E arriva l’estate…

Lo so che riceverò un milione di insulti per aver detto quanto sto per dire, ma in tutta onestà non vedevo proprio l’ora che arrivasse l’estate.

E’ vero, fa un caldo bestiale – e quest’anno è decisamente insopportabile – e non è possibile stare all’aperto perché il sole picchia in una maniera indescrivibile, i vestiti si appiccicano alla pelle per colpa del sudore, la pressione cede e la voglia di studiare, lavorare o fare qualsiasi altra cosa sembra voler andare a finire nel dimenticatoio, ma io trovo che sia una stagione veramente stupenda: Le donne si accorciano, i vestiti si smanicano e l’atmosfera si fa più leggera, come se – in un certo senso – vi fosse nell’aria il profumo di una nuova vita, di una nuova rinascita.

E’ il periodo dell’anno in cui si incomincia a tirare le somme e si ha finalmente la possibilità di riaggiustare gli errori commessi fino ad ora, si ricomincia da zero e si va alla ricerca di un nuovo successo, si guarda all’avvenire con maggiore ottimismo, perché in fin dei conti l’anno non si è ancora concluso e la voglia di farcela e di non arrendersi di fronte agli ostacoli è ancora troppo forte da permettere all’apatia e alla rassegnazione di batterci senza aver prima lottato.

E poi – cosa che non guasta affatto – la mia città diventa semplicemente stupenda in questo periodo

dell’anno.

Mi piace pensare che sia arrivato anche per me il momento di ricominciare, di ripartire dopo un brusco arresto ed una partenza non propriamente ottimale; è stato un inizio di anno davvero insolito, quasi una sorta di strascico di un 2016 non esattamente soddisfacente, ma adesso che l’estate si avvicina – anzi, adesso che è oramai alle porte – sento di essere pronta a ripartire e che questa volta le cose si metteranno davvero bene per la sottoscritta, anche se gli ostacoli e i problemi non mancheranno di mettermi i bastoni fra le ruote.

Cerco di essere ottimista, sia per quanto riguarda il mio presente che per l’avvenire.

Al momento sto lavorando come animatrice ai campi estivi per bambini ed anche se è difficile conciliare un lavoro tanto impegnativo con lo studio, mi rendo conto di quanto tutto ciò mi faccia sentire produttiva e soddisfatta di me stessa, il che sta inevitabilmente contribuendo ad aumentare la mia autostima e la mia sicurezza personale.

Ho in programma un bel po’ di attività artistiche, saggi di canto e spettacoli di teatro, ed ho al mio fianco persone ed amici speciali che non mancano mai di ricordarmi quanto io sia importante e speciale per loro, e quanto io sia fortunata ad avere nella mia vita qualcuno che sarebbe disposto a dare qualsiasi cosa pur di vedermi felice, serena e pianamente soddisfatta della mia vita.

Sono riuscita a scacciare dalla mia vita persone nocive che hanno fatto soffrire senza mai darmi niente in cambio e adesso senti di essere di nuovo pronta a ricominciare, conservando nel cuore ancora un frammento di quel ritrovato ottimismo che, lentamente, sta ricominciando a camminare al mio fianco come un vecchio e premuroso amico che non si stancherà mai di offrirmi le mie cure.

Sono felice? Beh, al momento la felicità è un traguardo ancora molto lontano, ma ambisco a raggiungerla prima o poi, lentamente e con i giusti tempi, senza mai perdere d’occhio l’obiettivo.

Per adesso, preferisco dire di sentirmi pienamente soddisfatta e serena della vita che sto conducendo. In fin dei conti, è questo il bello del non aver ancora raggiunto l’apice del successo ed avere ancora molta strada da dover percorrere, davanti a sé:

Possono capitare ancora un milione di splendide cose, durante il cammino.

Don’t Let Me Know

E’ buffo quando scopri una canzone che sembra essere stata scritta proprio per te, proprio per un certo momento della tua vita.

Fa anche tanto male, perché ti costringe a ricordare che non è finita, che non hai smesso di soffrire, che lui è ancora lì ed intende restare al suo posto, che quelle ferite ancora non sono pronte a rimarginarsi.

Dovrei smettere di scrivere su di lui, lo so; eppure, se in qualche modo può aiutarmi a stare meglio…

DON’T LET ME KNOW – (NON FARMI SAPERE)…

Vorrei che tu fossi un uomo cattivo

Vorrei che mi avessi reso le cose più semplici

Vorrei che avessi fatto qualcosa di imperdonabile,

Perché restare legata a te è la sola cosa che potrò fare,

Fino a quando non mi accorgerò che le mani strette attorno alla mia gola sono proprio le mie.

Non farmi sapere se fa male, se fa male a te.

Non voglio essere l’amica alla quale ti rivolgerai,

Quella che non sai tenere stretta a te, ma non riesci a lasciare andare.

Non farmi sapere… Non farmi sapere…

Vorrei non averti mai conosciuto,

Adesso devo dimenticare di nuovo.

Vorrei che tu non mi conoscessi così dannatamente bene…

Non farmi sapere che ti fa paura ogni volta che non ci sono,

Non aprirmi di nuovo il tuo cuore.

Non farmi sapere se fa male, se fa male a te.

Non voglio essere l’amica alla quale ti rivolgerai,

Quella che non sai tenere stretta a te, ma non riesci a lasciare andare.

Non farmi sapere… Non farmi sapere…

Non farmi sapere che pensi che ci sia una possibilità che tu possa innamorarti ancora,

Che hai provato e non sei riuscito a smettere di volermi bene.

Non farmi sapere se fa male, se fa male a te.

Non voglio essere l’amica alla quale ti rivolgerai,

Quella che non sai tenere stretta a te, ma non riesci a lasciare andare.

Non farmi sapere… Non farmi sapere…

 

 

 

 

 

Non è mai un errore…

Mi è capitato un sacco di volte, in passato, di dire a qualcuno: “Mi sono innamorata di un ragazzo”.

E’ sempre stato tipico di me uscire di casa e prendermi una cotta per uno sconosciuto incontrato sull’autobus, per un’effimera conoscenza di una serata o per una persona incontrata più di una volta, con la quale ero persino riuscita a portare avanti una conversazione durata per più di un’ora; lo faccio sin da quando ne ho memoria, ma è sempre stato più per teatralità che per altro.

Indubbiamente sono sempre stata una persona dalla cotta facile, seppur sufficientemente onesta con me stessa da rendermi conto che il termine “innamorata” era del tutto fuori luogo. Insomma, non ci si innamora dopo appena pochi istanti, per uno sguardo rubato o un sorriso strappato; una persona praticamente sconosciuta non può entrare nel cuore di qualcuno al punto tale da fargli credere di aver raggiunto un simile livello di rapimento.

Non è una cosa di cui vado fiera, ma è accaduto molto di frequente che affermassi di esserne innamorata di qualcuno, pur essendo perfettamente consapevole di stare semplicemente drammatizzando la realtà.

Altre volte, invece, ho davvero creduto – pur essendo in errore – di esserlo.

Sono state frequentazioni più lunghe, assidue, e la mia testa era talmente impegnata a sostituire ogni mio pensiero con il suo volto da farmi credere che ciò che provavo potesse davvero assomigliare ad un vero e proprio innamoramento, che i miei sentimenti per il lui di turno fossero sinceri e che fossi realmente presa tanto quanto dicevo di essere. Col trascorrere degli anni, tuttavia, ho imparato che ciò di cui ero realmente innamorata non era la persona in sé, ma l’idea che mi ero creata nella testa, ciò che questa persona rappresentava per me e ciò che avrei voluto da un’ipotetica storia insieme.

Ripensandoci adesso, col senno di poi, penso di essere stata innamorata solamente di due persone fra tutte quelle incontrate prima di ora, ed una di queste è indubbiamente il mio primo ragazzo: E’ stato il mio primo tutto, le mie prime esperienze sentimentali, e anche se la nostra storia è finita troppo presto e non ho più alcuna notizia da lui, lo ricordo ancora con grande affetto e tenerezza, senza alcun genere di rancore e senza rimpianti per quanto è stato.

E’ stato il mio primo amore, un amore certamente immaturo ed una storia destinata a finire, ma so per certo che me lo porterò per sempre dentro al cuore come una delle cose più belle della mia vita.

C’è stata un’altra persona di grande importanza nella mia vita, comparsa e scomparsa nel giro di meno di due anni, e per molto tempo ho creduto davvero di essermi innamorata di lei: Era molto più grande di me, io avevo appena 19 anni e guardavo a lui come ad una sorta di creatura perfetta, lo volevo e desideravo il suo affetto, ma adesso mi rendo conto che non sapevo praticamente niente di lui, che in un anno di conoscenza non avevo mai ricevuto niente di concreto da lui e lui non aveva mai avuto niente da me.

Pensavo di esserne innamorata, come può pensarlo qualsiasi ragazzina di 19 anni ancora troppo ingenua ed immatura per capire cosa vuol dire essere davvero innamorata di qualcuno in maniera adulta e genuina. Eppure, nonostante questa consapevolezza che pian piano si è fatta strada dentro di me, ho continuato a pensare a lui e a soffrire per il suo ricordo, per tutto il male che mi aveva fatto provare e per tutto ciò che ancora non riuscivo a togliermi dalla testa.

Credevo che non avrei mai trovato nessuno come lui, ma mi sbagliavo e di questo, ad oggi, non posso che essere grata. Credevo anche che forse non sarei mai riuscita ad innamorarmi davvero, che per tutta la vita avrei continuato a vivere sensazioni effimere ed illusorie che di innamoramento – men che mai di amore – non avevano assolutamente niente.

E poi, quattro mesi fa, ho fatto un incontro che ha cambiato tutto.

Non voglio annoiare nessuno con la mia storia, sarebbe troppo lungo e non importerebbe a nessuno… Inoltre, temo proprio che non sia neppure la prima volta che mi ritrovo a parlare di lui su questo blog! So che quello che c’è stato fra di noi non può neppure dirsi una storia, che i miei sentimenti non erano minimamente paragonabili ai suoi e che si è trattato solamente di un “amore” a senso unico, ma in poco più di tre mesi trascorsi insieme io ho provato sensazioni che nessuno mi aveva mai fatto provare prima di ora e se fino a poco tempo fa non avevo idea di cosa significasse davvero essere innamorati di qualcuno per ciò che è davvero, adesso finalmente lo capisco.

Certo, rende tutto molto più difficile adesso che so di dovermi allontanare da lui per il mio bene, ma per quanti sforzi io possa fare non riesco a trovare niente di negativo in quello che abbiamo vissuto in questi ultimi quattro mesi – persino le litigate, adesso, sembrano avere un senso.

Non rimpiango e non rinnegherò mai niente di ciò che abbiamo fatto insieme, perché mi ha fatto sentire viva, anche se a volte – spesso, anzi – ritornavo a casa con gli occhi lucidi e mi ripetevo di continuo che andarmene da lui sarebbe stata la cosa migliore da fare, se avevo davvero a cuore il mio benessere.

Certo, una punta di rammarico ci sarà sempre: Avrò per sempre il rimorso di non essere riuscita a far funzionare le cose, o meglio di averlo incontrato in un momento della vita in cui le cose non potevano funzionare; in molti continuano a dirmi che non c’è mai stato niente di vero fra noi due, ma io so cosa ho vissuto e so che non è così, così come una parte di me continuerà sempre a ripetersi che lui nel profondo provasse davvero qualcosa per me, ma fosse semplicemente troppo presto per farlo venire a galla.

Immagino che non lo saprò mai, a meno che il destino non ci riporti nuovamente sullo stesso sentiero, ma so di dover dire grazie a questa storia, perché ho capito che non dovrò mai scendere a compromessi con il mio cuore e so che cosa dovrò aspettarmi in futuro da una relazione, che cosa può farmi bene e cosa, invece, è meglio evitare per non rischiare di perdere il mio equilibrio e la mia serenità.

Soprattutto, devo dire grazie a questa storia perché adesso so cosa significa essere innamorata di una persona e non della sua idea; so cosa vuol dire voler stare con una persona nonostante i suoi difetti, conoscerne le debolezze e volerle stare accanto nel bene e nel male, condividere esperienze, momenti di silenzio, farsi vere aspettative e desiderare in maniera sincera e non egoistica la felicità di chi ci sta accanto.

Adesso lo so e anche se qualche volta ho provato rancore, anche se ho pianto lacrime di rabbia, ora so di poter chiudere questa storia con la certezza di aver fatto tutto quanto era in mio potere per dare piena voce alle mie emozioni e rendere entrambi felici.

E di non avere rimpianti.

Non so se riuscirò mai a trovare il coraggio di tornare nella sua vita: Credo che un sentimento del genere ristagni dentro al cuore di una persona per sempre, un po’ come lava dentro ad un vulcano addormentato; anche se non esplode, questo non significa che dentro non vi sia niente.

