Che cosa è il talento?

Oggi ho ricevuto una recensione a una storia che avevo scritto per il writober, un racconto su Geralt e Yennefer (“The Witcher”, a quanto pare, è veramente il mio luogo di salvezza) che fa parte di una raccolta della quale vado incredibilmente fiera – tanto fiera che quando mio marito me ne ha regalata una copia stampata per Natale, mi sono ritrovata a piangere per la gioia); è stata una recensione che mi ha colpito molto, non solo perché estremamente positiva ma per le parole che la lettrice che l’ha scritta mi ha rivolto.

Nell’elogiare il mio lavoro, lei ha parlato di talento.

Non sono mai stata una di quelle persone convinte di avere un particolare talento in qualcosa: sì, ho sicuramente delle buone doti e qualità, ma di qui a parlare di talento ce ne vuole, anche in campi nei quali mi sento sicura – uno di questi è il canto, per esempio, ma per quanto io sappia di essere brava e di essere stata, in passato, una bimba prodigio, ora penso semplicemente di essere una discreta cantante senza troppe velleità o caratteristiche di rilievo; brava, certo, ma non più di altre e di certo non al punto tale da poter parlare di talento.

Nel mio lavoro sono brava e diligente ma sono sempre stata poco ambiziosa e poi, in ogni caso, per arrivare a una simile consapevolezza professionale ho studiato e fatto formazione, in un settore come il mio non si può certo parlare di talento!

E poi… C’è lei.

La scrittura.

È una delle cose che amo di più, la mia isola felice, principale valvola di sfogo e il mezzo che mi aiuta al meglio a esprimere le mie emozioni; penso di essere abbastanza brava a farlo, ma non so dire se si possa davvero parlare di talento.

Credo che il talento sia una cosa che viene dall’anima e che arriva dritto al cuore delle persone, in una maniera tanto spontanea da sembrare quasi magica. Persone di talento ne conosco e quando ho il privilegio di godere di una delle loro creazioni (sia essa un libro o un racconto, una canzone o un quadro) mi accorgo subito di avere davanti qualcuno di eccezionale, una persona che ha in sé un dono prezioso e al di fuori del comune, qualcosa che non si può sperare di ritrovare in chiunque.

Pensare a un simile concetto accostato a me… Beh, fa strano.

Non credo di meritare una simile considerazione e non lo dico solo perché il mio primo libro ha avuto un tasso di vendita pari a zero, ma perché in generale non sono convinta di essere così brava. Forse dipende dal fatto che mi paragono di continuo alle altre persone e ai loro successi, sentendomi sempre inferiore e – di conseguenza – non degna di elogi o attenzioni; mi porto dietro gli strascichi di un senso di inferiorità e inadeguatezza che non se n’è mai andato veramente, nonostante da anni io faccia di tutto per tirarmi fuori da questo pantano di insicurezza e fragilità – e la scrittura, devo dirlo, mi è molto di aiuto in questo.

Certo, ricevere quella recensione mi ha resa felice.

Molto felice.

E diciamo che mi ha portata a riflettere su alcune cose, prima fra tutte il fatto che in questi ultimi mesi io mi sia dedicata principalmente alle fanficion – mettendo, di conseguenza, da parte la stesura del libro su cui avevo iniziato a lavorare – perché le considero da sempre il mio luogo di conforto, un terreno sicuro sul quale posso permettermi di correre e piroettare senza la paura di cadere. Vorrei andare avanti con la scrittura del mio libro – anzi, dei miei libri – perché muoio dalla voglia di dare vita alle mie molteplici idee e, anche se so che non sarà semplice, mi piacerebbe anche vederle pubblicate… Però continuo a procrastinare, perché – in effetti – ne ho paura.

Ho sempre il timore di non essere così brava come credo e se provassi a scrivere qualcosa di diverso dalle mie fanfiction, probabilmente finirei solo per dare conferma alle mie convinzioni; non ho il coraggio di osare perché ho paura del fallimento e se davvero dovessi fallire, a quel punto che cosa ne farei della mia scrittura?

L’amerei ancora come adesso, oppure diventerebbe un’agonia?

Al tempo stesso, sapere che qualcuno mi considera “un talento” in quello che faccio mi da la forza e il coraggio di fare un tentativo. So che non potrò mai piacere a tutti e che per dieci persone che mi leggeranno e troveranno piacevole ciò che ho scritto ce ne saranno almeno il doppio che lo ignoreranno o lo troveranno di pessimo gusto, ma ciò non vuol dire che io sia un fallimento.

E poi, ho sempre pensato che fossero sufficienti anche pochi lettori fidati per sentirmi una scrittrice realizzata, quindi forse dovrei dare un po’ più di adito ai complimenti che ricevo e credervi un po’ di più, che certe persone in fondo non hanno motivo di dirmi cose tanto belle se non le pensassero davvero.

Non so se ci credo davvero, ma penso di volerci provare.

Alla fine bisogna sempre credere in qualcosa, no?

Per una volta, ho scelto di credere in me stessa… E chissà che, alla fine, non vada davvero bene.

La Gabbia- Silvia Ziche

Quando ho preso in mano per la prima volta questo fumetto, fra gli stand di Lucca Comics 2022, non avevo idea che mi sarei trovata fra le mani un simile gioello: “La Gabbia”, scritto e disegnato da Silvia Ziche (già ampiamente conosciuta come disegnatrice e autrice di numerose storie per “Topolino” e mamma del celebre fumetto “Lucrezia”), è una Graphic Novel del 2022 edita da Feltrinelli Comics, dal sapore agrodolce ed estremamente commovente.

Parlare di legami parentali complessi è sempre molto difficile, ma quando si tratta del rapporto fra una madre e la propria figlia lo è ancora di più: Dopo anni di silenzi e di distacco, Serena si ritrova a dover affrontare la morte della propria madre, un evento al quale non era preparata e che, inevitabilmente, la porta a riflettere sul proprio passato e sulle scelte che hanno segnato la propria vita.

La relazione fra le due non è mai stata semplice: la madre, distaccata e anaffettiva (plausibilmente a causa di una salute mentale precaria), ha portato Serena a sviluppare una forte nevrosi che l’ha portata lentamente a staccarsi dalla famiglia e da tutto il resto, con tutta la fatica e la difficoltà di chi, senza nessuna colpa, si ritrova a portare sulle proprie spalle il peso di intere generazioni di sofferenza.

Lo stile di Silvia Ziche, ironico e pungente, è lo strumento migliore per raccontare il dramma di Serena – un dramma che ricorda, inevitabilmente, quello di molte altre persone. Non è facile raccontare le relazioni genitoriali senza cadere nei cliché, eppure l’autrice ci riesce benissimo: il pregio di questa storia è che non assistiamo a una vera e propria presa di posizione, il lettore non arriva mai a schierarsi da una o dall’altra parte ma viene reso partecipe delle sofferenze di entrambe le protagoniste, a conferma del fatto che quando parliamo di rapporti ed emozioni non esiste bianco o nero ma vi sono migliaia di sfumature centrali.

Nonostante la narrazione in chiave comica, la storia è decisamente toccante e fa leva su aspetti molto complessi delle dinamiche genitoriali, sdoganando finalmente il senso di colpa e la sensazione di fallimento legate al rapporto con il caregiver familiare. Silvia Ziche, attraverso il suo alter ego, ci ricorda che non dobbiamo sentirci in dovere di provare gratitudine nei confronti di chi ci ha fatto soffrire – anche se quel qualcuno è colei che ci ha dato la vita – e, al tempo stesso, rammenta al suo pubblico che anche in momenti così difficili è importante conoscere davvero chi si ha davanti, e apprendere il più possibile sul suo passato perché, molto spesso, il male che ci viene rivolto arriva da un male ancora più grande e già precedentemente inflitto.

