“Tessere di Mosaico” – Come è Nata l’idea?

L’idea di “Tessere di Mosaico” è nata per puro caso, qualche anno fa.

Parlavo con un’amica del fatto che avrei tanto voluto scrivere un libro, ma che non avevo abbastanza idee per dare inizio ad un progetto concreto; lei, senza battere ciglio, mi disse candidamente che avevo già in mano il materiale adatto per mettere insieme un libro, racconti e riflessioni pubblicati sul mio blog che se uniti da un filo conduttore avrebbero dato vita ad una bellissima raccolta.

Così, ho iniziato a riflettere.

Nel giro di qualche anno sono riuscita a raccogliere 19 racconti, storie di vario genere e differenti l’una dall’altra, ma con in comune la stessa tematica di fondo: la diversità.

Ho imparato, nel corso della mia vita, che essere diversi dagli altri è un vanto, anche se spesso ci fanno credere che si tratti di una maledizione; da persona a mio modo differente ho dovuto imparare ad amarmi anche nei momenti in cui avrei voluto odiarmi e ad amare le diversità di ognuno senza nessuna paura e senza pregiudizi.

Ho scelto di parlare di tante diversità e di farlo con il cuore, nella speranza di riuscire – nel mio piccolo – ad emozionare i miei lettori.

Se sarò stata abbastanza brava, me lo dirà solo il tempo.

Vi ricordo che potete acquistare “Tessere di Mosaico- Racconti di diversità” sul sito di Monetti Editore, su Goodbook e sugli store online di IBS e Feltrinelli. A breve (spero) anche su Amazon.

“Tessere di Mosaico – Storie di Diversità”

“La diversità è un concetto spesso difficile da comprendere.
A volte incuriosisce, talvolta affascina, il più delle volte arriva persino a far paura.”

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È appena uscito, edito da Monetti Editore, “Tessere di Mosaico – Storie di diversità”.

Il mio primissimo libro.

Confesso di non aver ancora pienamente realizzato quanto stia accadendo, nonostante già da questo pomeriggio io possa stringere saldamente fra le mani una copia di questo mio piccolo traguardo tanto agognato e – fino a pochi mesi fa – ai miei occhi tanto improbabile da raggiungere.

Chissà, magari prima o poi finirò per farci l’abitudine.

Ovviamente le prossime settimane saranno un continuo susseguirsi di domande e paranoie: “Ma riuscirò a venderne qualche copia?” “Le persone apprezzeranno ciò che ho scritto?” “Riceverò qualche spassionato commento positivo da parte dei lettori?” “E dopo questo libro, riuscirò a pubblicarne anche altri?”

Già… Conoscendomi, sarà sicuramente così.

Ma per adesso non mi va di pensarci.

Ora voglio semplicemente concentrarmi sull’indescrivibile bellezza di questo momento.

Potete trovare “Tessere di Mosaico – Storie di diversità” sul sito di Monetti Editore ed a breve su Amazon al costo di 18.00 €

Divo.C 19 – RECENSIONE

All’alba di questo 2021, molte persone guardano all’anno passato come ad un qualcosa da dimenticare: 366 giorni di paura, ansia e preoccupazione, reclusione più o meno assoluta, nostalgia delle persone care, dubbi e speranze andate in fumo.

Per la maggior parte della gente è andata così, ma non per tutti.

Alcune persone, invece, hanno sfruttato questo periodo difficile per guardarsi dentro e migliorarsi, qualcuno in maniera più inconsapevole di altri. In ogni caso, per molti la pandemia è stata un’occasione per ripristinare la fiducia in sé e lavorare sui propri punti di debolezza, alcuni hanno ritrovato se stessi dopo tanti, troppi anni di insofferente ricerca.

Queste persone sono le più incredibili e coraggiose di tutte, ed è proprio di una persona come queste che parla il racconto “Divo.C19”, scritto dalla bravissima Chiara Pagani e disponibile su Amazon in formato e-book.

È un racconto leggero ma al tempo stesso profondo, scritto in maniera fluida e divertente ma con l’obiettivo di andare a toccare nel profondo l’anima del lettore, raccontando con toni sempre allegri e mai eccessivamente drammatici le vicende di un giovane, Carlo, che nella solitudine della pandemia ha saputo finalmente trovare il coraggio di essere se stesso.

TRAMA E PERSONAGGI

Il protagonista della nostra storia è Carlo, un ragazzo di diciannove anni che certamente non spicca per aspetto fisico, popolarità ed entusiasmo. La vita di Carlo, in tempo di pandemia, scorre con una lentezza quasi estenuante: chiuso dentro casa insieme ad una madre assillante ed appiccicosa – che gli affibbia nomignoli melensi dei quali Carlo farebbe volentieri a meno – e lontano da quei pochi pseudo amici che, a prescindere dal lock down, non morirebbero comunque dalla voglia di trascorrere il proprio tempo insieme a lui.

In poche parole, uno sfigato – come lui stesso è solito definirsi.

Un giorno, però, durante una distratta visita sui social media, Carlo si accorge di avere a disposizione un incredibile strumento per mettersi in gioco e cambiare le cose.

E da quel momento, inaspettatamente, diventa un Divo.

Il personaggio principale della vicenda è certamente Carlo e per quanto siano comunque presenti altri coprotagonisti di fondamentale importanza, vorrei soffermarmi su di lui per evitare sgradevoli spoiler – che mi ero comunque ripromessa di evitare, almeno per questa volta.

Come ho già detto, Carlo viene presentato da subito come il classico “nerd sfigato”: bruttino, introverso, timido e impacciato, il classico ragazzo impopolare che certamente riesce solo a passare inosservato. Nonostante questa descrizione che egli stesso si appioppa sin dal principio, si capisce assai bene che in lui vi sia molto di più del semplice stereotipo del nerd; lo si evince si dalle prime righe mentre siamo spettatori dei suoi dialoghi interiori, così ben raccontati da una pena che sa bene come descrivere le emozioni dei propri protagonisti ed è sempre ben capace di suscitare nel lettore forti sentimenti di empatia e compassione.

Carlo è un personaggio ben scritto e realistico, perché la scrittrice non si è sforzata di raccontare la storia di uno sfigato che in uno schiocco di dita diventa una persona completamente differente, ma ha scelto di narrare in breve tempo un viaggio dell’eroe che lentamente condurrà Carlo verso la piena realizzazione ed autoconsapevolezza, restando comunque sempre fedele a se stesso ai propri principi.

In poche parole, il personaggio di Carlo funziona proprio perché è uno di noi, una persona qualsiasi che scopre pian piano di essere speciale non perché migliore di altre ma, semplicemente, perché unica.

STILE E CONTENUTI

Come ho già detto, lo stile della scrittrice è chiaro e pulito, fluido e scorrevole, ed è un vero piacere trascorrere il tempo con il naso immerso fra le pagine. Nonostante i contenuti siano tutt’altro che leggeri, vengono affrontati con il tipico stile della commedia ed io ho trovato che l’idea sia stata estremamente efficace: i toni non sono mai cupi e drammatici, tuttavia il messaggio arriva chiaro e forte, ben comprensibile proprio grazie alla scrittura così curata di Chiara.

Si vede che, oltre alla scrittura, Chiara ha curato anche l’editing di questo racconto perché a differenza di alcune autopubblicazioni che mi è capitato di leggere non vi sono sviste né errori, e l’impaginazione è stata curata a regola d’arte.

Le abilità tecniche dell’autrice, comunque, non sono l’unico aspetto da dover elogiare: di lei emerge soprattutto il proprio interesse verso le emozioni umane e la sua capacità di raccontarle attraverso gli occhi dei suoi protagonisti. È una penna sensibile ed attenta ai dettagli, che non lascia mai niente al caso e nulla fuori posto, ogni sua parola è posizionata in modo preciso e ben pensato.

Non posso negare di essere un po’ commossa, perché la storia di Carlo potrebbe essere quella di chiunque ed è bello pensare che anche nei momenti più difficili possa comunque tornare a splendere il sole.

Chiara, di sicuro, ha trovato il modo di dimostrarcelo con questa piccola perla.

“Grafene- Storie di vera forza”

Il grafene è un materiale assai particolare, le cui proprietà ed applicabilità sono state scoperte solamente nel 2004, valendo per altro il premio Nobel per la fisica nel 2010 ai due fisici Andrej Gejm e Konstantin Novoselov. Il grafene si contraddistingue per una resistenza pari a quella del diamante e, al tempo stesso, una flessibilità identica a quella della plastica. È, pertanto, forte e resistente agli urti ed adattabile ad ogni tipo di cambiamento.