Magari un giorno ci incontreremo di nuovo e tutto sarà diverso, o forse saremo per sempre destinati a tornare ad essere estranei che un tempo hanno significato molto l’uno per l’altra – almeno spero.

Una cosa sola per me è certa: Resterà sempre, dentro al mio cuore, un posto speciale per lui; un posto che nessun altra persona in tutto il modo sarà mai in grado di prendere.

A R. : Comunque vadano le cose, tu resterai sempre il mio gelato al forno.

Portami in Chiesa

 

“Christian? Christian, ti prego, apri questa porta.”

Christian non rispose.

Se ne stava seduto sul proprio letto, le ginocchia raggomitolate al petto e il volto sepolto fra le proprie braccia, quasi stesse cercando di isolarsi completamente dal resto del mondo. Non voleva vedere nessuno e tanto meno parlare, desiderava solamente essere lasciato in pace, da solo e in silenzio con il proprio dolore.

“Christian? Te lo chiedo per favore, figlio mio, apri questa porta.”

Sua madre, tuttavia, sembrava non riuscire ad accettare quella decisione.

Non che la povera donna fosse da biasimare, in effetti; erano trascorsi diversi giorni, oramai, da quel terribile “incidente” e per quanto fosse comprensibile che Christian ancora non fosse riuscito ad elaborare il lutto, non era minimamente accettabile che il ragazzo se ne stesse così barricato nella propria stanza, rifiutando in maniera categorica qualsiasi tipo di contatto con l’esterno.

Questo comportamento, a lungo andare, avrebbe finito col distruggerlo completamente.

“Christian.” ripeté ancora una volta la donna, a denti stretti ed in tono estremamente rigido “Sto cominciando a perdere la pazienza, se continui così sarò costretta a buttare giù la porta a calci. Vedi di farmi entrare, altrimenti io…”

Le sue parole vennero interrotte da un rapido click e la serratura scattò di colpo, la porta che si aprì rivelando finalmente l’immagine di un giovane ragazzo dai capelli biondi e gli occhi azzurri e spenti, gonfi a causa delle lacrime; il suo volto era scavato dal dolore e solcato da un’espressione cupa e spenta.

Chiunque lo avesse conosciuto prima di quel momento, avrebbe probabilmente fatto fatica a riconoscerlo.

“Che cosa vuoi?”domandò in tono piatto, permettendo a sua madre di entrare e richiudendosi in fretta la porta alle spalle “Ti avevo detto che volevo stare da solo.”

La donna lo guardò in silenzio per diversi secondi, uno sguardo a metà fra il severo e il preoccupato.

“Sono giorni che dici di voler stare da solo, Christian.” osservò “E’ da oltre una settimana che non esci di casa, te ne stai chiuso dentro la tua stanza e a malapena ne vieni fuori per mangiare, hai perso completamente la voglia di vivere! Non puoi andare avanti così, amore mio, di questo passo finirai per consumarti completamente.”

Christian non rispose e tornò a sedersi sul materasso, raggomitolandosi nuovamente su se stesso.

Sua madre non perse tempo e si sedette vicino a lui, fissandolo intensamente e continuando a parlare; sperava che, prima o poi, la sua insistenza e le sue argomentazioni avrebbero portato il ragazzo all’esasperazione, convincendolo finalmente a rimettere insieme i pezzi e a venir fuori da quel cupo, appartato rifugio che si era così faticosamente costruito.

“Christian, ascoltami: Non voglio sembrarti troppo dura, so bene quello che stai passando in questo momento.” disse la donna, con voce morbida e comprensiva “Non sto cercando di sminuire la tua sofferenza, vorrei solamente che tu provassi a reagire. Non puoi andare avanti così, non è in questo modo che si affronta il dolore.”

Christian, a quel punto, sollevò lentamente il capo e rivolse lei un’espressione gelida, talmente intensa e penetrante che la donna non poté fare a meno di avvertire, lungo la propria schiena, un violento brivido di terrore.

“Tu pensi di sapere cosa sto passando?” domandò il ragazzo, con una leggera punta di sarcasmo “Credi davvero di sapere come mi sento? Oh, no… No, qui ti sbagli di grosso, mamma: nessuno sa come mi sento, nessuno potrà mai capirlo.”

Si alzò in piedi di scatto e si allontanò di qualche passo, come a voler mantenere una distanza di sicurezza da sua madre; la donna si alzò a sua volta e provò ad andargli dietro, ma fra i due vi era come una sorta di linea di confine, un margine immaginario che li teneva separati, impedendo lei di avvicinarsi a Christian ed invadere il suo territorio sicuro.

La donna continuò a guardarlo in silenzio, gli occhi colmi di tristezza e disappunto.

“Io sto solo cercando di aiutarti.” disse “So quanto stai soffrendo per la morte del tuo amico, ma non puoi rinchiuderti in te stesso per sempre. Io sono certa che lui non vorrebbe questo da te, se solo tu provassi a…”

“Tu non sai niente di cosa vorrebbe lui, mamma!” strillò a quel punto Christian, gli occhi che di nuovo gli si riempirono di lacrime, rabbia e dolore”Che cosa ne sai di lui? Neanche lo conoscevi, non sei neppure venuta al suo funerale perché non riuscivi ad accettare il fatto che fosse morto perché era… Aspetta, come lo hai definito? Ah, sì… Diverso.”

Quell’ultima parola risuonò nelle orecchie di sua madre come un vero e proprio frastuono, colpendola con la stessa intensità di un milione di lame arrugginite che le trafiggevano il cuore.

“Christian, io… Ti prego, non essere così duro con me.” mormorò a mezza voce “So che sei ancora molto scosso per quanto è accaduto, l’incidente che ha ucciso il tuo amico è stata una vera tragedia e…”

“Incidente? Davvero ti ostini a chiamarlo incidente?” Christian la guardò con espressione persa e vacua, quasi non riusciva a credere alle sue orecchie “Quello che tu chiami incidente, mamma, è stato una vile bastardata che un branco di stronzi, figli di puttana, ha ben pensato di mettere in atto per punire Andrew di un crimine che non aveva mai commesso.”

“Vedi di moderare i termini, giovanotto.” lo ammonì bruscamente sua madre, ma Christian non aveva alcuna intenzione di prestare attenzione al galateo e alle buone maniere.

Se ne infischiava delle buone maniere, le buone maniere non sarebbero certo servite a riportargli indietro il suo migliore amico.

“Andrew è morto per colpa di quelli stronzi, mamma, e di tutte quelle persone che non sono mai riuscite ad accettarlo per quello che era.” dichiarò a denti stretti Christian, guardando la madre con aria furente “Compresa te.”

Sua madre, a quel punto, lo colpì duramente con uno schiaffo in pieno volto, talmente forte da fargli persino girare la faccia. Christian si morse il labbro inferiore e riuscì a malapena a trattenere le lacrime, poi si ricompose lentamente e massaggiandosi la guancia dolorante sibilò in direzione di sua madre: “Vattene via, voglio stare da solo. Non ho più voglia di parlare con te, non ho voglia di parlare con nessuno. Lasciami in pace e vattene via. Adesso.”

La donna sospirò profondamente e, infine, fu costretta a cedere alle richieste dell’ adolescente; abbandonò la stanza senza aggiungere altro e si richiuse gentilmente la porta alle spalle, lasciando ancora una volta Christian alla sua solitudine, e non potendo fare a meno di chiedersi se non avrebbe potuto fare qualcosa di più per aiutare il ragazzo ad uscire dalla propria depressione.

In ogni caso, Christian, sembrava non voler essere minimamente aiutato.

Tornò a sdraiarsi sul proprio letto – le ginocchia strette al petto e il volto ancora una volta sepolto nelle proprie braccia – e finalmente poté abbandonarsi ad un lungo, indisturbato pianto di dolore.

Erano trascorsi giorni e giorni, eppure ancora non riusciva a capacitarsene.

Aveva visto egli stesso seppellire Andrew nel cimitero comunale della sua cittadina, eppure faceva ancora troppa fatica a credere che fosse morto davvero.

Le lacrime continuavano a scendere a fiotti lungo le sue guance e il suo respirò iniziò a farsi pesante, quasi singhiozzante; sentiva il cuore contrarsi dolorosamente dentro al suo petto ed aveva la netta sensazione che il fiato, prima o poi, sarebbe venuto a mancare.

In quel momento avrebbe tanto desiderato un abbraccio, ma non un abbraccio qualsiasi, non avrebbe certo accettato di perdersi nel tiepido calore di una persona qualunque; no, il solo abbraccio che avrebbe potuto restituirgli la forza di vivere era quello di Andrew, della sola persona al mondo che lo avesse mai fatto sentire libero di essere se stesso.

Solo che Andrew, adesso, non c’era più.

Christian si morse ancora una volta il labbro e ricominciò a piangere, le braccia sempre più strette attorno alle proprie ginocchia come a voler simulare quell’abbraccio da lui tanto anelato. Poi chiuse gli occhi e lasciò che la mente andasse a vagare liberamente da tutt’altra parte, abbandonandosi del tutto al piacere e alla nostalgia dei ricordi.

*

Christian ricordava ancora molto bene il giorno in cui, per la prima volta, i suoi occhi azzurri incontrarono quelli verdi e pieni di brio di Andrew.

Accadde tutto il primo giorno di scuola, durante la prima ora di quel primissimo giorno di liceo: Christian si presentò in perfetto orario al corso di letteratura inglese e, da bravo studente modello, andò a sedersi in prima fila per accertarsi di riuscire a seguire al meglio la lezione; nessuno dei suoi compagni era minimamente intenzionato a fargli compagnia in quel piccolo, solitario banco a pochi centimetri di distanza dalla cattedra, e così Christian si ritrovò a dover seguire da solo quell’infinita, insopportabile lezione introduttiva al corso.

Questo, almeno, per i primi venti minuti.

Avvenne tutto talmente in fretta che Christian a malapena riuscì a mettere a fuoco: un ragazzo dai lunghi capelli castani e due grandi, vivacissimi occhi verdi, irruppe improvvisamente nell’aula di letteratura, disturbando così il regolare svolgimento delle lezioni; il suo viso era paonazzo e il respiro visibilmente affannato, come se avesse appena concluso una gara di corsa alla massima velocità.

Nel vederlo comparire così disordinatamente sulla soglia, Christian non poté trattenere un leggero sorrisetto divertito.

“Scusate il ritardo.” ansimò il nuovo arrivato, sostenendosi allo stipite della porta per evitare di collassare a terra per la fatica “E’ questo il corso di letteratura inglese primo livello, vero?”

Il professor Hudson, un uomo dal fisico tarchiato, senza capelli e con due minuscoli occhi grigi nascosti dietro ad un paio di lenti spesse come fondi di bottiglia, si alzò dalla cattedra e rivolse lui uno sguardo severo, mentre il resto della classe s’irrigidiva sulla propria sedia.

“Il corso è questo, ma la lezione è iniziata da almeno venti minuti.”rispose duramente l’uomo, fissando il ragazzo con aria perplessa “Che cosa le ha fatto pensare di potersi presentare con un tale ritardo, signor…?”

Il ragazzo arrossì violentemente.

“A-Andrew Smith.” farfugliò imbarazzato “M-mi dispiace, io… Temo di essermi perso. Non ho un buon senso dell’orientamento, ero finito dal lato opposto della scuola e non riuscivo più a tornare indietro. Questo edificio è un tale labirinto!”

Tutti gli studenti ridacchiarono divertiti – compreso Christian – e questo fece arrossire ulteriormente il povero ragazzo, che chinò immediatamente il capo per non dover guardare il professore – già chiaramente innervosito – dritto negli occhi. Il professor Hudson, tuttavia, si mostrò ben più comprensivo del previsto e con un rapido sospiro rivolto al cielo disse: “Beh, non che si sia perso poi molto, a dirla tutta. Su, vada a sedersi da qualche parte e apra il libro alle prime pagine introduttive. E che questo genere di episodi non si verifichino mai più, signor Smith.”

“Oh, sì… Può starne certo, non si preoccupi!” esclamò allegramente Andrew, accomodandosi nell’unico posto libero che era ormai rimasto in tutta la classe.

Quello di fianco a Christian.

Il biondo lo osservò curiosamente mentre sfogliava le pagine del manuale, ben più interessato alla sua figura che ai suoi gesti: il suo volto era dolce e i lineamenti delicati, i capelli castani raccolti in un codino di media lunghezza ed i suoi occhi… Oh, i suoi occhi.

Christian credette di non aver mai visto niente di simile in tutta la sua vita: Non erano semplicemente di un colore incredibile, a metà fra il verde dell’erba e l’azzurro del mare, più di ogni altra cosa essi erano splendenti, luminosi e traboccanti di vita.

