Non so parlare di disabilità

Fra i vari argomenti di cui non sempre riesco a parlare, c’è la disabilità.

Non perché non mi stia a cuore o non lo ritenga importante, ma perché – banalmente – non credo di averne la capacità.
Da persona abile, che non ha mai avuto direttamente a che fare con persone disabili se non per lavoro – e no, trascorrere qualche ora al giorno a occuparsi di un disabile non è la stessa cosa che esserne un caregiver – trovo diffici,le riuscire a comprendere determinate situazioni o elaborare un pensiero sensato che non sia plasmato da decenni di abilismo.

E allora mi dico che forse la cosa migliore sarebbe rimanere in silenzio, evitare il dibattito.

Non è che si debba sempre parlare di tutto! Anzi laddove ci si renda conto di non averne le competenze sarebbe più opportuno battere in ritirata e riconoscere di non avere poi molto da dire sull’argomento, lasciando invece spazio a chi ne sa davvero qualcosa – e che, puntualmente, le narrazioni cercano sempre di sminuire o invisibilizzare.

Perché sto facendo questo discorso proprio oggi?

Perché da un po’ di giorni non riesco a smetterla di pensare alla storia di Bianca, la bimba di 5 anni uccisa da i genitori a Pietralata (Roma). Bianca era affetta da una grave malattia che aveva del tutto compromesso il suo stile di vita, e nelle confessioni scritte della famiglia sarebbe emerso che la condizione di disabilità della piccola era diventata ormai insostenibile sia sul piano economico che su quelle psico-affettivo.

Non sono qui per parlare della storia in sé, né per esprimere un giudizio.
Non sono qui per discutere delle politiche sociali italiane o del fatto che molte famiglie non abbiano gli strumenti e le risorse per “sopravvivere” con una persona disabile in casa. Non sono qui per denunciare un sistema che non funziona.

Desidero, invece, parlare di Bianca.

Non solo di Bianca, in realtà, ma di tutte le persone disabili del mondo che sono state, per una ragione o per un’altra, silenziate o fatte diventare invisibili.

Non intendo farlo con paternalistico; io per prima, sottoprocesso, dovrei starmene seduta dietro il banco degli imputati, nonostante io mi riempia quotidianamente la bocca di belle parole, fregiandomi di essere una brava persona, tollerante e decostruita.

Non è sempre così, ovviamente, e la cosa mi fa imbestialire: mi fa imbestialire ritrovarmi ancora oggi vittima del mio abilismo interiorizzato; mi provoca vergogna il pensiero che nonostante il mio lavoro io continui a scivolare su simili “sciocchezze” (che poi sciocchezze non sono ma, insomma, ci siamo capiti).

Vorrei poter parlare dell’evento di cronaca in sé, esprimere un parere – sempre, ripeto, non giudicante – su quanto accaduto, riuscire ad articolare nel dettaglio che cosa funziona (molto poco) e cosa no (troppo) rispetto alle politiche sociali sulla disabilità.

Vorrei, ma con ci riesco.

Perché, ancora oggi, io sento che non so parlare di disabilità.

E come posso pensare di togliere spazio a chi ne sa più di me, come posso pretendere che la mia voce possa essere più forte di quella di chi ogni giorno vive sulla pelle la sensazione di non essere visto, ascoltato, considerato meritevole della propria vita solo perché disabile?

Vera Gheno, qualche giorno fa, nel suo podcast “Amare parole” ha detto una cosa che mi fatto particolarmente riflettere: “A prescindere da tutto, dovremmo iniziare a smettere di pensare che la vita di una persona disabile debba essere sempre meno valida della nostra, al punto tale da giustificarne l’annullamento”.

Non parliamo solamente del rispetto, del considerare la persona disabile al pari di chi disabile non lo è affatto, ma della presunzione di poter definire quella vita meno degna di essere vissuta. Normalizzare che una gravidanza venga interrotta o che una vita possa essere spezzata perché, dal nostro punto di vista di persone abili riteniamo che in ogni caso non sia stata vissuta a pieno.

E con questo non sto condannando in assoluto l’aborto o l’eutanasia (tutt’altro), ma vorrei solo far notare come spesso ci si arroghi il diritto di decidere per l’altra persona, senza neppure interrogarsi su cosa per lei significhi vivere al massimo delle proprie possibilità.

I genitori non hanno chiesto a Bianca se a lei andasse bene vivere così, spesso nessuno si prende la briga di interrogarsi sul modo in cui le persone disabili percepiscano la propria vita. Scegliamo come unità di misura la nostra concezione di vita, ma abbiamo mai provato a pensare che forse al centro della questione c’è qualcun altro diverso da noi?

Possiamo accettare che non sia sempre la persona bianca, eteronormata e abile al centro della narrazione?

Lo so che lavoro con tante persone disabili e che ho avuto diverse esperienze nel settore, ma proprio per questo mi chiedo: come posso pensare di parlare di qualcosa che ho solo sfiorato con mano e non vissuto davvero sulla mia stessa pelle?

Forse il problema non è che non so parlare di disabilità, è che non voglio farlo secondo certi termini.

Non voglio omologarmi a una narrazione che tende a invisibilizzare, non voglio diventare il soggetto di una storia e trasformare in oggetto chi, invece, dovrebbe parlarne in prima persona.

Se questo è l’unico modo che abbiamo per parlarne, allora non voglio imparare a parlare di disabilità.

Anzi, voglio continuare a interrogarmi.

E a chiedermi perché, dall’alto del mio maledettissimo privilegio, io sia qui a interrogarmi su come parlare di disabilità senza sembrare presuntuosa mentre, intorno a me, centinaia di persone vengono messe in silenzio perché la loro voce non risuona con la mia stessa intensità.

Dobbiamo parlare di educazione sessuale

Negli ultimi giorni (che dico, settimane; che dico, mesi) si è parlato a lungo di educazione sessuo-affettiva e del fatto che bisognerebbe renderne l’obbligatorio l’insegnamento all’interno delle scuole. Penso che sia superfluo, per chi mi conosce, ribadire la mia posizione riguardo al tema, eppure mi sono resa conto di non averne mai parlato apertamente su questo blog, o quanto meno di non averlo fatto di recente.