Quale miglior materiale, dunque, per rappresentare la resilienza?

“Grafene” è anche il titolo dell’antologia di cui vorrei parlarvi oggi, che di resilienza appunto parla anzi, più precisamente, di rinascita.

Dieci le scrittrici che hanno partecipato alla stesura di questa raccolta, dieci racconti di vita e di rinascita, di caduta e resurrezione, di vittoria dopo la sconfitta. Come il grafene, resistente e duttile, sa adattarsi al cambiamento e resiste ad ogni urto, anche i protagonisti di queste storie resistono ai duri colpi che la vita ha voluto infliggere loro e dopo ogni dolore riescono a riemergere dal proprio mare in tempesta più forti e possenti di prima, come una fenice colorata che, proverbialmente, ha il potere straordinario di risorgere dalle proprie ceneri.

Ho partecipato a questo lavoro per puro caso, una mia collega – anche lei scrittrice – mi ha chiesto se per caso non avessi fra i miei racconti qualcosa a tema “rinascita” da poter inserire in una raccolta e così sono inspiegabilmente finita in questo progetto che, dopo qualche mese, ha dato vita ad un libro.

Un vero libro, edito da una casa editrice, acquistabile e destinato ad un pubblico a me sconosciuto.

Insomma, il mio sogno.

È vero, avevo già vissuto questa esperienza con “Racconti Toscani vol.2” – il quale, vi ricordo, può essere acquistato sul sito di Historicaedizioni – e non si tratta di un libro tutto mio ma di una collaborazione, per una che credeva che non sarebbe mai riuscita a pubblicare niente è un inizio.

Un grande inizio.

E chi lo sa che sa che un giorno, prima o poi, io non riesca anche a pubblicare anche un’opera tutta mia.

O magari anche più di una.

Ok, magari per adesso sarà meglio volare basso.

Per ora, mi godo la contentezza del momento e la fortuna che ho avuto di divenire parte di questo splendido progetto.

“Grafene” è edito da Lupieditori e curato da Chiara Pagani, ed è disponibile su Amazon e Kindle Unlimited.

Relazioni ed età: uomini maturi o toy boys?

Salve a tutti, amici lettori.

Ve la ricordate la mia vecchia, ormai trascurata rubrica “Sex and The City”? Bene, ho deciso di riprenderla in mano.

Ricordo che mi divertivo un sacco a scrivere articoli ispirati alla celebre serie tv degli anni ’90 e dal momento che ci sono ancora così tanti argomenti da affrontare, per quale motivo non dovrei portare avanti questo progetto? Certo, riconosco che non sia un argomento di grande spessore e sicuramente le tematiche trattate saranno un tantino frivole o facete… Ma in fin dei conti, non abbiamo bisogno anche di un po’ di leggerezza nella vita?

Benissimo, quest’oggi allora parleremo di differenza di età fra i partner e, nello specifico, vedremo in che modo tali differenze si manifestano in maniera dissimile tra uomini e donne.

Partiamo innanzi tutto con il dire che esistono ad oggi dei termini ben precisi per identificare uomini e donne che sono soliti frequentare partner più giovani o, al contrario, che si intrattengono con persone un bel po’ più grandi di loro. Secondo la terminologia moderna possiamo dunque trovare:

  • Le COUGAR, donne tra i 40 ed i 50 anni che intrattengono rapporti sessuali e non con uomini più giovani di loro. Il termine significa letteralmente “Giaguaro”, metafora che identificherebbe una sorta di atteggiamento predatorio da parte della donna nei confronti del ragazzo più giovane.
  • Le MILF, acronimo per “Mommy I’d like to fuck” (“Mammine con cui mi piacerebbe scopare”) sono praticamente le Cougar, ma in questo caso si presuppone che la donna in questione sia anche madre.
  • I DILF, praticamente il corrispondente maschile delle MILF
  • I TOYBOY, uomini che intrattengono rapporti sessuali o sentimentali con donne molto più grandi di loro.
  • Le LOLITE, che potrebbero essere definite di fatto come il corrispondente femminile dei toy boy.

Esistono poi anche le GILF, donne di età superiore ai 50 anni che intrattengono rapporti sessuali con uomini più giovani di loro (l’acronimo sta infatti per “Granny I’d like to fuck”-“Nonnine con cui mi piacerebbe scopare”) ed una menzione speciale va ufficialmente agli Sugar Daddies, una ben precisa categoria di uomini di potere che prediligono donne assai più giovani di loro ed hanno con essere relazioni fisiche e romantiche.

Quest’ultima categoria si è sviluppata assai prima delle altre poiché già negli anni ’90 era molto più facile incontrare uomini con donne tanto più giovani che non il contrario e per quanto chiacchierate potessero essere tali relazioni, quelle che vedevano donne mature in compagnia di ragazzi giovani erano senza dubbio viste come le più “scandalose”,

Ci tengo inoltre a ribadire il fatto che pur partendo da un’idea di relazioni eterosessuali, questo genere di definizioni sono ovviamente applicabili anche a relazioni omosessuali e di altra varia natura – perché lo sapete, io non discrimino mai nessuno.

Dunque, che dire in merito all’argomento? Di certo negli anni ’90 – quando uscì la serie di “Sex and The City” – vi erano molti più tabù ed il dibattito sull’età era assai più acceso, specialmente quando la differenza di età privilegiava l’uomo e sfavoriva, in un certo senso, la donn<a.

Oggi forse non vi è ancora una completa accettazione della cosa, ma di sicuro non si parla più di tabù o di “indecenze”, anche se la stessa esistenza di tutte queste definizioni lascia ad intendere piuttosto chiaramente che ancora non vi sia una completa normalizzazione del fenomeno – va da sé che stiamo parlando solamente di relazioni approvate anche dalla giurisdizione locale, ossia in cui entrambi i partner abbiano oramai raggiunto la maggiore età e possano esprimere il proprio consenso.

Stereotipicamente il fenomeno è sempre stato frutto di una sorta di “crisi di mezza età”, un’ineluttabile consapevolezza del tempo che scorre e della vecchiaia che incombe, in altri casi si trattava semplicemente di una questione di vanità, perché avere al proprio fianco una persona giovane e bella riempie sicuramente l’ego di orgoglio e favorisce all’accrescimento della propria autostima. Al giorno d’oggi, comunque, non credo che si possa sempre parlare di crisi di mezza età né di desiderio di sentirsi più giovane, spesso uomini e donne finiscono semplicemente per innamorarsi senza dare troppo peso all’età, in altri casi invece vi è proprio una predilezione per partner più giovani.

Si potrebbe pensare, ad esempio, che un partner più giovane – uomo o donna che sia – abbia maggior freschezza ed energia (specialmente fra le lenzuola) e possa in qualche modo contribuire a far sentire il proprio/a compagno/a a sua volta più giovane di quanto non testimoni effettivamente la sua età anagrafica; semplicemente una persona con meno anni sulle spalle avrà di certo meno rughe, un corpo più tonico, atletico ed in forma, se vogliamo guardare le cose da un punto di vista più superficiale tutti questi saranno certamente punti a favore del parter più giovane.

Bisogna inoltre considerare il fatto che in passato, specialmente quando erano maggiormente diffusi i matrimoni combinati, accadeva spesso che una ragazza tanto giovane – ma ormai in età da marito – venisse data in sposa ad un uomo più maturo, dunque nel corso degli anni è stato più semplice arrivare a normalizzare questo fenomeno; al contrario, una donna adulta e matura che si avvicina ad un ragazzo più giovane veniva spesso vista come una donna troppo aggressiva ed approfittratrice, persino una “mangiatrice di uomini”.

In realtà, spesso siamo proprio noi donne ad essere maggiormente attratte da un uomo più adulto, dotato di un fascino più maturo ed “attempato” (i capelli brizzolati, la voce più profonda, le rughette intorno agli occhi…), per cui non si può certo generalizzare e bisogna riconoscere che, come per molte altre questioni, si tratta semplicemente di una questione di gusti personali.

Scelte, quindi, basate su una percezione soggettiva di chi abbiamo di fronte.

Non tutti gli uomini e le donne si sentirebbero a proprio agio con una persona tanto più giovane e viceversa, non per tutti è allettante l’idea di relazionarsi con un partner che abbia molti anni in più.