Non poteva essere un semplice essere umano, pensò fra sé e sé, solamente un angelo o una creatura divina poteva avere un simile sguardo.

“A quanto pare dovrò comprarmi una bussola per le prossime lezioni.” mormorò a bassa voce Andrew, rivolgendosi a Christian con un sorrisetto sornione sulle labbra “Forse in questo modo riuscirei a cavarmela, che ne pensi?”

Christian arrossì a sua volta e fece un lieve cenno con il capo, in segno di assenso.

“P-probabilmente-” disse poi, con voce flebile.

Andrew ampliò il proprio sorriso e Christian dovette trattenersi parecchio per non arrossire ancora di più.

“Comunque piacere, io sono Andrew.” disse il primo, in tono affabile e cortese “Come avrai già avuto modo di capire, in effetti. E tu invece sei…?”

“Signor Smith, per caso la mia lezione disturba le sue chiacchiere? Il primo richiamo non le è bastato? Desidera forse che le metta una nota sul registro proprio il primo giorno di scuola?”

Andrew scosse il capo e sospirò profondamente, mortificato.

“No, signore. Mi scusi, non accadrà più.”

“Beh, voglio sperare. Adesso, che cosa stavamo dicendo? Ah, sì! I poeti che andremo a studiare durante la prima parte del corso sono…”

Andrew chinò il capo sul proprio libro e serrò le labbra in un rispettoso silenzio, senza prestare – tuttavia – particolare attenzione alle parole del professore. Christian, a quel punto, strappò un pezzo di carta dal quaderno e vi scribacchiò sopra qualcosa, passandolo di nascosto al suo vicino di banco, facendo molta attenzione a non farsi beccare.

Andrew osservò curiosamente quel piccolo foglio stropicciato e lo aprì con molta attenzione, mentre Christian continuava a fissarlo con la coda dell’occhio, in attesa di una reazione. Gli occhi di Andrew scorsero lungo tutte le lettere che componevano quell’unica parola ed il suo volto, immediatamente, venne solcato da un ampio sorriso deliziato.

Christian.” pensò fra sé e sé Davvero un bellissimo nome.”

I due si scambiarono un lungo sguardo eloquente e si sorrisero a vicenda, senza alcun bisogno di proferire parola. Sapevano, del resto, di essersi trovati e che quello sarebbe stato l’inizio di una vero, splendida ed importante amicizia.

E che niente, nelle loro vite, sarebbe mai più stato lo stesso.

*

La prima volta che Andrew e Christian parlarono di omosessualità fu circa un mese dopo il loro primo incontro: quel giorno l’intera scuola era in subbuglio perché Percy Campbell, uno studente del terzo anno, era stato espulso per aver picchiato un suo compagno della squadra di football, senza alcuna valida ragione apparente. Le ragioni del fermento erano tante, a cominciare dal fatto che senza Campbell in squadra, la scuola poteva sognarsi di vincere la prima partita del campionato contro l’istituto della città di confine, sua eterna rivale sin dai tempi più antichi.

“Non trovi assurdo che tutti continuino a preoccuparsi di Campbell e del futuro della squadra di football?” domandò in tono polemico Andrew, sdraiato sul prato insieme a Christian durante uno dei loro tipici momenti di svago “Nessuno ha detto una sola parola su quel povero ragazzo riempito di botte, come se non contasse un niente. Come se non importasse a nessuno il motivo per cui è stato preso di mira da quel bullo.”

“Cosa… Il motivo?” Christian lo guardò curiosamente, senza capire “Perché, tu conosci il motivo per cui Campbell lo ha picchiato?”

Andrew annuì.

“Lo sanno tutti a scuola, solo che non vogliono parlarne.” biascicò “Del resto, a nessuno piace parlare dell’omosessualità di una persona.”

“Cosa… Garrison è omosessuale?” domandò subito Christian, piuttosto sconcertato dalla notizia “Dici sul serio?”

“Certamente! A scuola lo sanno tutti.” rilanciò Andrew, scrollando le spalle “A parte te, è ovvio. Anche se adesso sei stato informato anche tu, quindi si può dire che lo sappiano davvero tutti.”

Christian quasi non riusciva a credere alle sue orecchie.

“Pazzesco… Dunque è questo il motivo per cui Campbell se l’è presa con lui? Perché ha scoperto che è omosessuale?”

“Già, non è un vero schifo?” sbraitò rabbiosamente Andrew, contraendo il volto in una smorfia “Quel bastardo di Campbell meriterebbe di non fare più ritorno a scuola, anzi, dovrebbe essere bandito da tutte le scuole del pianeta! Non riesco a credere che esistano persone tanto meschine da prendersela con qualcuno solamente perché diverso da loro.”

Christian lo guardò timidamente, prima di mormorare con voce incerta: “Beh, ma… Essere omosessuali è comunque una cosa sbagliata… Giusto?”

“Cosa?” Andrew si tirò su di scatto e rivolse all’amico uno sguardo letteralmente attonito; stavolta era lui a non credere alle sue orecchie “Non stai dicendo sul serio, vero Chris?”

Christian si fece completamente rosso in volto e abbassò in fretta lo sguardo, sentendosi di colpo tremendamente vulnerabile di fronte all’amico.

“Beh, io… Voglio dire, in genere agli uomini piacciono le donne e viceversa, il fatto che ad un uomo possano piacere altri uomini va contro la natura umana ed è… Beh, sbagliato.” disse con voce fioca “Almeno, questo è ciò che dicono sempre mio padre e mia madre.”

Andrew lo guardò con curiosità e poi, comprendendo perfettamente il suo stato di confusione, provò a chiedergli gentilmente: “E tu, invece, che cosa ne pensi?”

Christian sospirò profondamente.

“Non lo so.” ammise”Confesso di non aver mai avuto la possibilità di farmi una mia idea, credo di essermi sempre lasciato influenzare da ciò che i miei genitori mi avevano messo in testa.”

“Beh, adesso hai la possibilità di fartela questa idea.” rilanciò immediatamente Andrew, con insistenza “Cerca di non riflettere troppo su quanto ti ho appena chiesto e rispondimi di getto, senza pensarci su. Allora, Christian: tu cosa ne pensi dell’omosessualità?”

“Ecco, io… Non so, se devo essere sincero…”

“Ci stai pensando troppo su, Christian, così non va bene! Avanti, rispondi di getto senza fare una delle tue solite, eterne elucubrazioni mentali. Allora, che cose ne pensi della…”

“Sì, sì… Ho capito.” sbraitò a quel punto Christian, in tono lievemente alterato “Io… Io non lo so che cosa penso, Andrew. Immagino che non sia giusto giudicare qualcuno in base a ciò che sente per una persona, o in base a chi sceglie di amare. E’ vero, io sono cresciuto con l’idea che fosse una cosa sbagliata perché tutti – i miei genitori e la chiesa – mi dicevano così, ma io non penso di essere molto d’accordo. In effetti, se devo essere sincero, penso di non esserlo affatto.”

Andrew sorrise ampiamente – era evidente che fosse molto soddisfatto da quella risposta – e poi tirò un lungo, profondo,sospiro prima di accasciarsi nuovamente sull’erba fresca di quel grande prato deserto. Christian pensò di fare altrettanto ma pochi istanti dopo, prima ancora che avesse il tempo di mettersi comodo, Andrew sollevò di nuovo il capo e si rivolse a lui con aria interrogativa.

“Chris, ascolta… Potrei farti un’altra domanda?”

Christian si tirò su leggermente, puntellandosi sui gomiti, e guardò l’amico di rimando con altrettanta curiosità.

“Sì, certo.” rispose “Di che si tratta?”

Andrew si morse il labbro ed incominciò a giocherellare nervosamente con un filo d’erba, come se stesse cercando di prendere tempo. Christian continuò a fissarlo curiosamente, quasi incredulo da quel suo atteggiamento così insolitamente timido e tentennante, così lontano dalla sua tipica spavalderia e dalla schiettezza dei suoi modi di fare.

“Andrew? Guarda che a me puoi dire qualsiasi cosa, non c’è niente di cui vergognarsi.” gli disse ad un tratto il biondo, vedendo che ancora faceva fatica a trovare le parole “Sei il mio migliore amico, non potrei mai avercela con te per qualcosa che hai detto o fatto.”

Andrew lo guardò dolcemente e sorrise, non potendo fare a meno di sentirsi fortemente rincuorato da quelle parole. Sì, in fin dei conti Christian aveva ragione: il legame che si era instaurato fra di loro era forte e stabile – bastava vedere quanto rapidamente fossero diventati amici – e di certo non sarebbe bastato così poco a mandare tutto a monte.

Anche se…

“Allora, Andrew?” insistette Christian “Coraggio, parla.”

Andrew sospirò profondamente e poi, finalmente, si decise a vuotare il sacco.

“Dimmi la verità, Christian: che cosa faresti se ti dicessi che anche io sono omosessuale?”

Christian allibì e per diversi secondi rimase così sospeso senza dire una sola parola, i suoi occhi ancora saldamente puntati su Andrew in un’espressione di mero stupore e confusione. Avrebbe voluto dire qualcosa – qualsiasi cosa – ma la sua gola era come essiccata, del tutto incapace di produrre qualsiasi genere di suono.

“P-perché me lo stai chiedendo?” riuscì a biascicare infine, dopo diversi tentativi di articolare qualcosa di vagamente comprensibile.

Andrew abbassò nuovamente lo sguardo e ricominciò a torturarsi il labbro inferiore, le sue guance che molto velocemente andarono a tingersi in un brillante colore vermiglio.

“Perché è così.” disse poi, con un filo di voce “Anche io sono omosessuale, Christian, proprio come Garrison.”

In quel momento, nella testa di Christian, tutto incominciò finalmente ad avere un senso.

“Ecco perché te la sei presa così tanto quando hai saputo della faccenda di Campbell.” osservò argutamente “La cosa ti ha segnato ben più profondamente di chiunque altro perché…”

“… Perché al posto di Garrison avrei potuto esserci io, sì.” concluse Andrew, con voce mesta “Cerca di capire, Chris… Sono andato nel panico! Non sono ancora riuscito a fare coming out con i miei genitori e di certo non ho intenzione di farlo qui a scuola, viste le premesse. Non so ancora quando troverò il coraggio di uscire allo scoperto, però tu… Beh, tu sei il mio migliore amico e io… Io ho bisogno che tu lo sappia, ho bisogno di sapere che le cose fra di noi non cambieranno, anche se io sono così… Diverso.”

Nel sentir pronunciare quelle parole, il cuore di Christian si riempì inevitabilmente di tristezza; non aveva mai visto Andrew così vulnerabile e spaventato, sembrava quasi una persona completamente diversa da quella che aveva conosciuto. Si rese conto di quanto dovesse essere difficile, per lui, vivere nell’ombra e per nessun motivo si sarebbe mai sognato di voltargli le spalle proprio in quel momento.

“Andrew, ascolta… Io non so dirti che cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, non ne ho alcuna certezza.” rispose infine, con un ennesimo sospiro profondo “Però conosco te e so che tipo di persona sei: So che faresti qualsiasi cosa per le persone che ami, so che il tuo cuore è grande e pieno di buoni sentimenti, e so che per nessuna ragione al mondo sarei mai in grado di fare a meno della tua amicizia. Non so se l’omosessualità possa o debba essere considerata come una cosa di sbagliata, ma se fa parte di te e ti rende in parte quello che sei… Beh, allora non può certo essere così terribile.”

Il volto di Andrew s’illuminò di colpo e lui, incredulo, si rivolse a Christian con un leggero sorrisetto sulle labbra.

“Dunque… Questo significa che non te ne andrai? ” domandò timorosamente “Non pensi che io sia una persona sbagliata e che staresti meglio lontano da me?”

Christian ridacchiò sommessamente, facendo segno di no con il capo.

“Posso pensare tante cose di te, Andrew, ma non che tu sia sbagliato.” disse << Al contrario, penso che tu sia una delle persone più belle che io abbia mai conosciuto e non ho alcuna intenzione di perderti. Non mi importa se ti piacciono gli uomini, le donne o le capre… Io ti voglio bene per quello che sei, semplicemente. >>

Andrew, in risposta, si alzò di scatto e si gettò fra le braccia di Christian, stringendosi a lui in un caloroso abbraccio di riconoscenza.

<< Grazie, Chris. >> mormorò flebilmente, incapace di trattenere le lacrime << Grazie, io… E’ così importante per me sapere che non te ne andrai. >>

Christian abbozzò un sorrisetto intenerito e poi, nonostante quel poco di imbarazzo provocatogli da quella bizzarra situazione, conferì maggior forza alla presa ed avvolse interamente il corpo di Andrew, tanto più esile e minuto del suo.