Da leggere assolutamente.

Dalla maternità tossica alla violenza ostetrica. Che cosa sta succedendo?

Quando ho letto la storia del neonato di appena 3 giorni morto presso il reparto di maternità dell’ospedale Pertini di Roma, mi sono inevitabilmente chiesta “perché?”.

Perché nel 2022 accadono cose del genere all’interno di un ospedale? Perché una madre sfiancata da 17 ore di travaglio è stata lasciata da sola a occuparsi di una creatura così piccola? E, soprattutto, perché siamo ancora vittime di una visione tossica e pericolosa della madre come essere votato al sacrificio massimo, talmente devota alla propria prole da annullare se stessa in virtù del bene di qualcun altro?

Non sono ancora del chiare le dinamiche che hanno portato al verificarsi di una simile tragedia: i giornali hanno da subito riportato l’evento come una “leggerezza” della madre che, esausta dopo un lungo travaglio, si è addormentata mentre il bambino stava ancora poppando e lo ha soffocato nel giro di poco tempo, e i titoli dei giornali traboccano di frasi che, seppur non accusando la donna di essere stata direttamente responsabile della morte del neonato, pongono inevitabilmente l’accento sulla debolezza materna piuttosto che sulla negligenza del reparto; il problema, infatti, viene evidenziato solo in seguito, quando le testate giornalistiche iniziano a parlare di quello che, a tutti gli effetti, sembrerebbe essere un vero e proprio atto di negligenza da parte degli operatori sanitari.

Sembra in realtà che gli accertamenti siano ancora in corso e che l’ipotesi del soffocamento non sia l’unica a essere stata vagliata; si parla, in effetti, di un ipotetico caso di SIDS (Sudden Infant Death Syndrome) che nulla avrebbe a che vedere con il soffocamento, una fatalità che nessuno avrebbe potuto evitare – e aihmé, neanche troppo raro come evento – e per la quale nessuno avrebbe alcun genere di responsabilità.

Certo, se così fosse, magari i giornali avrebbero potuto evitare di diffondere certe notizie prima di conoscere la verità; forse parlare di “madre che si addormenta” (come se fosse una colpa subire la stanchezza) e “neonato morto soffocato” è un tantino indelicato, e non fa che incrementare il già sufficientemente alto senso di colpa della madre.

Una confermata SIDS plausibilmente solleverebbe il personale medico e sanitario da qualunque tipo di colpa, perché in fin dei conti nessuno è in grado di prevenire o evitare una sciagura simile, ma dopo quanto è stato dichiarato dalla donna e dal marito di quest’ultima, è davvero possibile ignorare ciò che accade regolarmente nei reparti di maternità del nostro paese? Davvero possiamo continuare a ignorare l’enorme elefante rosa nella stanza?

Io madre non lo sono e, dunque, non ho nessuna esperienza in merito di parto e gravidanza.

Ho però, come tutti credo, un discreto numero di conoscenze femminili che dalla sala parto ci sono passate e se per molte di loro l’esperienza del parto è stata tutto sommato positiva, altre hanno raccontato storie che mi hanno lasciata letteralmente sgomenta, a cominciare dal trattamento ricevuto da parte delle ostetriche.

Io non so se qualcuno di voi sia familiare con il concetto di “violenza ostetrica”; sembra quasi un mito o una leggenda metropolitana, io stessa facevo fatica a immaginare che potesse essere reale, perché dopo tutto se sei ostetrica dovrebbe essere nel tuo interesse fare nascere un bambino nel massimo rispetto di sua madre, ma si tratta di un fenomeno estremamente diffuso e, a quanto leggo in giro, temo sempre più in crescita.

È una violenza che può manifestarsi attraverso molteplici forme: possono essere frasi sgarbate, urla, parole pronunciate senza gentilezza o empatia; possono essere manipolazioni aggressive e persino violente durante il travaglio – sempre, comunque, accompagnate da esternazioni verbali tutt’altro che simpatiche; possono essere, infine, ravvisate nell’insistente spinta all’allattamento sin dai primi istanti di vita del neonato (anche se fa male, anche se prevalgono la stanchezza e la depressione), accompagnata da un denigrante giudizio d’incapacità nel caso in cui le cose non vadano come dovrebbero.

L’esperienza di chi subisce questa forma di maltrattamento è devastante e, purtroppo, non sono poche le donne che lo raccontano (almeno il 21% delle donne dichiara di averla subita, i dati sono facilmente consultabili sul sito di OVOItalia, Osservatorio sulla Violenza Ostetrica); se a questo, poi, aggiungiamo le sempre maggiori restrizioni di molti reparti ospedalieri, allora la situazione diventa ancora più grave.

Il così detto Rooming In, pratica che permette di tenere il neonato con sé h24 sin dal primo giorno di vita (a differenza del nido, che prevedeva la convivenza fra madre e bambino solo in alcuni momenti della giornata, fra cui quelli fondamentali dei pasti) può essere utile, ma al tempo stesso rischia di essere un’arma a doppio taglio, come potenzialmente lo è stato nel caso del bambino morto a Roma. Dopo il travaglio, infatti, è utopistico aspettarsi che la madre non sia stanca e bisognosa di riposo ed è, a mio avviso, abbastanza rischioso non concederle un po’ di tempo da sola con se stessa; nessuno nega che il legame fra madre e figlio sia importante, ma forse durante i primi giorni di vita la donna ha necessità di riposare e di lasciare che sia qualcun altro (qualcuno di molto più lucido e preparato di lei) a occuparsi del piccolo fintanto che lei non ne ha le forze.

Ovviamente non è una pratica obbligatoria, ma nel momento in cui viene effettuata dovrebbe essere costantemente osservata da infermieri ed ostetriche, così che la donna non venga mai lasciata da sola con il proprio bambino – perché non ci si può aspettare che un essere umano, dopo un simile sforzo, sia in grado di occuparsi di se stesso e di un’altra creatura senza alcun supporto. Perciò sì, ben venga il Rooming In ma solo se si ha la certezza di non essere abbandonati, e il problema è che a discapito di quanto vogliano farci pensare, il personale sanitario non è ovunque sufficiente a permettere che una simile pratica venga svolta in totale sicurezza.

Nel caso della madre di Roma, per esempio, non c’è stata alcuna sicurezza: nessun supporto, nessuna alternativa a quella convivenza forzata, neanche la presenza del padre è stata una garanzia – e su quest’ultimo aspetto c’è da dire, inoltre, che dai tempi della pandemia è diventato sempre più difficile permettere ai padri di rimanere al fianco delle proprie compagne nei giorni successivi al parto.

Arrivati a questo punto, se anche arrivassimo al punto di riconoscere che nessuno può essere considerato responsabile della morte di quel neonato, come è possibile continuare a vivere ignorando il problema?

Nessuno che non ci sia passato ha una vaga idea di cosa comporti il dolore del parto, ma viene spontaneo immaginare che dopo un’esperienza simile a una donna possa venire la necessità di fermarsi a riposare, specialmente poi se quel dolore si è protratto per uno spropositato numero di ore (mia madre mi ha avuta dopo 2 giorni di travaglio, quindi non stiamo parlando di tempi brevi), e allora perché il personale sanitario spesso manca di empatia e comprensione nei confronti delle neo madri? Perché sminuire il bisogno di riposo, insistere su un modello irrealistico di maternità invincibile, come se mostrarsi fragili o avere bisogno di aiuto possa essere in qualche modo indice di scarsa capacità genitoriale?

