fu per lui piuttosto difficile accettare il fatto che una persona tanto invadente e rumorosa come Freja avesse iniziato a far parte della sua vita.

“Pss… Artagan? Artagan?”

Il Chierico, inginocchiato di fronte a una finestra, ignorò quel richiamo; sperava che la fanciulla avrebbe interpretato il suo silenzio come un chiaro invito a non interromperlo più ma la fanciulla, al contrario, lo prese come un’esortazione a insistere fino a quando non avesse ottenuto la sua attenzione.

“Artagaaaaaaan? Mi senti?”

Artagan sbuffò.

“Ti sento, ma non ti voglio ascoltare” disse, con voce ferma e sempre con gli occhi chiusi “Sto pregando, non lo vedi?”

Freja lo guardò curiosamente e invece di andarsene, come Artagan aveva sperato, si sedette al suo fianco a gambe incrociate.

“Uh, bello” fu il suo commento “E per che cosa stai pregando?”

Artagan sospirò profondamente, sconsolato. Ogni minima possibilità di liberarsi di Freja era oramai del tutto sfumata.

“Non sempre si prega per un motivo” spiegò il Chierico “Certe volte si ha solo bisogno di connettersi con la propria divinità, sentire la sua presenza. Si tratta di un momento molto intimo e personale.”

Freja continuò a fissarlo curiosamente: “Vorresti dire che la mia presenza qui è di troppo e che dovrei lasciarti in pace?”

“Sarebbe cosa gradita, sì.”

Freja sussultò.

Non sapeva se fosse stato il tono di Artagan o la sua semplice richiesta a indispettirla, in ogni caso il suo volto si adombrò di colpo e il suo sorriso si spense completamente.

“Va bene, scusami” rispose con un filo di voce, incassandosi nelle spalle e facendosi piccola piccola “Non ti disturberò più, mi metterò dal mio lato della stanza a leggere in silenzio.”

Artagan non reagì e Freja si allontanò con una smorfia, andando così a raggomitolarsi su di una piccola poltrona imbottita; afferrò da terra il libro che aveva abbandonato poco prima e ricominciò a leggerlo svogliatamente, mordendosi con forza il labbro inferiore per trattenere le lacrime.

Era orgogliosa, Freja, e mai avrebbe dato ad Artagan la soddisfazione di fargli vedere il proprio risentimento; tuttavia, essendo allo stesso tempo un libro aperto, era piuttosto difficile non accorgersi del suo malessere anche se lei stava – più o meno – facendo tutto il possibile per non mostrarlo.

“Freja? Freja, sei arrabbiata con me?”

Freja non rispose.

“Dai, Freja! Scusami, non volevo risponderti male” Artagan le si avvicinò e posò gentilmente una mano sulla sua spalla.

La fanciulla non si mosse ma il primo accenno di un sorrisino compiaciuto iniziò a mostrarsi sul suo volto.

“So che tu vorresti che io ti rendessi sempre partecipe della mia vita e a me piace farlo, dico davvero!” proseguì il Chierico “Ma ci sono cose che devo continuare a fare da solo e la preghiera è una di queste. In certi momenti ho bisogno dei miei spazi e della mia riservatezza, è una cosa molto importante per me. Lo capisci?”

Freja fece segno di sì con la testa.

Artagan sospirò: “Non voglio tenerti lontana da me, solo… Vorrei continuare a fare anche quello che facevo prima, quando ero solo.”

Freja si voltò verso di lui e in tono lacrimoso domandò: “Non vuoi più stare con me?”

“Cosa… No! No, niente affatto. Su, vieni qui.”

Artagan si accoccolò con Freja sulla poltrona e la strinse forte fra le braccia, dandole un tenero bacio sulla guancia.

“Freja, io amo stare con te” la rassicurò “E per quanto completamente sconvolta, la mia vita è senza dubbio più bella da quando ci sei tu. Mi credi?”

Freja fissò gli occhi profondi e sinceri di Artagan e annuì.

Il Chierico sospirò e sorrise.

“Non voglio liberarmi di te” disse “Voglio solo che tu non te la prenda se qualche volta avrò bisogno di starmene un po’ per conto mio. Solo per poco tempo. Tanto, alla fine, io ritornerò sempre da te.”

Gli occhi verdi di Freja si spalancarono come quelli di un cucciolo indifeso.

“Davvero?”

Artagan le diede un leggero buffetto sul naso, facendola ridacchiare.

“Davvero” promise “Ora, ti prego, possono tornare a pregare senza che tu continui a tenermi il muso?”

Freja assentì e lui, in segno di riconoscenza, le stampò un rapido bacio sulle labbra. Il Chierico tornò dunque ad inginocchiarsi per terra e riprese le sue preghiere, in rigoroso silenzio, mentre Freja lo osservava con un’ espressione di puro amore dipinta sul volto.

Già, si disse, era sciocco pensare che un eremita per scelta potesse aprirsi sul punto con lei e poi, all’improvviso, decidere di scappare via. Certo, accadrà ancora molte volte e in quei momenti Artagan avrà sempre il bisogno di isolarsi dal mondo e dimenticarsi di esso per qualche ora.

Alla fine, comunque, avrebbe sempre fatto ritorno fra le sue braccia.

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PROVERBIO

Un antico proverbio elfico diceva che tagliarsi la barba durante la luna piena portasse ricchezza, salute e prosperità all’uomo che si accingeva a compiere tale gesto.

Artagan non conosceva le dicerie o le superstizioni degli elfi, in effetti si poteva dire che non le conoscesse in generale e che, soprattutto, le ritenesse solo inutili sciocchezze per gonzi o persone non particolarmente dotate di intelligenza. Aveva incontrato molte persone superstiziose e nonostante nutrisse per loro il dovuto rispetto, non sempre riusciva a vederle di buon occhio e cercava, quando possibile, di tenersi a debita distanza da loro.

Purtroppo per lui, anche Freja faceva parte di questa categoria di persone.

“Freja, questa storia è decisamente ridicola! Non posso continuare a tenere la barba così lunga, sta iniziando a diventare fastidiosa.”

Freja alzò gli occhi al cielo e sbuffò.

“Artagan, ti ho già detto che devi fidarti di me” disse lei, rivolgendosi al Chierico con fare stizzito “So quello che dico, i proverbi elfici non sono sciocchezze come pensi tu: si basano sulla realtà dei fatti e sulla magia.”

Artagan le rivolse uno sguardo scettico e giudicante.

“Stupidaggini”commentò duramente “Sono solo ridicole superstizioni, da quando ho la barba l’ho sempre tagliata quando meglio credevo e senza dare il minimo peso alla luna, come vedi non mi è mai successo niente di drammatico.”

Freja sollevò un sopracciglio, guardandolo con aria quasi saccente.

“E dimmi, quanti episodi particolarmente fortunati si sono verificati dopo che la tua barba era stata tagliata?”

Artagan rimase in silenzio, chiaramente a secco di risposte.

Freja sorrise compiaciuta.

“Già, immaginavo” echeggiò compiaciuta “Direi che non abbiamo più motivo di discuterne, aspetterai la luna piena prima di tagliarti la barba e vedrai che la fortuna ci arriderà sicuramente.”

Di fronte a tanto entusiasmo Artagan non ebbe la forza di protestare e lasciò così trascorrere i giorni: la barba era sempre più lunga, fastidiosa e pungente, e il Chierico avrebbe voluto disfarsene il prima possibile.

Tuttavia, ogni volta che il suo sguardo incontrava quello di Freja, trovava ancora una volta una buona ragione per resistere –il che, doveva ammetterlo, era decisamente folle e persino ridicolo.

Il giorno in cui, finalmente, arrivò la luna piena, Artagan aveva una barba ormai talmente lunga che quasi egli stesso faticava a riconoscersi.

“E va bene, adesso puoi tagliarla. Però, mi raccomando, sii delicato.”

Artagan, chino sul lavello con il rasoio in mano e un panno umido adagiato sulle spalle, si voltò in direzione della fanciulla e la guardò di traverso.

“Senza offesa, Freja, ma credo di sapere come si taglia una barba” le rispose “Sai, lo faccio da molti anni.”

Freja sospirò profondamente, con fare arrendevole.

“E va bene, va bene… Hai ragione” disse “D’accordo, fai con calma ciò che devi e lasciamo che l’influsso benefico della luna faccia il resto.”

Artagan alzò gli occhi al cielo, emettendo una sorta di grugnito esasperato, e poi si mise finalmente all’opera. Il lavoro fu lungo e complesso, dato che la barba del Chierico non veniva tagliata da settimane oramai, e quando finalmente il suo volto fu nuovamente visibile come prima l’uomo non poté trattenersi dall’emettere un lungo e profondo sospiro di sollievo.

“Magnifico!” esclamò con soddisfazione “Adesso sì che mi riconosco.”

Poi si voltò fieramente in direzione di Freja e con un ampio sorriso trionfante sulle labbra le chiese: “Allora? Che cosa succede adesso?”

Freja gli si avvicinò curiosamente, osservando il suo viso con attenzione. Artagan si sentì piuttosto in soggezione nel momento in cui la fanciulla iniziò ad esaminare il suo volto come se fosse una qualche specie di un animale sconosciuto e non era certo di capire il motivo di tanto invadente interesse nei suoi confronti.

“Freja? Qualcosa non va?”

Il Bardo incrociò le braccia al petto, mordendosi il labbro con fare pensieroso.

“Mmh…” disse semplicemente, continuando ad osservarlo con espressione indecifrabile.

Artagan iniziava a perdere la pazienza.

“Freja, dannazione!” esclamò tutto d’un tratto, in un’esplosione di stizza “Mi hai proibito per settimane di rasarmi, mi hai riempito la testa di stupidaggini elfiche e cose simili, adesso finalmente riesco a tagliarmi questa dannatissima barba e…”

Non fece in tempo a finire la frase, perché Freja gli si avvicinò con passo fulmineo e andò a stampare un rapido bacio sulla sua guancia, facendolo di colpo arrossire. Il Chierico rimase impassibile, come se una forza misteriosa lo avesse bloccato improvvisamente privandolo della propria forza e impedendogli di muovere ogni singolo muscolo.

Freja sorrise.

“Sai, mi ero quasi scordata di quanto tu fossi carino” disse, con una vocetta tenera e squillante “Ti prego, non farti mai più crescere la barba così tanto!”

Artagan alzò gli occhi al cielo e spalancò le braccia, gesto che Freja trovò particolarmente divertente e infatti la ragazza si mise a ridere fragorosamente, ignorando quell’espressione profondamente sconsolata che andava in quel momento a dipingersi sul volto del Chierico.

Artagan non disse niente, limitandosi a sorridere nel momento in cui lo sguardo luminoso di Freja andò a incrociarsi con il suo.  La ragazza era matta come un cavallo, più il tempo passava e più Artagan ne era fermamente convinto.

E questo, per qualche ragione, la rendeva ancora più bella e meravigliosa agli occhi del Chierico, nonostante tutte le sue stranezze, gli stornelli, i proverbi l’elfici e le barbe tagliate alla luce della luna piena per andare in cerca di un po’ di fortuna.

Che quella fortuna, aveva già trovato entrambi.

Anche se a volte i due faticavano ancora a rendersene conto.

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MAZARINE (Blu Scuro)

“Freja! Avanti, Freja… Dobbiamo andare, non puoi trascorrere tutto il giorno dentro a questa bottega.”

“Arrivo, arrivo… Dammi solo il tempo di pagare.”

Artagan, in attesa fuori dalla soglia di un piccolo negozio di ori e pietre preziose, incrociò le braccia al petto e sbuffò profondamente, spazientito. Detestava fermarsi a fare acquisti con Freja, la fanciulla non riusciva mai a decidersi e trascorrevano sempre interminabili minuti prima che riuscisse a ultimare un acquisto.