<< Non devi preoccuparti, Andrew. >> lo rassicurò dolcemente << Non permetterò mai alla tua diversità di essere di ostacolo alla nostra amicizia. >>

E così fu, in effetti: Trascorsero i giorni, le settimane e persino i mesi, e non vi fu mai una sola volta in cui la diversità di Andrew andò ad interferire con il loro rapporto, mai una volta in cui Christian, esasperato, avvertì dentro di sé il bisogno di andarsene o di allontanarsi dal suo caro amico; forse perché, dal canto suo, Christian sapeva che era proprio quella diversità a rendere il loro rapporto tanto unico e speciale.

Oppure, più semplicemente, perché i due erano molto meno diversi di quanto Andrew non potesse immaginare.

Christian, tuttavia, si guardò sempre molto bene dal rendere nota ad Andrew quest’ultima informazione; in fin dei conti, accettare Andrew era stato piuttosto semplice sin dal principio, ma accettare se stesso… Beh, quello era un qualcosa per cui sentiva di non essere ancora sufficientemente pronto.

*

La prima volta in cui Christian ed Andrew parlarono di Dio, fu anche l’ultima.

Entrambi conoscevano le rispettive posizioni riguardo alla religione e la cosa non aveva mai costituito un problema per nessuno dei due: Andrew era un ateo convinto e Christian, fedele alle tradizioni di famiglia, un cristiano praticante che non si perdeva mai una messa domenicale.

Diversi anche in questo, fra le altre cose, non avevano mai permesso alla religione di porsi come ostacolo fra di loro eppure quel giorno, ad appena un paio di settimane dall’inizio delle vacanze di Natale, Christian non poté fare a meno di porre al suo migliore amico quella fatidica domanda che ormai gli ronzava in testa da troppo tempo.

“Hey, Andrew… Perché tu non credi in Dio?”

Andrew, seduto a pochi passi di distanza da lui sul divano del proprio salotto, lo guardò confusamente e con aria visibilmente perplessa; era evidente, a giudicare dal suo sguardo allampanato, che quella fosse decisamente l’ultima domanda che si sarebbe mai aspettato di ricevere.

“Perché me lo stai chiedendo?” domandò curiosamente “Credevo che la cosa non ti importasse.”

“Sì, beh… Non mi importa, infatti.” rispose l’altro, con una leggera scrollata di spalle “Sono solo curioso, tutto qui. Non ho mai avuto un rapporto così stretto con un ateo, mi piacerebbe semplicemente conoscere un punto di vista diverso da quello che mi hanno sempre offerto.”

Andrew sorrise ampiamente.

“Legittimo.” rispose “D’accordo, allora… Ti accontento subito: Non credo in Dio perché, a mio parere, non c’è davvero un bel niente in cui credere. Insomma, pensaci bene: se esistesse davvero un Dio, una creatura onnisciente e onnipotente, il cui compito è quello di vegliare su ogni singolo cristiano presente su questa terra ed amarlo con tutto il suo buon cuore, non dovrebbero esistere le ingiustizie, né tutti gli altri mali di questo mondo. Come riesci a spiegarti tutto questo, Chris?”

“Beh, io… Dunque, io…” iniziò a tartagliare Christian, senza riuscire – tuttavia – ad argomentare alcunché “… Io credo che… Oh, d’accordo! Ammetto che le tue perplessità siano abbastanza fondate, ma questo non dovrebbe essere una valida motivazione per non credere in Dio. Insomma, Dio è molto più di tutto ciò: Egli è amore, calore, carità per il prossimo e…”

“… Ed un tizio che predicava l’amore e l’uguaglianza fra tutti gli uomini, salvo poi rimangiarsi ogni cosa facendomi nascere gay e permettendo all’umanità intera di detestarmi e desiderarmi morto, a causa di un destino che non sono stato io a scegliere per me stesso.” lo interruppe bruscamente Andrew, facendo una smorfia “Sinceramente, Chris, ti aspetti davvero che io possa accettare una religione che si fonda su simili basi di ipocrisia? “

Christian lo guardò mestamente, un po’ imbarazzato e mortificato per aver fatto quella domanda.

“Scusami, temo di essere stato inopportuno.” mormorò a mezza voce “Non avrei dovuto insistere, non volevo certo risultare fastidioso.”

“Tranquillo, non c’è nessun problema.” lo rassicurò prontamente Andrew, rivolgendo lui uno dei suoi sorrisi più teneri “Va bene così, Chris, non c’è nulla di male ad essere diversi: tu hai le tue idee ed io le mie, probabilmente non s’ incontreranno mai ma questo non significa che non possiamo essere amici. Al contrario, a volte le amicizie più belle sono proprio quelle che nascono dalle maggiori diversità.”

Christian gli sorrise di rimando.

“Dunque non sei arrabbiato?” domandò timidamente.

“No, certo che no.” lo rassicurò l’altro “Non preoccuparti, neanche io permetterei mai alle nostre diversità di porsi come ostacolo fra di noi. Ricordi, no? Amici per sempre, a prescindere da qualsiasi cosa.”

Il sorriso sul volto di Christian si ampliò enormemente e il ragazzo tirò un ennesimo sospiro profondo, rincuorato da quelle parole. Poi, senza dire una sola parola, scivolò il più possibile vicino ad Andrew e posò la testa sulla sua spalla, chiuse gli occhi e mormorò con voce morbida: “Grazie, Andrew.”

Andrew lo guardò confusamente: “E di cosa?”

Christian restò semplicemente lì, immobile, senza dire una sola parola, e quel silenzio fu per Andrew ben più eloquente di qualsiasi altra risposta che avrebbe mai potuto ricevere. Rimasero così, senza parlare, per molto tempo e ogni singolo istante di silenzio fu come una lunga e solenne dichiarazione di affetto per entrambi.

Quella fu la prima e l’ultima volta in cui i due parlarono di Dio e di religione, ma Christian non riuscì mai a smettere di pensare del tutto alle parole di Andrew e, suo malgrado, non poté fare a meno di lasciarsi influenzare da esse. Continuò ad andare a messa ogni domenica e a pregare, così come aveva sempre fatto, ma non riuscì più a pensare a Dio allo stesso modo.

E ogni volta che i suoi occhi incrociavano un crocifisso, non riusciva ad impedirsi di guardare ad esso con un po’ più di rabbia e di vergogna.

*

L’ultima volta che Christian vide Andrew, fu durante un tiepido pomeriggio di primavera.

Erano appena finite le lezioni pomeridiane e Christian, a differenza di tutti gli altri giorni, dovette fare immediatamente ritorno a casa per aiutare sua madre con i preparativi per la festa di compleanno di sua sorella.

“Mi dispiace, vorrei poter fare la strada insieme a te come tutti i giorni, ma allungherei troppo il tragitto e arriverei a casa con un ritardo mostruoso.” si giustificò con il suo amico, mostrandosi sinceramente mortificato.

Andrew, tuttavia, non sembrava essere troppo risentito al riguardo.

“Non preoccuparti.” gli disse “So bene quanto possano essere fastidiose le madri, quando ci si mettono. Stai tranquillo, vai a casa senza pensare a me e goditi la festa di tua sorella. Tanto, noi due ci rivedremo domani, come sempre.”

Christian sorrise ampiamente ed annuì.

Il bello di Andrew – fra le altre cose – era che, qualsiasi cosa dicesse, aveva sempre il potere di far credere al mondo che andasse tutto bene; era impossibile dubitare di qualcosa o avere sfiducia nell’universo, quando si parlava con lui.

Così, quel giorno, Christian fece ritorno a casa senza troppe preoccupazioni, ben certo del fatto che avrebbe rivisto il suo migliore amico l’indomani, così come era sempre stato.

Non poteva sapere che Andrew, forse per noia oppure sovrappensiero, quel giorno aveva deciso di percorrere una strada secondaria, diversa da quella che i due percorrevano ogni giorno; non poteva sapere che durante la sua traversata in mezzo a quei quartieri malfamati, si sarebbe ritrovato a discutere con un gruppo di teppistelli della loro scuola, con i quali aveva già avuto modo di scontrarsi qualche tempo prima; non poteva certo immaginare che quei ragazzi, armati di cattiveria, pregiudizi e spregiudicatezza, si sarebbero accaniti su di lui con tanta violenza, picchiandolo e martoriando il suo corpo come se fosse un vecchio straccio da gettare via, un oggetto di poco conto, un qualcosa che – molto semplicemente – non meritava di restare al mondo. Non poteva sapere che, mentre sua madre lo stava sgridando per essere – comunque – arrivato a casa in ritardo, Andrew su di un’ambulanza stava disperatamente lottando fra la vita e la morte.

E quando, più tardi quella sera, i genitori di Andrew lo chiamarono in lacrime per informarlo dell’accaduto, non riuscì ad accettare il fatto che quello fosse stato l’ultimo giorno di vita del suo migliore amico.

*

Il funerale di Andrew fu il momento più difficile e doloroso della vita di Christian.

Per tutta la durata della funzione egli rimase semplicemente in disparte, seduto in un angolo di quella minuscola chiesa, intento a fissare la bara con occhi vuoti e – al tempo stesso – colmi di disperazione. Si chiese, per un attimo, se Andrew riuscisse a vederlo dall’alto e se, in qualche modo, provasse un minimo di fastidio nel vedere che la cerimonia del suo funerale era stata celebrata secondo il rito cattolico, nonostante il suo espresso ateismo e la sua avversità nei confronti di Dio e la religione.

Sembrava quasi ironico, pensò Christian.

Quasi.

Lo sarebbe stato, in effetti, se Andrew fosse stato lì con lui, a ridere e scherzare sull’assurdità di quella situazione. Probabilmente lo avrebbero trovato entrambi di pessimo gusto, ma sarebbe stato comunque piuttosto divertente, in un certo senso.

Adesso non vi era rimasto più niente di divertente, Andrew era morto e Christian non lo avrebbe rivisto mai più, se n’era andato per sempre.

Per sempre.

Christian si morse il labbro inferiore e serrò con forza i pugni, chinando il capo per nascondersi alla vista degli altri. Voleva piangere, esprimere apertamente tutto il suo dolore, ma non voleva farlo lì, davanti a tutti; desiderava semplicemente essere solo, nell’oscurità della sua stanza, e abbandonarsi del tutto al proprio dolore, piangere ogni singola lacrima che aveva in corpo, fino a quando non fossero tutte esaurite.

Non ebbe neanche il coraggio di parlare con i genitori di Andrew.

Scappò via di corsa, dopo la funzione, e si rinchiuse in camera sua senza dire niente, con il chiaro intento di restare sepolto fra quelle quattro mura il più a lungo possibile. Non voleva vedere, sentire o parlare con nessuno, voleva soltanto essere lasciato in pace.

Da solo, con il proprio dolore e con i propri ricordi.

E con un unico, amaro rimpianto: quello di non aver mai avuto il coraggio di dire ad Andrew ciò che provasse realmente per lui.

*

“Mamma! Mamma, presto!”

Christian si ridestò di colpo dai propri ricordi e con un balzo fulmineo saltò già del letto, precipitandosi fuori dalla stanza e poi giù per le scale, fino a raggiungere sua madre in cucina.

“Mamma!”

“Sì, ho sentito. Che cosa…” la madre di Christian si voltò verso di lei e nel vederlo, finalmente, in piedi e fuori dalla propria stanza, non poté trattenersi dall’emettere un acutissimo strillo di gioia ” … Christian! Oh, sia lodato il Signore… Sei qui! Hai finalmente deciso di uscire dalla tua stanza, è una notizia meravigliosa e…”

“Mamma, calmati.” la zittì immediatamente Christian, guardandola di traverso “Per favore, le lodi al Signore rimandiamole a più tardi. Adesso ho bisogno che tu mi porti in un posto.”

“Come?” la donna la guardò confusamente “In un posto? E dove vorresti andare?”

Christian si morse il labbro inferiore e poi, dopo aver tirato un rapido sospiro d’incoraggiamento, disse: “In chiesa.”

“In chiesa?” sua madre sembrava sempre più confusa “Non capisco, per quale motivo vuoi andare in chiesa proprio adesso?”

“Ho le mie buone ragioni.” rispose fermamente Christian, non ritenendo necessario addurre ulteriori motivazioni “Per favore, mamma, portami in chiesa. Ne ho veramente bisogno in questo momento, solo lì posso trovare il conforto di cui necessito.”

La madre di Christian non osò controbattere – del resto, non era sempre stata lei a dire ai suoi figli che, nei momenti di grande sconforto, la cosa migliore era sempre rivolgersi a Dio – e senza ulteriori esitazioni fece montare in macchina il ragazzo e lo portò in chiesa, facendosi promettere di farsi ritrovare davanti all’ingresso esattamente un’ora più tardi, così da non rischiare di arrivare a casa troppo tardi per l’ora di cena.