Non è un argomento semplice da trattare e, soprattutto, non è facile da esaurire.

Personalmente ho una memoria molto vivida di quelle che sono state le mie esperienze di educazione sessuale in ambito scolastico, esperienze che in nessun caso potrei definire traumatiche o inappropriate. Certo, il fatto che io fossi cresciuta in una famiglia che si è sempre mostrata a proprio agio con la sessualità e che, sin da quando ero piccola, ha fatto sì che io venisse educata in maniera adeguata rispetto al tema (naturalmente in un modo che fosse consono alla mia giovane età) ha di certo contribuito al rendermi facile l’accettazione di un simile intervento pedagogico, ma al di là della mia esperienza personale io credo che resti fondamentale il mantenimento di questo modello nel contesto scolastico.

So che molte persone al solo pensiero che si possa parlare di sesso fra le mura scolastiche rischierebbero di farsi venire una sincope, ma la verità è ben diversa: abbiamo bisogno di questo genere di percorsi educativi.

Viviamo in una società che, discostandosi sempre di più dall’idea che il sesso debba essere trattato liberamente e senza censure, ha plasmato centinaia di individui sessuofobici e tutt’altro che consapevoli del proprio corpo e di quei basilari bisogni fisiologici che rendono tale un essere umano. L’idea che non si possa parlare di sesso o che lo si debba vivere come un qualcosa di sporco – specialmente se si è di genere femminile – dovrebbe, nel 2026, essere stata oramai archiviata, eppure è ancora questa la più grande contraddizione della nostra società: l’essere ossessionata dal sesso e, al tempo stesso, aver paura di viverlo pienamente.

La soluzione ideale sarebbe, molto semplicemente, quella di rendere il sesso un qualcosa di normale e quotidiano, trattarlo alla stregua di qualunque altra forma di attività sociali e ricreative, come il cibo, i viaggi o la letteratura.

Non è il sesso a essere “sporco”, ma il modo in cui esso viene vissuto da certe persone. L’assunzione di comportamenti devianti, quali l’iper sessualizzazione e la mercificazione, la mancanza del rispetto dei confini altrui o qualunque altro genere di “devianza sessuale”, dipendono dal fatto che sempre più raramente il sesso venga insegnato e normalizzato sin dalla più giovan età.

E non è che insegnare ai bambini che cosa sia un rapporto sessuale o in che modo si manifesti l’attrazione fra due individui, dire loro che esistono più di due generi o che le relazioni possono andare oltre la classica narrazione etero-normata contribuirà a trasformarli in futuri pervertiti.

Al contrario, offrirà loro una sensibilità e una consapevolezza che li aiuterà, da adulti, a prevenire qualsiasi genere di comportamento rischioso o potenzialmente lesivo per sé e per gli altri.

È stato detto fino allo sfinimento, ne hanno parlato giornali e studiosi di vario genere, ma non fa mai male ribadirlo: l’insegnamento dell’educazione sessuo-affettiva nella scuola è il principale strumento che abbiamo per la prevenzione della violenza di genere.

Insegnare ai bambini e successivamente agli adolescenti a riconoscere la diversità nei ruoli di genere e la parità all’interno di una relazione affettiva, a rispettare e comprendere il consenso (o la sua mancanza) altrui, a conoscere e decodificare le proprie emozioni, è il primo passo verso una società consapevole, femminista e priva di ogni fondamento di stampo patriarcale.

Proviamo a immaginare quanto potrebbe cambiare la vita di un uomo a cui, da bambino, è stato insegnato ad accettare il rifiuto. A piangere nei momenti di sconforto, ad aprirsi emotivamente senza la vergogna di essere considerato debole, a vedere la propria compagna di banco come un essere simile a lui, degna del medesimo rispetto e della stessa considerazione.

Moltiplichiamolo per ennemila e proviamo a pensare a quale sarebbe l’impatto su larga scala sulla popolazione maschile.

E su quella femminile, naturalmente: immaginiamo quanto si ridurrebbe il numero di gravidanza indesiderati, gli accesi al consultorio o in farmacia per richiedere la pillola del giorno dopo, o quanto aumenterebbe la fiducia e la stima di sé e nel proprio corpo.

Senza contare che, in un mondo ideale in cui la violenza di genere non esiste, le donne smetterebbero di girare per le strade con il terrore di essere aggredite.

Con questo non sto dicendo che l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole cambierebbe drasticamente la nostra società ed eradicherebbe il patriarcato, ma senza dubbio contribuirebbe a creare un bel cambiamento.

Di recente è uscita una petizione in merito, l’ennesimo (si spera non vano) tentativo di rattoppare questo sistema ormai sempre più simile a un colabrodo, e francamente ritengo che ogni cittadino dotato di un briciolo di senso civico dovrebbe firmarlo.

Perché non si tratta solo della libertà di parlare di sesso nelle scuole e non ci troviamo di fronte a una fantomatica “propaganda gender”.

Non sono folli teorie sinistroide, ma una necessità.

Sulla quale trovo sinceramente folle che ci ritroviamo ancora a dibattere.

Io, per non sapere né leggere né scrivere, la petizione ve la lascio qua.

Poi, voi fate come credete.

Ma non scordatevi che, per certe cose, è sempre meglio fare fronte comune e far valere le proprie convinzioni.

Prima che arrivi un Vannacci qualunque a spazzare via tutto, come se fossero foglie al vento.

Bentornato, Settembre!

È arrivato settembre e con lui anche tutte le vecchie abitudini e le routine quotidiane che ci siamo lasciati alle spalle durante l’estate.

Quest’anno l’ho vissuto con uno spirito un po’ diverso dal solito, un po’ come quando ero ragazzina e il mese di settembre segnava non solo l’arrivo dell’autunno, ma anche il ritorno a scuola e ai propri doveri. Sarà perché sono andata in vacanza e fine agosto e rientrata al lavoro proprio oggi, o forse perché la mia tarda primavera è stata segnata da varie vicissitudini che mi hanno costretta, mio malgrado, a mettermi in pausa per tutta l’estate.