Il Chierico aveva ormai perso il conto del tempo trascorso all’interno di quel negozio e sperava con tutto il suo cuore che non dovesse passarne altrettanto, altrimenti avrebbero fatto ritorno alla locanda a cucina ormai già chiusa. Era quasi sul punto di entrare dentro al negozio e portare via Freja con la forza, ma proprio in quel momento la fanciulla venne fuori, il portamento ben dritto e fiero, lo sguardo divertito e un bel sorriso dall’aspetto trionfante che si affacciava sul suo volto.

Artagan sospirò.

“Finalmente, cominciavo a darti per dispersa” disse “Ma che hai fatto? Hai svaligiato l’intera bottega?”

Freja rise: “No, sciocco. Ci ho solo messo un po’ a decidere, lì dentro c’era un tale imbarazzo della scelta!Ti giuro, avrei potuto restarvi dentro per ore!”

Artagan scosse il capo con fare divertito.

“Ringrazio Ilmater che tu non  lo abbia fatto” commentò “Dunque, che cosa hai comprato stavolta?”

Freja si avvicinò al Chierico e mostrò lui una pietra a forma di prisma che pendeva da un laccetto nero saldamente allacciato al suo collo. Artagan allungò una mano e afferrò il prisma, scrutandolo con attenzione: era una pietra che ricordava molto un amuleto porta fortuna –e immaginò che fosse quella la ragione principale per cui Freja aveva deciso di acquistarla – ed era di un bellissimo colore blu intenso.

Artagan sorrise.

“Però, è davvero bella” disse “Questo colore mi piace moltissimo, somiglia un po’ al colore del mio mantello.”

Freja abbozzò un sorrisetto intenerito.

“In effetti è lo stesso” rispose.

Il volto di Artagan parve illuminarsi ulteriormente.

“Già è proprio lui” confermò allegramente “Sai, mi piace davvero tanto: è un colore che trasmette calma, pacatezza e profondità. In effetti, è un colore che a tratti mi ricorda persino me stesso.”

Rise di gusto, non accorgendosi dello sguardo ammaliato con cui Freja lo stava osservando in quel momento. Poi, curiosamente, le disse: “Sai, non ricordavo che tu fossi un’amante di questo colore. Ho sempre pensato che tu preferissi colori più sgargianti e luminosi.”

“Sì, infatti è così.”

Artagan parve piuttosto confuso.

“Beh, ma allora perché hai scelto proprio questo color blu scuro?” chiese.

Freja abbozzò un sorriso, afferrò il proprio pendaglio con due dita e lo accarezzò dolcemente, guardandolo con occhi ricolmi di amore. Poi si avvicinò al Chierico, lo prese sottobraccio e posò dolcemente la testa sulla sua spalla, sospirando.

“Perché se anche un giorno ci dovessimo separare, io potrò pensare a te ogni volta che la guarderò” disse.

Artagan strabuzzò gli occhi, guardandola confusamente.

“Cosa… Ma che stai dicendo?”

Il Chierico afferrò le mani di Freja e le strinse forte fra le proprie.

“Freja, non ti capisco” le chiese in un sussurro, la voce tremante “Per quale motivo pensi che un giorno dovremmo separarci?”

Freja si morse con forza il labbro inferiore e poi tirò su col naso.

“Beh, perché tu… Perché tu sei sempre stato da solo e prima o poi dovrai ricominciare a esserlo” replicò “Il tempo trascorso insieme è stato bello, ma tu un giorno vorrai tornare al tuo eremitaggio e…”

“E quindi adesso hai anche imparato a leggermi nel pensiero e a predire le mie emozioni?” la interruppe Artagan “Però, stai diventando una maga!”

Freja arrossì.

“Eddai, non prendermi in giro!” esclamò “Guarda che io ho davvero paura di non rivederti mai più, e se alla fine di questo viaggio…”

“Non ci sarà nessuna fine di questo viaggio” fu la replica tagliente di Artagan “Non esiste un capolinea, un punto di arrivo. Siamo io e te, Freja: tutto il resto non ha nessuna importanza.”

Gli occhi di Freja, a quel punto, si riempirono inevitabilmente di lacrime e la ragazza si gettò al collo del Chierico, stringendo la presa tanto forte da farlo quasi soffocare.

“Attenta, così mi soffochi!” tossì l’uomo.

Freja sospirò profondamente, aggrappandosi alle spalle di Artagan e respirando profondamente il profumo dei suoi capelli.

“Grazie” mormorò con un filo di voce.

Artagan non disse niente, limitandosi a carezzarle la nuca e a posare un morbido bacio sulla sua fronte. Avrebbe potuto dire qualsiasi cosa ma preferì rimanere in silenzio, per non turbare la perfezione di quel momento e per far sentire a Freja che comunque fossero andate le cose, a prescindere da tutto il resto, loro due sarebbero rimasti insieme.

 Per sempre.

WRITOBER2021 – GIORNI 20 e 21

CESTO

C’era un cesto con il bucato pulito sul letto.

Freja se ne accorse subito, perché era una cosa piuttosto inusuale da quelle parti; di rado i gestori di una locanda avevano così tanta premura nei confronti dei loro ospiti, la maggior parte di loro lavava la biancheria e poi rifaceva i letti, non si dedicava certo a pulire anche i capi sporchi degli avventori.

Eppure era proprio lì, un cesto pieno di abiti profumatissimi e dall’aspetto così morbido che Freja avrebbe voluto gettarvisi in mezzo e addormentarsi proprio lì, fra la freschezza di quella biancheria appena lavata e inamidata. Il Bardo si avvicinò al bordo del letto, passando una mano sul materasso soffice.

Aveva appena terminato il proprio bagno e anche lei, come quei vestiti, era pulita e profumata; i suoi capelli biondi, ancora bagnati, le ricadevano disordinatamente sulle spalle nude e il suo corpo era avvolto da un asciugamano bianco che odorava di lillà. Si sedette sul letto e senza pensarci troppo sopra afferrò la manica di una camicia, l’avvicinò al viso e a occhi chiusi inspirò profondamente per assaporarne il profumo.

Sospirò beatamente.

“Mughetto” mormorò trasognante “Che meraviglia.”

“Hey, che stai facendo lì seduta?”

Freja si voltò lentamente e accolse Artagan con un sorriso.

“Oh, niente di che” rispose “Mi ero persa ad ammirare questa cesta di bucato appena fatto.”

Artagan le si avvicinò, fissandola curiosamente.

“Bucato appena fatto? Parli forse dei nostri abiti?” Freja annuì allegramente “Incredibile, non credo di essere mai stato in una locanda nella quale chi si occupava delle stanze metteva a lavare anche i miei abiti sporchi. Di solito ero sempre io a occuparmene.”

“Già, hai visto che meraviglia?” echeggiò con entusiasmo il Bardo “Un vero e proprio lusso, senti come sono morbidi questi vestiti!”

Artagan si avvicinò ulteriormente, ma la sua attenzione non era minimamente incentrata sul cesto di bucato appena fatto; i suoi occhi, piuttosto, si soffermarono sulle spalle nude di Freja e sulla loro forma ben definita.

Molte donne che aveva incontrato avevano le spalle assai più strette e delicate, ma ad Artagan piaceva molto di più il fisico di Freja, amava la sua schiena e le sue spalle così forti e ben tornite, spalle sulle quali sapeva di potersi appoggiare ogni qualvolta avesse avuto bisogno di aiuto.

Il Chierico guardò la fanciulla con espressione rapita e sospirò.

Amava Freja per mille e più ragioni e le sue spalle erano una di queste.

“Artagan? Che cosa…”

Freja non fece in tempo a finire la frase, ritrovandosi inaspettatamente le braccia dell’uomo saldamente avvolte attorno alle sue spalle. Sorrise.

“Hey, che ti prende?” domandò in tono allegro “Ti fanno questo effetto i vestiti perfettamente lavati e inamidati.”

“No, sciocchina” Artagan ridacchiò con dolcezza, incastrando il proprio mento nell’incavo della spalla di Freja; poi posò un tenero bacio su di essa “Pensavo solo… Solo che…”

S’interruppe, alla ricerca delle parole.

Freja non si scompose; sapeva che per Artagan parlare delle proprie emozioni non fosse affatto semplice e anche se in passato la cosa l’aveva spesso innervosita aveva ormai imparato a capirlo e a decifrare i suoi pensieri prima ancora che giungessero le parole.

Aveva così capito che i sentimenti dell’uomo erano sinceri e che non vi era alcun motivo di dubitare di essi; soprattutto, aveva imparato l’arte della pazienza e a non mettere mai fretta ad Artagan nel dare voce ai propri pensieri. Sapeva che, prima o poi, egli sarebbe infine riuscito ad aprirsi senza alcuna vergogna.

Il Bardo afferrò la mano di Artagan e la strinse forte, poi se la portò alle labbra per lasciarvi un bacio morbido. Il Chierico sorrise nuovamente e i suoi occhi iniziarono, pian piano, a riempirsi di lacrime.

“Pensavo solo che ho passato così tanto tempo da solo, a girare per locande di dubbia qualità e dal servizio piuttosto scarso” riuscì infine a dire “E che in nessuna di queste locande un domestico ha mai pensato di lavare e inamidare tutti i miei abiti, non ho mai pensato di poter godere di un simile lusso. Ma non è questo il punto.”

“E qual è, allora?”

Artgan si morse il labbro inferiore e sospirò profondamente, stringendosi al corpo di Freja come se temesse di vederla scivolare via dalle sue braccia da un istante all’altro.

Sospirò: “Il punto è che, un anno fa, l’idea di trovare sul materasso un cesto con tutti i miei abiti puliti mi avrebbe reso immensamente felice. Ma adesso sono qui con te, in questa locanda che sembra uscita da un libro di novelle per bambini… E questo cesto di panni è davvero l’ultima cosa che conta per me.”

Pronunciò quelle ultime parole con voce tremante, ormai sull’orlo delle lacrime.

“Io ti amo, Freja” mormorò Artagan, fra i capelli della fanciulla “E ti chiedo scusa se ci ho messo così tanto a dirtelo.”

Lei non disse niente e lasciò che le lacrime scivolassero in silenzio lungo il suo volto. Si aggrappò con tutte le sue forse ad Artagan e si voltò di scatto verso di lui, sprofondando con il volto nel suo petto; lì si lasciò completamente andare alle lacrime e ai singhiozzi, cosa che non fece altro che accrescere lo stato di ormai evidente commozione del Chierico.

Artagan rise e accarezzò i capelli di Freja mentre questa continuava a singhiozzare fra le sue braccia. Qualche tempo fa la sola idea di ritrovarsi in una situazione del genere gli sarebbe parsa ridicola, adesso invece gli sembrava tutto assolutamente normale.

“Ti amo anche io” sussurrò il Bardo, in maniera appena percettibile ma comunque a sufficienza perché Artagan riuscisse a sentirla.

L’uomo sospirò profondamente e la baciò sulla fronte. Aveva un milione di cose da dirle e sapeva che, pian piano, sarebbero uscite tutte quante.

Lanciò un ultimo sguardo di sottecchi al materasso e sorrise.

Incredibile quante cose meravigliose possa tirare fuori un semplice cesto d biancheria pulita.

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NOCTIPHOBIA (Paura della notte o del buio)

“Mamma? Papà? Posso dormire con voi?”

Due occhi grandi e ancora visibilmente assonnati si affacciarono sulla soglia di una camera da letto ben arredata e molto spaziosa. Una donna dai lunghi capelli castani si sollevò lentamente dal proprio giaciglio, stropicciandosi gli occhi e sbadigliando.

“Mmh..Freja, che succede?” domandò la donna con voce impastata.

La bimba si avvicinò al letto dei due genitori con passo rapido e tutt’altro che delicato.