Personalmente non mi sono mai posta problemi all’idea di stare con un uomo più grande, mentre ho spesso rifiutato l’ipotesi di un rapporto con un ragazzo più giovane; si tratta di una mia percezione personale basata sul fatto che, in maniera del tutto inconscia, mi sentirei meno attratta da una persona più giovane, sia da un punto di vista estetico (trovo indubbiamente più sexy l’uomo maturo) sia per una questione puramente relazionale, poiché avrei il timore di avere al mio fianco una persona assai più immatura di me e, dunque, non indirizzata verso il mio stesso percorso di vita.

Per tante donne il fattore “maturità” è determinante nella scelta di un uomo e sono quindi portate a scegliere un uomo più grande – o comunque ad escluderne uno più giovane – proprio per paura di avere a che fare con un bambinone, un ragazzo che ancora non abbia messo la testa sulle spalle e non sappia ancora ciò che vuole.

Non tutte le donne, certo.

Alcune di loro non si pongono affatto il problema perché 1) preferiscono un uomo più giovane proprio per poter prendere la vita con leggerezza e non doversi impegnare degli impegni a lungo termini 2) sono abbastanza intelligenti da capire che non sempre gli anni sono sinonimo di intelligenza e maturità, pertanto sanno di poter incontrare un uomo piantagrane ed infantile tanto a 20 anni che a 30, 40 o 50.

Certo, io alla fine mi sono messa con un uomo della mia stessa età e faccio con lui importanti progetti di vita, allo stesso modo ci sono persone che preferiscono avere rapporti con coetanei perché una differenza di età superiore ai 5 anni li metterebbe troppo a disagio per tutte le ragioni elencate sopra.

In effetti, credo che nel 2021 questo dibattito non abbia più alcun senso, perché chi potrebbe effettivamente determinare che cosa porti un uomo o una donna a prediligere un partner più o meno giovane? Potremmo discutere a lungo su eventuali complessi di Edipo e di Elettra, mancanza di una figura genitoriale in età infantile, paura di invecchiare e necessità di sentirsi nuovamente giovani, bisogno di riflettere sulla propria pelle la giovinezza e lo splendore del proprio compagno… Alla fine, ciò che conta davvero, è di chi ci si innamora. Per tanti uomini e donne non esiste un regolamento prestabilito, tutto dipende dal tipo di legame che si vuol creare con una persona e da ciò che si condivide, il che può avere o meno a che fare con l’età e con l’esperienza maturata negli anni.

E alla fine, va benissimo così.

Per citare un celebre film di Woody Allen, non servono regole o costrutti prestabiliti, non dovremmo porci dei limiti all’esistenza o all’amore, riempiendoci la testa di domande su come, perché e per quanto tempo quella storia potrebbe durare.

La regola, alla fine, è sempre la stessa: basta che funzioni.

Buon 2021 a tutti

Ci sono cose che, indipendentemente dagli sforzi e dai tentativi fatti, sono innate.

Il senso del ritmo, la vena artistica, l’intelligenza logica, l’equilibrio e la coordinazione… È inutile affannarsi, o ce l’hai o non ce l’hai.

Come la speranza.

Non si può obbligare una persona ad avere fiducia, a guardare al futuro con ottimismo e positività, magari dietro alle lenti rosate di un paio di occhiali da sole fantasiosi.

È un dono innato e difficile da apprendere: La speranza ce l’hai o non ce l’hai.

Mi sono chiesta se avesse senso chiudere questo pessimo anno con i classici toni da festeggiamento di ogni 31 dicembre, perché dopo tutto ciò che questo nefasto 2020 ci ha portato che cosa dovrebbe mai esserci da festeggiare, se non il fatto che – finalmente – sia giunto a termine?

Forse la maggior parte delle persone, quelle maggiormente colpite dagli eventi dell’anno che stiamo per lasciarci alle spalle, vorrebbero chiudere quest’ultima pagina senza troppi sogni o desideri, semplicemente con la mera rassegnazione di essere finalmente giunti alla fine di questa inattesa tortura.

Chissà, forse sarebbe davvero meglio così… Eppure, alla fine, non sono riuscita ad accettare un simile epilogo.

Non potevo accettare di concludere il 2020 con tanto cinismo ed amarezza, perché a discapito di ogni sua tragedia è stato un anno che ha saputo regalarmi anche moltissime improbabili gioie e no, non posso permettermi di buttarlo via come se fosse solo un anno di cui disfarsi senza troppe lacrime o sensi di colpa.

Nonostante tutto io sono grata a questo 2020, come si è grati ad un dolore che – dopo aver fatto troppi danni – è riuscito ad insegnarci qualcosa di importante e di cui far tesoro in eterno, seppur consapevoli del male che ha saputo arrecarci nel tempo.

Bisogna imparare a capire che persino nelle più grandi tragedie possiamo imparare qualcosa e che nessun insegnamento dovrebbe mai essere dimenticato, anche se appreso nel peggiore dei momenti possibili.

Forse dipende dal fatto che, mio malgrado, non riesco a smettere di avere speranza e di augurarmi un futuro migliore, di credere che ne usciremo vincitori anche questa volta, magari con segni e cicatrici, magari più provati dello scorso anno ma comunque più forti perché è questo che accade quando ci ritroviamo a dover affrontare un ostacolo insormontabile: se sopravviviamo, ne usciamo sempre più forti e più consapevoli di noi stessi, del nostro valore, della nostra capacità.

Quindi sì, questo 2021 io voglio accoglierlo con calore, ottimismo e speranza.

Tanta speranza.

Perché tutto sommato credo di doverlo a me stessa, e a tutte quelle persone che, come me, guarderanno a questo nuovo anno con lo stesso ottimismo e la stessa fiducia.

E, perché no, anche a tutti coloro che non lo faranno.

Perché un po’ di speranza ci vuole anche per loro, no?

“Il cielo nei tuoi occhi” – Recensione

Buon mercoledì a tutti voi, amici lettori.

Quest’oggi vorrei parlarvi di un libro che ho letto qualche settimana fa, una piacevole sorpresa fra le autopubblicazioni di Amazon dal titolo “Il cielo nei tuoi occhi”, romanzo romantico scritto dalla giovanissima e promettente scrittrice toscana Selene Mercedi.

Devo premettere che, solitamente, non leggo questo genere di romanzi: o meglio, sono un’appassionata lettrice di romanzi d’amore, ma questa tipologia di racconto – molto simile allo young adult – non mi ha mai particolarmente preso, forse perché nelle rare volte in cui mi si sono avvicinata mi sono ritrovata ad accantonare la lettura a causa dello stile decisamente acerbo e della banalità della trama.

Stavolta non è stato così ed ecco il motivo per cui, oggi, mi sento in dovere di far conoscere questo bel racconto anche ai miei lettori.

TRAMA:

Phoenix, Arizona.

Taylor ha diciassette anni, frequenta la scuola superiore e come molte adolescenti è timida e poco sicura di sé, ha pochi amici e si sente inadeguata nella maggior parte dei contesti sociali, nonostante in molti continuino a farle notare quanto sia bella, intelligente ed interessante.

Lei e suo padre si sono appena trasferiti nella casa della nuova compagna di quest’ultimo, la quale ha informato loro che suo figlio Jamie, un ragazzo di poco più di 20 anni, farà presto ritorno in città dopo un periodo trascorso in Inghilterra e che per qualche giorno si tratterrà in casa con loro.

Per Taylor la presenza di Jamie inizia a divenire ben presto un problema: i due, dopo un primo momento di attrito, sviluppano ben presto un legame profondo, assai più forte di quello che dovrebbe legare due fratellastri, e la cosa diviene nel tempo sempre più complicata, specialmente quando dal passato di Taylor emergono delle vecchie ombre ed i due dovranno fare i conti con un sentimento troppo forte da poter essere taciuto e che, al tempo stesso, non può in alcun modo essere rivelato.

RECENSIONE:

Come ho già detto, si tratta di un romanzo sentimentale che classificherei come “Young adult” e sicuramente appare più fruibile ad un target giovanile, nonostante ciò ho trovato la lettura decisamente piacevole e scorrevole.

Lo stile è, innanzi tutto, molto buono; la scrittura è fluida, semplice ma mai banale, la grammatica e l’ortografia corrette nonostante qualche piccolo refuso in qua e là, difettucci trascurabilissimi se si considera soprattutto il fatto che il libro è un’autopubblicazione e che, quindi, non è stato sottoposto ad un accurato lavoro di editing.

La scrittrice ha un’ottima capacità nel descrivere le emozioni di entrambi i suoi protagonisti, passando con facilità da un punto di vista all’altro e mostrando sempre in maniera veritiera ed emozionante i pensieri e le sensazioni dei suoi personaggi.