Non è di questo che abbiamo bisogno, non serve un’ideale di maternità invincibile e indistruttibile, poiché nessuna di noi è in grado di raggiungerlo e gli “insuccessi” (quelle normali e comprensibili fragilità) non possono che contribuire ad accrescere il malessere e la frustrazione di tutte quelle madri che non si sentono all’altezza di un modello fin troppo lontano dalla realtà.

Quali siano le soluzioni per risolvere questo enorme problema, aihmé, non lo so.

Sicuramente dovremmo partire da una decostruzione della maternità, smettere di vederla come un esempio di virtù e sacrificio, e imparare a trattarla come un normale aspetto della vita di una donna – senza contare, inoltre, che la genitorialità la si vive in due e che essere padri significa condividere il medesimo fardello e le medesime responsabilità della controparte femminile.

E poi – e questo è il lavoro più difficile – spetterebbe allo stato venire incontro alle famiglie in momenti come questo, rinforzando il sistema ospedaliero e facendo sì che nessun reparto debba mai rimanere scoperto, senza persone competenti in grado di offrire supporto a chi ne ha bisogno.

Infine, bisognerebbe imparare ad accettare che chiedere aiuto – e offrirlo – non è segno di debolezza.

Perché essere madri deve essere una gioia.

Mai un martirio.

“Mad Max- Fury Road”. Quel femminismo passato (non del tutto) inosservato

Dopo che mio marito mi ha tartassato per mesi con la tiritera “Devo assolutamente farti vedere Mad Max, sono certo che ti piacerà un sacco!”, qualche settimana fa mi sono finalmente convinta ad ascoltarlo e mi sono dedicata alla visione di quello che, devo riconoscerlo, è senza dubbio uno dei migliori prodotti che il cinema Hollywoodiano ci abbia regalato negli ultimi anni – del resto, ha anche diversi Oscar che possono confermare la veridicità della mia affermazione.

All’inizio non capivo perché il coniuge mi proponesse questo film con tanta insistenza, visto che di base non sono mai stata un’amante del genere d’azione e avevo la sensazione che questa pellicola fosse semplicemente l’ennesimo blockbuster di dubbio gusto da guardare quando si ha semplicemente bisogno di staccare il cervello, ma in realtà mi sbagliavo di grosso; dietro alla facciata così meravigliosamente aggressiva e “tamarra” (scusatemi, ma non riesco a trovare un termine migliore per descrivere un film nel quale, durante gli inseguimenti in mezzo al deserto, un tizio suona una chitarra elettrica fiammeggiante su di un enorme camion pieno di spuntoni) di questo film, c’è una struttura assai meno semplice di quanto si possa pensare e, soprattutto, un messaggio tutt’altro che banale.

Mi è bastato arrivare appena alla metà del film per realizzarlo: Mad Max è un film PALESEMENTE femminista.

E lo è sotto molteplici aspetti, sia per quanto riguarda la trama che da un punto di vista strutturale, e oggi vorrei analizzare con voi tutti gli aspetti che mi hanno portata a sviluppare questa riflessione.

Partiamo, molto più semplicemente, dalla trama.

La storia si svolge in un futuro distopico post-apocalittico, in un luogo che possiamo identificare come l’Australia: a seguito di una tragica guerra nucleare, il mondo è andato quasi del tutto distrutto e gli esseri umani che popolavano la Terra sono stati quasi interamente sterminati.

Le risorse economiche e naturali sono estremamente rare e in mano a pochi Signori della Guerra, uomini di potere che, auto-elettisi come capi di alcune piccole comunità, ne detengono il controllo facendo accordi con le altre tribù in una perenne lotta per la supremazia mondiale. Il protagonista del film, Max (Tom Hardy), è un ex poliziotto in fuga che si ritrova a dover fare i conti con il senso di colpa per la morte della propria famiglia, è più o meno all’inizio del film viene catturato dai guerrieri di Immortan Joe, uno dei più importanti Signori della Guerra in quanto detentore della più rara e preziosa delle risorse: l’acqua.

Al servizio di Immortan Joe ci sono i così detti Figli di Guerra: giovani uomini in maggioranza affetti da problemi di salute legati agli effetti delle radiazioni, il cui compito è quello di combattere per il proprio Signore fino a sacrificare la propria stessa vita, certi di ottenere come ricompensa la gloria eterna e l’accesso nel Whalalla. Per assicurare a questi soldati una buona salute, Max viene utilizzato come “donatore universale”, una sorta di sacca di sangue a cui tenere attaccati gli uomini per tenerli in piedi durante i momenti di crisi.

La vita di Max viene ulteriormente sconvolta dall’incontro con Imperatrice Furiosa (Charlize Therone), una ex Figlia di Guerra che ha deciso di ribellarsi al proprio sovrano portandogli via quanto di più prezioso egli possiede: cinque donne giovani, belle e – soprattutto – fertili, coloro che tutti chiamano “riproduttrici” e il cui compito è quello di procreare con Immortan Joe per dare alla luce futuri figli di guerra, forti e sani – a differenza degli altri guerrieri. Max si ritrova, suo malgrado, a offrire il proprio aiuto a Furiosa e inizia a viaggiare con lei alla ricerca del Luogo Verde, un posto dove la donna e le altre fuggiasche troveranno sicurezza e protezione, finalmente lontane dalla comunità e dal loro aguzzino.

Ora, senza stare ad andare oltre (anche perché non voglio rovinare il finale a chi ancora non avesse visto questo film), mi sembra che già a questo punto sia tutto abbastanza evidente, ma a scanso di equivoci analizziamo.

Se qualcuno di voi conosce “Il Racconto dell’Ancella” – o ha letto il mio precedente articolo sul libro, che vi lascio qui nel caso in cui desideraste darci un’occhiata ( https://polveredistellewordpresscom.wordpress.com/2022/08/22/il-racconto-dellancella-analisi-di-unopera-necessaria-al-femminismo/ ) – forse troverà la trama di “Mad Max” alquanto familiare: non sono pochi i racconti distopici in cui la Terra è stata sconvolta dalla guerra nucleare, ma queste due opere hanno in comune alcuni aspetti decisamente rilevanti.

Prima di tutto, abbiamo la suddivisione in ruoli: in “Mad Max” i Signori della Guerra detengono il potere e possiedono i beni e le risorse che distribuiscono con parsimonia ai propri sudditi, così da esercitare il maggior controllo possibile su di essi; i Figli di Guerra sono, a tutti gli effetti, soldati e a nessuno importa di loro se non in funzione del loro scopo – che, ricordiamo, è quello di combattere fino al sacrificio estremo della propria vita; le donne, infine, sono delle macchine riproduttrici, e il loro unico obiettivo è quello di dare alla luce bambini sani, destinati a diventare i nuovi Figli di Guerra.

Proprio il ruolo delle donne è assimilabile a quello delle ancelle nell’opera di Margaret Atwood: esse sono, infatti, meri strumenti nelle mani dell’uomo che le possiede, e non hanno alcun diritto né alcuna libertà; inoltre, proprio come le ancelle del Racconto, vengono scelte proprio perché belle e ancora fertili, mentre le donne sterili vengono – come scopriremo nel corso del film – ripudiate e relegate a tutt’altro genere di compito.

L’intento delle due opere è chiaramente il medesimo: entrambe ci mostrano una rappresentazione estremamente plausibile di un patriarcato che, in un momento in cui gli equilibri del mondo intero sono stati sovvertiti, si rafforza attraverso l’uso violento del possesso, della guerra e della distruzione.