“Mamma, ho paura del buio” piagnucolò “Non mi piace dormire da sola. Posso restare qui con voi?”

Il padre di Freja, il cui sonno era talmente pesante che neppure un’esplosione sarebbe stata in grado di destarlo, si rigirò nel letto con un sono mugolio. La donna alzò gli occhi al cielo e sospirò profondamente.

“E va bene, per questa notte faremo uno strappo alla regola” acconsentì “Però non voglio che diventi un’abitudine, Freja: stai diventando una bambina grande e devi imparare a superare anche questa paura. Mi prometti che d’ora in avanti ci proverai?”

Freja annuì solennemente e senza aspettare ulteriori cenni da parte della madre saltò sul materasso e s’insinuò sotto le lenzuola, proprio in mezzo ai due genitori. Sospirò felicemente e sorrise.

“Mmm… Che bello” mormorò beata, raggomitolandosi sul fianco e strofinando il proprio viso contro il corpo della mamma “Mi piace così tanto stare qui.”

Sua madre non disse niente, rivolgendole un lungo sguardo di amore puro e adorazione.

“Buonanotte, piccola Freja” le disse, con voce morbida e permeata di dolcezza “Fai sogni d’oro, tesoro mio.”

“Buonanotte anche a te, mamma…”

“… Sogni d’oro…”

Artagan sollevò lo sguardo dal libro che stava leggendo e lo indirizzò verso il letto nel quale Freja giaceva addormentata, incuriosito dalle sue insolite chiacchiere notturne. Non era cosa tipica che Freja parlasse durante il sonno, per cui Artagan era molto interessato da questa curiosa novità.

Si alzò dalla poltrona e le si avvicinò quatto quatto, cercando di non disturbarla.

La fanciulla dormiva serenamente, in una posizione che Artagan trovava scomoda solamente a guardarla ma che per lei era evidentemente la condizione migliore per riuscire a prendere sonno. Sul suo volto era dipinta un’espressione beata e pacifica, e il Chierico pensò che doveva essere proprio bello il sogno che stava facendo per farla sentire così felice e rilassata.

La guardò con aria profondamente innamorata e socchiuse gli occhi in un’espressione di pura tenerezza; poi, molto delicatamente, si chinò su di lei e le baciò le tempie, lasciando che il sonno la cullasse ancora per un po’, tenendola al sicuro da tutti i problemi e le preoccupazioni che l’affliggevano.

Proteggendola, almeno per qualche ora, da tutto ciò che il buio della notte non era in grado di nascondere. 

“Buonanotte, piccola Freja. Fai sogni d’oro.”

WRITOBER 2021 – GIORNO 19 “LORN” (Abbandonato/Condannato)

LORN

Durante uno dei loro viaggi, Freja e Artagan  si ritrovarono ad assistere a un’esecuzione in pubblica piazza.

Si ritrovarono per puro caso in mezzo a una folla febbricitante, per cui l’evento rappresentava un’eccezionale forma di svago e intrattenimento piuttosto che un “gesto barbaro e abominevole” , come lo aveva definito Freja; il condannato a morte era un uomo di mezza età (o forse era stata la forca a invecchiarlo tutto d’un colpo), con un volto smunto e scavato, lo sguardo vitreo e un’espressione visibilmente spaventata in volto.

Il Bardo si domandò come potesse una persona all’apparenza tanto innocua aver commesso qualcosa di così grave da meritarsi la pena di morte.

“Tutto ciò mi da il voltastomaco” sentenziò duramente Freja, aggrappandosi al braccio di Artagan e stringendo forte.

Il Chierico non vi diede troppo peso; conosceva la sensibilità di Freja e sapeva quanto dovesse essere difficile per lei assistere a una scena di questo tipo.

“Nessuno dovrebbe meritarsi una cosa del genere, neanche il peggiore dei criminali” aggiunse poi la fanciulla, il cui sguardo traboccava di rabbia e di indignazione “La vita è una cosa talmente sacra, nessuno dovrebbe mai avere il diritto di privare di essa un altro essere umano.”

“Hey, volete piantarla di fare rumore qua dietro? Non riusciamo a goderci lo spettacolo!”

Un popolano si voltò in direzione di Freja e Artagan, ammonendoli con voce grossa. La ragazza fece per rispondergli a tono ma Artagan bloccò la polemica sul nascere, afferrandole la mano e stringendola forte nella propria.

“Shhh” mormorò a bassa voce “Lascia stare, non ne vale la pena.”

Freja si morse il labbro inferiore e annuì in silenzio. Artagan si guardò distrattamente intorno, attento e imperturbabile, poi tirò un sospiro profondo e con estremo riguardo nei confronti di Freja disse: “Su, andiamo via. Non sarà un bello spettacolo, non credo proprio che tu voglia assistervi.”

Freja accennò un lieve movimento del capo accompagnato da un mugolio quasi impercettibile, che Artagan prese comunque come un assenso. Senza lasciare la sua mano il Chierico si fece strada in mezzo alla folla e portò la fanciulla fuori dalla piazza del patibolo, appena in tempo per risparmiarle le urla strazianti del condannato che accoglieva la propria morte fra le fiamme.

Per buona parte dei minuti successivi Freja non disse niente, continuò a camminare con lo sguardo fisso a terra, strusciando un piede dietro l’altro lungo l’asfalto cittadino – che, per l’occasione, era stato tirato a lucido come si faceva durante le feste di paese. Artagan, che non era abituato al silenzio da parte di Freja e si trovava decisamente in difficoltà a gestirlo, non provò neanche a farla parlare e si era già rassegnato all’idea di dover trascorrere così il resto della giornata.

Per sua fortuna, lo stomaco di Freja iniziò a brontolare.

“Hey… Artagan?”

Lui la guardò curiosamente, accennando un mezzo sorriso.

“Sì?”

“Ho fame.”

Artagan rise e i due si diressero verso la prima locanda aperta lungo la via. Ordinarono stufato di carne e pane casereccio, e sin dal primo morso Artagan riuscì a notare che l’espressione sul volto di Freja si era notevolmente rilassata e che le sue guance prima pallide avevano finalmente ripreso il loro colore naturale.

“Va meglio, adesso?”

Freja sollevò il capo dal proprio piatto e fece segno di sì con la testa, la bocca piena e il naso sporco di sugo.

Il Chierico trattenne a stento una risata.

“Sì, scusami per prima” gli rispose Freja, dopo aver inghiottito “Non avevo mai visto un’esecuzione così da vicino e anche se – per fortuna – siamo andati via prima che arrivasse il momento peggiore… Beh, non è stato per niente bello.”

“Già, lo immaginavo” Artagan rivolse alla ragazza uno sguardo contrito “Mi spiace davvero che tu abbia dovuto assistere a tutto questo.”

“Perché lo fanno, Artagan?” incalzò rapidamente Freja, con voce quasi lacrimevole “Non riesco a capire… Perché è così semplice uccidere un altro essere umano?”

Artagan ammutolì e distolse lo guardo.

Sentiva, in un certo senso, di essere in parte responsabile del malessere di Freja e per quanto fino a quel momento non avesse mai dato particolarmente peso a come il suo mestiere potesse influenzare lo stato d’animo del Bardo, adesso improvvisamente si rendeva conto dell’enorme potere che questo avesse su di lei.

Che cosa avrebbe mai potuto dire a Freja? Come avrebbe potuto convivere con il peso di avere turbato la sua innocenza, la sua sensibilità? Chiunque altro si sarebbe meritato una risposta dura e piuttosto cinica, ma non Freja, lei non poteva vivere in un mondo in cui il cinismo e la violenza la facevano da padroni.

In qualche modo, lui avrebbe dovuto proteggerla.

“Freja, non è semplice rispondere a questa domanda” disse infine, dopo un lungo e profondo sospiro d’incoraggiamento “Alcune persone uccidono per divertimento, per vendetta o perché mosse da un istinto sadico e puramente bestiale. Altri lo fanno per un ideale di giustiziae in un certo senso anche l’uccisione di quel condannato a morte nasceva da un bisogno di farsi giustizia, di punire un crimine o una colpa troppo grande da poter essere ignorata. E altri ancora…”

S’interruppe per un attimo, in cerca del coraggio necessario a portare avanti quella frase.

“Altri ancora, come me, lo fanno perché devono. Perché il male in questo mondo è troppo e c’è bisogno di qualcuno disposto a combatterlo, a lottare contro i nemici per difendere gli innocenti. Certe volte, si uccide anche per questo.”

Freja, che aveva ben compreso il senso delle parole di Artagan, gli rivolse uno sguardo ricolmo di gratitudine e un sorriso indulgente, allungando poi una mano verso di lui e posandola delicatamente sul suo braccio.

“Artagan, io non ho mai pensato a te come a un assassino” lo rassicurò “So che una parte di te se lo sta domandando e ci tengo a confermarti che no, non l’ho mai pensato. Non una sola volta.”

Artagan fece una smorfia.

“E perché no?” domandò in tono quasi provocatorio “Eppure mi hai visto durante un combattimento, mi hai visto uccidere delle persone.”

“Ti ho visto uccidere entità maligne o maghi spregiudicati che attentavano alla vita di persone incolpevoli” puntualizzò il Bardo, vagamente infastidita dai toni del compagno “Ti ho visto proteggere chi ne aveva bisogno e sì, talvolta sei stato costretto a uccidere per farlo. Ma nessuna delle tue vittime era innocente e se tu avessi mostrato loro pietà centinaia di persone sarebbero morte ingiustamente.”

Artagan levò un nuovo sospiro profondo.

“Forse anche quel condannato a morte aveva commesso dei crimini efferati” disse “ Magari anche lui ha ucciso degli innocenti, innocenti che nessuno è riuscito a salvare.”

“O forse era lui stesso un innocente!”

“O forse non lo era ed è stato bruciato vivo perché non vi era nessun Chierico in giro per la città a difendere i più deboli” dal suo tono di voce Artagan sembrava ormai prossimo all’esasperazione, ma riuscì comunque a mantenere la calma “Non voglio convincerti a tutti i costi che la morte di quell’uomo fosse giusta o che egli fosse il peggiore dei criminali. Voglio però che tu capisca che non possiamo sempre essere gli eroi della storia, certe volte finiamo per diventare il cattivo; e altre volte, ancora, il cattivo è quello che uccidiamo anche quando pensiamo di esserci comportati da buoni.”

Freja non parlò, ascoltando Artagan con attenzione e rispettoso silenzio.

Non aveva idea di quanto dovesse essere stato difficile, per lui, essersi sentito così fortemente sotto attacco e giudicato, anche se in realtà Freja non ne aveva la minima intenzione. Capì in quel momento che Artagan viveva costantemente con la paura di deluderla o, peggio ancora, di spaventarla a tal punto da farla fuggire via da lui e non vederla ritornare mai più.

Non aveva alcuna intenzione di dare adito a quella paura.

“Faccio ancora molta fatica ad accettare che al mondo vi sia tutto questo male” dichiarò la fanciulla con un filo di voce “E forse ho bisogno di respingerlo con tutte le mie forze, mettendomi dei paraocchi come quando ero piccola e non riuscivo a immaginare che cose significassero la morte, il dolore e la sofferenza. Forse una parte di me rifiuta ancora di essere oramai cresciuta e teme di perdere la sua innocenza.”

Un’espressione traboccante di tenerezza si fece strada lungo il volto di Artagan, che in risposta afferrò entrambe le mani di Freja fra le sue e sorrise.

“Tu non perderai mai la tua innocenza, Freja” mormorò il Chierico, con voce morbida “Fa parte di te e sarà così per sempre. Niente potrà mai cambiare ciò che sei.”

Freja rispose con un altro sorriso e un’espressione sul volto che voleva chiaramente dire “Grazie”.

Poi, senza aggiungere altro, tornò finalmente a dedicarsi al proprio pranzo.