In ogni caso, rieccomi qui, a riprogettare il ritorno alla mia solita vita carica di buone intenzioni e nuovi propositi.

Non voglio sbilanciarmi e dire che quest’anno sarà diverso, che stavolta sono davvero determinata a portare a termine i miei nuovi progetti, ma posso comunque dire che l’energia che sento è diversa.

Io sono diversa, indubbiamente.

Dunque il pensiero di avere davanti a me un mese fatto di nuovi inizi e ricostruzioni, come se mi trovassi davanti a una tela bianca che non aspetta altro di essere dipinta con meravigliosi e variopinti colori, per una volta non mi spaventa né mi trasmette ansia.

Al contrario, mi fa sentire energica e piena di vita.

Sarà ancora una volta il mio ADHD che, nutrito da un quantitativo esorbitante di dopamina, vuol farmi credere che io sia pronta a spaccare il mondo, salvo poi esaurire tutte le energie nel giro di poche settimane e lasciarmi completamente spompata prima dell’inizio dell’equinozio d’autunno?

Per una volta, voglio pensare di no.

Ho tante idee – soprattutto inerenti alla scrittura – e tanta voglia di fare, il corso di teatro e quello di canto che mi aspettano, e tante altre cose a cui voglio dedicarmi con amore e passione. E poi sta per arrivare il momento dell’anno che preferisco, quello che porta con sé i colori e le atmosfere più belle, i pomeriggi di pioggia da trascorrere sul divano con un libro e una coperta, l’aria frizzantina, le foreste che si tingono di giallo e arancione.
E poi Halloween, naturalmente, e la lenta discesa verso il periodo di Natale e del mio compleanno.

Insomma, ho realizzato che settembre mi rende felice.

E anche se, di norma, non sono solita abituarmici, intendo soffermarmi parecchio a godere di questa felicità.

A volte tendo a darla per scontata.

E invece, ogni tanto, dovrei provare a ricordarmi che anche io ne sono meritevole, anche se a volte il cervello, birichino, prova a convincermi del contrario.

“The Odissey” – Recensione

Ebbene sì, ne parlo anche io.

In realtà ho scritto questa recensione almeno tre settimane fa, ma non ho mai avuto l’occasione di pubblicarla, complici il troppo caldo che mi rallenta i neuroni e le mille cose da fare, che nonostante il maggior tempo libero che l’estate mi concede paiono non esaurirsi mai.

Comunque è sempre meglio tardi che mai e, soprattutto, scriverne adesso mi permette di sfruttare il calo dell’hype delle prime settimane, rendendo – spero – le critiche alla mia recensione un po’ meno feroci. Perché sì, purtroppo io sono proprio una di quelle persone a cui “The Odissey” di Nolan, nell’insieme, non è piaciuto.

Ma andiamo con ordine.

Prima di addentrarmi nei commenti, urge fare una serie di premesse: la prima è che ho fatto il liceo classico e per cinque anni “L’Odissea” (come molte altre opere dell’epoca) è stata il mio pane quotidiano. La seconda premessa è che sono una rompipalle purista, specialmente quando si tratta di opere a cui sono legate, e riconosco di esserlo, quindi da qui sarà necessario fare un’ulteriore premessa terziaria – che quindi, a questo punto, non è più neppure una premessa.

Ad ogni modo: la premessa secondaria è che, se non fossi questo tipo di persona, probabilmente sarei uscita dal cinema tutto sommato soddisfatta, sebbene io non mi consideri una grande fan di Nolan (che trovo mostruosamente sopravvalutato).

Perché l’idea di Nolan, di base, non è del tutto campata in aria e nell’insieme ha saputo fare un film che a suo modo funziona, sia dal punto di vista tecnico (nulla da dire, su questo piano Nolan è ineccepibile) che dell’intrattenimento – perché un film di 3 ore mi è praticamente volato, al contrario di altri film sempre da lui diretti che mi avevano fatto più volte venire la voglia di alzarmi e andar via (cosa che mi è successa durante la visione di “Oppenheimer”).

Il problema, per me, è che quello che ho visto non era l’Odissea.

E sì, lo so che le rivisitazioni dei classici esistono e ci mancherebbe altro che non fosse così! Io stessa, in realtà, sono una grande fan dei retelling, che trovo sempre molto affascinanti laddove scritti e raccontati con criterio – sovvertendo alcuni punti di vista, ad esempio, offrendo visioni inedite oppure cambiando totalmente il setting, pur mantenendo intatti i personaggi e lo spirito dell’opera originale. Quello che ho visto al cinema, però, non aveva nulla a che fare con l’Odissea e con i suoi temi… Non ci andava neppure vicino!

Ciò che ho visto è stato l’ennesimo film copia incolla di Nolan, con un personaggio profondo ma monodimensionale e una retorica oramai talmente abusata da essere diventata noiosa e tutt’altro che originale.

Ho citato “Oppenheimer” non a caso, dal momento che l’Odisseo di Nolan affronta il medesimo arco narrativo di Oppenheimer, vive il suo stesso senso di colpa e ci offre sempre la stessa identica versione dello stesso uomo, a cui vengono semplicemente cambiati nome, aspetto e contesto di vita.

Non voglio dilungarmi sulle troppe cose che, a mio avviso, non hanno funzionato di questo film, perché non mi basterebbe il tempo: la rappresentazione femminile, la caratterizzazione di Odisseo (totalmente manchevole nella sua forma di eroe dal mutevole ingegno), la scelta di estromettere il divino dalla storia… Sono tutte questioni che chi ha criticato questo film prima di me ha già ampiamente dibattuto (compresa la stessa Emily Wilson, la traduttrice dell’ultima edizione de “L’Odissea” da cui Nolan ha preso ispirazione per il suo film) e penso che non avrei nulla da aggiungere alla faccenda – ma se può interessarmi il commento di Wilson, vi lascio il link a un interessante articolo de Il Post.