Il patriarcato ha sempre voluto il potere e, soprattutto, il controllo del corpo femminile; così avviene ne “Il Racconto dell’Ancella” e altrettanto vediamo accadere in “Mad Max”, sebbene in questo caso il controllo si estenda anche agli uomini e alle loro azioni.

Se da un lato le donne sono le principali vittime, dall’altro sono anche il punto di svolta dell’intera storia: è infatti Imperatrice Furiosa a ribellarsi per prima a Immortan Joe e a sottrarre le altre donne al loro destino, ed è proprio il suo incontro con Max a cambiare completamente la vita di quest’ultimo – salvandolo, in un certo senso, dal proprio senso di colpa, o comunque contribuendo in maniera significativa ad alleviarlo; le donne, inoltre, sono le prime a manifestare un interesse genuino per il mondo e per gli esseri umani che incontrano, andando oltre il ruolo che qualcuno altro ha stabilito per lui.

Esse, inoltre, rivendicano sion dal principio la propria libertà: “Noi non siamo cose”, questo il mantra ripetuto continuamente dalle protagoniste femminili di questa pellicola. La contrapposizione fra il patriarcato incarnato in Immortan Joe e il matriarcato delle donne che abitano il Luogo Verde è estremamente significativa: le donne dimostrano di avere un’energia altrettanto potente e potenzialmente distruttiva degli uomini (lo mostrano molto chiaramente andando in battaglia) ma a loro differenza, non hanno alcuna ambizione al potere e alla distruzione.

Gli uomini anelano il controllo, avanzano e distruggono.

Le donne sognano l’armonia, si uniscono e creano la vita.

Se analizziamo, invece, il film da un punto di vista strutturale, non potremo fare a meno di negare che anche in questo caso ci troviamo di fronte a un’opera di stampo chiaramente femminista: sebbene, infatti, il nome del protagonista figuri nel titolo e questi sia indubbiamente un uomo, non è lui a tirare avanti le redini della storia.

Ogni sceneggiatura è costituita da tre atti, un evento scatenante e uno sviluppo che porta alla fine; nel caso di “Mad Max” l’evento scatenante è l’atto di ribellione di Furiosa, una svolta che segna non solo il proprio destino ma anche quello del suo co-protagonista maschile.

Max non è un attore attivo degli eventi, ma li subisce in maniera quasi del tutto passiva: viene rapito, riesce in qualche modo a salvarsi per poi essere nuovamente messo alle strette da Furiosa, e quando decide di unirsi al gruppo delle fuggitive non prende in mano la situazione come farebbe tipicamente (e stereotipicamente) un uomo, ma affianca le fuggitive rispettando sempre le loro scelte e i piani che decidono di seguire.

Persino quando decide di fare le cose a modo suo non prevarica mai sulle altre – e le rare volte in cui ci prova, viene sempre rimesso al proprio posto – e arriva, lentamente, a porsi nei loro confronti come loro pari e non come persona più forte o superiore.

Se osserviamo attentamente lo sviluppo della storia, ci accorgeremo che le cinque riproduttrici non sono affatto personaggi relegati a un ruolo secondario ma co-protagoniste principali in una vicenda che vede come secondario proprio quel personaggio che il film stesso vuole presentare come centrale – a partire proprio dal titolo, che porta il suo nome.

Sempre da un punto di vista meramente strutturale, possiamo notare che le stesse immagini promozionali del film puntano a mostrare i due personaggi (Max e Furiosa) come alla pari: normalmente ci troviamo di fronte a poster in cui la donna occupa uno spazio nettamente inferiore rispetto a quello dedicato all’uomo, qui invece Max e Furiosa condividono gli stessi spazi e, in alcuni di essi, notiamo persino che è l’immagine di Furiosa a saltare per prima all’occhio, quasi a voler evidenziare la sua importanza all’interno della trama.

Infine – cosa non da poco – notiamo che il numero di battute pronunciate da Max è nettamente inferiore a quello di Furiosa: parliamo di appena 52 battute, contro almeno il doppio della donna.

In conclusione, possiamo davvero considerare “Mad Max” un film femminista?

Beh, per me sì.

In primo luogo, perché me lo ha consigliato mio marito e lui sa quanto io sensibile al tema – dunque, non mi avrebbe mai proposto un film spacciandomelo come femminista, se non vi fossero effettive evidenze. E poi, perché il messaggio e la struttura di questa pellicola parlano chiaro, dipingendo il patriarcato assetato di potere come un perfido nemico e rivendicando orgogliosamente il diritto di ogni essere umano (in primo luogo delle donne) a non essere considerati come oggetti nelle mani di qualcuno.

Il mezzo, sicuramente molto scenico, potrebbe all’apparenza sembrare inefficace.

Il risultato finale, però, è decisamente entusiasmante.

Guardare per credere!

2023, eccoci qua

Cari amici e care amiche, buon 2023.

Non so che rapporto abbiate con i bilanci di fine anno e con i nuovi propositi: io, personalmente, ne sono stata schiava per tanti anni, fino a quando non ho realizzato che il guardarmi indietro con lo scopo di tirare le somme dei miei successi e delle sconfitte, e il provare a impormi a tutti i costi nuovi obiettivi da dover rispettare – con il rischio inevitabile di ritrovarmi a fine anno a tenere il conto di tutti quelli che non sono riuscita a portare a compimento – era diventato più che altro uno stress e che, alla fine della fiera, da esso non avrei tratto alcun genere di beneficio.

Quest’anno, dunque, ho scelto di volermi bene e, principalmente, di essere un più magnanima con me stessa: non voglio più rimproverarmi per ciò che non sono riuscita a fare, né sentirmi da meno per una battuta d’arresto, un attimo di distrazione o un periodo di crisi che non mi ha portata a raggiungere i risultati sperati.

Credo che la società in cui viviamo ci abbia in qualche modo condizionati, portandoci a credere che il solo modo in cui possiamo misurare il nostro valore siano i successi ottenuti: una promozione sul posto di lavoro, dei chili persi, una casa acquistata, un libro pubblicato… Tutto ciò che, invece, porta alla mediocrità, viene semplicemente visto come ragione di vergogna.

Eppure, penso io, ci sono così tanti motivi per essere felici e non sempre questi sono direttamente legati alla realizzazione di un successo.

A volte possiamo essere felici e soddisfatti di noi anche se le cose non sono andate bene, anche se non abbiamo ottenuto quella promozione, anche se quel libro è stato respinto o quei maledetti chili di troppo non sono riusciti ad andare giù.

Possiamo essere fieri di noi stessi, semplicemente perché ci abbiamo provato.

Ho scelto di mettere da parte i buoni propositi, per non essere schiava del dovere: non voglio sentire ogni giorno il peso di non aver fatto ciò che avrei dovuto, non voglio rischiare di sentirmi un fallimento perché non sono arrivata al punto in cui avrei sperato, perché non ho scritto il numero di pagine che mi ero imposta in un giorno o perché alla fine del mese non sono riuscita a leggere abbastanza libri.

Non voglio vivere nella prospettiva del successo a tutti i costi, io voglio vivere e basta.

E credo che questo sia il miglior augurio possibile che io possa fare a tutti voi.

Non sempre riesco a star dietro a questo blog quanto vorrei e me ne dispiaccio, ma sempre nel rispetto di questa mia nuova filosofia di vita non voglio impormi niente: so che questo spazio sicuro sarà sempre qui ad aspettarmi e io sarò sempre pronta a correre fra le sue braccia nel momento in cui avrò bisogno di esprimere ciò che sento.

Del resto, nella vita tutti hanno bisogno di certezze.

La mia, rimarrà per sempre la scrittura.

