Sesso, amore e… Bellezza

Ciao a tutti e tutte, benvenuti ad un nuovo appuntamento con “Sex and The City”.

Quest’oggi, riprendendo il secondo episodio della prima stagione in cui Carrie e amiche si ritrovano ad avere a che fare con i così detti “topmodelers” – ossia, uomini che escono esclusivamente con super top model – affronterò un argomento che in materia di relazioni amorose e sessuali è ancora particolarmente dibattuto: la bellezza.

Quanto conta la bellezza ad un primo approccio con il/la potenziale partner? E quali sono gli aspetti e le caratteristiche che maggiormente attirano l’interesse di uomini e donne durante la scelta?

Prima di buttare giù questo articolo mi sono confrontata con un po’ di persone tramite i social, così da raccogliere il maggior numero possibile di informazioni esterne. Dall’analisi effettuata è risultata un’evidente spaccatura all’interno del campionario: il 50% delle persone ha dichiarato di non dare particolare peso all’aspetto fisico nella scelta del proprio partner, l’altro 50%  invece si è espresso positivamente in merito alla sua importanza (Precisazione necessaria: la maggior parte delle persone che ha partecipato ai miei sondaggi era di sesso femminile).

Non sono rimasta sorpresa da questo risultato, ho avuto modo di conoscere personalmente molta gente secondo la quale l’aspetto fisico non è di fondamentale importanza, ed anche nel mio caso non potrei dire di essere effettivamente attratta dalla bellezza, perché ho avuto in alcune occasioni a che fare con uomini che decisamente belli non erano ma, nell’insieme, avevano qualcosa che li rendeva ai miei occhi davvero fascinosi.

Cosa sia il fascino, sarebbe un ulteriore argomento sul quale è opportuno soffermarsi.

Se andassimo a ricercare sul dizionario il significato di questo termine scopriremmo che la sua etimologia ha un’accezione tutt’altro che positiva, infatti il termine deriva dal latino fascinu(m), che significa “incantesimo, maleficio e amuleto”. Nel linguaggio contemporaneo il fascino è una forma di attrattiva nei confronti di qualcosa, un potere di seduzione esercitato da una cosa o da una persona.

Il fascino sarebbe dunque indipendente al concetto di bellezza, la cui etimologia (sempre latina) ci porta ad associare il bello ad un qualcosa che i sensi percepiscono come sano e virtuoso (bellus è diminutivo di un’antica forma di bonus, che significa appunto” buono”). Il bello rimanda dunque ad aspetti palesemente positivi, al contrario del fascino la cui origine primaria è, come abbiamo visto, negativa.

Il fascino è indubbiamente soggettivo, esso viene esercitato in una maniera che non sempre è efficace per ognuno e ciò che una persona può trovare affascinante plausibilmente non sarà visto allo stesso modo da un’altra – e ciò che avviene per una persona, una cosa, una città ecc; non tutti subiamo il suo fascino allo stesso modo.

La bellezza intesa come proporzione, rispetto di canoni estetici predefiniti senza i quali non si potrebbe raggiungere un determinato livello di “perfezione” ed equilibrio, dovrebbe secondo queste regole essere un criterio totalmente oggettivo, eppure quante volte ci siamo ritrovati a dire “Non mi piace” di fronte ad un qualcosa (una persona, un film, un quadro, un libro ecc.) che la maggioranza ha etichettato come “bello”?

Se anche la bellezza fosse oggettiva, il gusto rimane soggettivo e ciò che è bello cede il posto a ciò che piace, che diviene il vero e proprio criterio di scelta per ogni individuo: noi scegliamo ciò che ci piace, ciò che ci da piacere, ciò che ci offre benessere.

E ciò che piace non è, ovviamente, uguale per tutti.

Nei miei sondaggi ho domandato ai partecipanti quali fossero le caratteristiche fisiche che maggiormente influenzano la propria scelta e le risposte che ho ottenuto sono state particolarmente interessanti (anche qui, ahimé, il punto di vista rimane principalmente femminile).

La maggior parte dei partecipanti ha dimostrato di avere le idee molto chiare e di prediligere un determinato aspetto fisico, specialmente negli uomini: lo sguardo.

Ciò che si riflette negli occhi, nel colore e nella loro profondità, è quanto di più bello ed attraente in una persona si possa trovare e in un certo senso penso di essere d’accordo: gli occhi sono a tutti gli effetti lo specchio della nostra anima, se si è capaci di leggerli nella maniera corretta essi possono raccontare molto di chi abbiano di fronte e non è strano che così tante persone abbiano identificato questa caratteristica come la più importante nella scelta del partner (sempre, ricordiamolo, soffermandoci sul punto di vista fisico e sulla primaria attrazione).

Ho notato che le donne prediligono comunque il visto e molto poco si soffermano sul fisico in generale, che a quanto pare non importa più di tanto se sia atletico, in forma, palestrato o poco tonico. Questo sarebbe ovviamente un aspetto da analizzare potendo usufruire di un campione su larga scala (aihmè, io sono solo una scrittrice con appena 500 follower) perché non sono poche le persone, anche fra gli uomini – ultimamente, mi verrebbe da dire, soprattutto fra gli uomini – che si sentono rifiutati da un potenziale partner a causa del loro fisico non con forme agli standard di bellezza contemporanea.

Le donne sovrappeso o troppo magre (senza forme), considerate poco attraenti, e gli uomini il cui fisico non è stato scolpito da ore di sofferenza ed esercizio in palestra, continuano oggi a risentire di modelli esteticamente irraggiungibili e di pregiudizi nei confronti del loro aspetto, il che produce notevole malessere e frustrazione.

Si potrebbe parlare di questo argomento per ore, ma per il momento direi di andare avanti e magari, in un’altra occasione, vedrò di approfondire la questione perché ritengo possa valerne la pena.

Andando oltre gli sguardi, il sorriso è altrettanto gettonato, così come il viso in generale; altre persone hanno dichiarato di essere attratti dal modo di muoversi, dalle mani, oppure dall’armonia generale dell’individuo.

Io stessa, dovendo rispondere alla medesima domanda, non avrei nessun dubbio: la cosa che più mi colpisce in un uomo è la sua voce, a prescindere dal suo aspetto fisico, dalla corporatura e dal colore dei suoi occhi se la sua voce mi trasmette qualcosa allora io finirò inevitabilmente per trovarlo attraente.

Dunque, alla luce di quanto sopra, si potrebbe affermare che l’aspetto fisico abbia una discreta importanza nella fase iniziale del rapporto, quella in cui si stabiliscono le prime regole di attrazione e si decide se da un punto di vista “biologico” il partner sia degno o meno del nostro interesse. Parlo in questo modo perché le relazioni sentimentali, nella maggior parte dei casi, non sono scevri dalla componente sessuale per cui l’attrazione fisica è – direi – fondamentale, quasi un retaggio delle nostre origini animali che ci portano a selezionare il partner più attraente ma soprattutto più idoneo dal nostro punto di vista alla prosecuzione della specie – inutile dire, ovviamente, che quando una relazione è basata solo su rapporti sessuali e non sui sentimenti, l’aspetto fisico o comunque l’attrazione contano quasi totalmente.

Esistono comunque anche persone per cui l’attrazione fisica non conta niente, poiché il loro desiderio sessuale è secondario e si sviluppa soltanto nei confronti di persone con le quali instaurano una profonda intesa mentale ed emotiva: si chiamano “demisessuali” e di loro parlerò sicuramente nelle prossime settimane nella mia rubrica di Instagram “LGBT in PILLOLE” [Se non lo avete ancora fatto, correte a mettere il follow alla mia pagina fedewritingpage”].