Il problema principale, al di là di tutto il resto, è che Nolan ha provato a raccontare una storia – già narrata – utilizzando uno strumento (il mito) che non si prestava alla sua narrazione; così, per riuscire a mettere insieme qualcosa di sensato, ha finito con lo spogliarlo e depotenziarlo in maniera superficiale, lasciandoci alla fine l’ennesimo racconto di un’individualità ferita perché il senso di colpa per il male fatto è più forte di tutto il resto.

E poco importa che la cultura greca fosse diversa, che certi temi non siano in alcun modo sovrapponibili a quelli dell’epoca e che togliere l’aspetto divino da un mito è un po’ come raccontare la storia di “Riccioli D’Oro e i tre orsacchiotti” senza mai citare i tre orsacchiotti.

Certo, ci sono delle scelte interessanti e non necessariamente discutibili.
Ad esempio, pur non apprezzando la scelta di eliminare le divinità, ho trovato particolare – in senso positivo – la decisione di dare tanto spazio a un’umanità che non sempre nei precedenti adattamenti aveva avuto modo di esprimersi, e certe scelte registiche a livello estetico erano veramente un gran bello spettacolo. Ho apprezzato diverse performance attoriali – da Matt Damon a Robert Pattinson, e persino Samantha Norton, che ha dato vita a una Circe che onestamente mi ha fatto mettere le mani nei capelli da quanto ne ho detestato l’interpretazione, ma che da un punto di vista recitativo è stata semplicemente superba – e ho trovato sensata la scelta di dare all’Atena di Zendaya un certo aspetto, sebbene quella per me non fosse Atena e non dovesse essere quello il modo di raccontare il suo rapporto con Odisseo.

Non posso dire che sia un brutto film, ma non è il film su “L’Odissea” che avrei voluto.
E non per l’inaccuratezza storica, non perché è una trashata americana, ma perché è stata l’ennesima narrazione americano centrica portata avanti da un uomo bianco e per niente femminista (perché dal modo in cui Nolan scrive i suoi personaggi femminili, abbiate pazienza, mi riesce difficile immaginarmelo femminista), che ha scelto come strumento l’Odissea solamente per fare hype.

E dire che sarebbe bastato poco a rivolgersi al pubblico dicendo: “No, ma guardate che quella roba lì non sarà l’Odissea, mettetevi l’anima in pace perché proprio non ci siamo”.

Manifestare, quanto meno, un po’ di umiltà.

Ma è di Nolan che stiamo parlando.

E tutto sommato, alla fine, va bene così.

Mi accollo volentieri la consapevolezza di essere una rompipalle classista e di alimentare inutilmente la polemica.

C’è da dire, comunque, che questo film mi ha fatto rivalutare “Troy”, che resta pur sempre una tamarrata, ma una di quelle talmente brutte che poi fanno il giro e diventano belle. Forse me lo rivedrò, chissà.

Che poi, ripensandoci, io sono sempre stata team troiani, sin da bambina.

E dopo aver visto l’Odisseo di Nolan struggersi per una guerra che lui stesso, fieramente, aveva contribuito a vincere, manifestando i sintomi di un PTSD che manco un reduce del Vietnam potrebbe mai avere, non posso fare a meno di credere che forse, dopo tutto, quella bambina ci aveva sempre visto giusto

Ho deciso di mollare i social

Recentemente ho avuto la conferma di essere vecchia dentro.

O, quanto meno, di avere uno stile di comunicazione oramai vetusto.

Mi rendo conto che nel 2026 la maggior parte delle persone che cerca di promuovere se stessa o il proprio lavoro lo fa attraverso i social, con post, caroselli, video e roba simile.

È senza dubbio il modo migliore per creare engagement, provare per credere.

Per un po’ ci ho provato anche io: mi sono creata un account TikTok e ho iniziato a pubblicare video. Parlavo di qualunque cosa, dalla scrittura alla lettura, dall’attivismo femminista alle mie passioni nerd… Insomma, letteralmente di qualunque cosa. Lo facevo senza pormi troppe aspettative, ma sempre con la speranza che prima o poi, a forza di continuare a pubblicare, il numero dei follower sarebbe cresciuto e magari mi sarei ritrovata ad avere una solida fanbase pronta a sostenermi qualora, in futuro, fossi riuscita a pubblicare il mio libro.

Non so cosa mi avesse portato a credere, in principio, che fosse una buona idea.

Ho un libro in cantiere da più di tre anni e non ne ho scritto neppure la metà, procrastino giorno dopo giorno e mi sento costantemente un fallimento, quindi che cosa mi aveva portato a credere davvero che prima o poi avrei avuto bisogno di quella fanbase?

Eppure ho continuato a farlo, forse più per inerzia che per una reale motivazione, senza rendermi conto del fatto che tutto il tempo perso dietro alla creazione di contenuti era tempo prezioso che stavo togliendo a me stessa, e che alla fine della giornata non mi sentivo affatto gratificata da ciò che avevo fatto, ma principalmente esausta e sconfortata.

Che creare contenuti sui social sia un lavoro a tempo pieno mi sembra molto chiaro, e solo chi può permettersi di trattarlo come tale è in grado di sostenere un simile ritmo senza mai crollare – o crollando lo stesso, per carità, ma sapendo che comunque alla fine andrà a ricavarne qualcosa.

Il mio crollo, sfortunatamente, è avvenuto senza che avessi sotto ai miei piedi alcuna rete di sicurezza.

Sono rovinosamente caduta a terra, schiacciata dal peso del perfezionismo, delle aspettative che io da sola mi ero imposta, del “dovrei assolutamente creare questo contenuto, sennò rimarrò troppo tempo inattiva e l’algoritmo me la farà pagare non spingendo i miei video verso nuove persone”.

Ho provato a convincermi che i social fossero il posto migliore per parlare del mio libro e crearmi una fanbase grazie alla quale, un giorno, magari sarei riuscita a incrementare le vendite, ma che cosa potrei mai dire alla gente là fuori, se non che sono ferma da mesi e non riesco ad andare avanti perché mi distraggo con nulla, o procrastino perché ho talmente tanta paura di fallire ed essere giudicata?