Perché – pensò – in fin dei conti il suo amore per il cibo era esattamente come la sua innocenza: difficile da combattere, del tutto impossibile da cancellare.

WRITOBER 2021 – GIORNI 16, 17 e 18 (Quando sei in ritardo, in qualche modo te la devi cavare).

BELLADONNA

Come la maggior parte delle donne della sua epoca, Freja non aveva un rapporto particolarmente felice con il proprio aspetto. Lo tollerava, per così dire, ma non riusciva mai ad apprezzarlo pienamente, così concentrata come era sui suoi difetti: i denti davanti a suo dire troppo sporgenti, il visto tondo, il naso schiacciato; e poi il suo corpo così poco atletico, le gambe non abbastanza lunghe, il fisico per niente snello.

In poche parole, guardarsi allo specchio era molto spesso una tortura per lei.

Artagan non riusciva a capire il motivo di tanta insofferenza: ai suoi occhi Freja non aveva nulla da invidiare alla maggior parte delle sue coetanee e dal suo punto di vista nessuno avrebbe mai potuto negare che la fanciulla avesse veramente un aspetto grazioso.

Vero, non era molto alta né particolarmente magra, ma il suo fisico era ben proporzionato, con un punto vita stretto e ben definito, fianchi morbidi e sinuosi, due seni grandi e ben fatti.

E poi, il suo viso… Artagan trovava che fosse bellissimo.

Freja se ne lamentava perché le ricordava quello di una bambina e l’idea di dimostrare meno degli anni che avesse la indispettiva parecchio, tuttavia il Chierico lo trovava estremamente delizioso, soprattutto quando sorrideva: in quei momenti, l’intero viso di Freja era come illuminato da una splendida luce raggiante, il suo naso si arricciava e due piccole fossette comparivano ai lati della sua bocca.

E i suoi occhi color acqua marina brillavano come una manciata di stelle nella notte.

Artagan non aveva mai conosciuto nessuno, uomo o donna che fosse, con occhi simili a quelli di Freja e ne era rimasto stregato sin dal primo momento in cui aveva avuto modo di osservarli con attenzione; di essi non amava soltanto il colore ma anche la loro espressività, il fatto che potesse semplicemente leggere in essi ogni pensiero, emozione e desiderio della ragazza.

Motivo per cui detestava l’utilizzo spasmodico di belladonna che Freja faceva prima di ogni esibizione.

“Freja… Andiamo, vuoi muoverti? Alla locanda ti aspettano fra venti minuti, se perdiamo altro tempo rischiamo di farti arrivare in ritardo.”

“Arrivo, arrivo… Fammi solo mettere un po’ di estratto di belladonna negli occhi e sono pronta.”

Artagan incrociò le braccia al petto e si appoggiò allo stipite della porta di camera, guardando il Bardo con aria impaziente. Freja afferrò la boccetta dal solito scaffale nel quale erano custoditi tutti i suoi prodotti di cosmesi, ma nel momento in cui andò ad aprirla si accorse che qualcosa non andava.

“Non è possibile… è vuota!” esclamò con disappunto, rigirandosi fra le mani la bottiglietta oramai completamente priva del suo contenuto “Ma come può essere accaduto? L’avevo ricomprata nuova neanche due settimane fa e non ho avuto spettacoli negli ultimi giorni.”

Artagan fece spallucce e sospirò.

“Probabilmente ti sarai confusa” disse distrattamente “In fin dei conti compri così tanta roba, forse quella boccetta vuota era lì da più tempo di quanto credessi e ti sei scordata di ricomprarla.”

Freja si voltò sospettosamente in direzione del Chierico e sollevò un sopracciglio, guardandolo in cagnesco.

“Oppure qualcuno ha pensato di farla sparire credendo che io fossi così scema da non accorgermene” sbraitò “Sbaglio, per caso?”

Artagan non aveva molta voglia continuare a simulare la sua totale estraneità ai fatti, dunque gettò la maschera piuttosto velocemente.

“Va bene, lo ammetto: sono stato io”

La sua confessione parve tutt’altro che pentita, anzi, Freja non poté non notare che vi era persino una punta di orgoglio nelle parole di Artagan. Il che, ovviamente, contribuì a farla innervosire ancora di più.

“Perché?” domandò rabbiosamente il Bardo “Chi ti ha dato il permesso di buttare via la mia belladonna? L’avevo pagata anche un sacco di soldi, che adesso sono andati sprecati. Oddei, che nervoso… Ma perché diamine lo hai fatto?”

“Hai ragione, scusami… Mi dispiace, non avrei dovuto farti questo sgarbo” rilanciò immediatamente Artagan, e questa volta il tono della sua voce tradì il suo effettivo senso di colpa “Sono stato avventato e avrei dovuto avere più considerazione dei tuoi avere e del tuo denaro. Ti chiedo di perdonarmi, l’ho fatto solo perché io… Io detesto quando ti metti la belladonna.”

Freja lo fissò con aria confusa: “Perché?”

Artagan sospirò profondamente.

“Perché trovo che i tuoi occhi siano bellissimi così come sono e che non abbiano bisogno di essere ritoccati artificialmente” disse “So che usi la belladonna per valorizzare il tuo sguardo, il punto è che non penso che tu debba farlo. Tu sei bellissima così come sei… No, non interrompermi.”

Freja si fece leggermente rossa in volto.

“Lo so che tu non ti vedi bella e che probabilmente non ti ci vedrai mai, ma per me lo sei e non sopporto il fatto che tu non riesca a rendertene conto” proseguì il Chierico “Non fai che soffermarti sui tuoi difetti e non ti rendi conto di quanti meravigliosi pregi tu abbia. I tuoi occhi… Sono una delle cose più belle che io abbia mai visto e mi piace quando utilizzi il carboncino colorato per truccarti, ma la belladonna li altera così tanto che perdono la loro naturale bellezza. Per questo l’ho gettata.”

Freja si morse un labbro e rimase in silenzio.

Una parte di lei avrebbe voluto continuare a tenere il muso ad Artagan e ad avercela con lui per lo sgarro commesso, ma le parole dell’uomo l’avevano toccata talmente nel profondo da far sfumare la rabbia e farle dimenticare completamente il torto subito. Artagan, che riusciva a leggere nella mente di Freja senza che lei si sforzasse di aprire bocca, aveva già capito di aver colpito nel segno e lasciò che un sorrisetto compiaciuto si facesse strada trionfante lungo le sue labbra.

Freja alzò gli occhi al cielo e sospirò ridente, in segno di resa.

“Dovrai farti perdonare con un gran bel regalo” disse al Chierico “Un regalo che abbia almeno lo stesso valore della boccetta di belladonna che mi hai fatto sprecare.”

Artagan rise.

“Anche di più” le rispose.

Poi le si avvicinò e con un gesto gentile le scostò un ricciolo ribelle dalla fronte, carezzandole il viso e perdendosi dentro al  verde dei suoi occhi. Lei deglutì, leggermente imbarazzata, e poi sorrise rivolgendo lui uno sguardo rigonfio di adorazione.

“Su, adesso andiamo” disse infine Artagan “Non vorrai certo arrivare in ritardo, dico bene?”

Freja annuì silenziosamente e afferrò il proprio mantello, lo indossò e subito prese Artagan per mano, offrendogli un ennesimo sorriso e uno sguardo di gratitudine.

Non ebbe bisogno di parlare e Artagan, come sempre, non ebbe bisogno di chiedere.

Perché gli occhi di Freja, ancora una volta, avevano già detto ogni cosa.

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DRAGO

Artagan e Freja erano da poco arrivati nella città di Northanger quando, per la prima volta, udirono gli avventori della locanda parlare di un pericoloso drago che da settimane, ormai, minacciava il loro bestiame. Tutti lo descrivevano come una creatura enorme e dall’aspetto spaventoso, ricoperta di scaglie color verde e argento, occhi iniettati di sangue e due ali grandi che gli permettevano di volare a un’elevatissima altitudine, sputando fuoco e distruggendo ogni cosa che avesse la sventura di trovarsi lungo il suo cammino.

Nonostante, di fatto, nessuno degli abitanti di Northanger lo avessero mai visto con i propri occhi.

“Non sono sicura di capire” domandò un giorno Freja, dopo che per l’ennesima volta lei e Artagan avevano ascoltato i deliranti racconti dei locali “Come fate a essere così sicuri che il drago abbia questo aspetto, se di fatto nessuno di voi lo ha mai visto veramente?”

Un giovane dai capelli castani, un cavaliere dall’aspetto alquanto altezzoso e – secondo Freja – non abbastanza ben piazzato da avere la presunzione di improvvisarsi cacciatore di draghi, guardò la ragazza come se questa lo avesse insultato personalmente.

“Forse voi musici non conoscete a dovere l’argomento, probabilmente pensate che i draghi siano invenzioni per bambini, storielle per farli addormentare” le rispose con fare stizzito “Tuttavia noi cavalieri conosciamo alla perfezione l’argomento e non abbiamo certo bisogno di vederne uno con i nostri occhi: sappiamo benissimo che aspetto abbiano.”

Artagan rivolse al cavaliere uno sguardo sprezzante.

“Sapete anche che non si vede un drago da centinaia di anni perché sono oramai creature in via di estinzione, che preferiscono restarsene in luoghi remoti e ben nascosti dagli esseri umani che non arrischiarsi a depredare qualche pecora in un villaggio?” disse.

Il cavaliere, il cui nome era Sir Isaac qualcosa, si rivolse ad Artagan con aria quasi di sfida e iniziò a fissarlo aspramente, cosa che mise il Chierico parecchio a disagio.

“E tu chi saresti per parlare con tanta boria e convinzione?” chiese.

Freja dovette sforzarsi per non scoppiargli a ridere in faccia, mentre Artagan dedicava a Sir Isaac uno sguardo di sdegno e superiorità.

“Il mio nome è Artagan e sono un Chierico” rispose solennemente quest’ultimo “Viaggio per il paese combattendo il male e proteggendo gli innocenti, ho studiato a memoria tutti i bestiari degli ultimi decenni e se c’è una cosa che posso affermare con assoluta certezza è che nessun drago si avvicinerebbe mai a un luogo abitato come questo. Sarebbe un gesto sciocco e decisamente avventato e se c’è una cosa che si può dire sui draghi è che essi siano molto intelligenti e lungimiranti.”

Freja si morse l’interno della guancia, gongolando con fierezza. Se solo non fosse risultato sconveniente, avrebbe scavalcato il tavolo e avrebbe baciato Artagan sulle labbra, tanto era orgogliosa di lui in quel momento.

Il cavaliere, sebbene ferito nel proprio orgoglio, cercò di non mostrare il proprio imbarazzo e rilanciò prontamente: “Dunque, se siete un tale esperto di draghi e bestie feroci, perché non vi unite alla nostra spedizione? Partiremo domani mattina e seguiremo le tracce della creatura che da giorni e giorni, ormai, uccide le nostre pecore.”

Artagan alzò gli occhi al cielo.

“Non ci penso neanche” fu il suo implacabile responso “In primo luogo, se ci fosse davvero un drago io non potrei mai combatterlo: ho un codice d’onore che me lo impedisce. Secondariamente, trovo molto più plausibile che a sbranare le vostre pecore sia un lupo o un animale simile e non trattandosi di mostri pericolosi, mi spiace ma ancora una volta il mio codice di impedisce di uccidere.”

Sir Isaac scoppiò a ridere e ancora una volta si voltò a guardare Artagan con evidente sdegno. Il Chierico serrò i pugni e bofonchiò, ammonendosi mentalmente di contare fino a cento prima di prendere a pugni quella specie di damerino in armatura.