Cercando, in definitiva, di dare una risposta alla domanda iniziale: “Quanto conta la bellezza ad un primo approccio con il/la potenziale partner?” , io mi sento al momento di affermare quanto segue:

Conta e, al tempo stesso, non conta.

Conta prima di tutto ciò che ci appaga, ciò che troviamo piacevole e che ci arreca benessere.

Bello o meno che sia, non esiste una regola e se anche volessimo continuare a raccontarci che c’è, allora sarebbe bene imparare a farne a meno e riconoscere che la bellezza, in fin dei conti, è sempre effimera e passeggera.

“Tessere di mosaico (racconti di diversità)” di Federica Talarico: recensione libro

Nuova recensione per il mio libro 😀

Mara nel labirinto

Attraverso i diciannove racconti che compongono la raccolta “Tessere di mosaico (racconti di diversità)”, Federica Talarico ci offre uno spaccato sulla sofferenza intima di tutti coloro che, per un motivo o per l’altro, si considerano o vengono considerati “diversi”.

Diciannove racconti

La raccolta “Tessere di mosaico” si apre scaraventandoci nella rabbia e nel dolore dell’escluso per eccellenza, il nome più invocato e bestemmiato di sempre: Lucifero. Nato come angelo portatore di Luce e favorito del Padre, Lucifero si ritrova infatti a regnare sull’inferno, mentre l’intera umanità lo incolpa dei propri peccati.

I diciotto racconti che seguono presentano ognuno una propria trama. I diciannove racconti, infatti, sono tra loro indipendenti, ma legati da un filo conduttore: i protagonisti sono degli ‘esclusi’. Le caratteristiche e i motivi che li spingono a etichettarsi (o che li fanno etichettare dal resto del mondo) come outsider sono svariati. Incontriamo infatti personaggi di ogni tipo: molti…

View original post 232 altre parole

Le donne, gli uomini, il sesso

Circa cinque anni fa iniziai a scrivere una rubrica ispirata alla celeberrima serie “Sex and The City”, nella quale mi divertivo ad affrontare tematiche scherzose, a tratti frivole e persone un po’ irriverenti riprendendo gli episodi della stessa e proiettandole su me stessa, nel contesto socio-geografico in cui vivo.

Un’impresa tutt’altro che audace, diciamo.

Per una serie di ragioni principalmente legate alla mia mancanza di organizzazione quella rubrica è andata pian piano svanendo, ma il tempo passa e le cose cambiano, così mentre riordinavo il mio profilo Instagram cercando di darmi un tono come blogger e scrittrice (fallendo miseramente, mi pare ovvio) ho pensato che se davvero volevo continuare a parlare di femminismo, allora dovevo riprendere in mano “Sex and The City”.

La mia “Sex and The City”.

Che poi, in realtà, io manco ci abito più in città.

Magari sarebbe più corretto dire “Sex and The Countyside”, ma poi perderebbe tutta la poesia… Insomma, bando alle ciance! Sono, per l’appunto, passati un po’ di anni da quando ho aperto la rubrica e certamente non sono più la persona di un tempo, anche solo per il modo in cui si è evoluta la mia relazione.

Non sono più una single alle prese con il sesso ma una donna in procinto di sposarsi, per quanto ancora il sesso e le relazioni siano una parte fondamentale della mia vita e, certamente, la mia curiosità verso il mondo esterno non andrà certo ad esaurirsi con l’arrivo del  matrimonio – e neanche dopo.

E poi, io questa rubrica l’ho pensate principalmente per confrontarmi con il mondo esterno e soprattutto con le nuove generazioni, che probabilmente sono molto più aperte e consapevoli di quanto non fossi io alla loro età, quindi va benissimo se parlo di sesso anche io.

No?

D’accordo, adesso veniamo a noi:

Quando Carrie, nel lontano 1998, si chiedeva per la prima volta se una donna fosse o meno in grado di vivere il sesso “come un uomo”, la società aveva una convinzione ben precisa su come uomini e donne si approcciassero al sesso, in maniera ben distinta e separata: gli uomini, per definizione, sono emotivamente incapaci e vivono i rapporti sessuali come se fossero sport, le donne al contrario non riescono ad avere rapporti occasionali poiché inevitabilmente finiscono con l’affezionarsi al proprio partner.

La domanda di Carrie, nonostante già all’epoca la ritenessi fastidiosamente sessista, collocata nel proprio contesto aveva un senso: “Possiamo noi donne avere rapporti occasionali senza doverci legare a nessuno, così come è concesso ai maschi?”

Chiaramente questa riflessione nasce dal fatto che Carrie ha continuamente sotto gli occhi la “libertina” Samantha, una donna decisamente al passo con i tempi che sin dalla prima puntata della serie ci fornisce la propria risposta a questa amletica domanda: “Diamine, certo che sì!”

Oggi la risposta non sarebbe diversa da quella espressa da Samantha, ma per argomentare le nostre ragioni sarebbe opportuno smantellare pezzo per pezzo tutte quelle ridicole convinzioni secondo le quali dovrebbe esistere un modo tipicamente maschile e uno femminile per relazionarsi al sesso.

Il sesso, come tutte le cose belle dovrebbero essere, non ha un genere di appartenenza (cioè, sì… Ma non è di questo che stiamo parlando, dai che mi capite!): non è che uomini e donne abbiano una diversa predisposizione a vivere i rapporti sessuali e le relazioni, fondamentalmente questo è ciò che ci hanno insegnato.

Insomma, se la società patriarcale ha stabilito che l’uomo è colui che conquista, il capo branco che deve ingravidare la femmina per portare avanti la specie e badare alla sfera “economica” della famiglia, mentre alla donna spetta di colpito di farsi scegliere come “incubatrice” e poi farsi carico della componente affettiva ed emotiva del nucleo familiare, per forza poi si creano simili convinzioni nella testa delle persone! A questo punto il passo è breve e ci vuole davvero poco per arrivare allo stereotipo del sesso senza amore tipicamente maschile, uno stereotipo che si porta avanti da solo anche se ormai la nostra società si è un tantino evoluta da quella feudale.

Ci basiamo ancora sull’idea che per gli uomini il sesso sia una cosa superficiale e priva di impegno, che a nessuno di loro interessi davvero connettersi emotivamente con una donna e che anzi siano talmente incapaci di legarsi emotivamente a qualcuno da preferire il mero sesso fatto come sport a quello inteso come condivisione relazionale e di intimità.

Li stessi fondamenti ci hanno portato invece a credere che per una donna il sesso possa essere solo ed esclusivamente concomitante al rapporto di coppia, la donna non è in grado di relazionarsi senza impegno ad un individuo e tutte le volte che prova ad avere un rapporto occasionale finisce sempre, costantemente col caderci dentro con tutte e due le scarpe.

La verità è che le cose stanno così perché qualcuno ci ha semplicemente insegnato che devono andare così.

Perché la maggior parte degli uomini viene bombardato dalla nascita con tutte queste intossicazioni machistiche e lo stesso avviene per le donne, solo che la nuvola di fumo dal quale sono avvolte è di colore rosa e profuma di arcobaleno.

Nostro malgrado queste tossine penetrano nelle nostre menti fino a plasmare la veridicità di quelli che, più che naturali inclinazioni di genere, sono dei veri e propri costrutti sociali, ed è principalmente questo il motivo per cui tante persone ancora oggi continuano a farsi la stessa domanda di Carrie.