Forse potrei – dovrei – semplicemente mentire, fingere che tutto vada alla grande come fa la maggior parte della gente che lavora sui social.

Ma questo significherebbe smettere di essere spontanea ed è una parte di me a cui proprio non sono disposta a rinunciare. Non mi piace questa logica dei social, il dover programmare ogni più piccola cosa a tavolino, al punto tale che persino le esperienze più intense ed emozionanti sembrano essere state revisionate a regola d’arte, secondo un copione che di spontaneo e naturale non ha decisamente niente.

Non voglio fare la boomer della situazione, ma dopo un anno e passa di tentativi credo di aver capito una cosa: la comunicazione social non funziona per tutti o, quanto meno, non funziona per le persone come me.

Non sono fatta per stare dietro a una telecamera e così, anche se non mi porterà da nessuna parte, ho deciso di continuare a scrivere, affidando tutte le mie emozioni e i pensieri alla mera parola scritta.  Ripeto, non mi aspetto che funzioni; al contrario, penso che mi lascerà esattamente nello stesso punto da cui sono partita un anno fa, ma tutto sommato va bene così.

Ho smesso di fingere di essere ciò che non sono, fuori e dentro ai social.

E anche se lo schermo non fa per me, posso continuare a muovere i fili dietro le quindi, che tanto ciò che conta davvero è che io abbia ancora qualcosa da dire.

E di cose da dire, credetemi, ne ho tante.

Forse sarà la luna in gemelli, forse l’adhd, forse il fatto che non riesco a immaginarmi senza avere qualcosa da dire e condividere con il mondo. In ogni caso, non ho mai pensato di dover dare un limite ai miei pensieri.

Allora, perché dovrei iniziare a farlo proprio adesso?

La performance dell’attivismo

Riagganciandomi al mio ultimo post (dal quale ormai è trascorso parecchio tempo) vorrei parlare di un’altra questione che ultimamente mi provoca un certo fastidio: l’attivismo performativo.

Quella ricerca spasmodica di perfezione anche quando parliamo di questioni sociali e battaglie ideologiche, di etica e moralità; il bisogno di mostrarsi sempre candidi e privi di macchia, o di doversi esporre quotidianamente, su qualunque cosa, e avere un’opinione su tutto anche quando di quel qualcosa non ne sappiamo abbastanza.

Il dover essere, appunto, performanti anche in questo come.

Come se l’attivismo fosse una gara e non una missione, come se là fuori ci fosse una sorta di polizia di controllo pronta a revocare il patentino del bravo attivista laddove emergessero delle mancanze. Una malattia che – so che sembro una boomer a ripetere continuamente questa solfa, abbiate pazienza – è nata sui social, su quelle spietate piattaforme sulle quali l’apparenza conta sempre più della sostanza, e dove l’importanza di una causa viene dettata dai trend e dall’algoritmo.

Se qualcuno parla di antispecismo allora devo farlo anche io, anche se i cibi di origine animale fanno ancora parte della mia alimentazione.

Se Tizio è femminista e anticapitalista, ma ieri sera ha ordinato una pizza con Glovo contribuendo allo sfruttamento dei riders, allora è un ipocrita.

Se parlo di ogni singola tragedia che sta accadendo nel mondo, allora gli altri non mi percepiranno come abbastanza sensibile, interessante e profonda.

Ma la verità è che nessuno di noi è perfetto e che per vivere nella maniera più etica e coerente con i propri principi dovremmo tutti trasferirci in cima a una montagna del Tibet, isolati dal resto del mondo. Nessun essere umano è infallibile, perché la società in cui viviamo è corrotta e ci sarà sempre qualcosa in cui sbaglieremo.

E va bene così.

La soluzione non sta nell’essere infallibili, ma nel cercare di fare ciò che è in nostro potere per contribuire al cambiamento. L’idea del perfezionismo è forse quanto di più vicino all’individualismo, e non è così che possiamo cambiare il mondo: non serve un solo individuo perfetto ma tante piccole imperfezioni che riescono a mettersi assieme e creare qualcosa di nuovo – di migliore.

Questo mito della perfezione a tutti i cosi è dannoso, crea degli standard irraggiungibili che a lungo termine possono portare sofferenza e frustrazione, al punto tale da spingere alcune persone a rinunciare ai propri propositi perché, secondo taluni, non si sta facendo abbastanza.

Ma qualcosa è già abbastanza.

Ci ho messo tanti anni a capirlo e anche se a volte – spesso – sono la prima a cadere nella trappola del perfezionismo a tutti i costi, ora ho capito che il mio potere sta, prima di tutto, nelle intenzioni. Poi, da queste, arriveranno le azioni,

E così, passo dopo passo, guardandomi indietro avrò realizzato enormi cambiamenti.

E va bene se dovesse volerci del tempo, va bene anche se dovessi cadere più volte nello stesso punto.

La natura umana è fatta di sbagli.

E senza di essi, non potremmo mai sperare di portarla avanti.

Quanto conta il tono nella comunicazione? (SPOILER: Molto)

Qualche giorno fa mi sono ritrovata ad avere una discussione su Discord con una persona.

Non entrerò nel merito della vicenda, perché non è questo il punto: la discussione non riguardava il fatto che questa persona avesse o meno ragione – perché l’aveva eccome – quanto il fatto che nell’esprimere le sue motivazioni non avesse minimamente tenuto conto del linguaggio, e di come anche un messaggio nelle intenzioni positive possa portare a reazioni avverse se veicolato nella maniera sbagliata.

La persona in questione, nel portare avanti le proprie ragioni, ha sempre avuto un atteggiamento saccente e poco rispettoso del punto di vista altrui, sebbene ideologicamente mossa da principi etici ed estremamente solidi, sui quali la maggior parte dei partecipanti alla discussione (me compresa) si erano detti concordi. Il nocciolo della questione, dunque, è sempre stato quello di provare a comunicare le proprie ragioni in maniera non assolutista e arroccata sulle proprie convinzioni, perché nel momento in cui ci troviamo di fronte a una persona che ha un punto di vista dal proprio accerchiarlo in maniera “violenta” potrebbe non essere il modo migliore per portarlo dalla propria parte.