Christian assentì distrattamente e poi, infine, si diresse dentro l’edificio in cerca del padre confessore; conosceva piuttosto bene quel prete – Padre Bryce – e sapeva che si trattava di un uomo fidato e di buon cuore, certamente il tipo di persona cui si potesse affidare un segreto importante.

La fortuna, quel giorno, era decisamente dalla sua parte: la chiesa era completamente deserta, fatta eccezione per il prete – Padre Bryce, per l’appunto – che in quel momento era impegnato con una delicatissima operazione di pulizia delle candele; non appena vide arrivare Christian, il suo sguardo si fece di colpo allegro e luminoso.

“Christian, che piacere vederti qui!” esclamò briosamente, mettendo da parte le sue candele e correndo nella sua direzione “Tua madre ci aveva detto che ancora non avevi superato la fase del dolore per la perdita del tuo amico e non sai quanto mi renda felice vedere che, al contrario, stai finalmente incominciando a riprenderti.”

Christian abbozzò un leggero sorrisino impacciato.

“Cerco di farmi forza, Padre.” disse “Non è facile, ma ho deciso che voglio riuscirci ad ogni costo. A tal proposito, in effetti, credo che lei potrebbe darmi una mano.”

Padre Bryce sorrise ampiamente: “Sempre a tua disposizione, figliolo. Vuoi che ci spostiamo nel confessionale?”

Christian si voltò in direzione di quell’enorme cabina oscura ed un violento brivido di terrore lo percorse lungo la schiena.

“P-preferirei restare qui, se per lei non è un problema.” rispose “Quei cosi mi mettono addosso una gran soggezione.”

Padre Bryce ridacchiò sommessamente.

“Capita a tutti, non devi certo vergognartene. Le panche delle prime file sono altrettanto utili e funzionali, non preoccuparti.” afferrò il ragazzo per le spalle e gentilmente lo condusse in cima alla navata, accomodandosi insieme a lui su una delle prime panche “Allora, Christian… Parla pure. Non aver paura di essere sincero con me, sai sono qui solamente per ascoltarti e non per giudicarti. Dimmi, figliolo, cos’è che ti affligge?”

Christian sospirò profondamente ed abbassò lo sguardo con una punta di vergogna, scostandosi dietro l’orecchio una piccola ciocca di capelli ribelli; stava tergiversando, era ovvio, e il fatto che Padre Bryce non gli stesse mettendo addosso alcuna fretta lo rendeva ancor più nervoso ed agitato di quanto non volesse apparire.

“Christian?” disse ad un tratto il curato, guardandolo dolcemente e con sguardo paziente “Puoi dirmi tutto quello che vuoi.”

Christian fece segno di sì con la testa e risollevò lo sguardo in direzione dell’uomo, sebbene non fosse ancora sufficientemente a suo agio da riuscire a guardarlo direttamente negli occhi.

“Padre, io… Io sono molto confuso.” ammise il ragazzo “In questi ultimi giorni non ho fatto altro che pensare, la morte di Andrew mi ha dato parecchi spunti su cui riflettere e adesso… Adesso non so davvero che cosa fare di me, mi sento così perso! Mi sento come se non riuscissi a trovare una vera e propria direzione.”

“Alla tua età è normale.” tentò di rassicurarlo Padre Bryce “L’adolescenza è un periodo estremamente complicato, voi ragazzi siete sempre in conflitto con il mondo intero ed è proprio questo il momento in cui ci si sente più sperduti, non mi stai certo raccontando qualcosa di nuovo. Certo, la morte del tuo amico è stato un evento traumatizzante per te, e di certo affrontare i tipici cambiamenti dell’adolescenza con un simile peso sulle spalle si sta rivelando una vera…”

“Non si tratta solo di questo, Padre.” lo interruppe immediatamente Christian, con voce tremante “A dire il vero, è da diverso tempo che io.. Che mi trascino dietro un segreto troppo importante, una cosa che non ho mai osato rivelare a nessuno e che, adesso, mi sta praticamente distruggendo l’anima.”

Padre Bryce rivolse lui uno sguardo piuttosto allarmato.

“Christian, così mi spaventi.” disse “Quale terribile segreto può mai avere un ragazzino di soli quattordici anni?”

Christian sospirò profondamente e poi, finalmente, si decise a confessare tutto ciò che per tanto tempo aveva così dolorosamente tenuto nascosto dentro al suo cuore.

“Io sono gay, Padre.”dichiarò “Lo so da molto tempo, ma non ho mai avuto il coraggio di dirlo a nessuno… Neppure al mio amico Andrew. So di essere un vigliacco e non pretendo che Dio – o chi per lui – mi perdoni per quello che ho fatto, vorrei solo essere in grado di far tornare indietro il tempo ed avere di nuovo il mio amico qui con me, dirgli tutto ciò che ho sempre provato nei suoi confronti e quali fossero i miei reali sentimenti verso di lui. Ancora non riesco a perdonarmi di aver lasciato che morisse senza conoscere la verità.”

Padre Bryce lo guardò con aria comprensiva, sorridendo pacatamente.

“Dunque tu eri innamorato di Andrew.” osservò “Perché non glielo hai mai detto? Temevi forse che non ricambiasse i tuoi sentimenti?”

“Non era solo per quello, io… Io avevo paura.” ammise Christian, i suoi occhi che nuovamente andarono a riempirsi di lacrime “Andrew era così sicuro di sé, sicuro della propria omosessualità, ed io al contrario non riuscivo ad accettarmi. Non ho mai avuto alcun problema ad accettare Andrew per quello che era – forse perché, in maniera del tutto inconscia, mi ero innamorato di lui sin dal primo momento in cui lo vidi – ma nonostante la sua costante presenza e la sua incredibile sicurezza, non sono mai riuscito ad accettare me stesso per quello che ero. Ed è una cosa assolutamente stupida, io… Io mi sono celato dietro ad una menzogna e sono ancora qui, mentre Andrew, che non ha mai permesso a niente e nessuno di scalfirlo, è morto perché non ha mai sentito il bisogno di nascondere ciò che era. Quanto può essere giusta una cosa del genere?”

Padre Bryce si morse il labbro inferiore e poi sospirò tristemente.

“Non c’è mai niente di giusto quando muore qualcuno.” rispose “Questo però non significa che tu debba biasimarti per qualcosa, di certo non puoi accusare te stesso della morte del tuo amico.”

“Andrew è morto perché quel giorno io non ero con lui!” strillò a quel punto Christian, in preda ad un pianto a dirotto ” Se fossimo tornati a casa assieme, se avessimo percorso il nostro solito tragitto lui non avrebbe mai incontrato quei bastardi e… E…”

Non riuscì neanche a concludere la frase, le lacrime ed i singhiozzi non glielo permisero. Si accasciò lentamente sulla panca e continuò a piangere senza sosta, sotto lo sguardo contrito e addolorato di Padre Bryce. L’uomo gli accarezzò i capelli gentilmente, in un tenero e spontaneo gesto di affetto, e poi ricominciò a parlare, con quel suo solito tono di voce così piacevolmente morbido e pacato.

“Christian, non è stata colpa tua.” disse “La vita a volte ci fa degli scherzi beffardi e nessuno di noi è in grado di prevedere quel che accadrà. Tu non hai colpe, la morte di Andrew non è mai dipesa da te, ma da un gruppo di ragazzi privi di cuore e di umanità, che hanno giocato a fare Dio con la vita di un altro, innocente individuo. Non è mai stata colpa tua, Christian. Ti prego di mettertelo bene in testa.”

Christian sollevò lentamente il capo e guardò l’uomo timidamente, sentendosi appena un po’ più rincuorato da quelle parole.

“Davvero?”

“Sì, davvero. E non devi neanche sentirti in colpa per non aver mai trovato il coraggio di confessare il tuo segreto, nella vita non tutti sono come Andrew. Non tutti riescono a trovare il coraggio di essere se stessi con la stessa facilità, spesso c’è chi ha bisogno di molto tempo per imparare a capirsi e ad accettarsi fino in fondo. Tu non sei peggiore di lui, Christian… Sei solamente diverso.”

Christian si morse nuovamente il labbro ed annuì con fare comprensivo.

Diverso.

Sì, aveva sempre saputo di essere diverso da Andrew e questo non era mai stato un problema, per nessuno dei due: Andrew era così espansivo, estroverso e sicuro di sé, mentre Christian era più timido e riservato, insicuro e costantemente terrorizzato dal giudizio degli altri.

Eppure, questo non gli aveva certo impedito di diventare ottimi amici.

“Vorrei solo avergli rivelato i miei veri sentimenti.” disse poi Christian, con un filo di voce “Vorrei che non fosse morto senza sapere che cosa provavo realmente per lui.”

Il volto di Padre Bryce, a quel punto, venne solcato da un ampio e profondo sorriso di tenerezza.

“Io credo che lo sapesse, Christian.” gli rispose dolcemente “Credo proprio che, in cuor suo, lui sapesse benissimo che cosa provavi e che adesso ti stia guardando dall’altro con un bel sorriso soddisfatto sulle labbra, lieto di vedere che finalmente hai trovato il coraggio di essere del tutto sincero con te stesso.”

Christian abbozzò un sorrisetto divertito.

“Crede che mi perdonerà?” domandò.

Padre Bryce continuò a sorridere.

” Credo proprio che l’abbia già fatto.” replicò “E credo anche che tu debba imparare a fare altrettanto. Essere omosessuali non è un crimine, Christian, anche se molte persone continueranno a farti credere il contrario. Lo so che spesso la Bibbia si è espressa in maniera estremamente dura sull’argomento, ma si tratta di un libro scritto da uomini e gli uomini, si sa, spesso sanno essere terribilmente crudeli. Ma sai chi, al contrario, non è mai crudele con nessuno?”

Christian fece segno di no con il capo: “Chi?”

“Dio.” rispose Padre Bryce “Egli non giudica chi ama, semplicemente è felice perché colui che lo fa ha scelto di dedicarsi all’amore piuttosto che all’odio. Dimentica ciò che ti hanno detto sul fatto che Dio odia gli omosessuali e quant’altro, Dio non odia proprio nessuno! Egli non si aspetta che tu ami una donna per compiacere chi ti circonda, desidera semplicemente che tu abbia il coraggio di amare senza riserve, senza mai abbandonarti al rancore e ai cattivi sentimenti. Credimi, Christian, tante persone potranno dirti che essere omosessuali è sbagliato, ma non Dio: Egli sarà sempre dalla tua parte, purché tu abbia sempre il coraggio di esprimere amore.”

Un’espressione semi-confusa comparve a quel punto sul volto di Christian.

“Dio crede davvero tutto questo?” chiese, con una leggera punta di incertezza.

“Assolutamente.” gli rispose Padre Bryce, con il tipico tono che non lascia spazio ad alcun genere di dubbio.

Christian restò in silenzio per pochi istanti, pensieroso, prima di decidersi a porre quell’ultima, fatale domanda.

“E lei, Padre, che cosa crede?”

Padre Bryce rivolse lui un ennesimo, caloroso sorriso, e con quel suo tipico tono di voce bonario ed affabile rispose: “Io credo in Dio, Christian. E Dio non sbaglia mai.”

Christian non sentì il bisogno di udire altro.

In maniera forse un po’ troppo sfacciata, si gettò fra le braccia del prete e lo strinse forte, in segno di gratitudine.

“Grazie, Padre.” mormorò “Adesso so che cosa devo fare.”

Padre Bryce sorrise con orgoglio e un po’ di commozione.

“Lieto di esserti stato utile, figliolo.” disse, mentre Christian lo liberava dall’abbraccio “Ricordati che, per qualsiasi cosa, io sarò sempre qui per te. E anche Dio ci sarà: lui, più di chiunque altro, non ti abbandonerà mai.”

Christian ringraziò di nuovo e poi, senza aggiungere altro, corse fuori dalla chiesa e si gettò sull’erba fresca del prato appena tagliato, ridendo e piangendo allo stesso tempo; aveva da poco incominciato a piovere e le gocce cadevano copiosamente sopra di lui, mescolandosi alle sue lacrime.

Christian, comunque, non se ne preoccupò.

Rimase semplicemente lì, sotto la pioggia, a piangere e ridere a cuore aperto come non faceva da troppo tempo ormai; non era ancora del tutto certo di cosa ne sarebbe stato di lui, di quale fosse la cosa migliore da fare, né di quando avrebbe trovato il coraggio di rivelare a suo padre e sua madre la propria omosessualità.

Di una cosa, tuttavia, era assolutamente certo: aveva finalmente ritrovato se stesso e, da quel momento in poi, non si sarebbe mai più permesso di perdersi di nuovo.