Sì, certo che una donna è in grado di “fare sesso come un uomo”.

O magari sarebbe più corretto dire che no, non è così, perché non esiste un modo maschile o femminile di fare sesso se non per una questione puramente anatomica che è – non lo possiamo negare – totalmente diversa da un punto di vista meccanico. Se proprio dovessimo ricondurre i rapporti sessuali ad una sorta di dicotomia, preferirei dunque distinguerli in “rapporti fini a se stessi” e “rapporti vissuti all’interno di una relazione sentimentale”.

Non intestardiamoci sul fatto che per decenni la società ci ha fatto pensare che questi due aspetti fossero prettamente solo maschili e/o femminili, perché l’esperienza ha avuto modo di insegnare a tutti noi che ci sono donne che prediligono i rapporti senza impegno a quelli monogami, donne che magari si godono l’aspetto puramente fisico del sesso perché in quel momento non sono in cerca di una relazione seria o che riescono a discernere la fisicità dall’emozione, per cui non finiscono necessariamente con l’affezionarsi al proprio partner solo perché ci sono stati a letto.

Anzi, potrebbe stupire il numero di donne che dopo aver fatto sesso con un uomo ha deciso spontaneamente di non rivederli mai più.

Allo stesso modo, ci sono uomini che vivono in maniera piuttosto serena anche senza il sesso e che al di fuori di una relazione non provano alcun interesse per i rapporti occasionali, proprio perché “come le donne” incapaci di tenere separati l’aspetto fisico e quello emotivo della coppia. Non che siccome sei un uomo allora quando sei single devi darti da fare come se non ci fosse un domani, ci sono un sacco di uomini che passano anni senza avere un rapporto sessuale perché al loro fianco non hanno la persona giusta.

E no, non sono gay né delle femminucce.

Sono solo esseri umani diversi da altri, che per qualche fortunata ragione hanno deciso di non omologarsi alla prigione del pensiero patriarcale.

Quando iniziai ad uscire con il mio fidanzato eravamo entrambi alla soglia dei trent’anni e ricordo ancora la grande sorpresa di lui nello scoprire che il numero di uomini con cui ero stata prima di conoscerlo era significativamente più elevato del suo numero di donne. La cosa positiva è che lui non mi abbia giudicato e che la cosa si sia conclusa con una grossa risata, ma non posso fare a meno di pensare a quanto io sia stata fortunata a trovarmi di fronte una persona abbastanza intelligente da capire che se una donna ha avuto più di 10 partner sessuali nella propria vita (e mi sto tenendo bassa, eh) ciò non fa di lei né una poco di buono né una persona poco affidabile.

Non era una cosa da dare troppo per scontato, proprio perché – per la stessa ragione per cui siamo abituati che ci sia un modo maschile e uno femminile di vivere il sesso – è ancora così forte l’idea che una donna che si diletta in rapporti occasionali e poco impegnativi non sia “girlfriend material”, ossia “materiale da fidanzamento”.

Un po’ come dire che se un domani io maschio decidessi di mettere la testa a posto e dedicarmi alla monogamia non potrei certo farlo con te, donna che si dedica al sesso occasionale, perché il mio immaginario di donna ideale è un po’ come quello angelico di Beatrice, o meglio ancora di Penelope che se ne stava a casa a tessere la tela mentre Ulisse se la spassava con più e più donne.

Il dualismo cui si ritorna è sempre quello: c’è la donna angelo del focolare e la donna peccatrice, un uomo può divertirsi con la seconda ma alla fine tornerà sempre a casa con la prima.

Anche no, grazie.

Sforzandomi di arrivare alla fine di questa lunga e forse inutile digressione, vorrei dunque tornare alla domanda di partenza provando però a riformularla in una maniera a mio avviso un po’ più costruttiva: “Possono uomini e donne vivere il sesso allo stesso modo?”

La risposta ideale dovrebbe essere “Sì, certo”.

La risposta effettiva è, ahimé, più complicata di così: sarebbe possibile, in effetti, arrivare a raggiungere un equilibrio tale per cui uomini e donne possono viversi il sesso alla stessa maniera, se solo fossimo in grado di debellare quell’inutile piaga che è il patriarcato.

E per fare questo, ci vuole del tempo.

Ma chissà che questa piccola, sciocca rubrica piena di nobili frivolezze non possa in qualche modo offrire il proprio contributo per spianare la strada.

NON VOGLIO ESSERE UNA CHE CRITICA

Appena qualche giorno fa il magico mondo di internet diffondeva in ogni luogo articoli nei quali la cantante Emma Marrone, partecipante all’Eurovision nel 2014, sosteneva di aver subito pesanti critiche al tempo dell’esibizione e che la mancanza di supporto ricevuta all’epoca dal pubblico italiano, messa a confronto con la piena accettazione dei Maneskin e del loro look così controverso – in primis, Damiano in stivale col tacco – equivaleva a una forma di sessismo.

La maggior parte delle persone, dopo aver letto tali dichiarazioni, ha argomentato che la ragione principale per cui Emma non aveva ricevuto alcun tipo di solidarietà da parte del pubblico è che l’esibizione degli Eurovision era stata “praticamente penosa e volgare” e che l’abito per cui era stata tanto criticata non era né troppo corto né eccessivo, semplicemente inadatto a lei e al suo modo di fare musica.  Io non nutro grande ammirazione nei confronti di Emma ma ero curiosa di capire di cosa parlasse e dopo aver visto su youtube il video dell’esibizione, mi sono ritrovata a concordare con la maggior parte di quei commenti.

Avrei voluto commentare questa cosa, argomentando con una serie di riflessioni conseguenti alla vicenda, in effetti avevo già scritto un articolo nel quale affrontavo la questione del sessismo e del paragone con i Maneskin, totalmente fuori luogo e privo di fondamento… Alla fine, però, ho deciso di fare un passo indietro.

Non perché io non sia convinta delle mie idee, né del fatto che la questione del sessismo sia ben più complessa in questo caso… Ho pensato che forse, per una volta, agli altri non importasse davvero quale fosse la mia opinione in merito e che magari, per questa volta, avrei fatto meglio a tenerla per me.

Principalmente, non voglio diventare una di quelle persone che non fa che criticare.

So che criticare non è necessariamente sbagliato se lo si fa con l’idea di offrire spunti per migliorare, essere costruttivi non significa sempre avere qualcosa di carino da dire e un giudizio negativo, dopo tutto, è fondamentale per crescere e perfezionarsi. E ho anche imparato ad offrire critiche costruttive alle persone, sforzandomi a tutti costi di essere sempre di supporto e mai di ostacolo.

Purtroppo, però, non è sempre facile riuscire a mantenere il controllo anche sui social e la maggior parte delle volte scontrarsi con gli altri utenti porta a sviluppare pensieri aggressivi e poco produttivi, per cui il concetto di “commento costruttivo” va totalmente a farsi benedire lasciando il posto ad un atteggiamento inutilmente caustico e critico, senza una vera e propria ragione.

Ecco, io non voglio essere quel tipo di persona.

Voglio ovviamente continuare a dire la mia, ma farlo senza suonare presuntuosa, supponente o giudicante.

Nel caso di Emma, non potrei dire di condividere al cento per cento le sue denunce perché, in tutta onestà, la sua esibizione è stata così discutibile anche – e soprattutto – a causa del suo abbigliamento che ridurre ogni commento sul look a becero sessismo mi sembra piuttosto riduttivo, sicuramente sarebbe molto più opportuno riflettere sul come certe critiche potevano essere formulate e su quanto fosse sensato paragonare il suo caso a quello dei Maneskin.