La penna di Selene è sensibile e riflessiva, la storia tutt’altro che banale: vengono affrontate tematiche importanti come la famiglia, il bullismo, la paura dell’abbandono e la paura del fallimento. Una storia profonda e piena di emozioni, narrata in maniera semplice e comunque toccante, capace di tenerti per ore incollato alle pagine.

Credo che non sia semplice, al giorno d’oggi, scrivere una storia d’amore senza rischiare di scadere nel banale, nel già visto e nel cliché; la cosa bella di questo romanzo è che, pur seguendo ovviamente quelle che sono le classiche linee guida del racconto romantico e proponendo un classico schema nella rappresentazione dei personaggi (la ragazza dolce, timida e molto insicura da un lato, il ragazzo un po’ spaccone ed arrogante dall’altro), non trabocca di stereotipi e luoghi comuni, la sua trama non è scontata e prevedibile sin dalle prime pagine come spesso accade in questo genere di romanzi, ma sa stupire, commuovere e coinvolgere il lettore ad ogni nuovo capitolo.

Lo consiglio a tutti i romantici ed alle persone sensibili che leggono queste righe, si tratta in fin dei conti di un pomeriggio della vostra vita – si legge davvero molto velocemente, lo garantisco – e ne uscirete arricchiti, allietati e sicuramente con un bel sorriso sulle labbra.

Nessuna banalità, ve lo prometto. Solo puro, onesto, sincero

“Emily In Paris” -Recensione

Nelle settimane scorse, costretta in casa dalla quarantena, mi sono messa alla ricerca di una nuova serie tv da guardare, qualcosa di leggero e non troppo impegnativo, giusto per passare il tempo.

Avevo già visto il trailer di “Emily in Paris” ed avevo letto un paio di commenti di qualche amica su social network vari, per cui mi è sembrata una conseguenza piuttosto naturale quella di puntare su tale scelta; non mi aspettavo certo un capolavoro, ma essendo una grande fan di “Sex and The City” ho pensato che potevo provare a fidarmi di Darren Star, autore di entrambe le serie.

Non mi sarei fatta chissà quale cultura, ma avrei comunque trascorso qualche piacevole ora di svago.

Contrariamente alle mie speranze, però, tutto ciò che ho ottenuto sono state due giornate piene di fastidio e frustrazione.

La mia faccia durante la visione del primo episodio di “Emily in Paris”

Già, perché “Emily in Paris” si è rivelata essere la peggiore serie tv che io abbia mai visto negli ultimi anni e sono riuscita a resistere fino alla fine solo perché mi ero decisa sin dai primi minuti di visione a scrivere una tragica recensione di questo più che mediocre show televisivo – ed anche un po’ per noia e masochismo, lo ammetto. E ripeto, io sono una delle più grandi amanti di “Sex and The City”, dunque non sono certo i temi della serie e la frivola leggerezza con cui essi sono affrontati, ma vi sono un milione di altre ragioni narrative e non che mi hanno fatto storcere il naso di fronte a questa nuova opera di Starr.

Vediamo insieme di che si tratta.

TRAMA (SENZA SPOILER)

La trama di “Emily in Paris” inizia un po’ come una sorta di brutta copia de “Il Diavolo veste Prada”: Emily Copper è un’ordinaria ragazza americana che vive e lavora a Chicago, ha un bel lavoro del quale è molto soddisfatta, un ragazzo con cui fa progetti per il futuro, amici ed una gran bella vita.

A causa di un’incredibile botta di fortuna che mette temporaneamente fuori gioco la sua datrice di lavoro (la donna è improvvisamente rimasta incinta, non si sa da quale misterioso uomo) Emily si ritrova a dover prendere il suo posto e partire improvvisamente per Parigi: lì avrà l’incredibile opportunità di lavorare per l’agenzia di Marketing “Savoir” ed offrire il proprio contributo di consulente estera, apportando il proprio punto di vista americano al mercato francese.

Ovviamente gli inizi non sono dei migliori: i datori di lavoro di Emily la prendono subito in antipatia, la ragazza non riesce da subito a farsi degli amici, tutto in Francia è diverso e le persone, in generale, sembrano non essere affatto accoglienti e paiono piuttosto osteggiare la nuova vita di questo grazioso fiorellino americano da poco trapiantato in Europa.

La nostra Emily però non si da per vinta ed armata del proprio Smartphone, di un nuovo account Instagram e di tanta creatività, riesce pian piano a rimettersi in forze e a raggiungere i propri obiettivi, alternando (rari) momenti di crisi a grandi successi, in compagnia di amici, sostenitori e amanti vari.

Miranda Priestly esprime il proprio disappunto di fronte all’originalità di questa trama

RECENSIONE (ATTENZIONE, CONTIENE SPOILER)

Abbiamo visto, dunque, che la trama di questa serie è piuttosto semplice e tutt’altro che originale, ma non per questo non vi erano i presupposti per fare un buon lavoro; certo, non sarebbe mai stata una serie da Golden Globe, ma potevamo aspettarci qualcosa di estremamente godibile e simpatico, con un buon umorismo, un po’ di pepe e qualche interessante spunto di riflessione – Santo “Sex and The City”.

E invece no.

Tutto ciò che questa serie è in grado di offrirci è solo un enorme, infinito ammasso di STEREOTIPI.

Stereotipi sui francesi (e soprattutto sui parigini), stereotipi sull’America, stereotipi sul mondo della moda e degli influencers, stereotipi sull’amore, stereotipi su Parigi.

Dal primo episodio si capisce benissimo tutto quello che accadrà alla protagonista: Emily si trasferirà a Parigi ed inizierà ad avere problemi perché nessuno è in grado di farla sentire a casa, ma siccome è meravigliosamente bella, brava e perfetta riuscirà comunque a raggiungere tutti i suoi sogni ed obiettivi; si lascerò col suo inutile ragazzo americano- cosa che avviene dopo circa due puntate perché, giustamente, questo povero cristo non ha voglia di stare appresso ad una scema che decide di trasferirsi a Parigi nonostante non sappia neanche parlare francese, solo perché “Dio, è Parigi!”, come se il resto del mondo rispetto alla capitale francese fosse fondamentalmente merda secca.

Quello che ho notato, inoltre, è che in aggiunta a tutti gli innumerevoli stereotipi sopra elencati sembra quasi che gli autori abbiano deciso di rendere gli eventi di questa serie il meno realistici possibile: Emily, infatti, nonostante non parli una sola parola di francese, riesce comunque a mantenere il posto ed a fare persino meglio di quanto non riesca la sua capa (una donna affermata e di successo, con una discreta esperienza nel settore) e a sopravvivere nella “città dell’amore” facendosi capire probabilmente a gesti, visto che molte persone attorno a lei continuino a ripetere di non riuscire a comprendere il suo linguaggio americano.

Inoltre, al suo arrivo in Francia Emily cambia immediatamente il nome del suo account Instagram in “Emily in Paris” ed inizia ad immortalare ogni singolo evento della sua vita, dai più significativi a quelli (almeno in apparenza) inutili; la diretta conseguenza è che, OVVIAMENTE, i suoi followers aumentano in maniera esponenziale e che lei diventa talmente famosa e popolare da farsi retweettare persino dalla moglie del presidente della Repubblica (ma quanto mai, mi viene da dire), guadagnandosi a questo punto anche il rispetto dei suoi colleghi di lavoro che iniziano finalmente a vederla di buon occhio, nonostante qualche piccolo scherzetto nel corso della serie.

Nel frattempo la sua boss continua a detestarla e vorrebbe vederla rotolare giù dalla Torre Eiffel, e come darle torto, dopo tutto?  Emily è INSOPPORTABILE.

Emily in uno dei suoi “rarissimi” momenti di selfaggine

Sorvolando sull’interpretazione di Lily Collins, che è semplicemente adorabile e per cui non mi sembra davvero il caso di stare a sindacare, ho trovato il personaggio detestabile, scritto in maniera pessima e superficiale: Emily è praticamente una Mary Sue, perfetta sotto ogni suo maledettissimo aspetto. È bella, intelligente, brillante e divertente, capacissima nel proprio lavoro e convinta delle proprie idee; chiunque la veda non può fare altro che ribadire ad alta voce ognuna di queste sue qualità ed ogni uomo che la incontra, che lei lo voglia o meno, è inevitabilmente colpito, attratto ed ammirato da questa giovane americana sempre perfettamente curata e ben vestita.