Sollevò lo sguardo al cielo, rivolgendosi ad esso come ad una persona, ben certo del fatto che Andrew fosse lì da qualche parte, pronto ad ascoltare nuovamente la propria dichiarazione.

“Ti amo, Andrew.” mormorò fra le lacrime “E non ti dimenticherò mai. E grazie, grazie infinitamente, per avermi mostrato chi sono.”

 

 

 

 

 

 

17 Maggio, Giornata Mondiale contro l’Omofobia

Sesso e “prostituzione”: Quanto è sottile la linea di confine?

A volte mi piacerebbe essere davvero una colonnista come Carrie Bradshow, scrivere per vivere, pubblicare ogni settimana un articolo differente ed essere persino pagata per ciò che la mia mente contorta riesce a partorire.

Certo, mi rendo conto del fatto che a nessuno interesserebbe niente di ciò che scrivo, per cui per adesso – e per sempre, credo – dovrò accontertarmi di pubblicare i miei deliri senza senso qui su questo blog… Il problema è che il tempo a disposizione è sempre poco, e dal momento che devo dedicare la maggior parte del mio tempo allo studio ed al lavoro, sarebbe di sicuro molto più gratificante se ciò che contribuisce a mantenermi e a farmi guadagnare da vivere fosse proprio la scrittura.

Ok, come sempre sto delirando.

Mi capita spesso, quando non pubblico un articolo da tanto tempo e lascio in sospeso la mia rubrica; immagino che sia un modo come un altro per rompere il ghiaccio, un tantino contorto ma comunque abbastanza spiritoso – o almeno, lo spero.

Va bene, passiamo subito al dunque: Il solito ordine cronologico si aspetterebbe che io oggi parlassi di un argomento piuttosto scottante, ossia quanto può essere considerato giusto o sbagliato per una donna utilizzare le proprie “arti femminili” per ottenere un favore da qualcuno.

Insomma, provare ad utilizzare la propria bellezza e le proprie doti civettuole per ottenere ciò che si desidera è da considerarsi semplice strategia oppure equivale ad una lieve e meno scandalosa forma di prostituzione?

Difficile da dirsi, in un contesto come quello in cui viviamo.

Diciamo che non ho mai avuto la possibilità di osservare con estrema attenzione questo genere di dinamica, ma cercando di essere del tutto onesta con me stessa non riesco a non pensare che sia capitato a tutte – almeno una volta – di utilizzare il proprio fascino e le proprie abilità per ammaliare qualcuno allo scopo di ottenere un favore.

Quanto meno, lo facciamo a livello incoscio.

Onestamente non sono in grado di ricordare l’ultima volta in cui l’ho fatto e certamente non l’ho mai fatto per ottenere qualcosa di veramente importante – insomma, non sono una donna in carriera che vive a New York City e tendenzialmente so di essere sufficientemente onesta da non volermi vendere per nessuna ragione – ma credo che ogni essere umano abbia pensato, almeno una volta nella vita, di comportarsi in maniera un tantino più machiavellica per raggiungere un proprio fine.

Indipendentemente dal proprio sesso.

Già, perché a questo punto subentra una nuova domanda: Sono solamente le donne ad utilizzare il proprio fascino per ottenere qualcosa, oppure lo fanno anche gli uomini?

Come al solito mi diverto a rompere gli stereotipi e provo a dire che sì, indubbiamente lo fanno anche loro. In maniera diversa da noi ragazze, sicuramente, ma vorrei abbattere quel fastidioso luogo comunque secondo il quale la civetteria sia una prerogativa unicamente femminile ed, in qualche modo, persino negativa.

Noi donne spesso usiamo il fascino, sbattiamo gli occhi, arricciamo le labbra e mostriamo il seno… Basta davvero poco per ottenere l’attenzione di un uomo ed imparare a manipolarlo come si deve.

Eppure, ho imparato che anche un uomo è perfettamente in grado di manipolare una donna: In fin dei conti, per fare una cosa del genere, non è necessario essere maschio o femmina, basta semplicemente avere un po’ di furbizia ed essere sufficientemente maliziosi e calcolatori – talvolta, anche in senso buono.

Anche i ragazzi possono giocare sulle proprie armi segrete: Occhi, muscoli, umorismo seduttore… Talvolta persino ricatti psicologici – anche questi ultimi tipici sia del genere maschile che di quello femminile.

Ma soprattutto, sia uomini che donne sono in possesso del più grande ed efficacie strumento manipolatorio del mondo: Il sesso.

Beh, si sa… Questa è una storia vecchia come il mondo e non dovrebbe sorprenderci affatto: Il sesso è il primo vero motore immobile e nessuno, maschio o femmina che sia, è immune al suo immenso potere.

No, neppure noi donne.

Posso parlare per esperienza, di fronte al sesso – specialmente se è di qualità e con qualcuno che noi riteniamo meritevole – è davvero difficile dire di no, dunque molto spesso può essere utile utilizzarlo come strumento di manipolazione, anche se nella maggior parte dei casi si tratta di favori piuttosto innocenti e tutt’altro che inappropriati.

Anche perchè, diciamoci la verità, è proprio in quelle situazioni che smettiamo di ragionare con il cervello e seguiamo ciecamente il nostro istinto. Con questo non voglio dire che sia giusto o sbagliato agire in questo modo, mi limito a constatare quanto possa essere difficile – a seconda della situazione – resistere di fronte alla promessa di un qualcosa che ci soddisfa così pienamente a livello fisico.

Dunque, ecco che ritorniamo immediatamente alla prima domanda che ho posto in questo articolo: E’ giusto utilizzare il proprio fisico o le proprie “armi segrete” per ottenere qualcosa in cambio? La mia risposta da moralista sarebbe un secco e rigoroso no, ma immagino che siano tante le variabili da dover prendere in considerazione.

Innanzi tutto, che cosa è quel “qualcosa” da guadagnare? Un favore personale, un posto di lavoro, dei soldi? Nel primo caso, tutto dipende da quanto le nostre azioni manipolatorie possono rivelarsi dannose per l’altra persona e nel caso in cui ciò fosse un rischio effettivamente concreto, non avrei la benché minima riserva nel dire che tale atto sarebbe da condannarsi come crudele e del tutto inappropriato; nel caso in cui, al contrario, si trattasse di un qualcosa di vagamente più innocente e che non comporti alcun genere di danno per l’altra persona, allora immagino che sia possibile chiudere un occhio.

L’idea di utilizzare il sesso o di qualsiasi arma segreta per ottenere un lavoro, invece, mi vede sempre e comunque contraria: Ritengo vile e completamente scorretto l’aggrapparsi ad un qualsiasi cosa che non siano semplicemente le proprie capacità professionali, la propria forza di volontà, esperienza e determinazione per ottenere successo sul piano della carriera – così come ritengo vile e scorretto il pretendere questo genere di favori pur di garantire a qualcuno un avanzamento di carriera.

E’ degradante, squallido e sminuisce profondamente il valore di chi tenta di affermarsi onestamente, facendo leva solamente sulle proprie capacità professionali.

Riguardo all’ultimo punto… Beh, non ho nulla contro chi offre il proprio corpo – o simili – in cambio di denaro, ritengo siano scelte personali e fino a quando (come ho già detto) non si nuoce a nessuno, credo che ognuno possa fare del proprio corpo ciò che desidera.

Insomma, basta con i moralismi ed i falsi perbenismi… Per me il vero dramma della prostituzione sta nello sfruttamento, non il fatto che qualcuno scelga di utilizzare il proprio corpo per guadagnare dei soldi. E’ una scelta personale, giusto?

E allora, perché giudicarla?

A questo punto, non posso che pormi nuovamente la fatidica domanda che da origine a questo articolo: E’ giusto che una donna – oppure un uomo, non facciamo i sessisti – utilizzi le proprie “armi” per ottenere dei privilegi o dei favori personali?

Beh, lo è nel momento in cui lo si fa con le proprie regole, nel pieno rispetto degli altri e – soprattutto – di sé stessi e con la chiara consapevolezza di quel che si sta facendo. Può essere una scelta non condivisibile – ed io stessa di certo non lo farei – ma ciò non significa certo che chi sceglie di compierla sia una persona priva di valore o che manca di rispetto verso se stessa.

Anzi, probabilmente mancherebbe di rispetto verso se stesso se non assecondasse le proprie scelte e si limitasse a comportarsi come gli altri vorrebbero si comportasse.

Insomma, c’è un abisso tra questo genere di comportamento e la strumentalizzazione del corpo, e la liena di confine si chiama “Consapevolezza”: Quando si è consapevoli di quel che si fa e lo si fa secondo il proprio volere, allora non vi niente per cui dover essere giudicati – premettendo, comunque, che nessuno dovrebbe essere mai giudicato, per nessuna ragione al mondo.

Dunque, per concludere questo articolo, siamo certamente lontani – nel nostro quotidiano – da un episodio di “Sex and The City” in cui rischieremmo di essere scambiate per una prostituta per aver fatto compagnia ad un affascinante riccone francese, ma ritengo comunque vitale, all’interno della nostra società, imparare a non giudicare chi sceglie di condurre un certo stile di vita.

Del resto, con i moderni tempi che corrono, può sempre far comodo dimostrare un po’ di apertura mentale… No?

 

 

 

 

 

 

 

Conoscete l’amore, Monsieur Marius?

Conoscete l’amore, Monsieur Marius?

Sì, sono sicura di sì.

Lo vedo dai vostri occhi, ogni volta che il vostro sguardo si posa sulla figura esile e graziosa di Madamoiselle Cosette, l’oggetto del vostro amore.

C’è più dolore in quello sguardo che in un milione di lame arrugginite che trafiggono il mio cuore.

Conoscete la felicità?

Sì, certo che sì.

E’ per voi la sensazione di quel corpo stretto fra le braccia, le sue labbra morbide che sfiorano le vostre, il profumo di quella pelle vellutata che si mescola con il vostro, diffondendosi nell’aria come una fresca, deliziosa fragranza d’estate.

Conoscete la bellezza, Monsieur Marius?

Sì, senza alcun dubbio.

E’ bellezza che sfiora il divino, quella di Cosette: lei, con i suoi occhi grandi e azzurri come il mare, capelli di seta e color del grano, labbra rosee e delicate ed un volto mai solcato dalla fame e dal dolore.

Lei, che un tempo mi fu sorella e adesso posa su di me quel suo sguardo mesto, tenero di compassione.

Voi conoscete tutto questo, Monsieur Marius, ed estranei sono a voi la sofferenza ed il tormento, la fame e lo sconforto, non c’è posto per il male in quello sguardo puro e candido, tanto bello ed ammaliante da avermi fatto perdere il controllo sin dal nostro primo incontro.

Voi conoscete la vita, lo sguardo ammirato di chi dell’amore non vive le pene.

Voi conoscete un mondo al quale io non appartengo.

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Ho scritto questa storia, ispirata al libro “I Miserabili” diverso tempo fa… E adesso, per qualche ragione, penso che sia un buon momento per riportarla alla luce.

 

 

Schegge Dentro L’Anima

Non esiste nulla, al mondo, più pericoloso di un ricordo.

A volte te ne stai semplicemente lì, fermo, seduto sul divano mentre guardi la tv, oppure intento ad osservare le vetrine per la strada, o accucciato nel tuo letto con un libro fra le mani; sembra quasi che il dolore sia svanito dal tuo corpo e poi, ad un tratto, ecco che ritorna a fare visita.

Quel singolo, maledettissimo ricordo.

A nulla serve porre resistenza, fingere di non aver udito il suo richiamo, ignorare quella scomoda presenza nella vana e quanto mai inutile speranza che questo, prima o poi, si stanchi di bussare alla nostra porta e silenzioso tolga il disturbo, come un ospite invadente che sa sempre riconoscere quando non è più gradito.

Un ricordo non si premura di avvertire, non capisce quando è di troppo e non è in grado di scansarsi alla richiesta di una tregua, di una sosta da quell’incessante e inconsapevole tortura.

Un ricordo, semplicemente, arriva perché sa di doverlo fare.

E non gli importa di quanto male può provocare la sua presenza, non sa che a causa sua sarà più lungo e complicato il periodo di guarigione; a volte, semplicemente, desidera farci sapere che è ancora lì e che non ci abbandonerà mai, neppure quando – col tempo e dopo aver in qualche modo, seppure a fatica, rimarginato le ferite – il dolore della sua presenza avrà lasciato posto alla felice malinconia di quanto è stato.

Non vivono mai da soli, i ricordi.