Tuttavia, non voglio giudicarla, né mettere eccessivamente in discussione le sue motivazioni.

Per il semplice fatto che lei è un essere umano e che le parole sono importanti, fondamentali.

Lo dico continuamente, non posso fingere che non sia così anche questa volta.

Una persona può essere fragile e sensibile, e non posso escludere il fatto che essersi sentita nuovamente attaccata per un’esibizione discutibile possa aver ferito i sentimenti di Emma… E sì, magari quell’esibizione è stata davvero pessima, di questo sono sicura.

Ma c’è modo e modo di dire una cosa del genere e onestamente, vorrei scegliere il meno doloroso.

Non so se riuscirò a farcela davvero, ma intendo provarci seriamente.

Perché ognuno ha una sua storia, un suo passato e non possiamo sapere cosa potrebbe aprire una ferita dentro di lui.

Possiamo solo essere gentili, senza fare domande.

“I Poteri di Matilde” – Recensione

Buongiorno, cari lettori e care lettrici!
In questi giorni ci sono stati un milione di argomenti dei quali avrei tanto voluto parlare, ma come sempre
mi ritrovo a non avere abbastanza tempo per trattarli tutti e finisco col rimandare a data da destinarsi
praticamente ogni cosa, con mio grande rammarico e infinito dispiacere.
Mettendo per un momento da parte l’attualità e il mio momentaneo ritorno all’adolescenza con la vittoria dei
Maneskin all’Eurovision (argomento del quale, comunque, vi parlerò nei prossimi giorni), quest’oggi vorrei
parlarvi di una delle letture più interessanti che mi siano capitate fra le mani nel corso degli ultimi mesi.
Il libro in questione si intitola “I Poteri di Matilde” ed è un Urban fantasy Scritto dalla giovane Mara Fallini
(esordiente a mio avviso estremamente promettente ), edito da Edizioni Tripla E e facilmente acquistabile su
Amazon in formato Ebook e cartaceo. Sono rimasta molto colpita da questo romanzo, il che non era per
niente scontato date le mie ultime delusioni letterarie, e desidero condividere con voi lettori il mio estremo
entusiasmo per un libro che ha saputo coinvolgermi ed emozionarmi particolarmente.

TRAMA:
Matilde è una bambina speciale, nonostante i suoi soli quattro anni è in grado di compiere cose incredibili,
che nessun adulto ordinario sarebbe mai in grado di fare. Se ne accorge ben presto Susanna, la sua tata, che
la osserva ogni giorno mentre i suoi potere pian piano crescono e diventano più forti, fin troppo per una
bambina così piccola e non ancora pienamente in grado di mantenere il controllo su di essi.
Una notte, tuttavia, a seguito dell’improvvisa scomparsa della madre di Matilde, Susanna realizza di non
poter lasciare un potere così grande nelle mani di una bambina tanto piccola e così convince quest’ultima a
“donarlo” a lei e a suoi cari amici Astrid e Qiang, così che i tre lo custodiscano e lo proteggano fino al
compimento dei suoi diciotto anni, quando Matilde sarebbe stata oramai abbastanza grande da riuscire a
padroneggiare il proprio dono.
Tuttavia, il trascorrere degli anni ha mutato profondamente sia la vita di Matilde che l’esito dei piani di
Susanna e così la ragazzina, ormai ventenne, si ritroverà a fare i conti con qualcosa di molto più grande di lei
e con un potere che, fino a quel giorno, esisteva solamente nei ricordi più sbiaditi.

LO STILE:
La prima cosa che vorrei dire, è che l’autrice ha fatto davvero un ottimo lavoro nella gestione della trama.
Molto spesso mi sono ritrovata a leggere romanzi di genere mistery o fantasy che si perdevano lungo la
strada, alcune volte gli autori non erano in grado di gestire adeguatamente gli intrecci o i colpi di scena,
talvolta questi ultimi erano persino assenti poiché la trama non lasciava alcuno spazio all’immaginazione ed
ogni cosa era così palese da non aver bisogno di ulteriori spiegazioni. In questo caso ho riscontrato un’ottima
capacità di narrazione, non solo da un punto di vista stilistico ma anche nella gestione del plot.
L’idea è molto originale e ben sviluppata, così come la caratterizzazione dei personaggi, che ho trovato tutti
estremamente interessanti e ben definiti; mi è piaciuto il fatto che l’autrice abbia cercato di non far passare
nessuno inosservato, delineando assai bene le personalità di ogni singolo protagonista e dedicandosi con
attenzione anche ai personaggi secondari che, per l’appunto, non sono mai banali o irrilevanti all’interno
della storia.

Ottimo lo stile: pulito, scorrevole e piacevolissimo, la grammatica e la sintassi sono ben curate così come la
punteggiatura; la scrittura di Mara è fluida e tiene il lettore incollato alle pagine.
Di questo libro ho apprezzato il fatto che l’autrice si è tenuta ben lontana dai tipici cliché dei fantasy
moderni, riuscendo a suo modo a raccontare una storia i cui elementi sono sì facilmente identificabili come
appartenenti a suddetto genere ma vantano anche di una certa innovazione nei contenuti e di originalità, cosa
a mio avviso di enorme importanza nella letteratura contemporanea.
Lodevole è inoltre l’impegno che l’autrice ha messo nel mettere in piedi questo romanzo, un impegno che
trapela da ogni pagina e nel lungo lavoro di studio e di ricerca che – si vede – l’ha accompagnata durante
tutta la stesura della sua opera. A tutti gli effetti, si vede che il lavoro è stato tanto e fa piacere vedere quanto
positivamente abbia saputo dare i propri frutti.
Se proprio dovessi trovare un difetto a questo libro, direi probabilmente che fino alla metà della lettura ho
pensato che un simile romanzo avrebbe reso molto di più se fosse stato suddiviso in più volumi, magari per
dare maggiore spazio ad alcune vicende che mi sarebbe piaciuto vedere approfondite. Il finale, comunque,
lascia presagire l’idea di un seguito e dunque questa mia piccola critica (se così la vogliamo chiamare) passa
un po’ in secondo piano, spentasi d’innanzi all’entusiasmo di poter – auspicabilmente – leggere quanto prima
il seguito di questo gran bel romanzo.

Insomma, non mi resta davvero nient’altro da fare se non invitarvi ad acquistare e leggere questo libro il
prima possibile!

Cambiare identità per non morire – Recensione

Ero molto indecisa se scrivere o meno questa recensione,  perché non so mai se sia o il caso di recensire un lavoro che non mi è piaciuto e che non mi ha trasmesso alcunché; di solito, in queste occasioni, rimango in silenzio e tengo per me ogni commento, ma in questo caso so che l’autrice preferisce sempre la verità all’indifferenza e dunque, in maniera meno entusiasta di quanto io sia solita fare, andrò a recensire questo suo ultimo lavoro.

Premetto che per questo libro era stato pensato un Blog Tour su Instagram al quale, tuttavia, non mi sono sentita di partecipare nonostante la mia adesione perché il lavoro e lo studio mi stavano portando via troppe energie e non sarei riuscita a dedicare il mio poco tempo rimasto ad un qualcosa nel quale, in realtà, non credevo a sufficienza.

Detto questo, partiamo con la presentazione del libro (e avviso da subito che questa recensione potrebbe contenere degli spoiler).