Non ha un difetto, persino quando commette errori lo fa in una maniera talmente adorabile che in qualche modo riesce comunque a farsi perdonare e la sola volta in cui si ritrova seriamente nei guai ed arriva addirittura a perdere il posto, in praticamente mezza giornata riesce a rimediare ad ogni suo sbaglio e non solo, di fatto le sue idee finiscono per essere così strabilianti da meritarsi un’ennesima menzione d’onore e le fanno persino guadagnare il rispetto e la “stima” (più o meno) della sua capa.

Personalmente non sono riuscita a provare simpatia nei confronti di questa protagonista, un personaggio a cui le cose non vanno mai male e che non mi fa sentire neanche un po’ vicina a lei, lei che sembra non avere neanche un difetto e che riesce in tutto quello che fa, nonostante qualche piccolo dosso lungo la strada – perché, diciamoci la verità, non è che le succeda mai niente di veramente irrimediabile.

PER FAVORE, RIDATEMI CARRIE BRADSHAW

Neanche i personaggi di contorno sono particolarmente simpatici, si salvano solamente la sua amica cinese Mindy – una riccona scappata dalla propria famiglia e dal proprio Paese dopo essersi resa ridicola davanti a tutti durante una performance ad X-Factor Cina – e la povera Camille, una ragazza che fa amicizia con Emily e che si scopre essere niente meno la fidanzata di Gabriel, il vicino di casa bonazzo per cui l’americana si prende una scuffia sin dal primo incontro.

Ed a tal proposito, ecco un’altra cosa che ho veramente detestato (e qui partono gli spoiler pesanti, vi avverto).

Conoscendo “Sex and The City” mi aspettavo che Darren Starr avrebbe dato molta importanza alle tematiche sessuali e sentimentali, per cui non sono stata sorpresa nel vedere scene come Emily che fa sesso a distanza con il fidanzato in America, scherzi con enormi brioche a forma di pene o cose simili, e mi aspettavo naturalmente che fosse dedicato ampio spazio alla parte romantica della serie.

Speravo, comunque, in un po’ più di originalità.

Ovviamente non mi aspettavo che Emily sarebbe rimasta a lungo con il suo fidanzato americano ed era, appunto, evidente che qualcosa sarebbe accaduto fra lei ed il vicino bonazzo – che, fra le altre cose, fa lo chef in un ristorante locale e le sarà spesso di aiuto a salvarsi il culo con la propria capa.

Quando Emily scopre che Camille è in realtà la ragazza di Gabriel decide comunque di restare amica di entrambi ed i due – chiaramente fregandosene del fatto che vi sia di mezzo una terza persona nei confronti della quale, comunque, debbano mostrare un minimo di lealtà – continuano a frequentarsi come se nulla fosse, mostrando ogni tre per due allo spettatore una tensione sessuale che si taglia con il coltello.

Alla fine della serie Gabriel confessa alle due ragazze di volersi trasferire fuori Parigi per aprire un proprio ristornate ed ovviamente Emily pensa di avere ogni diritto di incazzarsi, dimostrandosi totalmente insensibile al dolore di Camille, che comunque sarebbe l’unica a doversi un attimo arrabbiare, considerato che da qualche episodio tutti iniziano a trattarla come se fosse la figlia della serva. E la notte prima di partire, CHIARAMENTE, Gabriel ed Emily finiscono a letto insieme senza mostrare un briciolo di senso di colpa nei confronti della povera fidanzata cornuta.

Due merde.

Ammetto che questo sia un mio enorme limite, quello di non sopportare quelle storie in cui una coppia già formata e all’apparenza priva di grossi problemi si ritrova completamente sconvolta dall’arrivo di una terza persona, talmente perfetta e stupenda da mettere in crisi persino il più solido dei rapporti – probabilmente perché sì, lei/lui era fantastica/o ma non altrettanto fantastica/o di questa nuova persona piovuta dal cielo così improvvisamente. E tutto sommato, pur non gradendo la scelta narrativa, posso anche comprenderla quando mi trovo di fronte una storia d’amore ben scritta ed approfondita, un legame profondo e significativo… Ma qui non abbiamo neanche questo! I due chiaramente si trovano bellissimi, parlano e ridono ma non mostrano mai una vera chimica, né condividono momenti tanto significativi ed importanti da far credere che fra i due sia nato qualcosa di veramente incredibile.

In sostanza questi due agiscono in preda all’ormone, poco importa se lui è impegnato in una relazione stabile con una ragazza che fra importanti progetti per il futuro e se lei fino a un mese prima era fidanzatissima con il suo ex americano, qui il cliché dei cliché è che i due DEVONO stare insieme, anche se questo significherà contribuire all’infelicità della povera biondina francese.

Davvero, questa è una cosa che detesto.

Fra le altre cose, poco prima della fine della stagione, Emily va assieme a Gabriel e Camile a trovare i genitori di lei, produttori di vino che vorrebbero sfruttare l’agenzia di Emily per farsi un po’ di pubblicità, e la frizzante americana finisce a letto con il fratello minore di Camille, un ragazzotto che frequenta ancora le superiori. La cosa ad un certo punto viene sdoganata di fronte a tutti ed i genitori di Camille non solo non cacciano Emily a calci nel sedere ma continuano a volersi approfittare della popolarità della sua agenzia per guadagnare soldi e durante la sua conversazione con la ragazza la madre domanda persino se suo figlio fosse stato un buon amante, perchè “per lei è importante che i suoi figli crescano bene e con i giusti insegnamenti”.

Io boh, non commento.

In definitiva, non mi ha convinto proprio niente di questa serie: frivola, zeppa di stereotipi, scritta in maniera superficiale e del tutto priva di stimoli. Il che è un peccato, perché dall’autore di “Sex and The City” mi sarei decisamente aspettata di più.

O forse, in un certo senso dovevo aspettarmelo.

Perché in fin dei conti Carrie, Samantha, Charlotte e Miranda sono DAVVERO inimitabili e se si voleva provare a raggiungere anche solo un terzo della loro iconica rappresentanza femminile, allora era necessario impegnarsi meglio e fare qualche piccolo sforzo in più.

Ca va sans dire.

Un aspetto positivo? Oh, sì: L’INTERO guardaroba di Lily Collins.

Biancaneve e i Sette Nani

Buonasera a tutti, amici lettori.

Come vi avevo anticipato precedentemente, da poco ho ripreso in mano le vecchia rubrica “Disney in pillole”, con la promessa e l’impegno di farne un progetto un po’ più concreto e – soprattutto – più duraturo del precedente.

Per chi si fosse perso l’introduzione al magico mondo dei Classici Disney potrà andarla a recuperare al seguente link: https://polveredistellewordpresscom.wordpress.com/2020/10/07/pillole-disney-ricominciamo/.

Oggi, invece, parlerò proprio del primo lungometraggio prodotto dal caro vecchio Walt, ossia “Biancaneve e i Sette Nani”.

Non essendo io una critica cinematografica e ritenendomi priva degli strumenti adeguati per offrirvi un’analisi tecnica ben dettagliata ed accurata dei film di cui via via parlerò nel corso di questa rubrica, mi limiterò a parlarne da profana, sperando in ogni modo di catturare il vostro interesse e la vostra curiosità fornendovi anche qualche piccola chicca di cui, magari, non eravate al corrente.

Dunque, cominciamo.

“Biancaneve e i Sette Nani” il primo lungometraggio della Walt Disney Productions, diretto da David Hand, prodotto da Walt Disney e distribuito dalla RKO Radio Pictures. Il film, uscito nel 1937, si basa sull’omonima fiaba dei fratelli Grimm, seppur offrendone una rappresentazione un po’ meno cruda ed assai più idilliaca dell’originale.

Primo lungometraggio ad essere girato unicamente a colori, fu proiettato in anteprima il 21 dicembre del 1937 al Carthay Circle Theatre di Los Angeles ed arrivò in Italia solamente un anno dopo, già record di incassi dopo pochi mesi dalla sua uscita.

TRAMA (ATTENZIONE, CONTIENE SPOILERS)

Difficilmente troverò fra i lettori qualcuno che non conosca la trama di questo classico intramontabile ma, a scanso di equivoci, facciamo un ripasso.

Biancaneve, bellissima principessa rimasta ormai orfana, vive in uno splendido castello con la sua perfida matrigna Grimilde, donna dall’animo oscuro e corrotto che, ossessionata dal proprio aspetto fisico e gelosa della bellezza della fanciulla, la tiene segregata all’interno del palazzo, vestita di stracci e costretta a vivere come una sguattera.

Biancaneve, tuttavia, non si perde d’animo e nonostante le continue angherie da parte della matrigna si mostra sempre allegra e sorridente, sognando durante le faccende domestiche d’incontrare, un bel giorno, il suo grande amore.