A volte il primo si presenta timidamente, senza compagnia, quasi a voler tastare il terreno, ma subito dopo ecco che ne arrivano altri, tutti insieme, velocemente e con frenesia, come se non volessero lasciare il tempo di fare resistenza. Di essi traboccano le vie della città, le insegne e i ristoranti, i vicoli bui, le frasi bisbigliata agli angoli delle strade; risuonano nelle canzoni, nei fiori che sbocciano in primavera e nella neve che cade in inverno, in un film alla tv e nella risata di una voce troppo familiare da non destare un colpo al cuore.

I ricordi non danno tregua, non sanno che cosa significhi.

Hanno il nome di una città esplorata mano nella mano e fanno capolino in una cena offerta per pagare pegno ad una scommessa, in uno scherzo di cattivo gusto, in un lungo viaggio in macchina sotto la pioggia, con la musica a palla e le voci che si fondo in un duetto talmente improbabile da risuonare quasi piacevole, ad un primo ascolto; hanno il profumo della birra rossa, il suono di un pianto sommesso, la dolce sensazione di un abbraccio silenzioso.

Non ce li scrolliamo mai di dosso, ci rimangono sottopelle e restano lì a germogliare fino a quando quasi non ci scordiamo di loro – anche se in realtà lo sappiamo, sappiamo benissimo che sono proprio lì e che torneranno a farci visita nuovamente, quando meno ce lo aspettiamo.

Sono schegge dentro l’anima, quei ricordi.

E forse un giorno faranno meno male, forse un giorno impareremo a convivere con essi e a sopportare il loro peso.

Anche se oggi, il suono di un violino ha il sapore acre e pungente delle lacrime ancora calde.

 

 

La Bella e La Bestia – Quando l’incanto dell’infanzia diventa reale.

Ok, eccomi qua.

Avevo promesso una recensione de “La Bella e la Bestia” ed anche se in questi ultimi tempi son stata un po’ presa da un sacco di altre cose, non potevo certo mancare di far fede alla mia promessa – non dopo essere rimasta così piacevolmente colpita da questo film.

Parto subito con una premessa fondamentale: Da piccola non ho mai adorato “La Bella e la Bestia”, non avevo una grande simpatia per il personaggio di Belle (sì, sono bene di essere una su un milione) e probabilmente non l’ho mai guardato con particolare attenzione, quanto meno non a sufficienza da apprezzarlo pienamente.

Poi, grazie ad una mia amica, ho avuto modo di rivederlo in età più matura e ho finalmente compreso la bellezza di questa fiaba, un racconto romantico che si avvicina tremendamente (e molto più di molti altri) alla mia personale concezione di “Vero Amore”.

Per tale motivo, quando il film è uscito nelle sale, ho deciso che dovevo assolutamente vederlo e non essendo una grande fan del classico di animazione, non mi sono lasciata influenzare dai pregiudizi e mi sono recata al cinema con aspettative non particolarmente alte.

Il che mi ha permesso di godermi il film fino alla fine ed apprezzarlo in tutta la sua bellezza.

Inizio col dire che, per quanto molte persone non abbiano gradito questa rivisitazione del grande classico, io l’ho trovato splendido sotto ogni aspetto (beh… QUASI ogni aspetto, ma di questo parleremo più avanti); in particolar modo la parte scenica.

Il film riprende fotogramma per fotogramma (più o meno) il cartone animato e le immagini evocate sono a dir poco magnifiche, semplicemente “da favola”.

Non è semplice, da un punto di vista scenico, essere all’altezza di un capolavoro dell’animazione, ma personalmente credo che il regista Bill Condon abbia fatto uno splendido lavoro (così come tutto il resto del cast e della troupe), perché ciò a cui ho assistito è stato un meraviglioso e variopinto caleidoscopio di colori, decisamente all’altezza del suo antesignano.

Del resto, era difficile fare di meglio e non me la sento affatto di biasimare i creatori per aver cercato di riprodurre fedelmente le immafgini del cartone; insomma, sarebbe stato impossibile reggere il confronto ed io credo che cercare di non scavalcare il passato sia stata una scelta saggia e – dopo aver visto il film – di certo molto efficace.

Nulla da dire per quanto riguarda la trama, che conosciamo tutti ed è rimasta sostanzialmente invariata, se non per alcuni minimi dettagli, atti comunque ad aprrofondire una storia che, nel cartone, non era stata analizzata con maggiore cura per ragioni legate al tempo; naturalmente non farò spoiler, ma posso dire che vengono trattate nel dettaglio le ragioni del pessimo carattere della Bestia, viene delineato un quadro più preciso della personalità di Belle e persino il loro rapporto ci viene mostrato in maniera molto più realistica e particolareggiata.

Ho specialmente trovato splendida l’intera sequenza dedicata all’innamoramento dei due: Nel cartone – per ragioni, appunto, di tempo – tutto avviene in maniera un po’ troppo sbrigativa, ma nel film è possibile assaporare ogni istante di quell’amore in fioritura; è un amore meno “immediato” e di certo non eccessivamente fiabesco, ma per questo motivo molto più realistico e toccante.

In poche parole, vero.

Questo non significa certo che manchino gli aspetti fiabeschi tipici del cartone, al contrario: l’atmosfera è esattamente la stessa, tanto che per l’intera durata del film io non ho fatto altro che fissare lo schermo con gli occhi traboccanti di metaforici cuoricini, proprio come ero solita fare da piccola, quando i miei genitori mi portavano al cinema.

Persino le parti cantate sono scenicamente splendide, anche se l’aver visto il film in italiano mi ha penalizzato moltissimo, a causa delle pessime traduzioni delle canzoni. Non so per quale motivo gli adattatori abbiano cambiato quasi interamente i testi, dal momento che la versione originale è pressocché identica a quella del cartone; forse è stata la necessità di adattare le parole al labiale, non so… Fatto sta che le nuove canzoni lasciano nettamente a desiderare, la metrica è sballata e le parole sembrano quasi messe a caso, infilate senza una vero e proprio criterio all’interno di una melodia che noi spettatori conosciamo fin troppo bene da poter cadere nell’ingenua trappola del nuovo adattamento.

Non mi sono dispiaciuti i due brani inediti, specialmente quello cantato dalla Bestia, ed ho trovato come sempre meravigliosa la voce di Luca Velletri, anche se un po’ falsata dal “filtro bestia”. Non mi ha invece visto concorde la scelta di affidare a Chiara Luzi il doppiaggio cantato di Belle: Io non sono, di base, una sua grande fan, e l’effetto palese dell’autotune mi ha reso il tutto ancor meno tollerabile.

Per quanto riguarda il doppiatore di Gaston, Marco Manca… Beh, lui è semplicemente perfetto, così come lo è il suo interprete Luke Evans, per me la vera e propria star di questo film.

D’accordo, leviamoci subito questo dente ed andiamo a parlare di ciò che veramente conta: Il Cast.

Bisogna dire che il regista non ha certo badato a spese, annoverando nella rosa dei suoi attori nomi del calibro di Emma Watson (Belle), Kevin Kline (Maurice), Emma Thompson (Mrs. Brick), Stanley Tucci (Maestro Cadenza), Ewan McGregor (Lumiere) ed Ian McKellen (Tockins), passando poi ad attori forse meno conosciuti nel nostro paese ma non per questo meno valenti, quali Luke Evans (Gaston), Dan Stevens (La Bestia) e Josh Gad (Le Tont).

Difficile dare una valutazione oggettiva della bravura degli “oggetti”, in primo luogo perché sappiamo tutti quanto siano bravi gli attori che li interpretano, ed in secondo luogo perché non è semplicemente interpretare con chiarezza tale bravura attraverso l’animazione in computer grafica ed il doppiaggio italiano – non sono chiare le espressioni, il tono della voce e simili. Ottima recitazione, senza dubbio, ma difficile è valutarlo in maniera onesta e sincera.

Discreta è l’interpretazione di Kevin Kline, davvero convincente nei panni di Maurice, reso in questa rivisitazione un po’ come come il pazzo del villaggio e molto più con i piedi per terra; traumatizzante, più che altro, è stato rendermi conto di quanto lui sia diventato vecchio… Ma vabbè, questa è un’altra storia.

Assolutamente straordinario è Josh Gad, interprete di Le Tont, e pollici decisamente in su per il modo in cui questo personaggio si presenta sullo schermo: ben lontano dal Le Tont del cartone, qui ci troviamo di fronte ad un personaggio vero, in cui sentimenti appaiono chiari sin dal principio e destinato (No spoiler) ad avere il suo riscatto entro la fine.

E poi è il primo personaggio gay ufficialmente introdotto in un film Disney ed io ho molto apprezzato il modo in cui gli scrittori si sono presi cura di lui, non omologandolo al classico gay stereotipato che tutti si sarebbero aspettati – perché sì, a discapito di quanto molte persone abbiamo detto, Le Tont NON è affatto un personaggio clichè.

Una strizzata d’occhio all’intera LGBT Community? Sì, possibile.

Ma essendo il primo personaggio ufficialmente gay della Disney, non potevamo aspettarci nulla di diverso.

Ho già parlato di quanto Luke Evans sia perfetto nei panni di Gaston, ma… Beh, devo ribadirlo ancora una volta! E’ davvero incredibile, sembra quai che quel ruolo sia stato scritto per lui, nonostante il cartone sia arrivato molto tempo prima.

Certo, Gaston non è il personaggio più positivo della storia, ma è di sicuro uno dei più significativi e – diciamocelo – il suo machismo è così esilarante che, se escludiamo tutte le bastardate da lui compiuto nel corso della storia, non è davvero possibile detestarlo fino in fondo. Insomma, è uno dei cattivi meglio riusciti della Disney e Luke Evans è riuscito a rendere il suo machismo in paniera a dir poco impeccabile (ed è anche omosessuale, alla faccia di tutti gli stereotipi sui gay troppo effemminati).

Bene, adesso passiamo alle note dolenti: Dan Stevens ed Emma Watson.

Niente da dire, in realtà, su di lui: La sua performance è convincente, ma anche in questo caso il digitale non aiuta a dare una chiara valutazione delle sue capacità attoriali, quindi non me la sento di esprimere un vero e propro giudizio.

Per quanto riguarda la Watson… Beh, mi sento in dovere di spezzare una lancia a suo favore, nonostante io stessa non sia rimasta particolarmente colpita dalla sua interpretazione. Diciamo che la povera Emma non ha dovuto affrontare una sfida semplice rivestendo i panni di una delle principesse Disney più amate di sempre e che le mie perplessità iniziali erano le stesse di molte altre persone ben più legate al personaggio di quanto non lo fossi io: Emma Watson non è un’attrice particolarmente espressiva, non sa cantare, non è in grado di scrollarsi di dosso il ruolo di Hermione… Diciamoci la verità, è una persona certamente valida ed una bellissima ragazza, ma non è certo una grande attrice e non aveva, a mio modesto avviso, la preparazione adeguata per interpretare il ruolo di Belle.

Però, alla fine, ci ha provato.

E’ vero, ha fatto la diva ed ha preteso di cambiare di suo pugno alcuni tratti del personaggio, inoltre non era così brillante e vivace sullo schermo come avrebbe dovuto essere… Ma almeno ci ha provato. Insomma, ha persino preso lezioni di canto, anche se il lavoro principale è stato fatto dall’autotune, quindi non si può certo parlare di miracoli.

Come ho già detto, almeno ha tentato… E sì, di sicuro il suo desiderio di interpretare Belle è stato più che altro un capriccio da diva, ma ho comunque apprezzato lo sforzo, in qualche modo.

In ogni caso, mi riservo di esprimere un nuovo parere in merito agli altri dopo aver visto la pellicola in inglese, cosa che ho comunque intenzione di fare perché voglio godermi le canzoni in lingua orginale; insomma, aspetterò prima di dare un mio definitivo giudizio riguardo alle capacità degli attori.

Alla fine della fiera, comunque, il mio giudizio è più che positivo: Come ho già detto, non era semplice essere all’altezza del classico Disney, impossibile non far paragoni e non essere influenzati dal passato…. Ma il risultato finale è molto più che dignitoso.

E poi, se un film è in grado di farci provare le stesse emozioni che abbiamo provato da piccoli, seduti sul nostro divano davanti alla tv, allora non può che essere meritevole di elogi ed attenzione.

 

 

Così Vicini, così Lontani

Qualche tempo fa, leggendo un racconto su internet, ho scoperto l’esistenza di un luogo chiamato Punta di Grener, nella penisola dello Jutland: E’ un posto bellissimo, situato in Danimarca, dove il Mare del Nord ed il Mar Baltico si incontrano.

Lo scenario che si presenta di fronte allo spettatore è semplicemente mozzafiato, quasi surreale ad un primo sguardo:

marbalticogreen

E’ un fenomeno decisamente bizzarro, dovuto al fatto che la densità dei due mari è così differente da non permettere alle loro acque di mescolarsi.

Si incontrano, ma senza realmente divenire parte l’uno dell’altro.