Parliamo di “Cambiare identità per non morire” di Laura Parise, autrice genovese e decisamente prolifica nei suoi contenuti letterari, la maggior parte dei quali pubblicati grazie al servizio di auto pubblicazione fornito da Amazon. Non avevo mai letto niente di questa scrittice e quindi sono andata a scatola chiusa, incuriosita più che altro dalla trama del libro che vi riporto di seguito:

TRAMA:

Nico, un giovane ragazzo del sud Italia, è orfano di padre sin dalla tenera età e la precoce dipartita del genitore lo ha reso più irrequieto e problematico della maggior parte dei suoi coetanei, nonostante l’accogliente famiglia nella quale viva, della quale fa parte anche il suo nuovo patrigno, un uomo autorevole ma gentile, deciso a farsi carico di tutto il dolore e del vuoto che la morte dell’uomo ha lasciato nella vita dei propri cari. Crescendo, Nico si ritrova ben presto invischiato nella malavita locale, iniziando pian piano come “scugnizzo” e acquisendo nel tempo sempre più potere e tentando, di conseguenza, si scavalcare lo stesso Boss che in principio lo aveva preso sotto la propria protezione.

Le conseguenze sono ovviamente le peggiori e porteranno nel tempo all’arresto di Nico, in seguito al quale la famiglia si ritroverà ben presto invischiata in qualcosa di molto più grande e pericoloso di quanto non avesse mai immaginato e che la costringerà a vivere per anni sotto falsa identità, trasferendosi da un luogo all’altro sotto la sorveglianza delle forze dell’ordine, primo fra tutti un poliziotto di nome Jack.

Devo essere onesta, la trama di per sé mi aveva convinta abbastanza: avevo avuto la sensazione di trovarmi di fronte a un libro tendenzialmente esente dai classici clichè tipici del romanzo young adult (un genere che proprio non riesco a farmi piacere, nonostante la mia predilezione per le storie d’amore), che affronta tematiche estremamente serie ed attuali, magari un romanzo avvincente e pieno di suspance.

Alla fine della lettura, però, buona parte delle mie aspettative è stata disattesa.

A onor del vero, la scrittrice ha realmente utilizzato elementi tipici della narrativa noir e del romanzo a tematica “mafiosa”, ma con un risultato finale che a mio avviso tende a banalizzare un po’ troppo l’argomento o comunque a non affrontarlo con la dovuta accuratezza.

Mi spiego meglio: dalla trama il protagonista di questa storia sembra essere Nico, ma sin dal primo capitolo si evince che la protagonista sia in realtà Miriam, sua sorella, e per numerosi capitoli la storia va avanti in una direzione completamente differente da quella inizialmente presentata in sinossi e che solo dopo un bel po’ di tempo, quando finalmente l’autrice ci presenta il personaggio di Nico e la sua storia, si capisce essere direttamente collegata all’intreccio principale.

Nella prima parte, infatti, si assiste al rapimento di Miriam, un evento che sconvolge i suoi genitori e Jack, il poliziotto incaricato di proteggere il nucleo familiare, molto più di quanto ci si potrebbe attendere in una situazione del genere – di per sé, chiariamoci, già sufficientemente traumatizzante. Non si capisce perché tutti stiano reagendo in una determinata maniera ma è comunque evidente che vi sia qualcosa di più dietro alla mera paura di un rapimento, il problema è che l’autrice non ha semplicemente disseminato qualche piccolo elemento di mistero all’interno del racconto, piuttosto ha accelerato un po’ troppo le tappe narrative e ha inserito da subito riferimenti a personaggi, eventi e situazioni che il lettore non è in grado di capire senza aver prima conosciuto il passato di Nico e Miriam.

Ho avuto, in sostanza, la sensazione che troppe cose fossero date per scontato, cose che un lettore non può semplicemente intuire dalla trama e che cronologicamente vengono inserite nel posto sbagliato.

L’espediente narrativo del rapimento, poi, non mi ha convinto più di tanto; ovviamente era necessario un evento scatenante che fosse utile ad introdurre la vicenda di Nico – e questo ci poteva anche stare, visto che l’autrice aveva probabilmente il desiderio di rendere Miriam l’effetiva protagonista del suo romanzo – però non mi sarei aspettata che le cose fossero andate in un certo modo, con l’ex fidanzato di Miriam che la rapisce pur di riaverla con sé e tutto che alla fine di questa prima parte si conclude un po’ “a tarallucci e vino”, con il rapitore che viene fermato dalla polizia ma non può essere denunciato perché altrimenti sarebbe saltata la copertura di Miriam e quindi viene lasciato andare come se nulla fosse, per poi non fare mai più ritorno nella storia.

Ecco, quella poteva essere una sottotrama interessante da seguire, un validissimo punto di forza che, purtroppo, è stato solamente abbozzato e non ampliato come avrebbe meritato.

La parte successiva, invece, mi è sembrata un po’ troppo uno “spiegone”: sebbene avesse senso partire da un punto ed arrivare solo in seguito a rivelare gli eventi principali della vicenda, avrei preferito che nella seconda parte ci fosse un approccio un po’ più empatico, specialmente nei confronti di Nico e delle sue vicissitudini. Ho avuto per tutto il tempo la sensazione che l’autrice stesse spiegando l’accaduto senza mostrarlo veramente, non tanto nelle scene in sé (che vengono effettivamente descritte) quanto nelle emozioni e nella caratterizzazione di Nico.

Non ho provato empatia per questo personaggio – per nessuno dei personaggi, in effetti – perché per qualche ragione non sono riuscita ad arrivare a lui. Ed è un peccato, perché l’idea di base era molto buona e poteva nascere qualcosa di molto interessante, che si è però consumato all’interno di uno sviluppo non particolarmente brillante o strutturato.

Altro punto dolente è stato, per me, la storia d’amore fra Miriam e Jack: priva di uno sviluppo vero e proprio e non particolarmente meditata, dal momento che a un certo punto sembra intuirsi il fatto che Jack, di dieci anni più grande di Miriam, sia rimasto stregato da lei sin dalla prima volta in cui l’ha vista… Peccato che in quell’occasione lui fosse un giovane uomo e lei ancora minorenne, cosa che mi ha fatto un po’ storcere il naso, dal momento che non riesco in alcun modo a romanticizzare questo genere di cose.

Infine, in certe situazioni mi è mancata un po’ di coerenza e di realismo: non credo, ad esempio, che sia effettivamente possibile che ad una famiglia in protezione possa essere inserito un chip sotto pelle per garantirne la sicurezza e la tracciabilità senza il loro consenso (o in assoluto), ma almeno in questo caso voglio concedere all’autrice il beneficio del dubbio, che magari la sua voleva essere solo una piccola licenza poetica dalle sfumature distopiche.

LO STILE:

Una cosa che ho apprezzato di questo libro è che lo stile dell’autrice, considerata anche la pesantezza del tema affrontato, è sicuramente scorrevole e si lascia leggere senza troppi problemi; ho in genere riscontrato qualche errore di ortografia, principalmente nell’uso delle virgole, non sempre corretto – un problema che, comunque, può essere risolto con l’utilizzo di un beta reader prima della pubblicazione definitiva. Di base l’autrice ha sicuramente un lessico adeguato e ben costruito, tuttavia ritengo che in certi passaggi il suo stile assuma un aspetto un po’ troppo semplicistico, specialmente nei dialoghi che talvolta diventano un tantino surreali.