“Dovevo immaginare che foste troppo vigliacco per partecipare alla spedizione” fu il commento arrogante del Cavaliere “Beh, molto meglio per me: la taglia su questo bestione è davvero notevole, molto meglio godersela da soli che non in compagnia! Ahahahahah.”

Si allontanò ridendo a crepapelle, assieme a un gruppo di seguaci altrettanto ilari e visibilmente alticci. Artagan distolse immediatamente l’attenzione da loro, tornando a dedicarsi a qualcosa che in quel momento gli sembrava essere ben più importante di una stupida esibizione di spacconate: la sua cena.

“Che idiota quel Sir Isaac” fu il commento di Freja “Uno spocchioso arrogante, come tutti gli altri cavalieri che ho incontrato. Crede di saperne più di tutti, pff… Ma tu lo hai rimesso bene bene al suo posto, gli hai dato quel che si meritava!”

Artagan fece spallucce.

“Lascialo stare, Freja” replicò “Non vale la pena di stare dietro a quel damerino, ci sono cose molto più importanti.”

Il bardo sbuffò.

“In ogni caso, quando scriverò la mia ballata su questa storia non parlerò affatto bene di lui” sentenziò.

Artagan fece per aprire bocca e parlare, ma proprio in quel momento entrarono un gruppo di uomini nella locanda, tutti con lo sguardo paonazzo e il fiatone. IL Chierico pensò che dovevano aver corso per parecchi chilometri, prima di arrivare lì.

“Veniamo dai campi… Abbiamo finalmente scoperto chi è il responsabile dei furti di bestiame!”

La locanda piombò nel silenzio più assoluto e una trentina di teste si voltarono in direzione di Sir Isaac, il quale era ancora lì, intento a vantarsi a gran voce di come avrebbe facilmente tagliato la testa al temibile drago se solo questi avesse osato avvicinarsi a lui. Il Cavaliere guardò i nuovi arrivati.

“E allora? Non teneteci col fiato sospeso, parlate!” ordinò “Si tratta forse di un drago? Di due draghi?”

Uno dei nuovi arrivati scosse il capo, sembrava quasi imbarazzato.

“N-no, Sir Isaac” rispose timorosamente “Sono stati… Sono stati…”

“Smettila di balbettare, grassone! Sputa il rospo.”

L’uomo sospirò profondamente.

“Cani selvatici” disse “Abbiamo seguito le loro tracce e abbiamo avuto la conferma del fatto che siano sempre stati loro a razziare le nostre pecore. Nessun drago, cavaliere: solamente cani selvatici.”

Ci fu un breve istante di silenzio, subito seguito da una risata scoppiettante che risuonò per l’intera la locanda. Tutti, compresi l’oste e i camerieri, non riuscivano a trattenere l’ilarità e ognuno dei presenti si rivolgeva a turno a Sir Isaac con il chiaro intento di farlo sentire beffato e umiliato da quella situazione tanto ridicola quanto esilarante.

Il Cavaliere si rannicchiò su se stesso, facendosi piccolo piccolo sotto alle risate e agli sguardi giudicanti dei propri compagni e di tutti gli avventori della locanda.

“Hai visto? Con questa gente non occorre sforzarsi” disse a un tratto Artagan, la cui espressione solo all’apparenza seria tradiva un certo senso di soddisfazione e compiacimento “Ci pensano da soli a rendersi ridicoli davanti a tutti.”

Freja rise.

“Questo comunque non cambia le cose, nella mia ballata lui farà comunque la figura del gonzo e sarà trattato come si merita. Ma soprattutto…”

“Soprattutto?”

Un sorrisino beffardo fece capolino lungo le labbra di Freja, i cui occhi brillavano quasi subdolamente.

Artagan conosceva quello sguardo, sapeva fino a che punto avrebbe potuto spingersi Freja con le sue idee. E per una volta, a lui andava benissimo così.

“Soprattutto, nella mia storia ci sarà veramente un drago.”

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SVEWEN (SOGNO/VISIONE)

Per tutti gli anni della sua vita, Artagan era sempre stato abituato a dormire da solo.

Lui e i suoi fratelli si coricavano in stanze separate e al tempio dove aveva trascorso gli anni del suo addestramento ogni Chierico aveva la propria cella, dunque l’uomo non si era mai ritrovato a dover condividere il letto con qualcuno, non fino a quando Freja era entrata nella sua vita.

I primi tempi, inutile negarlo, erano stati difficili.

Freja, il cui temperamento vivace era per Artagan al tempo stesso gioia e dolore, non riusciva a stare ferma neppure nel sonno e a differenza del Chierico non si accontentava di una sola parte del letto ma provava l’irrefrenabile desiderio di espandere la sua presenza lungo tutto il materasso, privando il povero Artagan dello spazio a lui spettante. Inoltre, il fatto che Freja si muovesse di continuo rendeva il sonno già leggero dell’uomo assai più turbolento e più di una volta questi aveva minacciato la fanciulla di mandarla a dormire da tutt’altra parte se non avesse provato a rispettare i suoi spazi.

Il tempo, comunque, aveva insegnato ad Artagan ad abituarsi a tutto questo e nonostante ancora, di tanto in tanto, faticasse a guadagnarsi il proprio posto all’interno di un nuovo giaciglio, era talmente avvezzo al calore del corpo di Freja avvinghiato al suo che di notte, in sua assenza, faticava a prendere sonno.

Anche se certe volte, doveva ammetterlo, era piuttosto faticoso.

“Freja… Freja, dannazione! Possibile che tu non riesca a stare ferma neanche per un momento?”

“Chi? Cosa? Che succede?”

Freja si voltò lentamente verso Artagan, raggomitolato nel proprio angolo di letto, cercando di mettere a fuoco nonostante l’essersi appena svegliata nel bel mezzo della notte.

“Mmm… Che cosa vuoi, Artagan?” domandò con voce impastata “Perché mi hai svegliata? Stavo facendo un sogno bellissimo.”

Artagan la guardò malamente.

“Un sogno bellissimo e molto movimentato, a quanto pare” berciò “Non facevi che rigirarti e darmi calci, guarda che anche io ho bisogno di dormire!”

“Ooh, scusami tanto” rilanciò Freja, in un tono che voleva chiaramente essere sarcastico ma che in quel momento risuonò solo come assonnato “Certo che hai il sonno davvero leggero tu. Ma perché, tu non sogni mai?”

Artagna alzò gli occhi al cielo: “Molto raramente e in generale quei pochi sogni che faccio sono molto tranquilli. A differenza dei tuoi.”

Freja storse il naso e provò a replicare, ma era davvero troppo stanca e tutto ciò che ne venne fuori fu solo un altro sbadiglio impastato. La ragazza si accasciò nuovamente sul cuscino e rotolò fra le braccia di Artagan, il quale – suo malgrado – si ritrovò ad accoglierla mentre la sua faccia sprofondava nel petto di lui.

Il Chierico alzò gli occhi al cielo e sospirò profondamente.

Poi, nella penombra di quella notte semi-illuminata dalla luna che filtrava da una finestra, intravide il visetto amorevole di Freja, già profondamente addormentata.

E sorrise.

“Accidenti a te, Freja” mormorò dolcemente, lasciando una leggerissima carezza sul volto della fanciulla prima di posare un tenero bacio sulla sua fronte “Sai sempre come farti perdonare.”

Si strinse ulteriormente Freja fra le braccia e poi chiuse a sua volta gli occhi, pronto a scivolare nuovamente nell’ennesimo sonno senza sogni. Che tanto, di loro, non ne aveva alcun bisogno: la realtà che stava vivendo era mille volte più bella di quanto qualunque sogno avrebbe mai potuto

WRITOBER2021 – GIORNO 15 “ARMATURA”

ARMATURA

Una cosa che Freja aveva notato sin dai primi giorni trascorsi a Borgo delle Sete era che Artagan di rado abbandonava la propria armatura. Nonostante il suo peso e il fatto che fosse palesemente ingombrante il Chierico non se ne disfaceva mai, indossandola praticamente in ogni occasione, da quelle più solenni alle più informali e rilassate.

Il Bardo non ne capiva il motivo, ma avendo oramai capito quanto poco piacesse ad Artagan raccontare i fatti propri aveva deciso di non approfondire mai la questione. Le sue intenzioni erano quelle di non toccare mai l’argomento “armatura” con il Chierico e avrebbe continuato a far fede al proprio proposito se non per il fatto che, dopo qualche giorno che i due avevano iniziato a viaggiare insieme, lui aveva incominciato a viaggiare in borghese.

Inizialmente Freja provò a tacere i propri dubbi e le proprie curiosità ma la pazienza, come al solito, giunse al proprio limite e così la fanciulla dovette farsi avanti e porre ad Artagan tutte quelle domande che – da settimane, ormai – albergavano nella sua testa.

“Sai, Artagan… C’è una cosa che mi domando da diverso tempo.”

I due erano seduti nella sala comune di un’imponente ed elegante locanda di campagna, uno strappo alla regola che i due si erano concessi durante il proprio pellegrinaggio fino a quel momento vissuto all’insegna del risparmio e della semplicità. Se ne stavano seduti su un morbido divanetto di pelliccia, sorseggiando un bicchiere di sidro caldo di fronte a un caminetto scoppiettante.

“Quando ci siamo conosciuti e per tutto il tempo che abbiamo trascorso a Borgo delle Sete, tu non ti sei mai disfatto della tua armatura” incalzò Freja, senza dare ad Artagan il tempo di replicare “Io ho sempre voluto chiederti il motivo ma conoscendoti ho pensato che avresti preso male la mia domanda e quindi ho lasciato perdere, preferendo rispettare il tuo desiderio di riservatezza.”

“E quindi, che cosa sarebbe cambiato da allora?” le rispose scherzosamente Artagan, con fare volutamente provocatorio.

Freja arrossì ma senza incassare il colpo.

“Avrei continuato a mantenere la mia discrezione, solo che poi tu hai smesso di indossare costantemente la tua armatura e allora mi chiedo… Perché? Che cosa è cambiato da Borgo delle Sete?”

Artagan, colto in fallo dalla domanda, rimase in silenzio.

Il suo sguardo era intenso e concentrato, sembrava quasi che stesse scavando nel profondo della propria mente per trovare le parole più adatte ad argomentare una risposta. Freja, in attesa di un suo cenno, lo fissava con impazienza e attenzione, dondolandosi su se stessa con fare irrequieto.

Il Chierico sospirò.

“Da quando sono stato investito del mio ruolo di Chierico, l’armatura ha sempre fatto parte di me” spiegò con fare solenne “Quando lotti contro ogni genere di male essa è la tua sola protezione, la sua presenza è indispensabile e la sua assenza può renderti vulnerabile al nemico, rischiando di compromettere in maniera tragica qualsiasi genere di combattimento, anche quello all’apparenza più facile da vincere.”

Freja sollevò un sopracciglio e lo guardò con aria perplessa.

“Tu però non sei sempre in combattimento” osservò “Anzi, il più delle volte ti trovi in mezzo ai civili.”

Artagan tirò un secondo sospiro.

“Quando sono in mezzo alla gente mi sento vulnerabile come se mi trovassi in battaglia senza la mia armatura” rispose “Se la indosso tutti sanno benissimo chi sono, mi guardano e pensano che io sia un Chierico potente, mi mostrano rispetto. Ma quando indosso i miei abiti civili… Beh, sono semplicemente io. Un uomo come tanti, indifeso, fragile. E non mi piace essere visto in questo modo.”

Freja aprì bocca per pronunciare la domanda successiva, ma Artagan fu più veloce di lei.

“Le cose sono cambiate quando ti ho conosciuta: la tua presenza e la tua vicinanza mi rendevano ancora più nervoso e vulnerabile, molto più di chiunque altro. C’erano dei momenti in cui neppure l’armatura mi faceva sentire abbastanza protetto, avevo sempre la sensazione che i tuoi occhi riuscissero a penetrarla e a guardarmi dentro, a scoprire le cose più nascoste e meno belle di me.”