Per qualche assurda ragione, questo pensiero mi ha messo addosso una certa malinconia.

Non certo per i due mari in sé – sono emotiva, certo, ma non mi metterei mai a piangere per due masse d’acqua destinate a non incontrarsi mai – quanto, piuttosto, per tutta una serie di riflessioni che quel bellissimo scenario mi ha portato a fare.

Sì, lo so che soltanto una folle logorroica come me potrebbe fare delle speculazioni filosofica sopra due mari… Ma per favore, cercate di seguirmi e non prendetemi troppo per matta!

Mi sono messa a pensare a quanto spesso accada che due realtà si incontrino, senza mai mescolarsi realmente: a volte si tratta di stili di vita apparentemente simili ma profondamente inconciliabili, oppure di progetti che non possono coesistere contemporaneamente… Oppure di persone, a primo impatto destinate a stare insieme, ma per qualche assurda ragione incapaci di stare insieme, di fondersi completamente l’una con l’altra, perché qualcosa li tiene bloccati.

E’ triste realizzare che, molto spesso, incontriamo persone fatte per restare nella nostra vita solo per un breve, effimero periodo: Persone speciali, amici importanti, amori impossibili o sfortunati, occasioni mancate, insuccessi e sconfitte… Alcune di esse, non importa quanto abbiano significato per noi, sono semplicemente destinate ad andarsene.

Ed è vero che alcune di queste persone, nonostante tutto, rimangono eternamente scolpite nel nostro cuore; proprio per questo motivo, spesso ci è così difficile accettare pienamente l’idea di averle perse per sempre.

Vi chiederete come diamine io abbia fatto, partendo dalla semplice immagine di un paesaggio del Nord Europa, a formulare simili elugubrazioni… Beh, probabilmente perché in questo periodo della mia vita è molto facile abbandonarsi alla malincomnia, specialmente in ambito sentimentale.

Probabilmente perché anche io, come uno di quei due mari, mi sono scontrata con un altro mare, le cui acque erano talmente differenti dalle mie da non permetterci di mescolarci l’uno all’altra.

Credevo fosse stupido, all’inizio, ma adesso mi rendo conto di quanto sia faticoso e doloroso dover accettare una simile realtà. A dire il vero, non so spiegare esattamente che cosa sia successo nella mia vita, come stessero realmente le cose… Però so come mi sento.

So di aver creduto in qualcosa con tutta me stessa, di aver provato emozioni forti e vere, e per questo talmente importanti da farmi credere che ne sia realmente valsa la pena.

Non so davvero che cosa abbia provato lui per me – e di certo non lo saprò mai – ma so di voler credere di essere stata, in qualche modo, importante e speciale per lui, anche se non quanto lui lo sia stato per me.

Una parte di me non si arrenderà mai al fatto che non eravamo sbagliati l’uno per l’altra, ma che semplicemente erano sbagliati i tempi; forse – anzi, sicuramente – lo faccio solamente perché non voglio accettare l’idea di essermi solamente illusa, forse perché in questo modo potrebbe risultarmi più semplice l’andare avanti.

Forse mi auguro che, in questo modo, le mie ferite guariranno presto.

Non sono del tutto certa di quanto tempo impiegherò a liberarmi di questo dolore, ma non posso e non voglio abbandonare la speranza di essere stata realmente importante per lui e di essere stata, semplicemente, capitata nella sua vita nel momento sbagliato.

Se questa non fosse la vita reale, bensì un film, non trascorrerebbero più di un paio settimane prima che lui faccia ritorno da me, dicendo che gli manco e che non vuole più perdere tempo prendendo in giro entrambi riguardo alla natura del nostro rapporto.

O al massimo ci reincontreremmo fra qualche anno e tutto sarà diverso da adesso, le circostanze della vita ci porterebbero a riavvicinarci e magari la nostra storia diventerebbe qualcosa di concreto non più una mia fantasia.

Purtroppo, però, la vita reale è completamente differente e non c’è possibilità che le cose cambino come in una di quelle favole romantiche che mi fanno tanto piangere al cinema.

Purtroppo, anche se fa male accettarlo, io e lui continueremo ad essere due realtà distinte, destinate ad incontrarsi e toccarsi brevemente, senza mai riuscire a mischiarsi.

Proprio come il Mar Baltico ed il Mare del Nord.

 

 

 

 

 

 

Dedicato ai Folli e ai Sognatori

Negli ultimi due giorni, complici il tempo libero ed il desiderio di trascorrere un po’ di tempo in compagnia di me stessa e dei miei pensieri, ho avuto modo di mettermi profondamente in contatto con le mie emozioni.

E’ forse più corretto dire che ho fatto una specie di maratona emotiva fino ad esaurimento lacrime… E non sono neppure sicura che sia veramente così, dal momento che – a quanto pare – le mie lacrime sembrano non avere una data di scadenza e, soprattutto, non si esauriscono dopo aver superato un certo numero.

Lo so, per alcune persone questo mio atteggiamento può sembrare autolesionistico, ma io lo chiamo semplicemente “Bisogno di intimità” e “Necessità di sentirmi del tutto in connessione con me stessa e con i miei sentimenti”; non tutti sentono il desiderio di farlo, ma per chi di tanto in tanto ne avverte il bisogno, sono certa che sia piuttosto semplice capire di cosa sto parlando.

E’ iniziato tutto martedì pomeriggio, quando ho deciso di andarmene per conto mio al cinema per vedere “La Bella e La Bestia” – da sola, sì, perché certi esperimenti catartici non possono esser fatti in compagnia. Vorrei in primo luogo fare un paio di premesse al riguardo: La numero una è che non sono mai stata una grande fan del cartone della Disney e che la visione del film mi ha profondamente aperto gli occhi riguardo al fatto che questa sia semplicemente una delle più belle storie d’amore mai raccontate nella storia; la numero due è che questo articolo NON sarà assolutamente una recensione al film, ma un post ben più generico riguardo alle mie emozioni degli ultimi giorni, in concomitanza con la visione di un altro meraviglioso film da me precedentemente già recensito.

Arriverà una recensione del nuovo capolavoro Disney? Sì, assolutamente sì.

Ma per adesso, facciamo un piccolo passo indietro.

Avevo sentito parere fin troppo discordanti sulla nuova pellicola disneyana e non essendo, come già detto, una grande fan del cartone animato ho deciso di andare al cinema senza farmi troppe aspettative ma priva di quel fastidioso spirito critico che avrebbe certamente influenzato la mia visione, rendendola eccessivamente pesante e certamente ben poco obiettiva.

Inutile dire, date le premesse, che ho semplicemente amato questo film.

Ho trascorso tutto il tempo con gli occhi incollati allo schermo, come una bambina, le lacrime che scendevano a fiotti lungo le mie guance ed il cuore che batteva all’impazzata, come se mi accingessi per la prima volta ad assistere alla visione di quella fiaba romantica; ho provato sensazioni che da piccola non sarei neppure riuscita ad immaginare e no, non mi dilungherò su di esse semplicemente perché voglio serbare il meglio per la mia recensione.

In ogni caso, sono uscita dal cinema con gli occhi ancora lucidi e nel cuore una sensazione di bellezza ed entusiasmo, esattamente come quando, da bambina, uscivo dalla sala dopo la proiezione natalizia di un nuovo classico di animazione.

E’ stato magnifico e, non posso negarlo, di grande empatto emotivo.

Ho riso, pianto, sofferto e sognato… Ho provato tutte quelle sensazioni che una vera fiaba dovrebbe trasmettere, specie quando si tratta di una storia d’amore.

E ho capito che, nella mia vita, non può non esserci posto per l’amore ed il romanticismo.

Lo so, probabilmente è ridicolo desiderare qualcosa così ardentemente, ma è stata proprio la visione di questo film a ricordarmi che nella vita è necessario essere abbastanza forti e coraggiosi da riuscire ancora a sognare, da guardare all’avvenire con fiducia e tanta speranza, anche se a volte sembra fare troppo male. E’ vero, il più delle volte il vero romanticismo sta nel trovare semplicemente qualcuno che ci faccia sentire sereni e a nostro agio, ma non è forse più bello ed entusiasmante pensare di essere destinati a qualcosa di diverso, di grandioso, d’incredibilmente ed inspiegabilmente romantico e surreale?

E’ vero, alcuni drammi sono fin troppo assurdi per essere anche solo lontanamente immaginabili nella vita reale… Ma alcune volte accade davvero, spesso le persone realizzano i propri sogni anche quando sembrano del tutto impossibili e le storie d’amore riescono a trovare il proprio lieto fine, anche se inizialmente tutto sembrava andare per il verso sbagliato.

Assurdo, è vero… Ma in fin dei conti, non è così anche ne “La Bella e La Bestia”? L’incantesimo non si spezza proprio alla fine, dopo che anche l’ultimo petalo è caduto a terra?

Non posso pensare di vivere senza romanticismo, senza la speranza di essere destinata a qualcosa di grande… E se l’altra sera, dopo aver visto il film, ne ero assolutamente convinta, ieri ne ho avuto l’ulteriore conferma tornando nuovamente al cinema e rivedendo per la terza volta (però in lingua originale) “La La Land”, film che ormai si è ufficialmente guadagnato un posto d’onore nella top 10 dei miei favoriti.

Non è stato più semplice delle prime volte, a dire il vero questa volta ha fatto persino più male delle precedenti, ma è stato un dolore catartico, necessario a farmi capire ancora una volta che nella vita bisogna sempre seguire i propri sogni, le proprie speranza, ed essere coraggiosi anche quando il mondo sembra voltarci le spalle. Bisogna credere nelle proprie capacità e nell’amore, in quello vero che ci porta a dare il meglio di noi stessi e ci aiuta a realizzare i nostri sogni, anche se alla fine le cose non dovessero andare nel modo in cui le avevamo programmate.

Immagino che sappiate tutti, cari lettori, che alla fine del film (SPOILER ALTERT) i due protagonisti riescono a realizzare i propri sogni ma devono rinunciare a stare insieme, perché la vita – semplicemente – li ha portati a percorrere strade differenti e non era possibile fare diversamente, perché solo seguendo quelle strade il destino sarebbe riuscito a fare realmente il proprio corso.

La prima volta che ho visto “La La Land” ho sofferto indicibilmente per quel finale, la seconda un po’ di meno e la terza… Beh, la terza mi ha fatto sorridere.

Non fraintendetemi, è stato comunque triste da morire realizzare ancora una volta che i sogni di Sebastian e Mia non potevano che essere realizzati restando separati e che il loro amore è destinato a non concludersi con un lieto fine, ma forse per la prima volta ho davvero compreso che cosa si nasconde davvero dietro a quel sorriso finale che i due si scambiano nel silenzio del locale, pochi istanti prima dei titoli di coda.

Gratitudine.

Ed amore, un amore così forte da non poter sbiadire neppure attraverso il tempo e l’usura.

Le persone, nella vita, si incontrano sempre per un motivo: Non esistono incontri causali, né persone inutili o non necessarie, tutti servono ad insegnarci una lezione, a regalarci qualche momento di gioia, a spronarci verso un sogno e a trasmetterci un po’ di fiducia in noi stessi.

E alcuni amori, più di altri, sono immortali perché non si sono mai realmente conclusi.

Magari non siamo sempre destinati a finire con il grande amore della nostra vita, spesso ci innamoriamo profondamente di chi non può che essere di passaggio e dobbiamo accontentarci di un ricordo, della mera sensazione di ciò che è stato e che non potrà mai più essere… Ma sono proprio quelli i più grandi amori, quelli che ci insegnano a conoscere noi stessi, che tirano fuori il meglio di noi e lo indirizzano verso un bene maggiore, anche se alla fine non potranno gioirne al nostro fianco.

Certo, fa male realizzare che abbiamo dovuto lasciarli andare… Ma in fin dei conti, non li lasciamo mai realmente andare, perché sono proprio quegli amori a restarci per sempre nel cuore, a lasciare una traccia indelebile nella nostra anima ed a significare più di qualsiasi altra persona che potrà mai entrare a far parte della nostra vita.

E’ stato bello ed importante realizzare nuovamente questa realtà, specialmente in questo periodo della mia vita: Adesso so che non devo arrendermi, né smetterla di sognare o di pensare di essere destinata a qualcosa di grande, di bello e di speciale.

E soprattutto, non devo pensare che non sia valsa la pena di vivere determinate emozioni, di aver amato determinate persone ed aver sofferto a causa loro… Perché anche se il cuore, alla fine, dovesse incrinarsi, conserverò per sempre dentro di esso il ricordo di un’emozione che ha contribuito a farmi crescere.

Ed il mio lieto fine, anche se ancora non riesco a vederlo, è molto più vicino di quanto io stessa non riesca a pensare.