“Morgana – Storie di ragazze che tua madre non approverebbe” RECENSIONE

Strane, incomprensibili, a volte persino pericolose.

Donne imprevedibili e controcorrenti che nessuno vorrebbe avere per amica ma che hanno, indubbiamente, molto da insegnare e su cui far riflettere.

Michela Murgia e Chiara Tagliaferri le chiamano “Morgane”, in onore di quella Morgana sorellastra di Artù da sempre simbolo di ribellione e anticonformismo femminile, così temuta dal genere maschile da meritarsi l’infelice quanto inevitabile appellativo di “strega”.

Nel primo volume di questa serie, pubblicato nel 2019 con il titolo “Morgana – Storie di ragazze che tua madre non approverebbe”, le due autrici raccontano le storie di dieci donne (dodici, se consideriamo tutte le sorelle Bronte) che hanno in comune il loro essere così lontane da tutto ciò che si potrebbe considerare come onorevole e degno di ammirazione. Queste Morgane, infatti, non hanno nulla di esemplare e incarnano, piuttosto, ogni possibile forma di demerito di cui un essere umano potrebbe farsi carico.

Persino le donne più all’avanguardia potrebbero guardarle con disprezzo, provando forse una sorta di sdegno di fronte alla sfrontata emancipazione di queste antieroine così fuori dagli schemi; in un mondo in cui l’idea prevalente del femminismo popolare è quello di una donna che si rivela all’altezza degli uomini che la circondano senza, tuttavia, perdere la propria tipica femminilità, le nostre Morgane affrontano la vita con rabbia, ostilità ed egoismo, caratteristiche che l’immaginario collettivo è solito destinare solo ed esclusivamente al genere maschile.

In questo libro non c’è spazio per la gentilezza femminile, né per la sua tipica vocazione al sacrificio o la naturale spinta all’accudimento: nessuna di queste donne vuole essere considerata un trofeo, un vezzo o una creatura di nobile animo, esse non desiderano compiacere il prossimo ma se stesse, persino al costo di essere disprezzate.

Conoscevo quasi tutte le donne raccontate in queste pagine, ma mi mancavano molti approfondimenti sulla loro vita e devo dire di esserne rimasta davvero ammirata, al punto tale da voler annoverare alcune di queste Morgane fra le mie icone femministe di sempre: Tonya Harding, con la sua infanzia travagliata e l’ombra oscura di uno dei più grandi scandali sportivi che si siano mai verificati nell’ambito del pattinaggio artistico; Moana Pozzi, simbolo indiscusso della liberazione sessuale degli anni ‘70 e ’80; le sorelle Bronte – soprattutto Emily –  che sono state in grado di scrivere due fra i più grandi capolavori letterari del romanticismo senza aver mai conosciuto nella propria vita il grande amore; Marina Abramovic, genio artistico e sregolatezza… E tante altre donne di grande ispirazione.

Leggere le loro storie mi ha fatto capire molto e mia ha portata a guardarmi dentro, al punto da voler espandere i miei limiti; ho sempre pensato a me stessa come a una ragazza estremamente aperta ed emancipata ma nell’immergermi nella vita di queste incredibili donne mi sono resa conto di quanto banale sia la mia vita e quanto poco sovversiva io sia, se messa a confronto con simili ideali di ribellione.

Da un lato mi sono sentita misera e insignificante, dall’altro ho desiderato diventare qualcosa di più grande… E allora ho capito che è proprio a questo che servono le Morgane: a ispirare, a creare caos e costruire nuove strade al di fuori dei confini della banalità quotidiana.

Non tutte possiamo essere delle Morgane, anzi, probabilmente in poche possiamo vantare un simile titolo.

Tutte, però, possiamo lasciarci ispirare da loro e sognare, almeno in piccola parte, di avere un po’ di quel loro meraviglioso spirito anticonformista.

1 DICEMBRE – GIORNATA MONDIALE CONTRO L’AIDS

Ogni volta che sento parlare di AIDS mi ritrovo ad assistere a una strana forma di polarizzazione: Da un lato si tende ancora a sminuire l’importanza della prevenzione, come se al giorno d’oggi contrarre l’ HIV non fosse più possibile e si potesse, pertanto, abbassare la guardia e dimenticarsi della prevenzione; dall’altro lato, invece, vi è ancora una fortissima stigmatizzazione nei confronti delle persone con HIV, come se la loro condizione potesse renderli poco dignitosi o meno meritevoli del rispetto e della dignità che sarebbe di norma dovuta a ogni essere umano.

La giornata di oggi ha, come tante altre giornate nazionali, lo scopo di sensibilizzare le persone sul tema della prevenzione, fondamentale per quanto riguarda l’HIV: l’utilizzo del preservativo durante i rapporti sessuali e la conoscenza delle modalità di trasmissione del virus sono solo uno dei metodi di prevenzione, ma per quanto se ne parli sembra sempre che non vi sia abbastanza informazione sul tema o, quanto meno, che la conoscenza in materia sia piuttosto scarsa, specialmente fra i più giovani.

L’HIV oggi non è certo un pericolo senza via di scampo come lo era tanti anni fa, la ricerca e i progressi nel campo della medicina hanno fatto sì che oggi un malato di HIV possa continuare a condurre uno stile di vita normale e a differenza di quanto accadeva in passato, grazie a una diagnosi precoce e alle cure somministrate è possibile azzerare la viremia ed evitare che di sviluppare l’AIDS (la malattia vera e propria); questo, però, non significa affatto che il virus sia scomparso.

Contrarre l’HIV è ancora possibile ma se da una parte è fondamentale insistere sulla prevenzione, dall’altro è opportuno imparare a guardare questo virus con occhi differenti: l’HIV è sì ancora presente, ma non deve far paura come un tempo, perché a differenza di quanto poteva accadere negli anni ’90 esistono cure in grado di garantire la sopravvivenza e la condotta di uno stile di vita sano, praticamente al pari di qualunque altra persona.

Con l’HIV è possibile fare di tutto: vivere, lavorare, amare e sperare nel futuro.

Bisogna però essere consapevoli dei percorsi da seguire: evitare rapporti non protetti e situazioni a rischio è sicuramente la prima cosa da fare, così come di fondamentale importanza sono gli screening annuali fatti attraverso gli esami del sangue. Nel caso, poi, di diagnosi confermata, è necessario prendere contatti con i centri specializzati e seguire pedissequamente le terapie farmacologiche proposte, potendo far affidamento – inoltre – anche sui servizi di ascolto e sugli sportelli psicologici.

La diagnosi può fare molta paura, ma non è una condanna a morte e questo vale tanto per chi è malato quanto per chi gli sta attorno. Perché l’HIV e l’AIDS si vestono di paura e di vergogna, così è stato sin dai primi tempi e così purtroppo, continua ad essere oggi, come se risultare positivi a un test significasse automaticamente essere persone indegne, svergognate, da tenere alla larga come si faceva un tempo con gli appestati.

L’HIV è uno stigma, lo è da sempre e chissà per quanto tempo ancora continuerà a esserlo.

E la giornata di oggi ha proprio lo scopo di cancellare lo stigma.

Quando ho scritto il mio libro “Tessere di Mosaico” ho scelto di raccontare la diversità attraverso molteplici forme, alcune delle quali nascevano proprio dallo stigma: l’emarginazione che una persona positiva all’HIV è costretta a subire ha sempre stuzzicato il mio senso di giustizia e non potevo non dedicare un racconto anche a questa forma di diversità, una diversità non ricercata – ma piuttosto fuggita – e che porta inevitabilmente all’esclusione e alla demonizzazione.