Un giorno, però, Grimilde si ritrova come sempre a consultare il proprio Specchio Magico, portavoce della sua bellezza, e quest’ultimo la pone di fronte ad un’inattesa quanto sgradita verità: è Biancaneve, ormai cresciuta, la fanciulla più bella del reame e non più la crudele regina, come era un tempo.

Grimilde, furiosa di rabbia e gelosia, ordina così ad un cacciatore di portare nel bosco Biancaneve e di porre fine alla sua vita, recando con sé come prova del fatto un cofanetto contenente il cuore della giovane.

Tuttavia, una volta giunto nel bosco con la fanciulla, l’uomo non ha il coraggio di portare a termine il compito e spinge così Biancaneve a fuggire via e a non tornare mai più a palazzo, rivelando così l’oscuro piano della malvagia matrigna.

In un primo momento smarrita, Biancaneve trova presto il coraggio di andare avanti ed in compagnia di alcune amichevoli creature della foresta – ricordiamo l’innata capacità della fanciulla di comunicare con gli animali attraverso il canto – riesce a raggiungere una casetta spersa nel profondo dei boschi, nella quale entra incuriosita e decide di soffermarsi per riposare.

La casetta, come ben sappiamo, è la dimora di sette nani minatori che, una volta rientrati dal lavoro, rimangono sorpresi dalla presenza di una fanciulla tanto bella e pura, addormentata nei loro minuscoli letti. Una volta raccontata loro tutta la storia, Biancaneve riesce a convincere i nanetti ad ospitarla a casa loro per proteggerla dalla regina e le cose sembrano così andare per il verso giusto, fino a quando la perfida Grimilde non scopre grazie al magico potere del suo Specchio che la fanciulla è ancora viva e che il cuore che il cacciatore le aveva portato come prova della propria lealtà era, in verità, nient’altro che il cuore di un cinghiale.

La donna, a quel punto, sfodera le proprie arti magiche che utilizza per trasformarsi in una vecchia mercante di frutta; poi, sempre con la propria magia, trasforma una semplice mela in un pomo avvelenato, capace di far crollare chiunque in un eterno sonno di morte dopo un singolo morso. La vecchia, scoperto il rifugio della fanciulla, attende che i nani si allontanino per far visita a Biancaneve, la quale impietosita di fronte alla richiesta di una (all’apparenza) povera vecchina in difficoltà, accoglie ben volentieri Grimilde all’interno dell’abitazione – nonostante le continue raccomandazioni dei nani di tenere qualsiasi sconosciuto fuori dalla porta.

Con l’inganno, Grimilde convince Biancaneve ad assaggiare la mela avvelenata e la fanciulla, di fatti, cade a terra priva di vita dopo appena un primo morso.

La regina è ormai certa di aver vinto e di poter tornare ad essere ancora una volta la fanciulla più bella del reame, ma i nanetti – allertati dalle creature del bosco che, durante la visita di Grimilde, avevano assistito al tragico fatto – corrono immediatamente a darle la caccia e la donna, durante la fuga, finisce per scivolare lungo un dirupo e muore davanti agli occhi impietriti dei suoi inseguitori.

I sette nani, rientrati a casa, piangono disperati la morte della dolce Biancaneve e contrariamente da quanto avesse sperato la regina scelgono di non seppellirla, deponendola piuttosto all’interno di una bara di cristallo posta proprio in mezzo al bosco, così che la sua bellezza possa essere ancora ammirata da tutti, persino dopo la morte.

È proprio in quel momento che, a cavallo del suo maestoso destriero, giunge al cospetto di Biancaneve il principe azzurro che tanto tempo prima ella aveva incontrato e del quale si era così profondamente innamorata; egli, venuto a sapere della tragica morte della fanciulla, voleva vederla un’ultima volta e porgerle un estremo saluto, e incantato da una bellezza che neanche il sonno eterno era riuscito a deturpare, pronuncia il suo addio solenne con un tenero bacio appena posato sulle sue labbra.

La principessa, a quel punto, si ridesta dal proprio sonno incantato, un incanto spezzato dal potere ineluttabile di un primo, sincero bacio del vero amore.

I nani gioiscono ed il principe, lieto di aver ritrovato dopo così tanto tempo il proprio amore ormai temuto perso, prende in braccio Biancaneve e l’adagia dolcemente sul proprio cavallo bianco, conducendola al proprio palazzo e verso un lieto – quanto mai prevedibile – “E vissero tutti felici e contenti”.

PERSONAGGI

Come ogni fiaba che si rispetti, questo racconto ha per protagonisti un eroe (in questo caso, un’eroina) principale, un’antagonista, diversi aiutanti ed ulteriori personaggi secondari.

Analizziamoli assieme.

BIANCANEVE è – manco a dirlo – la protagonista del racconto, nonché l’eroina della nostra storia.

Trattandosi di un cartone risalente agli anni ’30 non possiamo aspettarci che la protagonista incarni alla perfezione i valori fieramente affermati dal femminismo moderno. Biancaneve, infatti, rimane un personaggio decisamente passivo, vittima degli eventi e mai attrice in prima persona, si limita a subire le effettive conseguenti alle azioni di chi le sta intorno e non fa mai veramente qualcosa di attivo per sconvolgere gli ordini della sua esistenza.

La fanciulla rappresenta fedelmente il classico stereotipo della principessa del focolare, bellissima e talmente pura di cuore da far trapelare all’esterno tutto il proprio candore, ed il cui sogno nel cassetto è incontrare finalmente il proprio principe azzurro e cavalcare nel tramonto assieme a lui, in groppa al proprio destriero dal manto bianco come la sua pelle.

Non agisce mai direttamente sugli eventi, non fa mai un primo passo e sin dall’inizio del film si percepisce il suo ruolo di “donzella in difficoltà” (per citare un altro fantastico classico di animazione), una ragazza destinata da principio ad incontrare ostacoli dai quali riuscirà ad uscire solamente grazie al prezioso contributo dei suoi co-protagonisti.

In sostanza, è la principessa che deve essere salvata.

Ed è pur vero che la nostra Biancaneve riesce persino a tener testa a quei 7 svogliati, pigri e disordinatissimi minatori, ma lo fa sempre senza mai discostarsi dal proprio ruolo di cura, mostrandosi più come una mammina attenta e premurosa, seppur talvolta un po’ severa.

Non possiamo, comunque, biasimare la Disney più di tanto: il film trae ispirazione da una fiaba del 1800 ed eravamo pur sempre nel primo dopo guerra, un periodo in cui sicuramente non si poteva parlare di emancipazione femminile, quanto meno non negli Stati Uniti.

Se devo essere sincera non impazzisco per il personaggio di Biancaneve, ma credo che sia perfettamente coerente con il contesto storico e narrativo in cui si colloca, per cui non me la sento di criticarla troppo.

In fin dei conti, le vogliamo bene proprio perché è così.

GRIMILDE, altrimenti nota come la “Regina Cattiva”, è ovviamente l’antagonista della nostra principessa e dato il ruolo che ricopre non può che essere caratterizzata da aspetti in netta contrapposizione con quelli dapprima analizzati nel personaggio di Biancaneve.

Il suo aspetto è maestoso e regale, viene da subito descritta come una donna bellissima ma al contrario di Biancaneve la sua è una bellezza superficiale, un velo dietro al quale si cela un’oscurità inimmaginabile e pericolosa. La sua “pomposità” appare come un netto contrasto alla semplicità e al candore di Biancaneve, la cui purezza è tale da risvegliare in Grimilde una gelosia cieca che la porterà in primo luogo a strappar via la principessa dalla propria vita di palazzo ed infine, come ben sappiamo, a desiderare la sua morte pur di ottenere il primato di donna più bella dell’intero reame.

Osservando la pellicola adesso, in età adulta e con un bagaglio culturale superiore a quello della mia infanzia, non mi sfugge la caratterizzazione inevitabilmente maschilista di questo personaggio, una donna talmente ossessionata dal proprio aspetto da non accettare rivali ed essere, anzi, disposta a fare qualsiasi cosa pur da eliminare chiunque possa mettersi in mezzo fra le ed il proprio primato di bellezza. Il messaggio finale, comunque, è poco fraintendibile: “La vera bellezza non è quella esteriore, bensì quella dell’anima.”

IL CACCIATORE è un personaggio secondario – lo vediamo letteralmente per cinque minuti nel corso di tutta la pellicola – eppure il suo è un ruolo chiave, dal momento che è proprio il suo gesto di ribellione nei confronti della regina, la scelta di non uccidere Biancaneve, a ribaltare le sorti della vicenda.