Quelle parole, invece che chiarire una volta per tutte i dubbi della ragazza, contribuirono solo a rafforzarli ulteriormente; Freja, sempre più confusa e su di giri, sembrava non riuscire più a sostenere il peso di quella conversazione.

“Non riesco a starti dietro, quello che dici non ha senso!” esclamò il Bardo, ormai sull’orlo dell’esasperazione “Se come dici tu la mia presenza ti faceva sentire più indifeso e vulnerabile del solito, perché all’improvviso hai smesso di portare l’armatura ?”

Un sorriso si formò a quel punto sul volto di Artagan. La sua espressione era serena, placida, e i suoi occhi scuri brillavano di una luce che solo Freja aveva avuto il lusso di ammirare.

“Perché a un certo punto, tu hai iniziato a farmi sentire protetto.”

Artagan afferrò le mani di Freja e le strinse fra le sue con calorosa premura, senza smettere di guardarla negli occhi.

“Quando ho capito che potevo fidarmi di te, quando i miei sentimenti hanno iniziato a crescere il resto del mondo continuava a farmi paura e a mettermi a disagio, ma tu no” disse “Tu, al contrario, mi facevi sentire compreso e accolto come nessun altro era mai riuscito a fare. Con te al mio fianco ho smesso di sentirmi vulnerabile e persino il mondo là fuori non mi intimoriva poi così tanto. Non so dire come mai o cosa tu abbia fatto per cambiare le cose, so solo che a un certo punto è successo e basta, e io l’ho semplicemente accettato.”

Allungò una mano verso il volto di Freja, scostandole dolcemente un ricciolo ribelle dalla fronte.

Sorrise.

“Sei stata tu a togliermi di dosso quell’armatura, Freja. Da quel momento in poi, non ho più avuto bisogno di rimettermela.”

In risposta, Freja si gettò al collo di Artagan e lo strinse con tutte le sue forze, facendolo gemere dal dolore; l’uomo, tuttavia, si rilassò fra le braccia della compagna e sospirò profondamente, chiudendo gli occhi e beandosi di quella sensazione di calore e di benessere che lo avvolgeva ogni qualvolta il corpo di Freja lo accoglieva a sé.

Pensò a quanto fosse ironico che Freja avesse più potere di ferirlo e infliggere lui dolore di chiunque altro e quanto, in realtà, la sua sola esistenza lo facesse sentire più forte e invulnerabile di quanto non fosse mai stato in vita sua.

Più della sua fede, più della sua spada e più dei suoi poteri.

Persino più della più forte e resistente di tutte le armature.

Donne e… Sesso al primo appuntamento

Ogni volta che affronto un nuovo argomento di questa rubrica mi ritrovo inevitabilmente a notare quanto la società in cui viviamo non si sia ancora del tutto evoluta, nonostante molte persone intorno a me abbiamo assunto posizioni decisamente più liberali e progressiste, sfortunatamente ancora in contraddizione con il sentire comune di una massa ancora assoggettata a un sistema patriarcale.

Parliamo oggi di sesso al primo appuntamento.

Nella serie “Sex and The City” Carrie viene rimproverata dalle sue amiche per aver ceduto agli istinti ed essere andata a letto con Big durante il loro primo appuntamento; le parole di Charlotte e Miranda sono piuttosto dure e, a mio avviso, davvero molto sessiste.

 “Comportandoti in questo modo hai dato lui l’impressione di essere una facile, una che cede sin dal primo momento. Non c’è più alcuna sfida, non c’è soddisfazione, lui ti percepirà sempre come una che può essere usata solamente per il sesso perché, in fin dei conti, questo è ciò che tu gli hai dimostrato andandoci subito a letto senza neanche farti desiderare.”.

Naturalmente Samatha, l’unica con una mentalità vagamente progressista all’interno della comitiva, spezza subito una lancia in favore del comportamento di Carrie: “Il sesso è solo sesso, non ci sono giochetti che funzionino veramente in un rapporto e se un uomo vuole qualcosa di più si dimostrerà interessato a te a prescindere dal fatto che tu abbia già spalancato le gambe. Allo stesso modo, se vuole veramente portarti a letto e poi sparire dalla tua vita lo farà anche dopo il decimo appuntamento, perché nessun uomo disinteressato a una vera relazione si trasformerà in una persona finalmente pronta a impegnarsi solo perché tu lo hai fatto aspettare più del dovuto.”

Ho parafrasato il punto di vista di Samantha, che probabilmente è stata molto più stringata di me nell’esprimere il proprio pensiero, ma il concetto è sempre questo: non è la scelta di una donna di “cedere” o meno al primo appuntamento a determinare l’esito di una relazione.

Eppure, per molte persone funziona realmente così.

Come faccio sempre prima di scrivere un nuovo articolo, nelle scorse settimane ho pubblicato sui miei social un sondaggio sul tema in oggetto e la totalità delle persone che hanno partecipato (principalmente donne, ma non solo) si è espressa nei seguenti termini: nessuna donna dovrebbe farsi problemi se decide di fare sesso già al primo appuntamento.

Si tratta di un assunto che, a mio avviso, non dovrebbe mai essere messo in discussione e nel 2021 mi sembra assurdo anche solo pensare che possano esserci ancora persone convinte del contrario. Eppure, nella mia vita – anche piuttosto recentemente – mi sono ritrovata a discutere animatamente con persone (molto spesso donne) convinte che per una donna fare sesso al primo appuntamento fosse degradante, argomentando le proprie teorie con le stesse parole di Carrie e Miranda.

Se lo fai al primo appuntamento, dai l’impressione di essere una facile e nessun uomo di considererà mai veramente adeguata a una relazione seria.

Inutile dire che abbia preso la cosa molto sul personale, visto che io stessa non ho mai avuto problemi a “concedermi” sin dal primo appuntamento – anche perché per diverso tempo ho avuto principalmente rapporti occasionali, in quel caso il primo appuntamento era anche l’unico – e in nessuna di quelle occasioni ho creduto che il mio voler assecondare un desiderio fisiologico che apparteneva tanto a lui quanto a me (sfatiamo subito il mito che a una donna non interessi il sesso tanto quanto interessa a un uomo) mi avrebbe bollata per sempre come “quella facile”.

Che poi, verrebbe da chiedersi una cosa: Perché la donna che fa sesso al primo appuntamento può essere bollata come quella facile mentre l’uomo che “fa subito centro” viene visto sempre in maniera positiva?  Ovviamente perché siamo ancora influenzati dalla convinzione che il maschio sia predatore e la donna preda, dunque un uomo che riesce subito ad acchiappare la propria preda è un abilissimo cacciatore, la donna che si fa acchiappare subito è una preda ingenua e inadatta alla sopravvivenza.

Mi sembra evidente che ci sia un errore di fondo in questa affermazione, un errore che parte dal presupposto che l’uomo sia sempre soggetto attivo e che la donna subisca passivamente ogni sua volontà – quando, lo sappiamo benissimo, noi donne esercitiamo il nostro volere in maniera altrettanto attiva e consensuale, altrimenti si parlerebbe di stupro e non ci sarebbe proprio niente di cui vantarsi.

Nonostante le persone intorno a me condividano il mio pensiero e abbiano dunque una visione del mondo non più distorta dal pensiero patriarcale, la società contemporanea non è ancora completamente d’accordo, specialmente nel nostro paese.

Si continua a dividere le donne in due categorie: sante e puttane.

Le prime sono quelle che “giocano secondo le regole”, quelle che sanno farsi desiderare, che si lasciano corteggiare, che certe cose non le fanno e non si mettono mai in mostra, quelle che in poche parole si potrebbero definire come “Girlfriend material” (letteralmente: “materiale da fidanzata). Le seconde, naturalmente, sono tutto il contrario delle prime e nonostante sia 1) normale 2) molto più conveniente per gli uomini che una donna viva il sesso liberamente, senza vincoli o costrizioni, continuano a essere percepite come una categoria da dover correggere.

Va da sé, di conseguenza, che il mito “se la dai subito rischi da far passare un messaggio sbagliato” sia un principio ancora troppo difficile da smantellare.

Eppure, continuo a pensare che avesse ragione Samantha Jones: Se un uomo ha deciso in partenza di volerti portare a letto e basta lo farà comunque, anche se arriverai a farti desiderare per dieci appuntamenti; non solo, se si tratta di un uomo particolarmente tenace e subdolo farà in modo di farti credere l’esatto opposto, ossia che non sta con te solamente per il sesso ma che le sue intenzioni sono molto serie e che vuole fare le cose per bene, secondo i “tuoi” tempi.

Per carità, è vero che molti uomini si stancano subito e mollano la presa nel momento in cui si rendono conto che la ragazza in questione non ha nessuna intenzione di lasciarsi andare, ed è proprio questo il motivo per cui alcune donne utilizzano la tattica del “numero minimo di appuntamenti”: per tutelarsi.

Ammetto che, in teoria, abbia perfettamente senso: se andare a letto con qualcuno aumenta il desiderio e l’attaccamento emotivo, nel caso in cui l’uomo di turno sparisca per sempre in una nuvola di fumo dopo la prima volta il distacco dovrebbe essere molto più doloroso; viceversa, se una donna riesce a evitare di finire a letto con qualcuno, nel caso in cui questi decida di scomparire senza aver neanche “riscosso il proprio premio”, dovrebbe soffrire molto meno.

Tutto ciò avrebbe perfettamente senso se il sesso, davvero, contribuisse a rafforzare il legame affettivo.

Il fatto è che non è che così per tutte, anzi, non lo è per molte: il sesso, certe volte, è solo sesso.

Ovviamente fare l’amore con una persona ha un sapore estremamente diverso, ma non prendiamoci in giro con la falsa convinzione che una donna non possa andare a letto con un uomo senza ritrovarsi perdutamente innamorata e già pronta a mettere su famiglia: il sesso a un primo appuntamento è principalmente attrazione fisica, impulso chimico, un bisogno che non ha nulla a che vedere con l’affetto o i sentimentalismi.

Dunque, alla fine, quanto potrò mai essere coinvolta dopo un solo appuntamento? Non è forse più rischioso aspettare il decimo e poi rendersi conto che quella persona ci ha solamente preso in giro?

Sia ben chiaro, so perfettamente che molte donne non riescono a fare sesso con chicchessia e non sono in grado di lasciarsi andare a un rapporto fisico se prima non hanno instaurato un legame affettivo e mentale con l’altra persona – e sia ben chiaro, questo vale anche per gli uomini. Non tutti gli uomini sono pronti ad andare a letto con chiunque e al primo appuntamento, alcuni di loro preferiscono aspettare e avere la certezza che quella persona li faccia sentire a proprio agio e li capisca.

E no, questo non significa affatto essere meno virili.

Non nego che per molte donne sia così e non dico che ogni donna dovrebbe lasciar andare i propri preconcetti e farlo sempre al primo appuntamento, né credo che sia da bigotte aspettare il momento giusto. Quello che voglio dire è, piuttosto, che bisogna accettare il fatto che molte donne si sentano libere di vivere il sesso in maniera aperta e senza alcun vincolo e che farle sentire sbagliate o meno rispettabili solo perché non sentono il bisogno di aspettare un po’ più a lungo non va bene.

Impariamo ad accettare che il sesso non abbia per tutte lo stesso valore.

Per me, ad esempio, il sesso è fondamentale all’interno di una relazione ma non è tutto e, soprattutto, non è la forma di intimità che per me conta di più; quando mi sento veramente nuda di fronte a una persona io non mi privo dei miei abiti ma delle mie debolezze interiori, condivido i miei sogni, le mie passioni, tutto ciò per cui il mio cuore batte.