È un po’ come se mi ostinassi a parlare in italiano con una persona che comunica solo in inglese: se provassi a dargli indicazioni stradali nella mia lingua lei non capirebbe e probabilmente finirebbe solo per innervosirsi, mi manderebbe a quel paese e andrebbe a chiedere a qualcun altro, anche se magari le indicazioni da me fornite erano in assoluto le migliori per raggiungere il luogo desiderato.

Se parliamo di questioni etiche, politiche e sociali, non possiamo pretendere che tutti parlino la stessa lingua.

Esistono migliaia di battaglie a questo mondo, tutte estremamente valide: contro il maschilismo, il razzismo, il capitalismo, la transomofobia, lo specismo, l’ageismo, la grassofobia, l’abilismo… E la maggior parte di queste piaghe che ci ritroviamo a combattere portano con sé comportamenti radicati che persino le persone più solide e morali di questo mondo fanno fatica a decostruire. E quando una persona che ha già iniziato a decostruire prova ad attirare un nuovo allegato dentro la propria causa, non può approcciarsi a esso in maniera aggressiva, facendolo sentire esclusivamente come se fosse parte del problema.

Il che non vuol dire negare il concorso di colpa, ma affrontarlo in maniera costruttiva, perché di fronte a un’aggressione la maggior parte delle persone scappa, nella peggiore delle ipotesi reagisce in maniera ancora più aggressiva e alla fine non si è ottenuto alcun risultato.

Se il nostro interesse principale è dimostrare di aver ragione, allora questo approccio può anche avere un senso, ma se l’interesse è la causa in sé, allora bisogna trovarsi a metà strada fra la nostra visione e quella dell’altro.

Questa modalità di comunicazione, che non so dire se sia stata ulteriormente peggiorata dai social o faccia semplicemente parte della natura umana, è figlia di un’arroganza e di un paternalismo che in tutta franchezza non mi appartiene, e che mi fa provare un forte senso di amarezza. Non penso di essere migliore di altre persone, anzi, eticamente so di avere ancora molte pecche: non sono ancora diventata vegana, non compro i miei vestiti solo nei negozi vintage, uso quotidianamente la macchina per spostarmi e di sicuro non ho ancora abbattuto molti dei miei preconcetti razziali, abilisti e chissà che altro.

Però una cosa credo di saperla fare: adattare il linguaggio a chi mi ascolta.

Immagino sia una deformazione professionale, perché se non sapessi come si parla a seconda dell’interlocutore di certo non farei il lavoro che faccio, ma non è solo questo; è una questione di sensibilità e attenzione verso il prossimo, di empatia e – soprattutto – di ascolto attivo.

E sono tutte cose che possono essere apprese, nessuno nasce con questi talenti innati.

Io credo che sia possibile imparare a relazionarsi in maniera costruttiva, quanto meno nella speranza di portare avanti discussioni civili ed evitare conflitti non necessari. Non è questione di avere ragione, alla fine non conta chi si porta a casa una medaglia ma come, grazie all’altro, si ha avuto la possibilità di diventare esseri umani migliori.

E non per gli altri, ma per se stessi.

Impariamo a proiettare i nostri bisogni sugli altri: se vogliamo essere accolti, allora dobbiamo essere disposti ad accogliere l’altro.

Magari alla fine scopriremo che era molto più facile ascoltarsi parlando sottovoce, che urlandosi addosso.

“The Drama” – Recensione film

Esistono segreti che a volte dovrebbero rimanere tali, segreti sepolti fra le pieghe del tempo, che se riportati a galla potrebbero distruggere completamente ogni equilibrio, persino quello di due persone pronte a giurarsi amore e fedeltà per tutta la vita.

Questo è l’intero concept attorno a cui ruota “The Drama”, film del 2026 di Kristoffer Borgli, interpretato da Zendaya e Robert Pattinson. Sono riuscita a vederlo poche settimane fa, un bel po’ di tempo dopo la sua uscita al cinema, e sono veramente felice di averlo fatto, perché da tempo non uscito da una sala così soddisfatta e stimolata.

Non è una storia semplice da raccontare, principalmente perché il rischio spoiler è dietro l’angolo, ma proverò a fare del mio meglio nel dirvi perché, a mio modesto avviso, si tratta di un film che assolutamente non dovreste perdervi.

LA TRAMA:

Charlie ed Emma stanno per sposarsi, ma a pochi giorni dall’evento i due vengono coinvolti in un gioco che scombinerà per sempre le proprie vite. Costretti a condividere, assieme ad altri amici, il racconto della cosa peggiore che abbiano mai fatto, i due si ritroveranno così a dover affrontare assieme tutto ciò che la rivelazione di uno di questi segreti comporta.

COMMENTO AL FILM:

Sebbene il segreto in sé non sia il punto centrale della storia, preferisco – ovviamente – tenerlo nascosto per non rovinare tutto.

Ciò che funzione alla grande, in questo film, è la capacità del regista di mantenere sempre altissima la tensione, grazie alla scelta di una colonna sonora estremamente calzante e a una scrittura praticamente quasi perfetta. Si potrebbe pensare a “The Drama” come a una sorta di film thriller, io penso che sia più calzante la definizione “dramma romantico psicologico”, un’opera che spinge lo spettatore oltre i propri limiti e il proprio codice morale.

La scelta del casting è azzeccatissima: Robert Pattinson è straordinario e anche Zendaya, che pure io come attrice non amo più di tanto, è riuscita a convincermi appieno. I due sullo schermo funzionano e si incastrano a meraviglia, sebbene la loro non sia una chimica convenzionale, una sintonia romantica quasi da cliché. Insieme sono imperfetti, impacciati, ed è questo che li rende straordinariamente efficaci nella rappresentazione di un amore che, pur rivelandosi sempre meno idilliaco e patinato, rimane pur sempre evidente, nei gesti e negli sguardi.