Ho avuto per buona parte del tempo la sensazione di non stare leggendo un romanzo ma una fan fiction. Non che io creda che sia una cosa di cui vergognarsi, ho scritto e letto fan fiction per oltre dieci anni e di certo non è un genere che snobbo o di cui non riconosco il valore; diciamo solo che, dato l’argomento trattato, mi sarei aspettata qualcosina di più.

I PERSONAGGI:

L’ho già detto, purtroppo non sono riuscita a provare empatia per nessuno di loro.

Non ho notato alcun tipo di approfondimento o introspezione da parte dell’autrice, non ho percepito all’interno della narrazione alcuna caratteristica di quelle rinvenute nelle presentazioni dei personaggi che avevo letto prima di addentrarmi fra le pagine di questo libro, e sono rimasta per la maggior parte del tempo in uno stato di apatia, di totale ed assoluto distacco nei confronti dei personaggi.

Poteva essere fatto molto di più, anche in questi termini, rispetto al lavoro finale.

Il mio giudizio complessivo su questa opera è, ahimé, piuttosto negativo: ci troviamo di fronte ad un’opera che aveva degli ottimi spunti ma che, purtroppo, non ha saputo sviluppare appieno le proprie potenzialità.  Ho comunque letto un sacco di recensioni positive su questo libro e siccome non mi piace esprimere un giudizio così irrevocabile su di uno scrittore dopo averne letto un unico libro, vorrei prendermi l’occasione per leggerne un altro magari di tutt’altro genere,  così da rendermi conto se sia stata solo questione di “incompatibilità” con questo romanzo o se, più ampiamente, sia proprio questa scrittrice a non fare per me.

In ogni caso, auguro  a Laura buona fortuna per la sua carriera di scrittrice, perché – a prescindere da tutto – l’impegno e la passione sono tanti, e si vedono molto chiaramente attraverso ciò che scrive.

Rape Culture – Un virus da debellare

Ci sono argomenti dei quali si parla fin troppo e altri che, al contrario, non vengono mai abbastanza trattati nonostante ve ne sia un disperato bisogno.

Un argomento che fa certamente parte di quest’ultima categoria è “la cultura dello stupro”, ossia tutti quei comportamenti reiterati che normalizzano la violenza di genere, le molestie sessuali e la percezione della donna come oggetto sessuale, del quale gli uomini possono disporre a proprio piacimento. Nei mesi più recenti si è parlato spesso di cultura dello stupro, quasi mai – aihmé – in maniera efficacemente costruttiva, ma è soprattutto nell’ultima settimana che si sono verificati episodi a mio avviso significativi e dei quali ritengo sia opportuno parlare oggi.

Andrò in ordine cronologico, più o meno, in base a quando le singole notizie sono uscite in rete ed ho avuto modo di apprenderne l’accaduto.

LO ZOO DI 105 E LE BATTUTE SULLO STUPRO

Durante una messa in onda della nota trasmissione radiofonica, i due speaker si sono lasciati andare ad una serie di improbabili quanto inascoltabili battute che riguardavano la violenza sessuale commessa sulle donne. Da una registrazione diffusa sul web si può udire chiaramente come questi parlino di qualcuno che, durante una vacanza in montagna, aveva preso una ragazza non esattamente cosciente e se l’era portata in camera, per poi riportarla lì dove l’aveva trovata una volta “finito il proprio lavoro.”

L’intera conversazione è stata condita di risate e commenti inopportuni in difesa del “povero” uomo, il quale aveva così ingenuamente pensato di poter abusare di una donna contro la propria volontà. Nessun accenno ad un’eventuale colpevolezza, gli speaker hanno continuato a difendere lo stupratore fra le risate generali, minimizzando la questione con affermazioni quali “Beh, ma lei probabilmente non era affatto incosciente e lo voleva a sua volta”.

Ritengo sia superfluo spiegare ancora una volta perché tutto questo non vada bene, per quale motivo ironizzare sullo stupro sia sempre una cosa di cattivo gusto e che in questo caso non vi siano giustificazioni che tengono, appellarsi al black humor non serve a niente e rilanciare a chi protesta che “dovrebbe semplicemente imparare a farsi una risata” non farebbe che peggiorare le cose. Non ha senso spiegare perché tutto ciò sia sbagliato, poiché dovrebbe essere perfettamente chiaro a tutti oramai, questo concetto dovremmo averlo marchiato a fuoco dentro al nostro cervello.

Detto ciò, la cosa peggiore si è verificata a seguito di una serie di denunce avvenute sul web da parte di ragazze che, giustamente, dopo aver ascoltato il programma in diretta hanno pensato di dire la propria su quell’imbarazzante manifestazione di machismo tossico, non curanti del fatto che qualcuno, magari, avrebbe avuto qualcosa da ridere in merito ad una più che legittima protesta – assurdo, direte voi, e invece.

La vicenda ricorda in qualche modo quella del revenge porn consumatasi su Telegram non troppi mesi addietro e proprio Telegram, anche in questo caso, è il teatro di questo terribile episodio che vede protagonista qualche bestia dell’etere che ha ben pensato di minacciare apertamente una delle ragazze che avevano denunciato le battute di 105, augurandole cose ben peggiori di quelle così impropriamente sdoganate dai due speaker.

Cose che, personalmente, mi rifiuto persino di ripetere.

Non oso immaginare quanta paura e quanto disgusto possa aver provato la povera ragazza, ma soprattutto non riesco a concepire il fatto che ancora una volta la voce di una donna sia stata silenziata in un momento di denuncia, momento nel quale invece dovrebbero esserle garantiti il maggior sostegno e la maggiore solidarietà possibili. Gli uomini che minacciano le donne e le costringono a tacere sono gli stessi che difendono i propri compari stupratori, li stessi che commettono revenge porn e che credono di poter considerare una donna come oggetto sul quale vantare la propria proprietà.

Tutto questo non dovrebbe essere più tollerato.

Non dovrebbe più essere tollerato un programma in cui ci si può permettere di ironizzare su un argomento come lo stupro e passarla liscia, non dovrebbero essere tollerati atteggiamenti così passivi di fronte a quello che è un vero e proprio reato, perché la violenza e le minacce lo sono e non possono essere fatti passare come semplici ragazzate.

L’episodio di Radio 105 non è il primo e temo che non sarà neppure l’ultimo, per questo è importante parlarne e ribadire ancora una volta che la violenza sessuale è SBAGLIATA, che non esistono giustificazioni a tale anno e che una donna ha tutto il diritto di denunciare l’accaduto senza che qualcuno la infami alle spalle o, peggio, si senta autorizzato a minacciarla.

GRILLO E LA VIOLENZA SESSUALE DEL FIGLIO

Anche in questo caso parliamo di un fatto molto recente, consumatosi appena un paio di giorni fa.

Il protagonista è Beppe Grillo, personaggio comico e politico famoso più per i propri modi di fare rabbiosi ed incivili che per le proprie idee. Anche in questo caso il fondatore del Movimento 5 Stelle non è stato da meno, anche se tutti avremmo sicuramente preferito che per una volta avesse tenuto la bocca sigillata.

Immagino che non siate del tutto estranei alla vicenda, dal momento che i social hanno traboccato per giorni di video ed articoli che ne hanno parlato in tutte le salse. Nel caso, comunque, vi foste persi questa splendida perla, vi racconto quello che è successo: Nei giorni scorsi Beppe Grillo ha condiviso sui propri social un video nel quale prendeva le difese del figlio accusato (non proprio ingiustamente) di stupro; una cosa che alcuni hanno definito come “legittima” (badate bene, non giusta) , perché in fin dei conti è normale che un genitore difenda  il proprio figlio fino alla fine – anche se dal mio punto di vista un genitori dovrebbe avere il dovere morale di riconoscere gli sbagli del proprio figlio e farglielo notare, specialmente quando si tratta di questioni tanto gravi.