Chiaramente ora che sono in coppia gli do comunque un certo valore, nel senso che quando faccio l’amore con il mio fidanzato non sono emotivamente distaccata, né penso che stiamo “solo facendo sesso”; resta pur sempre un momento speciale e importante, e ovviamente è così solo perché lo faccio con lui e con nessun altra persona al mondo proverei le stesse sensazioni che provo in quel momento.

Questo però posso dirlo adesso che sono in una relazione solida e soddisfacente, ma potevo sapere al nostro primo appuntamento che lui sarebbe stato la persona della mia vita? No, assolutamente.

E se per me andare a letto con una persona appena conosciuta avesse significato espormi in una maniera eccessiva probabilmente avrei aspettato più a lungo, ma dal momento che – vedi sopra – non è il rapporto fisico a farmi sentire vulnerabile, ho deciso che aspettare non avrebbe avuto senso.

Insomma, mi è capitato spesso in passato: ho avuto rapporti occasionali con persone che non ho mai più rivisto e non è mai stato un problema, le volte in cui ho finito per affezionarmi a qualcuno è stato per motivi personali e non certo per il fatto che ci ero stata a letto. Allo stesso modo, mi è capitato spesso di andare subito a letto con persone che poi NON sono spariti ma sono rimaste tossicamente a far parte della mia vita per mesi, per poi farmi soffrire come un cane al momento in cui il rapporto è finito.

Fortunatamente mi sono sempre circondata da persone che non mi hanno mai fatta sentire giudicata per questo mio comportamento, questo però non ha impedito ad altra gente di utilizzare parole forti contro di me e dirmi che non potevo pretendere di trovare un uomo disposto a stare con me, perché se continuavo “a darla via troppo presto” tutti avrebbero pensato che non valevo abbastanza per pretendere di essere considerata per qualcosa di più del puro sesso.

Cosa che, per altro, nessun uomo mi ha mai detto, né ha mai usato la scusa del “ci sei stata subito e quindi non vali abbastanza” per non stare con me. Quindi è evidente che alla base ci fosse un problema enorme e che alcune persone percepissero la realtà in maniera un pochino distorta.

Questo purtroppo non cambia il fatto che tante altre ragazze come me si siano sentite giudicate per non aver rispettato le regole di base o per essersi mostrate troppo audaci sin dal primo momento, vittime di un sistema sessista che continua a farci sentire come creature di scarso valore quando decidiamo di voler essere trattate al pari dei nostri amici uomini.

Cercando, in maniera forse un po’ troppo confusionaria, di tirare le fila di questo lunghissimo discorso, io non credo che esista una verità assoluta o una regola secondo la quale una donna (o meglio, una persona) dovrebbe approcciarsi al sesso: tutto dipende dal singolo e dal modo in cui questo vive l’intimità e si rapporta con il proprio corpo. Non è detto che una donna debba aspettare un certo numero di appuntamenti prima di fare sesso con un uomo, non è detto che un uomo debba volerlo fare sin dal primo momento e nessuno dovrebbe essere considerato bigotto o all’antica se preferisce aspettare i propri tempi.

Tutti quanti, comunque, meritano il medesimo rispetto.

A nessuno dovrebbe importare quanto a lungo una donna desideri aspettare prima di fare sesso, nessuno dovrebbe avere il diritto di giudicare e – soprattutto – bisognerebbe imparare che non esistono regole o comportamenti di base da dover seguire alla lettera e che in questo genere di cose non esistono “giusto” o “sbagliato”, ma solo “ciò che è più giusto per me in questo momento”.

Anche perché, diciamoci la verità: quando le cose avvengono in maniera semplice e spontanea, senza sotterfugi, senza doversi chiedere continuamente se in questo assurdo e complicatissimo gioco dell’amore non stiamo facendo passi falsi e giocando le carte sbagliate… Non è forse tutto molto più bello?

WRITOBER 2021 – GIORNO 14 “CELARE”

CELARE

Freja non era affatto brava a celare le proprie emozioni.

Ci provava, in effetti, ma le espressioni del suo volto e il linguaggio eloquente del suo corpo la tradivano ogni volta, rivelando apertamente tutto ciò che la ragazza, con enorme fatica, cercava di nascondere e rendendo vano ogni suo tentativo di mantenere un briciolo di mistero sui suoi pensieri e sulla sua persona.

La cosa, ovviamente, la infastidiva molto mentre Artagan, al contrario, ne traeva enorme vantaggio, non dovendo ogni volta interrogarsi su quali fossero i reali sentimenti della fanciulla o le sue intenzioni nei confronti di lui – il che era davvero comodo, considerato quanto lunatica e permalosa fosse Freja.

Il Chierico, d’altra parte, era molto bravo a nascondere le proprie emozioni e a camuffare i suoi effettivi pensieri, ma il suo dono non era utile a sorprendere Freja o a coglierla alla sprovvista, per un semplicissimo motivo: Freja era una persona dannatamente arguta e intuitiva.

Non le si poteva nascondere niente, il Bardo era tanto un libro aperto quanto un’ottima lettrice della mente umana e le bastavano pochi minuti per riuscire a capire fino in fondo chi avesse di fronte e quali fossero le sue intenzioni. E, naturalmente, le erano sufficienti pochissimi secondi per capire quando Artagan diceva una bugia o provava – invano – a nasconderle qualcosa.

Il Chierico sapeva di non poter vincere questa battaglia eppure, nonostante le giù numerose sconfitte subite, non accettava in alcun modo di arrendersi e ogni volta che si presentava l’occasione per sorprendere Freja provava ugualmente a perseguire il raggiungimento del proprio obiettivo.

“Artagan, vuoi dirmi dove diavolo ci troviamo? Stiamo camminando da almeno mezzora,  nessun posto abbastanza interessante può richiedere tanto tempo di percorrenza.”

“Ci siamo quasi, Freja… Abbi solo un altro po’ di pazienza.”

Freja emise una sorta di grugnito in risposta e sbuffò. La pazienza non era una delle sue virtù principali e questo Artagan lo sapeva fin troppo bene.

“Potrei almeno togliermi questa sciarpa dagli occhi? Mi da un sacco fastidio, prude da morire! Non potrei semplicemente tenere gli occhi chiusi?”

“Non se ne parla neanche” Artagan le rispose in malo modo “Non mi fido, so che ti metteresti a sbirciare comunque. Tieniti quella sciarpa sugli occhi e non protestare, ti assicuro che manca veramente poco al nostro arrivo.”

Freja alzò gli occhi al cielo – per quanto possibile – e sbuffò, rassegnandosi alle richieste del Chierico, che ridacchiava sotto i baffi. I due camminavano avvinghiati l’uno all’altra, poiché Freja aveva il terrore di inciampare in qualche radice o pestare dei gusci di lumaca, ragione per cui il loro passo era piuttosto lento e incerto, nonostante Artagan conoscesse alla perfezione la strada da percorrere.

“Eccoci, ci siamo!” esclamò infine il Chierico, arrestandosi di colpo dopo una serie indefinibile di passi “Ora puoi toglierti la sciarpa.”

Freja non se lo fece ripetere due volte e si liberò immediatamente dall’indumento, stropicciandosi gli occhi prima di riaprirli alla luce del sole; fortunatamente il giorno volgeva oramai al suo fine e la luce del tramonto era abbastanza fioca e tenue da permettere ai suoi occhi di riabituarsi al sole senza troppi problemi. 

Freja si guardò curiosamente intorno, in cerca di risposte che già conosceva alla perfezione.

“Wow” mormorò, cercando di suonare in qualche modo sorpresa “Siamo a…”

“Siamo al Festival delle Rose!” esclamò orgogliosamente, con uno sguardo talmente vivo da far sentire la fanciulla tremendamente in colpa.

Freja si guardò attentamente intorno, un po’ imbarazzata: in quell’enorme spiazzo cittadino erano stati allestiti tendoni e bancarelle di ogni sorta, dal cibo ai profumi, dagli abiti ai balocchi per bambini, dai libri agli amuleti. Da ogni angolo della piazza si udivano musicanti cantare e suonare, e ovunque nell’aria il profumo di dolci al miele si mischiava a quello delle rose selvatiche.

“Allora? Ti è piaciuta la sorpresa?”

Freja si morse il labbro inferiore, cercando di non rendere palesi i propri pensieri.

“Oh, è… è bellissima” farfugliò “Davvero splendida, io…”

“… Tu avevi già capito dove ti avrei portata” la risposta di Artagan arrivò con un sospiro pesante e rassegnato.

Freja sospirò mestamente, lasciando andare ogni tentativo di compiacere il compagno.

“Sì, mi dispiace” ammise “Avevo già qualche sospetto questa mattina, quando mi hai detto che desideravi cenare in una locanda diversa dal solito, e ne ho avuto la certezza dopo i primi dieci minuti di cammino.”

Un’espressione visibilmente delusa comparve a quel punto sul volto di Artagan, che incrociò le braccia al petto e si mise a sbuffare come una teiera.

“Accidenti, lo sapevo!” bofonchiò “Ho fallito anche questa volta, non è giusto!”

Freja avvertì un senso di malessere piuttosto forte da parte di Artagan e non poté non sentirsi profondamente dispiaciuta e in colpa per aver arrecato in lui un simile stato di insofferenza.

“Non è colpa tua, Artagan” tentò di consolarlo la fanciulla “Tu ti impegni sempre così tanto e io rovino ogni sorpresa, non ti do mai un briciolo di soddisfazione. Dovrei sforzarmi, ogni tanto, a fingere un po’ più di sorpresa; potrei far finta di non aver capito nulla e invece mi si legge in faccia tutto quello che penso! Scusami, sono io che ho rovinato tutto.”

Le parole di Freja ebbero un improvviso effetto calmante sul Chierico, che in quel momento si ritrovò suo malgrado a sorridere e a guardare la fanciulla con adorazione e riconoscenza.

“Non dire sciocchezze, Freja. Non hai nessuna colpa” le rispose dolcemente “Non posso arrabbiarmi con te perché non riesco a farti una sorpresa, dovrei semplicemente ammirarti per il fatto che sei così intelligente, brillante e perspicace.”

Lei rise compiaciuta.

“Posso sopportare questo genere di sconfitta, non è certo una tragedia. La sola cosa che conta, alla fine, è che la mia sorpresa ti sia piaciuta, anche se in fin dei conti non si tratta realmente di una sorpresa.”

“Vuoi scherzare? Io adoro tutto questo!” trillò a quel punto Freja, con quel suo tipico tono di voce che usava per manifestare il proprio entusiasmo “Desideravo così tanto venire a questo festival, è uno dei più belli e famosi della regione. Oddei, guarda quante cose ci sono da vedere!”

Artagan non fece in tempo a trattenerla che subito Freja schizzò in direzione di alcune bancarelle di fiori e di profumi, saltellando in mezzo alla piazza come una pallina impazzita. Lui la osservò in lontananza mentre, con sguardo attento e ammaliato, ascoltava una vecchia ambulante elencare le proprietà benefiche di un impacco per i capelli fatto con petali di rosa e bacche di mirtillo, e subito si mise a ridere di fronte a quell’immagine tanto tenera quanto buffa.

Sospirò profondamente e la guardò con occhi rapiti e innamorati.

Freja non sarebbe mai riuscita a celare le proprie emozioni di fronte all’altra gente, quello era un talento che proprio non era di sua competenza, e andava benissimo così, che quel sorriso così entusiasta da bambina per Artagan valeva più di qualsiasi altra cosa al mondo.

Persino di una sorpresa perfettamente riuscita.

WRITOBER 2021 – GIORNO 13 “RESPIRO”

RESPIRO

Un giorno, Freja chiese ad Artagan di insegnarle a tirare di spada.

Era un’arte che l’aveva sempre affascinata e sebbene avesse visto in molte occasioni fanciulle della sua stazza maneggiare una spada senza alcuna difficoltà, non aveva mai realmente provato a prenderne in mano una.