L’aspetto che ho più apprezzato di questo film è il modo in cui il segreto viene gestito dai vari personaggi: una volta che questo segreto viene rivelato – e sì, è un segreto DAVVERO importante – le persone reagiscono in maniera differente, ognuna secondo il proprio codice morale e in base al proprio rapporto con la persona che lo ha confessato.
Ciò che ho trovato interessante, in primo luogo, è il fatto che nessuno dei punti vi sita è sbagliato, così come nessuna delle reazioni dei singoli: il livello di scrittura di questo film è talmente alto da portare lo spettatore a riconoscere come valide tutte le realtà che ci vengono presentate, persino nei momenti in cui la simpatia personale propenderebbe più verso un personaggio piuttosto che un altro.
La complessità degli eventi è tale da coinvolgere in maniera intensa chi osserva, al punto da chiedersi se davvero possa esistere una sola realtà e non, come accade spesso nella vita, più realtà che possono, nella loro moltitudine, convivere e imparare a comprendersi.

C’è poi un altro aspetto molto importante, che mi ha parecchio colpito durante la visione: se ci fermiamo ad analizzare gli eventi, ci rendiamo da subito conto che il segreto più mostruoso, quello da cui scaturisce tutto il patatrac, è in realtà l’unico a raccontare un pensiero a cui nessun gesto ha avuto seguito. Tre dei quattro presenti, infatti, raccontano di aver commesso un gesto terribile e di essersene pentiti, seppure ad anni di distanza ne parlano sminuendone la gravità, come se la scusante del “è passato tanto tempo” potesse, in qualche modo, cancellare l’entità del danno commesso. Il quarto segreto, invece, racconta di un’intenzione.

Un’intenzione che, una volta andata in fumo, non solo non si è mai più concretizzata ma è stata definitivamente accantonata dalla memoria e ha permesso a chi ne aveva fatto ideazione di cambiare la propria visione, crescere e diventare quella persona incredibile che tutti, dall’inizio del film, vediamo davanti ai nostri occhi.

Ecco, questa forma di ipocrisia mi ha veramente colpita e mi ha fatto pensare a quanto spesso le persone non siano in grado di offrire seconde occasioni a chi ha agito malamente ma nel tempo ha saputo riabilitarsi. È un po’ lo stesso pregiudizio che le persone così dette “per bene” portano avanti nei confronti degli ex detenuti, dei tossicodipendenti e delle persone che vivono al margine della società; loro, dall’alto di una morale che si sono costruiti a tavolino in base alle proprie necessità personali, si mostrano al mondo come individui privi di macchia, e gonfi di boria pretendono di poter dire agli altri come vivere, quando – in realtà – se potessimo guardare dentro ai loro armadi scopriremmo che sono ben peggiori di ciò del quale gli altri vengono da loro accusati.

“The Drama”, dunque, porta a galla tutto questo: l’ipocrisia, la confusione, la paura, la possibilità di redenzione e, soprattutto, la difficoltà di questa società ad abbracciare l’oscurità dell’imperfezione.

La prima volta che ho sentito parlare di questo film, prima ancora di andare al cinema, ho sentito persone dire: “Una volta visto questo film, non riuscirete più a guardare il vostro partner con gli stessi occhi”. E dopo averlo visto, posso dire che è un’emerita sciocchezza.

“The Drama” non nasce con l’intendo di far dubitare chiunque della persona che ha al proprio fianco. Piuttosto, vuole mostrare apertamente che il vero amore, il più delle volte, deve passare anche attraverso il suo lato oscuro.

E che scegliere se accettarlo, o meno, fa la differenza fra l’andarsene e il restare.

“Scrubs” Reboot: ne avevamo davvero bisogno?

L’ho fatto anche io.

Sono caduta in quella straordinaria operazione nostalgia che è la nuova stagione di “Scrubs”, un esperimento chiaramente pensato a beneficio di noi millennials, che proprio non ce la facciamo a dimenticare ciò che ci ha fatto compagnia e confortato durante i difficili anni della nostra cupa e turbolenta adolescenza.

Per chi non lo sapesse – e mi auguro che siate in pochi -, “Scrubs” è stato una colonna importante della nostra vita e non solo perché è stata una serie innovativa sotto molteplici punti di vista – primo fra tutti, la sua incredibile accuratezza sul piano medico e sanitario – ma per tutto ciò che ha rappresentato per noi dal punto di vista emotivo.

Per anni ci siamo lasciati trasportare dall’irrefrenabile fantasia di J.D, anche quando ci sembravano troppo assurde per essere vere; con lui abbiamo sofferto, riso e sognato, ci siamo fatti prendere per mano e, insieme a lui, siamo diventati grandi.
La sua storia e quella dei suoi amici è stata, per certi versi, anche la nostra e forse è per questo che oggi, a distanza di 17 anni, fa così male vedere che da quell’ultimo episodio trasmesso l’8 maggio 2008 i nostri beniamini non hanno fatto il minimo passo avanti e, anzi, in certi casi sono persino tornati indietro.

È triste – o almeno, per me lo è stato – vedere che quelle vicende che un tempo mi sembravano necessarie allo sviluppo dei protagonisti della serie, continuano ancora oggi a ripetersi, con la differenza che a viverle stavolta non sono dei ragazzi inesperti del mondo del lavoro e della vita, ma adulti consapevoli che, in teoria, dovrebbero aver già percorso quella strada e conoscerne le vie a menadito, memori degli sbagli e delle importanti lezioni impartitegli durante il cammino.

Nel vedere questa nuova stagione è “Scrubs” ho davvero avuto la sensazione di ritrovarmi all’interno di un dejà vu, che però a differenza della prima volta è arrivato persino a subite un calo della propria qualità: non c’è freschezza, innovazione, non c’è il desiderio di andare oltre.

In poche parole, non c’è il coraggio di osare.