La storia di Lily, protagonista del mio racconto, è la storia di tante altre persone che fra gli anni ’80 e l’inizio del 2000 hanno dovuto affrontare la dura realtà della malattia: persone interrotte, la cui vita è stata completamente spezzata prima ancora che l’AIDS ne distruggesse l’organismo, proprio a causa dell’emarginazione che questo virus si portava dietro.

Tante persone sono morte e quelle che sono sopravvissute hanno portato – e portano ancora – con sé il peso della vergogna, un peso impossibile da sopportare poiché rafforzato dall’ignoranza e dal pregiudizio.

Non ho mai avuto la pretesa di cambiare le cose, di impartire al mondo chissà quali insegnamenti con uno sciocco, semplice racconto… Ma se in qualche modo le mie parole possono contribuire alla formazione di qualche individuo ed essere parte di questo percorso di sensibilizzazione, tanto vale sfruttarle.

Dico bene?

“La Signorina Nessuno” (G. Soleri) – Recensione

Ritorno dopo mesi e mesi di assenza da questo blog, con la speranza e l’intenzione di ricominciare a scrivere con un po’ più di costanza, sempre che i mille impegni e la mia ansia di avere tutto sotto controllo me lo permetta.

Vorrei riprendere in mano il tema “recensioni” parlandovi di un libro uscito di recente la cui autrice è, ad oggi, una delle influencer italiane più note o, quanto meno, più chiacchierate: si tratta del libro “La signorina nessuno”, scritto da Giorgia Soleri ed edito da Vallardi Editori.

Un paio di premesse, prima di passare alla recensione vera e propria: Ho conosciuto Giorgia Soleri nel modo in cui hanno fatto la maggior parte dei suoi nuovi follower, ovvero quando ho scoperto della sua relazione con il cantante dei Maneskin, Damiano David; confesso di essermi incuriosita molto e di aver iniziato a seguire il suo profilo Instagram perché sinceramente interessata ai suoi contenuti, che spaziavano da questioni importanti come il femminismo e il riconoscimento per le malattie invisibili, la letteratura, la fotografia e – cosa per me non meno importante del resto – i suoi gatti.

Non ho mai pensato a lei come a una figura ispirazionale, ma l’ho sempre seguita volentieri perché i suoi contenuti hanno sempre rispecchiato i miei svariati interessi.

A questo punto, però, è necessaria una seconda premessa: sapevo, seguendo Soleri su Instagram, che la ragazza fosse un’appassionata di poesie e che di tanto in tanto si dilettasse nella creazione di contenuti di questo genere, ma devo ammettere che quando ho avuto modo di scoprire con quanta facilità fosse riuscita a pubblicare una raccolta di poesie con un’importante casa editrice, ho iniziato a provare una sorta di frustrazione nei suoi confronti. Perché, in un certo senso, lei è una scrittrice esordiente come me, eppure la sua fama le ha permesso di raggiungere livelli eccezionali ai quali io stessa non potrei minimamente ambire, e considerata la qualità dei suoi scritti – da quel poco che ero riuscita a vedere dal suo Instagram, tutt’altro che buona – mi è sempre sembrata un’ingiustizia bella e buona.

Una parte di me era curiosa di leggere la sua raccolta, ma dall’altro lato c’era la mia ostinazione a non voler contribuire in alcun modo alla monetizzazione dell’ennesimo fenomeno editoriale premiato non tanto per le sue velleità artistiche, quanto piuttosto per il numero dei suoi follower; pensavo di poter continuare a vivere nell’ignoranza senza problemi, ma ovunque mi girassi leggevo commenti estremamente aspri nei confronti delle sue poesie e altrettanti che si sdilinquivano in elogi ai limiti dell’idolatria, manco stessimo parlando della nuova Alda Merini (come, con immensa modestia, Soleri è stata definita dal suo fidanzato), la mia curiosità non faceva che aumentare e quindi DOVEVO, in qualche modo, riuscire a leggere quelle poesie e soddisfare il mio bisogno di conoscenza.

Fortunatamente quel libro mi è stato regalato e ho avuto così l’opportunità di leggere con i miei occhi tutte le poesie di Soleri e comprendere pienamente il perché di questo, a mio avviso, totalmente ingiustificato fenomeno editoriale.

Veniamo dunque alla recensione vera e propria, cominciando col dire che la copertina e il modo in cui ci viene esteticamente presentato sono davvero belli e accattivanti; devo riconoscere che se, senza conoscerne origine e contenuti, lo avessi trovato su di uno scaffale mentre curiosavo distrattamente in libreria, avrebbe certamente catturato la mia attenzione, salvo poi rimetterlo immediatamente al proprio posto dopo averne svogliato qualche pagina.

Perché – e questo è un pensiero che ci tengo a ribadire con tutte le mie forze – quello di Giorgia Soleri NON è un libro di poesie.

Sarebbe sicuramente più corretto definirlo “raccolta di pensieri” e di aforismi, poiché la maggior parte dei suoi versi non sono altro che un insieme sconclusionato di frasi messe assieme senza un criterio logico e, soprattutto, senza alcuna tecnica: nessuna metrica, una scarsa conoscenza delle figure retoriche ( che vengono usate senza criterio o abusate in maniera eccessiva, come nel caso delle similitudini) e in molti casi un’eccessiva superficialità nel testo che, per quanto mi riguarda, non permette di entrare minimante in sintonia con la scrittrice e le sue emozioni.

I testi più interessanti sono quelli che più assomigliano a una prosa, se non fosse per il fatto che Soleri utilizza l’andare a capo in ogni suo componimento come se ciò fosse di per sé sufficiente a dar vita a una poesie, e forse qualcuno dovrebbe spiegare che non basta

Andare a capo

Ad ogni verso per

Scrivere

Una poesia.

(Ecco, l’andamento generale è questo).

Il libro si legge velocemente, si tratta di componimenti brevi e tutto sommato scorrevoli (principalmente perché Soleri spesso si dimentica di utilizzare la punteggiatura), divisi all’interno di varie sezioni, ognuna delle quali rappresenta un tema diverso della vita dell’autrice: la dipendenza affettiva, la depressione, la malattia, l’aborto, la rinascita.

Ciò che riusciamo ad evincere da questi “versi” è che Soleri ha sicuramente cercato nella scrittura un rifugio nei momenti più dolorosi della propria vita e questo mi fa sentire quasi in colpa a stroncare così duramente la sua opera, perché quando senti il bisogno di aprirti emotivamente e lo fai attraverso l’uso delle parole, a nessuno dovrebbe importare se la tua tecnica è valida oppure no, tutti dovrebbero semplicemente soffermarsi sulle emozioni.

E io ci ho provato, veramente.

Il problema è che all’ennesima frase spezzata senza ragione, all’ennesimo scriteriato utilizzo della sinestesia, della similitudine e dell’enjambement, ad ogni insieme di parole accostate l’une alle altre in maniera totalmente casuale, non sono riuscita neanche a provare empatia per lei, tutto ciò che riuscivo a pensare era quanto fossero brutti quei versi e quanto sarebbe stato meglio aver impiegato in maniera più costruttiva il tempo che avevo a disposizione.