Ovviamente la spada di Artagan era troppo grande e pesante per lei, così i due avevano acquistato un’arma più leggera e facilmente maneggiabile da poter utilizzare durante il loro addestramento. Freja aveva imparato a combattere con il bastone in maniera pressoché impeccabile, tuttavia con la lama aveva ancora molta difficoltà.

“Devi controllare meglio il tuo respiro. Non puoi rischiare di andare in apnea, diventa tutto molto più faticoso se ti scordi di respirare.”

Freja si fermò un momento per riprendere fiato e alzò gli occhi al cielo, sbuffando sconsolata.

“Non ce la faccio” ansimò “Ho il cuore che mi batte fortissimo, credo che stia per scoppiare!”

“Certo, perché continui a non tenere sotto controllo il tuo respiro” rilanciò severamente Artagan “Non è come col bastone, quella spada è più pesante e devi avere il pieno possesso delle tue facoltà fisiche e mentali. Devi dosare l’aria che respiri e che butti fuori, solo così riuscirai a muoverti senza fare tutta questa fatica.”

Freja gettò la spada a terra e si afflosciò sul prato, con rassegnazione.

“Basta, mi arrendo” bofonchiò, incrociando le braccia al petto e increspando il labbro inferiore in un broncio pronunciato “Non imparerò mai a combattere con la spada, è troppo difficile.”

“Non è così difficile come credi” le rispose Artagan, le mani sui fianchi e un’espressione di rimprovero dipinta in volto  “Come ti ho già detto, è tutta una questione di respiro.”

“Certo, tu la fai così facile! Tiri di spada da una vita, probabilmente sei stato persino partorito con una spada in mano…”

“Avanti, tirati su! Proviamo ancora una volta, ti faccio vedere.”

Freja si rimise in piedi di malavoglia e afferrò la spada, impugnandola correttamente con entrambe le mani. Artagan si posizionò alle sue spalle e mise entrambe le mani sui suoi fianchi, facendola lievemente sussultare al tocco.

“Va bene, adesso prova a ripetere quei movimenti che ti ho insegnato. Non andare a caso, rifletti attentamente.”

Freja annuì ed eseguì le figure richieste dal maestro, non riuscendo tuttavia a mantenere adeguatamente il respiro per tutta la durata di essi. Sbuffò ancora una volta, esasperata.

“Continui a non respirare come si deve” insistette Artagan, a sua volta in preda all’esasperazione.

Poi si bloccò, chiuse gli occhi e tirò un lungo, profondissimo respiro.

Era giunto il momento di cambiare tattica.

“Va bene, allora… Metti via la spada.”

Freja lasciò cadere l’arma, rimanendo con le braccia penzoloni. Artagan si strinse a lei colmando la distanza fra i due corpi e con un braccio cinse la vita della fanciulla, poggiando delicatamente la mano sul suo diaframma.

Il corpo di Freja ebbe un fremito: Artagan era così vicino a lei che riusciva a sentirne il fiato sul suo collo, i capelli le solleticavano il viso e la sua voce risuonava dolcemente nelle sue orecchie.

“Adesso chiudi gli occhi e concentrati solamente sul respiro” Freja obbedì e si lasciò guidare dalla voce di Artagan “Inspira lentamente, senza fretta, percepisci l’aria mentre entra pian piano dentro ai tuoi polmoni… Brava, così.”

Freja inspirò seguendo il ritmo indicatole da Artagan.

“E adesso, butta fuori l’aria… Così, perfetto. Provaci ancora, su.”

Freja ripeté una seconda volta quell’esercizio, lasciando che ogni suo movimento seguisse alla lettera le parole e il ritmo della voce di Artagan. Sentiva il calore del suo fiato e questo non l’aiutava certo a mantenere la concentrazione sul proprio respiro.

“Va molto meglio adesso” le disse il Chierico, compiaciuto “Vedi che non è poi così difficile?”

La sua voce tremava, così come le sue mani ancora saldamente strette al corpo di Freja, i cui capelli biondi gli pizzicavano il viso e la cui pelle era morbida e profumava di rosa selvatica e biancospino.  

Improvvisamente insegnarle a maneggiare una spada divenne l’ultimo dei suoi pensieri.

“O-ora dovresti… Dovresti riuscire a…”

Non ebbe neanche il tempo di finire la frase, perché Freja si voltò di scatto e lo baciò con impeto sulle labbra, affondando entrambe le mani nei suoi capelli castani. Il Chierico rispose al bacio con altrettanta veemenza e fece scivolare le proprie mani lungo i fianchi della fanciulla, intrappolati in un paio di calzoni troppo larghi per lei; li strinse e la tirò a sé con forza, facendole emettere un gemito soffocato.

“Ouch!”

Le dita fredde di Freja si insinuarono sotto la casacca del Chierico, facendolo sussultare al contatto. Lei rise e si mise a mordicchiare con aria soddisfatta le labbra di Artagan, mentre le sue dita disegnavano piccoli cerchi immaginari sopra il petto dell’uomo.

Lui avvertì un intenso brivido di piacere lungo la schiena.

Si disfarono in fretta dei vestiti e fra le risa di entrambi rotolarono sul prato, i loro corpi nudi avvinghiati l’uno all’altro e le dita intrecciate. Artagan sentiva il cuore di Freja battere all’impazzata, percepiva chiaramente il suo odore, ogni gemito, ogni più piccolo fremito del suo corpo.

Ogni respiro.

Fecero l’amore a lungo, senza dirsi niente, nel silenzio imperturbabile di quella immensa radura deserta.

Dove il solo rumore, era il suono del loro respiro.

WRITOBER2021 – GIORNO 12 “MEMORIA”

MEMORIA

Da quando Freja era in viaggio con Artagan, aveva visto morire molta gente.

Non ne era rimasta per niente sorpresa, sapeva che vivere fianco a fianco con un Chierico significava essere sempre in cerca di nuovi innocenti da difendere e di cattivi da punire, ma per quanto oramai ci avesse fatto l’abitudine non riusciva ancora ad accettare il fatto che così tante persone potessero perdere la vita.

“Per cento vite che riusciamo a salvare, ce ne sarà sempre una che verrà sacrificata” le aveva detto Artagan, non potendo nascondere l’amarezza nelle proprie parole “Non è una grande consolazione e pesa molto di più una vita perduta che cento salvate, ma in fin dei conti restiamo pur sempre esseri umani, anche se dotati di poteri e di una forza superiore a tanti altri. Non possiamo aiutare tutti quanti e il solo modo per continuare a far bene il nostro lavoro è accettare questa dura realtà e non permettere a essa di consumarci.”

Freja capiva molto bene il punto di vista di Artagan e lo rispettava, tuttavia era ancora troppo difficile per lei raggiungere un tale livello di sopportazione, specialmente quando le vittime erano persone innocenti la cui colpa era stata solo quella di essersi trovata nel posto sbagliato, al momento sbagliato.

Erano quelle, di solito, le persone a cui prestava maggiore interesse e attenzione nella composizione delle proprie ballate; nonostante il loro fosse il ruolo più ingrato di tutti, erano i veri e propri eroi dei componimenti di Freja.

“Davvero non ti capisco” le aveva detto un giorno Artagan, mentre i due erano intenti a godersi un’abbondante cena in una taverna locale, dopo che il Chierico aveva liberato la città di Borgo Antico da un pericoloso mago criminale “Non riesci a stare ferma per qualche secondo con quella carta e quel calamaio? Non hai ancora toccato il tuo cibo, guarda che si raffredda!”

Freja sorrise imbarazzata e sollevò il capo dalla sua pergamena.

“Hai ragione, scusami” rispose, sinceramente dispiaciuta “Mi sono lasciata prendere dall’ispirazione e ho voluto buttare giù una prima bozza per non correre il rischio di dimenticarmi tutto una volta conclusa la cena.”

Artagan alzò gli occhi al cielo e sospirò con fare rassegnato, lasciando tuttavia intravedere l’accenno di un sorriso all’angolo della bocca.

“Posso almeno leggere quello che hai scritto?” chiese.

Freja, in risposta, gli porse gentilmente il foglio di pergamena e rimase in attesa, fissandolo con occhi spalancati e dondolandosi nervosamente sulla sedia. Lo sguardo di Artagan era – come sempre – imperturbabile, difficile intuire cosa potesse passargli per la testa.

“Dunque, è… Bella” disse infine il Chierico, sinceramente colpito dalle parole della fanciulla “E sono certo che con la musica sarà ancora più toccante, tuttavia…”

“Tuttavia?” incalzò immediatamente Freja.

Non era una persona che accettava facilmente le critiche, era piuttosto permalosa e non le piaceva quando qualcuno le faceva notare che qualcosa potesse essere fatto in un modo che fosse migliore del suo, specialmente quando si trattava di poesie e canzoni.

“Tuttavia, le cose non sono andate esattamente così” osservò Artagan, indicando nello specifico una strofa della canzone “Non c’è mai stata nessuna storia d’amore fra il cavaliere del re e la fanciulla perita durante la battaglia, inoltre quella fanciulla era una…”

“Una prostituta, lo so” lo interruppe Freja, piuttosto mestamente “So che le cose non sono andate così come le ho raccontate nella mia ballata, che quella fanciulla era solo una puttana da quattro soldi come tante altre e che nessuno in questa città si ricorderà di lei o piangerà la sua dipartita. Proprio per questo motivo ho scritto queste parole: non volevo che la sua memoria venisse infangata.”

Artagan la guardò curiosamente.

“Dunque è per questo che ogni volta che scrivi una ballata cambi la storia dei personaggi? Per onorare la loro  memoria?”

“Quelle persone non valgono meno degli eroi o delle principesse, eppure nessuno si interessa a loro!” esclamò a quel punto Freja, lasciandosi completamente trasportare dall’impeto del momento “Le loro storie non sono epiche, né romantiche o particolarmente gloriose, sono solo persone morte delle quali nessuno ricorderà mai più niente.”

S’interruppe per un momento, come se la commozione le impedisse di parlare normalmente.

“Ma anche loro avevano dei sogni, delle speranze, una famiglia… E adesso non gli è rimasto più niente. Almeno nelle mie storie, voglio potergli restituire quella dignità che nessuno ha mai pensato di offrirgli.”

Artagan non parlò, limitandosi a guardare la fanciulla con un’espressione indecifrabile sul volto.

Freja arrossì.

“Lo so, pensi che io sia stupida e…”

“Penso che tu sia splendida” Artagan le afferrò una mano e la strinse forte, carezzandole le nocche; il suo sguardo era sorridente e traboccante di ammirazione “E penso anche che tu abbia un cuore enorme. Non è da tutti avere tanta premura per gli altri, avere così a cuore la memoria di persone che neanche conosci e delle quali a nessuno importa veramente qualcosa. Il mondo sarebbe un posto migliore se ci fossero più persone come te, Freja.”

Freja abbozzò un sorriso impacciato e distolse lo sguardo, come faceva sempre quando qualcuno le rivolgeva un complimento.

“La memoria delle persone è importante” disse “E il potere della musica è proprio quella di renderla immortale.

Poi tornò a guardare negli occhi di Artagan e il suo sorriso si espanse.

“Un giorno scriverò una ballata anche su di te” disse “E onorerò per sempre la tua memoria, nei secoli dell’eternità.”

Artagan rise e con un gesto rapido e improvviso lasciò un leggerò buffetto sulla guancia del Bardo, che arricciò il naso in una smorfia buffa. Sospirò profondamente, poi si portò le mani di Freja alle labbra e le baciò con dolcezza, chiudendo gli occhi per assaporare fino in fondo la bellezza di quel momento.

Era quello il momento che avrebbe voluto tener vivo nella propria memoria per il resto della sua vita.

Il resto, non aveva nessuna importanza.