Il problema non è tanto il fatto che Grillo abbia fatto il padre iperprotettivo, quanto piuttosto i toni da lui utilizzati e le accuse mosse nei confronti della ragazza stuprata che, manco a dirlo, viene immediatamente screditata e messa in discussione per aver assunto atteggiamenti che, agli occhi di Grillo, mal si confanno ad una vittima di stupro.

In sintesi, le parole dell’uomo sono state le seguenti: “Una vittima di stupro, il giorno dopo, non va a fare kytesurfing”.

Il che equivale a dire che lo stupro ha una data di scadenza e che se tu entro 24 ore non corri a denunciare l’accaduto, allora la violenza non è più valida, come le date di accesso ai concorsi. Ritorna dunque quella convinzione che una donna debba essere “coraggiosa” (lo metto fra virgolette, perché una non voglio far passare il messaggio che una donna che denuncia sia migliore di una che non lo fa) per poter essere creduta (e neppure in quel caso, spesso, ciò avviene) e che tutte coloro che tacciono la propria violenza lo fanno perché, fondamentalmente, su tale violenza non avevano poi tutto sto granché da ridire.

Queste ultime, in sostanza, erano consenzienti.

E se pare assurdo che si possa giustificare un comportamento come quello del figlio di Grillo e dei suoi amici, definiti dallo stesso padre come “dei coglioni che saltavano con il pisello in mano, non degli stupratori”, è ancor più assurdo il pensiero che una donna non possa pensare di riprendere in mano la propria vita dopo essere stata stuprata, o mettere in discussione il fatto che l’evento sia stato talmente traumatico da non riuscire a trovare il coraggio di sporgere una denuncia.

In questi due eventi ci sono fin troppi comportamenti a favore della cultura dello stupro, troppi meccanismi nocivi che continuano ad alimentare il potere della società patriarcale che ci da asilo: in entrambi i casi possiamo assistere al perpetuarsi di un preconcetto estremamente diffuso in questa società malata, ossia l’idea che gli uomini non possano fare a meno di comportarsi in un determinato modo proprio perché “uomini”.

“Boys will be boys”, dicono gli anglosassoni, certi atteggiamenti tipicamente maschili sarebbero naturalmente inscritti nel loro DNA; ed ecco che vengono allora giustificati bambini piccoli che prendono a schiaffi le proprie compagne, ragazzini avvezzi all’uso della violenza, uomini incapaci di trattenere un commento inopportuno o una molestia di fronte ad una donna che – badate bene, parliamo sempre di ruoli e se il maschio è per definizione un cacciatore la donna è una preda che sceglie di farsi desiderare – sicuramente se l’era andata a cercare, conduttori radiofonici che scherniscono una vittima di stupro e adolescenti con il pene in mano che saltellano attorniando una ragazza certamente consenziente.

Tutto questo continua ad essere lecito perché, dopo tutto, dovremmo aspettarci che un uomo si comporti in questo modo ed un eventuale atteggiamento deviante non dovrebbe essere visto come sbagliato ma come un semplice assecondare la propria virile natura.

Per lo stesso principio, del resto, ci si aspetta che una donna provochi ed attiri a sé un uomo perché ciò è tipico della sua indole civettuola, ed ecco che arriviamo al secondo punto della questione, ossia l’idea che se una donna non mostra apertamente di non gradire le attenzioni di un uomo, allora non possiamo dire che quella da lei subita sia stata una violenza.

Insomma, per parlare di violenza tu devi urlare. Devi opporre resistenza, graffiare, piangere e contorcerti dal dolore, gridare “No, no” e correre a sporgere denuncia entro le 24 ore – sia mai che scada il termine di consumazione del tuo delitto. Non tutti hanno la sensibilità e l’empatia per comprendere che spesso opporre resistenza diviene impossibile, che in certi casi la paura è tale da paralizzare la vittima o che lo stupro possa essere talmente “subdolo” da non venire immediatamente riconosciuto come tale – per cui capita che molte donne realizzino solo molto tempo dopo di aver subito una violenza.

Inoltre, le ragioni per cui una donna non sempre riesce a denunciare una violenza sessuale subita sono molteplici (vergogna, paura di non essere creduta, paura di una ripercussione ben peggiore della violenza stessa ecc.) e dovrebbero essere tutte assolutamente indiscutibili, nessun essere umano dovrebbe mai avere l’ardire di giudicare una donna per non essersi rivolta alla giustizia a seguito di uno stupro o di una gravissima molestia.

Semplicemente non sono fatti nostri, ma faccende così personali da non poter essere comprese da chi non le prova. Dunque, nel dubbio, è sempre meglio stare zitti.

IN CONCLUSIONE

I due eventi da me citati in questo articolo sono stati probabilmente i più salienti in queste ultime settimane, ma di certo non sono stati gli unici e non mi costa alcuna fatica immaginare che in futuro continueranno a verificarsi situazioni fin troppo simili a queste, a rafforzare ancora una volta l’affermarsi e il dilagare della cultura dello stupro.

Non sarà semplice sradicare questa folle istituzione patriarcale che vede le donne come oggetti sessuali e gli uomini come loro proprietari, forse ci vorranno anni ed anni prima che ciò accada e probabilmente non avverrà mai del tutto. Però ci dobbiamo provare, dobbiamo sforzarci di migliorare la società in cui viviamo e farlo anche con piccoli gesti quotidiani, magari apparentemente insignificanti.

Un po’ come cerco di fare io, ogni volta che mi ritrovo a scrivere post come questi, carichi di rabbia e di speranza: la speranza che, se almeno una sola persona sarà stata colpita e persuasa dalle mie parole, allora la mia battaglia non sarà stata fatta invano.

Recensione “Indaco” – Chiara Pagani

“L’indaco è uno dei colori dello spettro percepibile dall’occhio umano,

compreso tra l’azzurro e il violetto, classificato come colore freddo”.

Inevitabilmente attratta dal titolo di questo libro, essendo il colore indaco uno dei miei preferiti ed essendo stata io stessa definita una “bambina indaco” dal mio modestissimo padre (per un approfondimento della tematica, vi attendo fra qualche capoverso) non ho potuto fare a meno di buttarmi a capofitto in questa nuova lettura targata Chiara Pagani, giovane scrittrice estremamente poliedrica e capace.

Confesso che il genere fantasy, di cui fa parte questo romanzo, è un genere che non sono assolutamente solita leggere ed il mio approccio iniziale è stato davvero un caso, perché in un primo momento ciò che mi aspettavo dalla storia era ben diverso da quanto, immergendomi nella lettura, sono andata a scoprire. La sorpresa finale, comunque, è stata sicuramente positiva e nonostante la mia scarsa inclinazione verso le letture fantasy, posso dire di aver trascorso momenti assai piacevoli in compagnia di questo romanzo, una storia di amore e di coraggio che per un’appassionata di esoterismo come me non può che riservare risvolti molto interessanti ed avvincenti.

TRAMA

Luna è una ragazza speciale, diversa da chiunque altro.

Si da piccola, lei ha il dono di vedere e percepire l’aura delle persone, la loro essenza più profonda ed il calore che le circonda. Un giorno, a causa di un grave incidente d’auto, Luna finisce in ospedale e lentamente si accorge che qualcosa in lei inizia ad evolversi, il suo potere pare accrescersi al punto tale da sconvolgere completamente la propria esistenza.