Altra cosa che ho riscontrato – e che mi ha molto infastidito durante la lettura – è il fatto che alcuni di questi componimenti sembrano essere nei contenuti in netto contrasto con ciò che Soleri ha raccontato e dichiarato durante interviste o mediante post e storie di Instagram, e dunque questo mi ha portata inevitabilmente a chiedermi cosa ci sia di vero nelle sue parole (siano esse quelle scritte in versi o quelle offerte in dono alla comunità dell’internet) e fino a che punto sia possibile rinnegare se stessi, pur di ottenere un po’di notorietà. Il fatto che Soleri parli in maniera spesso così romantica della dipendenza affettiva (i componimenti della prima parte sono interamente dedicati a questo tema) è stato per me molto duro da accettare, spesso ho avuto la sensazione che in alcune poesie l’autrice utilizzasse diversi stereotipi e luoghi comuni piuttosto tipici del sessismo benevolo, una forma di maschilismo dal quale la stessa Soleri dichiara quotidianamente di volersi distaccare.

Altra cosa importante da dire è che le poesie che ho trovato di gran lunga peggiori sono principalmente quelle che parlano di sesso: sia chiaro che non sono una persona bigotta (chi mi legge dovrebbe saperlo bene) e che ho scritto decine di fanfiction erotiche per tutti i gusti, dunque parlare di sesso e una cosa per me del tutto normale e non è certo il fatto che Soleri abbia scelto di affrontare una simile tematica nelle sue poesie a sconvolgermi.

Mi sconvolge, semplicemente, il modo.

(Un tipico esempio di poesia soleriana sul sesso)

Dopo aver letto immagini grottesche e analogie prive di senso, dopo aver visto paragonare un rapporto sessuale alla sfilettatura di un pesce (giuro che è così, non sto inventando niente) ed essermi resa conto che con la metà dell’impegno sono in grado di scrivere scene di sesso molto più eccitanti e credibili di queste, ho semplicemente capito che questa ragazza non ha davvero nulla in più di tanti artisti mediocri che provano ad emergere oggigiorno nel campo dell’editoria (anzi, plausibilmente ha un bel po’ di cose in meno), ma sicuramente ha la fortuna di essere famosa e di aver fatto a lungo parlare di sé non solo a causa della sua relazione con Damiano ma anche per tutto il suo impegno per il riconoscimento di malattie invisibili come la vulvodinia e l’endometriosi – di cui lei stessa è affetta.

E questo va benissimo, è giusto che una persona come lei si prenda i riconoscimenti che le spettano.

Solo… Se davvero siamo arrivati al punto di definire “poetessa” di 25 anni che spaccia aforismi da diario della prima superiore per poesie di alto livello… Beh, allora siamo davvero arrivati alla frutta.

Con questo non voglio dire che ogni singola pagina sia da buttare, diciamo che in mezzo a tutti questi componimenti ce ne saranno almeno 4 o 5 che se ne salvano, ma sempre considerando il fatto che non possiamo tecnicamente parlare di poesia e che il livello di scrittura non è, a mio avviso, assolutamente degno di una donna dell’età e della maturità emotiva di Soleri.

Ovviamente non ce l’ho con l’autrice, che fa semplicemente quello che tutti gli altri scrittori emergenti tentano di fare con la metà del successo, ma con quegli editori che valutano la vendibilità di un prodotto a discapito della sua qualità, perché a questo punto possiamo permetterci di pubblicare anche delle poesie che sembrano essere delle parodie di se stesse, se tanto a scriverle è un’influencer da 749.000 followers (sì, sono andata a controllare).

Il punto è che, dei molteplici contenuti che la scrittrice porta all’attenzione dei lettori, di tutte quelle intense emozioni che lei prova a trasmettere, non ne arriva neppure una ed è difficile capire, alla fine della lettura, cosa sia rimasto di tutta quella sofferenza che Soleri ha provato malamente a raccontare attraverso i propri versi. Io, personalmente, sono rimasta impassibile e non ho provato la sensazione di aver ricevuto qualcosa da quelle parole, e forse le uniche emozioni residue alla fine di questa lettura sono state principalmente due: amarezza e rassegnazione.

La prima, per aver realizzato di avere speso una serata intera della mia vita (che avrei potuto dedicare ad attività più costruttive, come ad esempio giocare a “The Witcher3”) a leggere poesie brutte, di una scrittrice mediocre che avrà sempre più successo di me perché infinitamente più famosa.

La seconda, che ancora mi porto addosso, perché forse in un mondo editoriale come quello italiano la cosa più saggia da fare, per una come me, sarebbe mettere da parte i propri sogni e mettere a tacere quella vocina che, sebbene a fatica, continua a ripetermi con una certa insistenza: “Vorrei fare la scrittrice”.

“Il Racconto dell’Ancella” – Analisi di un’opera necessaria al femminismo

<< Esiste più di un genere di libertà, diceva zia Lydia. La libertà di e la libertà da. Nei tempi dell’anarchia, c’era la libertà di. Adesso vi viene data la libertà da. Non sottovalutatelo. >>

Non è semplice parlare di un libro così intenso e complesso come “Il Racconto dell’Ancella” di Margaret Atwood, ma mai come adesso lo ritengo doveroso: per quanto si tratti di un romanzo distopico, gli eventi in esso narrati oggi non appaiono più come improbabili o distanti dalla realtà attuale ma dipingono, piuttosto, uno scenario non ancora imminente ma spaventosamente realistico, in un modo che forse nessuno sarebbe stato in grado di immaginare nei lontani anni ’80, data di uscita del libro.

In effetti, la particolarità di questo romanzo è quella di essere incredibilmente attuale nonostante il suo essere per definizione tutt’altro che affine alla realtà circostante e forse è proprio questo a renderlo ancora oggi così grandioso, tanto da aver dato vita a una serie televisiva (“The Handmaid’s Tale”, uscita nel 2017) ed essere spesso utilizzato come simbolo del femminismo contemporaneo.

Cercando di non fare alcuno spoiler sulla trama, eccovi dunque la mia personale analisi su “Il Racconto dell’Ancella”.

Ci troviamo in un periodo storico non ben definito, ma certamente nel futuro; la guerra e le radiazioni atomiche hanno devastato il nostro pianeta cambiandone l’assetto e riducendone in grand numero la popolazione. Negli Stati Uniti, ancora confermatisi come grande potenza mondiale, sorge la Repubblica di Gaalad, uno stato totalitario teocratico d’ispirazione cristiana, formatosi dopo un golpe avvenuto a opera di alcuni estremisti religiosi e il cui obiettivo principale è quello di garantire l’ordine e ripristinare la vita sul pianeta attraverso il controllo del corpo femminile.

La sua estensione è all’incirca la stessa degli Stati Uniti d’America.

La società di Gaalad si suddivide in caste in base al genere, allo status sociale e, soprattutto, alla fertilità e capacità di generare prole. Poiché lo scopo principale della Repubblica è la ripopolazione e la rinascita di una nuova società di potenti, ognuna di queste caste viene adeguatamente addestrata e preparata ad adempiere al proprio ruolo, all’interno di un culto che riprende alla lettera i più severi dettami della Bibbia e della religione cattolica.

Le caratteristiche delle caste sono precise e ben definite a cominciare dal colore dei loro abiti e dal modo in cui viene loro imposto di relazionarsi con le altre classi.

LE CASTE

Trattandosi – chiaramente – di una società patriarcale, a capo della gerarchia vi sono i Comandanti: gli uomini più potenti, coloro la cui superiorità economica è ben evidente nonostante la moneta sia stata abolita a seguito del golpe. I loro meriti sono riconosciuti socialmente e per essi i Comandanti vengono premiati con case e beni di lusso, macchine potenti, mogli bellissime e di alta estrazione sociale. Come per molte altre caste anche i loro abiti sono contraddistinti da un colore ben preciso: in questo caso, il nero.

Al di sotto dei Comandanti vi sono gli Angeli, soldati con il compito di mantenere l’ordine costituito all’interno della Repubblica, e gli Occhi, membri della polizia segreta. Subito dopo gli Occhi troviamo i Custodi, una sorta di governante ai servizi del Comandante, che funge anche da autista o tutto fare.