Per il resto, in effetti, non è che faccia poi molto e credo che non meriti neppure una grande considerazione, visto lo scarso spessore caratteriale che mostra durante le sue poche scene, ma è comunque interessante vedere come un personaggio all’apparenza tanto insignificante possa essere così importante all’interno della storia.

La magia ed il potere della narrativa.

IL PRINCIPE AZZURRO, il cui nome è per lo più ignoto alla maggioranza ma che il merchandising ha da qualche tempo a questa parte confermato essere Florian, è un personaggio di fatto inutile nonostante alla fine sia praticamente lui il vero responsabile del risveglio di Biancaneve.

Sì, lo so che sono un tantino ingiusta con lui… Ma non si può certo dire che il suo sia un ruolo di grande importanza nel corso del film, il massimo che lui fa è comparire all’improvviso mentre Biancaneve canta nel pozzo, rincorrerla un po’, cantare con lei di quell’amore a prima vista che li vede protagonisti e poi andarsene, per non far più ritorno se non alla fine del film.

Di fatto, inutile.

Un aspetto positivo, però, mi sento di evidenziarlo: non si può certo dire che Florian sia un esempio di mascolinità tossica e questo è buono, perché di stereotipi anti-femministi ce ne saranno parecchi nel corso degli anni e per essere il primo lungometraggio Disney, tutto sommato, direi che possiamo pure ritenerci soddisfatti.

I NANI sono, a tutti gli effetti, i veri eroi di questa storia.

Inizialmente presentati come un gruppetto di bifolchi dai tratti più o meno vari e caratteristici, nel corso del film mostrano di affezionarsi molto a Biancaneve, prendendosi cura di lei, ospitandola e difendendola dal pericolo della matrigna mentre lei – stereotipicamente, mi verrebbe da dire – lava, cucina, rammenda e pulisce la casa rendendola un luogo finalmente abitabile, cosa che evidentemente sette uomini che lavorano tutto il giorno non erano in grado di fare da soli.

Alla fine sono proprio loro i veri salvatori di Biancaneve, coloro che avevano sempre cercato di proteggerla da Grimilde e che dopo che quest’ultima era riuscita nel suo malefico intento di avvelenare la principessa le corrono dietro, conducendola fino alla propria – seppur accidentale – morte. Sono inoltre loro che, dopo la morte della regina, scelgono di non seppellire Biancaneve e di tenerla al sicuro dentro ad una bara di cristallo, favorendo così l’arrivo del principe Florian.

Si potrebbero definire degli ottimi alleati e la loro caratterizzazione li rende elementi comici di fondamentale importanza all’interno della pellicola.

Non bisogna poi dimenticarsi dei vari ANIMALETTI DEL BOSCO amici di Biancaneve, anche loro figure comiche di spessore ed ottimi alleati della principessa. Sono infatti loro che comunicano ai nani il fatto che la principessa sia stata avvelenata, dopo aver tentato in primo luogo di metterla in guardia circa le reali intenzioni di Grimilde, comparsa sotto forma di vecchia mercante alla porta di casa dei sette nani.

TECNICHE DI REALIZZAZIONE

Fatta eccezione per i sette nani e gli animali del bosco, tutti i personaggi vennero stilizzati ed animati con la tecnica del rotoscopio, la quale prevedeva la fedele ritrasmissione animata – fotogramma per fotogramma – di una pellicola già precedentemente girata in forma di live action, ossia con attori in carne ed ossa che recitavano la parte del personaggio da animare.

Va però detto che non tutti gli animatori che all’epoca lavoravano nel settore approvavano questo genere di tecnica, per cui alcuni di loro scelsero di non affidarsi ad essa nel percorso di animazione di loro competenza – per esempio, questo fu il caso di Art Babbit, responsabile dell’animazione di buona parte delle scene di Grimilde.

Il personaggio di Biancaneve, inizialmente ispirato alla figura di Betty Boop, è stato in realtà uno degli ultimi ad essere realizzato graficamente: l’animatore Hamilton Luske, nel tentativo di darle un aspetto più realistico e convincente, si ispirò in un primo momento ai lineamenti spigolosi dell’attrice Ginger Roberts, salvo poi virare su una rappresentazione un po’ più elegante, molto simile alle tipiche illustrazioni dei libri di fiabe. Le pose per il rotoscopio, poi, vennero affidate a Marjorie Belcher, figlia di un noto maestro di ballo dell’epoca.

Una foto di Marjorie Belcher durante le riprese per l’animazione di Biancaneve

Per la parte di Grimilde, invece, gli animatori Albert Hunter e Joe Grant si ispirarono all’attrice Joan Crawford, mentre per il suo alter ego malvagio trassero la propria ispirazione dal film “Dottor Jekyll e Mister Hyde”; inoltre il suo aspetto fisico su modellato ad esempio della celebre statua della margravia Uta di Ballenstedt, sita all’interno del duomo di Naumburg, in Sassonia. L’idea degli animatori fu quella di creare un personaggio crudele e malizioso, ma allo stesso tempo bella ed austera, un po’ come le maghe protagoniste di antichi racconti e leggende (come, ad esempio, la Maga Circe o la Fata Morgana).

Anche lei, come la sua controparte, sarà di ispirazione per tutte le future antagoniste femminili del mondo dell’animazione – non solo quelle Disneiane.

Uta di Naumburg, la statua che ispirò gli animatori di “Biancaneve” per la creazione di Grimilde

Anche i nani videro una lunga fase di elaborazione, la quale portò pian piano alla ben dettagliata rappresentazione caratteriale di ognuno di loro. Vennero scelti dei nomi che rispecchiassero alla perfezione le loro diverse personalità – a differenza della fiaba originale, nella quale i minatori sono conosciuti solamente come “i sette nani” – e per ogni nano furono studiate tutte le possibili sfumature affinché queste potessero spiccare nel miglior modo possibile.

Il disegno dei nani fu completato e rifinito nei minimi dettagli e vennero distribuiti centinaia di bozzetti, affinché ogni singolo animatore, pittore ed artista rispettasse fedelmente la rappresentazione grafica dei personaggi.

Gli animatori, inoltre, trovavano che le sopracciglia di Walt Disney fossero molto espressive e divertenti, pertanto venne deciso che tutte le sopracciglia dei nani sarebbero state modellate seguendo quelle dello stesso Disney, fatta eccezione per Gongolo al quale vennero disegnate due folte nuvole bianche.

CURIOSANDO QUA E LA:

  • Inizialmente Walt Disney credeva che la pellicola dovesse ruotare principalmente attorno alla figura dei sette nani, i quali avrebbero dovuto avere nomi e personalità differenti, al contrario di quanto avviene nella fiaba originale. Vennero buttate giù diverse idee di trama, una delle quali prevedeva un maggior numero di gag comiche ed un ruolo di maggiore spicco per il principe Florian, ma poi le scelte virarono definitivamente su quella che oggi conosciamo.
  • Il castello della regina Grimilde, il cui profilo esterno appare nella prima scena del film, è ispirato al castello di Neuschwanstein, fatto costruire dal re Ludwig II di Baviera.
Il Castello di Neuschwanstein vs. IL Castello di Grimilde
  • Le canzoni del film furono composte da Frank Churchull, Larry Morey, Paul J. Smith e Leigh Herline.  Poiché all’epoca la Disney non aveva una propria casa editrice musicale, i diritti per la pubblicazione vennero gestiti da Bourne &Co ed ancora oggi ne è detentrice, dal momento che la Disney non riuscì mai a riacquistarli. Pertanto, “Biancaneve e i Sette Nani” è stato il primo film americano ad avere un album con colonna sonora originale pubblicato in concomitanza con l’uscita del film.
  • Il film è stato aggiunto al National Film Registri degli Stati Uniti nel 1989, in quanto “culturalmente, storicamente o esteticamente significativo”.
  • Esistono varie rappresentazioni di Biancaneve all’interno nei videogiochi: la prima venne fatta per Atari 2600, senza essere tuttavia mai ufficialmente pubblicata; un altro videogioco fu pubblicato per il Game Boy Color e la rappresentazione più celebre è certamente quella di Kingdom Hearts, videogioco per Playstation 2.
  • Durante la prima uscita del film venne pubblicata anche una sua versione a fumetti, più fedele alla sceneggiatura originale dove il principe Florian aveva un ruolo più importante.
  • Esistono poi molteplici rappresentazioni cinematografiche e televisive della fiaba di Biancaneve, nessuna delle quali a marchio Disney. Fra quelle invece prodotte dalla stessa azienda, ricordiamo la serie animata “House of Mouse” dove tutti i personaggi dei classici Disney si riuniscono all’interno del Topoclub, e “Disney Descendants”, una serie live action i cui protagonisti sono i figli dei più importanti cattivi dei cartoni; qui Biancaneve ha solamente un breve cammeo, mentre ricorre più frequentemente il personaggio di Grimilde, conosciuta solo come “Strega Cattiva”.
Le Regina Cattiva rappresentata nel film Disney “Descendants”
  • Nonostante siano stati fatti dei casting per la voce di Cucciolo e fosse stato scelto infine il doppiatore originale di Bugs Bunny, alla fine i produttori del film optarono per la scelta di rendere il nanetto muto, non del tutto soddisfatti della resa finale del doppiaggio.
  • Durante la proiezione del film alla Radio City Music Hall di New York diversi bambini, terrorizzati dalla scena di Biancaneve spersa nel bosco, si fecero la pipì addosso e per questo motivo fu necessario sostituire molti fra i sedili di velluto della platea.
  • In principio, quando Walt Disney iniziò a lavorare a questo nuovo progetto, nessuno credeva che potesse essere davvero un successo e per riuscire a finanziare il film Disney dovette richiedere numerosi prestiti, persino ipotecare la casa. Tutti erano convinti che “Biancaneve e i Sette Nani” sarebbe stata la rovina di Disney, tanto da soprannominare il progetto come “La Follia Disney”.  Inutile dire che, alla fine, le cose andarono davvero alla grande.
  • Dato il grandissimo successo conquistato da Biancaneve era stato progettato anche un cortometraggio sequel, dal titolo “Snow White Returns”. Tuttavia, il film non lasciò mai la fase di pre-produzione e Walt Disney decise infine di accantonarlo.
  • Durante la produzione del film, Walt Disney aveva creato una sorta di piccolo zoo nel lotto dove gli animatori lavoravano, così che potessero sempre avere sotto gli occhi un esempio vivente di ciò che dovevano disegnare.
  • Biancaneve è uno dei pochi personaggi Disney ad essere stato onorato con la Stella della Hollywood Walk of Fame su Hollywood Boulevard. Tra gli altri troviamo Topolino, Paperino, Winnie The Poohe recentemente anche Minnie.
  • Durante la prima alCarthay Circle Theater di Los Angeles, tra gli spettatori c’era anche il grande attore Charlie Chaplin, il quale il giorno dopo dichiarò che Cucciolo era “uno dei più grandi comici di tutti i tempi.”
  • Secondo alcune teorie, i sette nani rappresenterebbero i sette effetti collaterali dovuti all’uso di cocaina, nello specifico: lo stordimento (Cucciolo), l’irritabilità da astinenza (Brontolo), il naso che cola e starnutisce (Eolo), l’atteggiamento schifo (Mammolo), l’euforia (Gonogolo), la sonnolenza (Pisolo) ed il senso di onnipotenza (Dotto).
Sì, questa cosa non so davvero come prenderla…

Bene, qui concludiamo questa prima puntata di “Disney in Pillole”.

Fatemi sapere che cosa ne pensate, se avete qualche critica da fare (se costruttive, sono sempre bene accette) o ulteriori aggiunte, o semplicemente ditemi che cosa pensate di questo primo classico Disney.ù

Ci risentiamo fra un mese con il film “Pinocchio”.

“Per un bell’abito Olga perse le penne” – Recensione

È un libro decisamente particolare quello di cui sto per parlarvi, una nuovissima pubblicazione dell’autrice Alessandra Marcotti, che ho avuto la fortuna di conoscere grazie al mio Blog (potete trovare il suo qui).

Ho avuto modo di constatare con i miei stessi occhi la bravura e la capacità di Alessandra nel penetrare le emozioni più profonde dell’animo umano e per questo ho deciso di fidarmi e di acquistare il suo racconto a scatola chiusa, senza alcuna garanzia circa la qualità effettiva dell’opera che stavo comprando.

Fortunatamente le mie speranze sono state ben riposte ed i soldi ben spesi, così quest’oggi mi ritrovo qui a condividere con voi lettori la piacevole esperienza vissuta grazie a questo libro, augurandomi di suscitare il vostro interesse e quella stessa curiosità che mi ha portato ad intraprendere la lettura.

TRAMA

Olga, una donna di imprecisata età ed ormai non più bella ed avvenente come in passato, si ritrova a rimpiangere se stessa e ciò che è stata, seduta nel proprio appartamento ed in attesa nell’ennesimo cliente. Il suo lavoro, la professione più antica di questo mondo, sembra essere rimasta l’unica cosa che ancora riesce a dare un senso alla sua vita che, lentamente, scorre inesorabile verso la propria fine.

Ignazio, il suo migliore cliente, sogna una nuova vita che possa finalmente concedere lui un po’ di pace e di ristoro, almeno per gli ultimi anni della propria esistenza. L’uomo, che chiaramente pensa ad Olga come a qualcosa di più di una semplice meretrice con cui condividere poche ore di compagnia all’anno, le chiede di accompagnarlo verso la sua nuova vita e di trasferirsi assieme a lui, così che entrambi possano ricominciare da capo lontano dalla propria casa, magari ritrovando se stessi ed un po’ di serenità nonostante i tanti anni sulle spalle ed i numerosi rimpianti collezionati nel corso della propria vita.

Ed Olga, in maniera del tutto inattesa persino per se stessa, accetta.

[Non intendo soffermarmi a lungo sulla trama, perché il libro è molto breve e rischierei veramente di rovinarvi il finale. Se volete sapere che cosa accade, dunque, non vi resta altro che acquistarlo.]

RECENSIONE

La cosa che ho maggiormente apprezzato di questo racconto è, senza ombra di dubbio, lo stile di scrittura.

Come anticipato, avevo già avuto modo di valutare la bravura di Alessandra leggendo qualche suo post sul blog, ma per la prima volta ho avuto davvero la possibilità di apprezzarlo fino in fondo, attraverso la fluida e sensibile narrazione di questo piccolo romanzo.

La tecnica di scrittura di Alessandra è, passatemi il termine, alquanto sofisticata ed elegante, in una maniera che comunque non risulta mai troppo pomposa e presuntuosa, quanto piuttosto dotta e sensibile. Le pagine scorrono senza difficoltà, la scrittura è fluida e per niente pesante, non è mai troppo faticoso andare avanti con la storia, che essendo per altro molto breve non annoia ma, anzi, appassiona in fretta e rapisce il lettore molto velocemente.

Una critica che mi sento di muovere è, tuttavia, legata all’editing del racconto: Ho trovato l’impaginazione forse un po’ troppo “pesante”, i periodi un po’ troppo attaccati e la cosa fa un po’ perdere di bellezza al racconto, il cui bello stile viene decisamente penalizzato da un’impaginazione un po’ troppo grossolana.

Nulla che, comunque, non possa essere risolta con una veloce opera di editing.

Come ho già detto, uno dei pregi più evidenti della scrittrice è la sua innata sensibilità, l’empatia e la vivacità di pensiero; si capisce, leggendo le sue parole, quanto brillante sia la mente di questa ragazza ed al tempo stesso quanto essa sia capace di pensieri profondi, talvolta persino cupi e “macabri”, come questo breve racconto sa dimostrare perfettamente.

La lettura di questo romanzo è stata senza dubbio un’esperienza intensa, poiché di fattura completamente differente rispetto alle classiche storie d’amore o ai romanzi di formazione che son solita leggere. Si tratta di un’opera particolare, sicuramente insolita se messa a confronto con ciò che va maggiormente di moda al giorno d’oggi, e per tale motivo merita sicuramente di essere letta.

In molti passaggi lascia sicuramente l’amaro in bocca ma non deprime, non lascia addosso un perenne senso di tristezza ma permette di soffermarsi a riflettere su aspetti importanti della vita di ognuno, su tutte quelle cose talvolta date per scontato o apparentemente banali di cui, spesso, tendiamo a sottovalutare l’importanza.

Come ho già detto, si tratta di un’opera inusuale e profondamente sensibile, che non ruba più di un pomeriggio di lettura e che sicuramente offrirà a chiunque vorrà avventurarsi fra le sue pagine notevoli spunti di emozione e riflessione.

Mi auguro di vedere questo libro raggiungere ben presto il successo che si merita e spero anche che Alessandra produrrà nuovamente nuove opere, possibilmente anche più lunghe di questa così da appassionare i lettori ancora più a lungo.