Luna, fino a quel momento ignara della ragione del proprio dono, si ritroverà ben preso catapultata in un mondo che mai avrebbe immaginato e dal quale, suo malgrado, non potrà più fare ritorno. Sarà proprio l’incontro con Gabriel, un ammaliante quanto sfrontato ragazzo dall’aura indaco – la prima che vede in vita sua – a rivelarle la verità, un mistero celato dietro l’improvvisa scomparsa di Daniele, migliore amico di Luna, che aprirà il sentiero ad una nuova vita disseminata di paure e possibilità.

STILE E CONTENUTI

Non è la prima volta che mi ritrovo a leggere e recensire un lavoro di Chiara e non sono dunque rimasta sorpresa nel ritrovare ancora una volta il suo stile così intenso ed impeccabile. Non si può davvero dire niente sulla scrittura di Chiara: è pulita, elegante ed efficace, ed estremamente duttile, capace di adattarsi in maniera efficace al genere di cui tratta.

L’ho vista spaziare con abilità dal fantasy alla commedia, dallo stile drammatico a quello romantico, e questa è senza dubbio una notevole qualità per uno scrittore.

In un romanzo di impostazione fantasy come questo è piuttosto facile incappare in qualche errore e l’autore può talvolta peccare di superficialità, lasciando troppe questioni in sospeso e tirando via le trame, o può presentare al lettore personaggi poco strutturati e privi di una reale introspezione, ed è questo il motivo per cui il fantasy – specialmente quando si tratta di autori esordienti, di cui non conosco lo stile – non rientra fra i miei generi preferiti.

Nel caso di “Indaco”, però, ho percepito da subito l’intento dell’autrice di dar voce ai propri personaggi ed il lavoro di caratterizzazione è evidente, così come la ricerca effettuata sull’argomento centrale, un tema che – messo in mano ad un autore meno attento e svogliato – avrebbe facilmente lasciato spazio ad incoerenze narrative o surrealissimi scenari privi di senso. Lo studio dell’argomento è pertanto indubbio, così come la ricerca dell’empatia da parte dei lettori e del loro coinvolgimento di fronte alle vicissitudini di Luna.

Ho molto apprezzato il rimando al concetto di “bambini indaco”, il concetto sul quale ruota l’intera trama di questo romanzo; per chi non lo sapesse, l’idea dei “bambini indaco” ha iniziato a svilupparsi intorno agli anni ’70 all’interno della cultura New Age, diffondendosi pian piano sempre più fino a raggiungere l’apice della propria popolarità negli anni ’90. Secondo i teorici di tale studio a cavallo fra gli anni ’80 e ’90 sarebbero nati centinaia di bambini dotati di incredibili capacità empatiche ed intuitive, al punto da riuscire a sviluppare persino capacità sovrannaturali come la telepatia, la chiaroveggenza e la capacità di comunicare con gli angeli.

La natura dei bambini indaco sarebbe quasi divina, trattandosi di creature pure e a tratti persino magiche; al di fuori delle convinzioni maggiormente legate ad aspetti sovrannaturali, i bambini indaco venivano solitamente descritti come bimbi particolarmente curiosi e vivaci, sensibili e creativi, dotati di una spiccata capacità comunicativa e di comprensione.

Confesso che all’inizio mi sarei aspettata un finale completamente diverso, forse mi attendevo che la storia prendesse una piega differente, non per questo comunque non ho gradito il lavoro nel complesso, che anzi mi ha lasciata molto curiosa alla fine lasciandomi presagire un plausibile seguito, del quale sarei ovviamente molto interessata di conoscere il contenuto.

Consiglio questa lettura a tutti gli amanti del fantasy, alle persone più curiose ed a tutte quelle persone empatiche ed emotive che, talvolta, vedono il proprio dono come un peso ed una insostenibile sofferenza.

La storia di Luna potrebbe essere anche la vostra.

Recensione TESSERE DI MOSAICO di Federica Talarico

Una bellissima recensione per il mio libro.
Mi ha davvero commosso. ❤

Sele tra i libri

Ciao a tutti! Oggi cambiamo genere, parliamo di una raccolta di racconti davvero interessante e ben fatta: Tessere di mosaico, di Federica Talarico, edito da Monetti Editore.

Da persona diversa a suo modo, ho cercato di raccontare la diversità nel modo più semplice e candido che io conosca: prendendo fra le mani una penna e bagnando d’inchiostro il mio quaderno. Nella speranza di portare un po’ di emozione nelle vostre vite e di smuovere un po’ i vostri cuori, anche solo per poche pagine, io dedico questo libro a tutti i “diversi” che oggi sceglieranno di intraprendere questo rapido viaggio al mio fianco.

Questa è una parte di prefazione con la quale l’autrice ci introduce la sua raccolta di racconti. Diciannove storie, tanti personaggi ognuno con le proprie caratteristiche, vite diverse, contesti temporali e geografici differenti, ma tutti con lo stesso tema di fondo: la diversità.

Ma…

View original post 350 altre parole

Tessere di Mosaico – “Un po’ più forte”

Non so se abbiate mai sentito parlare di “persone altamente sensibili” e se, in caso di risposta affermativa, vi siate per una o più ragioni identificati nella suddetta categoria.

Le “persone altamente sensibili” sono ben più che individui dotati di un’emotività superiore alla media; queste persone, infatti, sono per l’appunto sensibili ed accorte rispetto alle proprie emozioni ed a quelle degli altri, ai cambiamenti ed all’ambiente circostante, soffrono più di altre i suoni ed i rumori forti, sono dotati di un forte senso di giustizia ed hanno una notevole inclinazione alla spiritualità ed a tutto ciò che va oltre le esperienze materiali.

Sin da piccole, le “persone altamente sensibili” si distinguono dalle altre per le proprie doti intuitive e la spiccata intelligenza emotiva, sono empatiche e particolarmente intolleranti di fronte alle ingiustizie e alle sofferenze altrui. La maggioranza di esse è introversa, ma non è insolito trovare anche persone altamente sensibili estroverse, per cui la convivenza con la propria ipersensibilità è particolarmente difficoltosa, continuamente in bilico fra il proprio bisogno di avere contatti con il mondo esterno e la necessità ad isolarsi se sopraffatti dalle proprie emozioni.

Ci ho messo anni per dare un nome alle mie emozioni, alla mia incapacità di controllare il mio stato d’animo di fronte ad ogni cambiamento, ad ogni stimolo esterno, ad ogni evento significativo della mia vita. Credevo di essere pazza, di avere qualcosa che non andasse e quando qualcuno mi guardava e commentava: “Secondo me stai solamente esagerando, non è possibile avere così tante emozioni tutte insieme” io mi sentivo mortificata, temevo di essere sbagliata e che qualcosa, nella mia testa, non funzionasse a dovere.

È stato un sollievo rendermi conto che esistevano altre persone come me e che esisteva persino un termine per descrivermi, per dare voce alle mie emozioni ed al mio modo di essere e di sentire.

Da lì, è stato tutto in discesa.

Questo racconto è dedicato a tutte le persone altamente sensibili che leggeranno.

A quelle che, come me, hanno imparato ad accettarsi e a volersi bene, nonostante tutto.

E a tutte quelle che ancora, a fatica, sono alla ricerca del proprio posto nel mondo.

Vi ricordo che potete acquistare il mio libro “Tessere di Mosaico- Racconti di diversità” su Amazon, sugli store online di IBS e Feltrinelli, e sul sito di Monetti Editore.