Come per altri prodotti della nostra adolescenza, “Scrubs” non si prende alcun rischio, anzi, agisce in maniera calcolata per riprendere gli esatti temi nel passato e trasporli (piuttosto impacciatamente, direi) in cui contesto contemporaneo in cui molto sembra essere fuori posto. Questa incapacità di prendersi i rischi ha un effetto negativo sia sulla sfera emotiva – perchè se da un lato può essere stato confortante vedere J.D e amici affrontare la vita in un certo punto durante la propria giovinezza, assistere alle medesime scene dopo avergli visto raggiungere i 50 anni può farlo sembrare, a tratti, persino patetico – che sulla sospensione dell’incredulità dello spettatore, che dopo un paio di episodi inizia a chiedersi cosa possa esservi di credibile in una scrittura che, di fatto, riporta i personaggi indietro fino alla casella di partenza, neanche fosse una pedina del Gioco dell’Oca.

C’è poi da dire che una serie come “Scrubs”, col suo umorismo e i suoi personaggi non sempre moralmente corretti, funzionava bene negli anni 2000, ora invece fatica a incastrarsi con i modelli contemporanei e questo, dispiace dirlo, la fa sembrare semplicemente quello che è: una serie vecchia e poco originale, che strizza l’occhio al passato perchè, di fatto, non ha più nulla da raccontare.

Rassicurante, da un lato, ma non particolarmente stimolante.

Quindi, che dire… Il mio giudizio, alla fine, è più negativo che altro. Non in maniera distruttiva, direi piuttosto rassegnata: ci sono stati momenti che mi hanno fatta sorridere e altri in cui ho provato una piacevole fitta di nostalgia, ma sono stati davvero minimi rispetto al resto.

Forse la verità è che alcune cose dovrebbero semplicemente rimanere nel passato, lì dove nulla possa andare a offuscarne il prezioso ricordo.

Non tutto deve andare avanti.

E forse siamo proprio noi che, di tanto in tanto, dovremmo guardarci indietro con un tenero sorriso e saper lasciar andare.

Credo negli esseri umani

Ogni anno, come il Festival di Sanremo, il Concertone del Primo Maggio si porta dietro una serie di polemiche più o meno significative – della serie, “tutto purché se ne parli”, anche se di un evento come quello del Concertone non dovrebbe aver bisogno di ulteriore pubblicità se non quella di essere, semplicemente, l’evento celebrativo di una delle festività più importanti del nostro paese.

A far discutere, quest’anno, è stata la scelta della cantante siciliana Delia di cantare il celebre inno partigiano “Oh Bella Ciao”, modificandone il testo; nello specifico, Delia avrebbe sostituito il termine “partigiano” con “essere umano”, a suo dire per rendere il testo più inclusivo e adeguato al contesto in cui veniva cantato.

In seguito, intervistata da alcuni giornalisti, avrebbe detto – citando una fin troppo abusata giustificazione – che il termine “partigiano” mantiene il senso della canzone nel passato e lei, invece, preferisce parlare al presente e non prendere una posizione, perché ogni persona presente dovrebbe potersi sentire inclusa dal testo della canzone.

Ora.

In un contesto storico come quello in cui ci troviamo adesso, rimanere attaccati al passato non è anacronismo, è sopravvivenza. Se dimentichiamo il passato, finiremo per commettere gli stessi errori che cento anni fa ci hanno portato ad affrontare uno dei periodi più bui della nostra storia; dimenticare il passato significa scordare le sue lezioni, silenziare chi è venuto prima di noi e fingere che il nostro presente non si sta pericolosamente avvicinando agli orrori di quei tempi – e no, non sto dicendo che oggi stiamo vivendo gli stessi drammi del regime fascista, ma per citare la somma Michela Murgia non aspettiamoci che il fascismo, un giorno, venga semplicemente a bussare alla nostra porta vestito di nero e dicendo: “Sono il fascismo, eccovi l’olio di ricino”.

È vero che Delia non è la prima cantante a mettere bocca su “Bella Ciao” criticandone i “limiti testuali”, altri artisti prima di lei l’hanno definita una canzone troppo politica e divisiva.

Ma anche qui: il Primo Maggio, che lo vogliamo o meno, è una festa di stampo politico e pretendere che la politica rimanga fuori dal tradizionale concertone non solo è sciocco ma è semplicemente fuori discussione; dunque, se qualcuno ritiene che “Bella Ciao” sia un brano troppo politico, direi che non vi è contesto migliore per cantarlo di questa manifestazione.

Ma andiamo oltre, soffermiamoci sulla parola “partigiano”: per quale motivo dovrebbe essere divisivo? Davvero qualcuno dubita del fatto che ciò che i partigiani hanno fatto per il nostro paese non fosse un atto eroico di liberazione? Qualcuno crede davvero che gli altri, i fascisti, fossero solo incompresi, magari che stessero solo cercando di difendere i propri confini di sicurezza lottando contro un gruppo di terroristi?

Rinnegare il termine “partigiano” potrebbe sembrare inclusivo, qualcuno potrebbe pensare che fosse solo un modo per uscire dal contesto dei partiti e rivolgersi a un pubblico vasto, un pubblico – appunto – fatto di esseri umani. Peccato che, se parliamo di lotta antifascista, non funziona così.

Non stiamo parlando di due fazioni che possono essere considerate valide allo stesso modo, a seconda del punto di vista; non è una lotta fra destra e sinistra, bensì fra libertà e tirannia, e dire che la politica non c’entra nulla con tutto questo è sbagliato, ogni singola cosa che compone le nostre vite ha – più o meno – a che fare con la politica.

E la musica, non fa eccezioni.

Quindi no, non possiamo dimenticare chi sono stati i partigiani e cosa hanno fatto per il nostro paese, non durante un concerto dedicato a una festa che – guarda un po’ – è stata riportata al 1° maggio proprio in seguito alla caduta del fascismo.

Che poi, se ci pensiamo, i partigiani erano tutti esseri umani.

Ma non tutti gli esseri umani, a quanto pare, hanno il coraggio di definirsi partigiani.