Infine ci sono gli uomini comuni, persone che svolgono lavori umili e, pertanto, occupano l’ultimo posto della gerarchia sociale.

Le classi femminili sono sottomesse a quelle maschili e il loro ruolo è stato pensato principalmente in funzione degli uomini – specialmente dei Comandanti.

Le Mogli sono le spose dei Comandanti (anche se non è inusuale che anche agli Angeli e ad alcuni Occhi siano concesse delle spose), donne in maggioranza sterili ma di bell’aspetto e – soprattutto – di elevata estrazione sociale. I matrimoni sono per lo più combinanti e avvengono esclusivamente fra Comandanti e figlie di altri Comandanti, ragione per cui all’interno della Repubblica di Galaad vi è una scarsissima mobilità sociale. Le Moglie vestono sempre di blu.

Ai Comandanti vengono poi assegnate delle cameriere, le Marte, donne non spostate che si occupano delle faccende domestiche. Esse sono un vero e proprio status sociale, in quanto solo le famiglie più ricche e prestigiose ne possiedono una, e vestono esclusivamente di verde.

Infine, ai Comandanti le cui Mogli sterili non possono garantire la nascita di una prole, vengono assegnate delle Ancelle: le Ancelle sono donne fertili il cui compito è quello di unirsi carnalmente ai propri Comandanti per la procreazione, pertanto sono considerate una risorsa nazionale e vengono tutelate in quanto tali.

Esse vestono di rosso e studiano in specifici Centri Rossi sorvegliate dalle Zie; queste ultime sono monache paramilitari dal comportamento estremamente sadico e hanno, per l’appunto, il compito di insegnare alle Ancelle tutto ciò che c’è da sapere sulla procreazione e sul loro ruolo.

Le Zie vestono di grigio o marrone.

Vi è poi un’altra classe di mogli, le Economogli, i cui mariti appartengono alle classi sociali meno agiate. Non potendo disporre di Ancelle, le Economogli sono destinate a rimanere senza figli in caso di sterilità; inoltre, a loro come alle altre Mogli è vietato lavorare.

Alla base della piramide, infine, troviamo le Nondonne, donne di bassa estrazione sociale considerate inutile al regime, in quanto incapaci di procreare (poichè lesbiche, suore o sterili). Il loro destino è quello di essere deportate nelle Colonie.

DIFRED e LE ANCELLE

Difred, un Ancella, è la protagonista di questo romanzo, la narratrice attraverso i cui occhi veniamo a conoscenza della Repubblica di Galaad e di tutto ciò che la contraddistingue.

Non sappiamo quale fosse la vita di Difred prima del golpe, ma sappiamo che non poteva essere molto diversa dalle nostre; attraverso il suo racconto veniamo a conoscenza di elementi importanti del suo passato, persone o avvenimenti ai quali è ancora profondamente legata e che riescono, in qualche modo, a impedire che la sua mente venga plasmata in toto dalla violenza e dal fondamentalismo di Galaad.

Di Difred, così come delle altre Ancelle, non conosciamo neppure il vero nome: come ogni donna assegnata a un uomo per la procreazione, ella perde del tutto la propria identità per diventare una mera ed esclusiva proprietà del suo Comandante.

Di Fred.

Difred, per l’appunto.

[In lingua originale, Offred. In Italiano la trasposizione diviene abbastanza semplice, traducendo la proposizione di proprietà “of” in “di”.]

Come ho già detto, il passato di Difred torna spesso a tormentarla e va a costituire numerosi flashback nel suo racconto, nei quali la donna ritrova se stessa e tutto ciò che di lei è andato perduto, chiedendosi se qualcosa di quella vecchia vita sarà mai in grado di ritrovarla. La sua mente è tormentata, combattuta fra una paura mascherata da senso del dovere – sa che un singolo comportamento sbagliato, una singola violazione delle regole potrebbero costarle la vita – e un desiderio di ribellione, un istinto mai del tutto cancellato e che ancora tenta disperatamente di riaffiorare, fra sguardi indiscreti, sogni ad occhi aperti e pensieri illeciti, tanto da farla sentire impura.

La vita di Difred è la sola che ci viene concesso di esplorare, ma non è difficile pensare che la sua esperienza rappresenti in maniera piuttosto accurata anche quella di tutte le altre Ancelle.

La loro esistenza è ugualmente scandita da un orologio, un estenuante ticchettio che non fa che ricordare loro il senso unico della loro vita, il solo scopo a cui esse possono ambire: dare alla luce un figlio prima che sia troppo tardi, prima di divenire a loro volta sterili ed essere per sempre condannate a una vita di stenti all’interno delle Colonie.

Non conosco amore, né attaccamento.

Ogni mese, durante il periodo dell’ovulazione, le Ancelle sono chiamate ad unirsi col proprio Comandante in quella che è una vera e propria Cerimonia alla quale partecipano anche le Mogli; è importante che le Mogli assistano, che si assicurino che quell’atto procreativo altro non sia che un dovere privo di una qualsiasi forma di affetto o di devozione.

Non c’è partecipazione, non c’è desiderio: solo il dovere di adempiere ai propri obblighi.

Difficile capire, in questo gioco delle parti, chi sia davvero vittima e chi complice di un sistema violento. Ciò che riusciamo, invece, a comprendere è il desiderio di ribellione che anima numerosi personaggi all’interno del racconto, un senso di giustizia che, in qualche modo, riesce ancora a mantenersi vivo nonostante i soprusi e le violenze di Galaad.

PERCHÉ È IMPORTANTE LEGGERE E STUDIARE QUESTO LIBRO OGGI?

Che la Repubblica di Galaad sia uno Stato di stampo fortemente patriarcale è alquanto evidente, del resto come altro si potrebbe definire una dittatura che basa la maggior parte delle proprie leggi sul controllo assoluto del corpo delle donne?

La questione è molto complessa e penso che valga la pena approfondirla ulteriormente.

È chiaro che non siano solo le Ancelle a essere controllate e private della propria libertà di scelta: ogni singola donna all’interno della Repubblica di Galaad è sottomessa al potere maschile, ma la divisione in Casta concede ad alcune di esse l’illusione di essere più forti e importanti di altre.

Questo aspetto è molto importante, poiché rappresenta una delle principali convinzioni con cui oggi il patriarcato agisce contro il genere femminile: le donne sono le peggiori nemiche di se stesse.

All’interno della Repubblica di Galaad le donne non sono alleate fra di loro, neppure quelle appartenenti alla stessa casta: le Ancelle non hanno il permesso di socializzare fra di loro, le Zie e le Marte non ne hanno interesse e le Mogli – principalmente quelle sterili – sono in continua competizione. Se proviamo, poi, ad analizzare i rapporti in termini di verticalità, le cose non possono che peggiorare: le Ancelle sono alla base della piramide, considerate da tutte le altre donne come semplici incubatrici; le Zie istruiscono le Ancelle con severità e un’autorità quasi militaresca, le Marte le considerano poco più che nullità, le Mogli le controllano e provano per lo più odio nei loro confronti, odio per quel loro corpo ancora sano e capace di generare figli.

A tenere in mano i fili di questo complesso spettacolo di marionette, è il patriarcato.

È lui che decide a chi assegnare i ruoli, lui che da gli ordini, lui che fa da supervisore a tutto quanto. Nessuna donna, neanche quelle ai piani più alti della piramide, è veramente libera e responsabile di ciò che agisce, perché è sempre e comunque il patriarcato a decidere per lei.

Questo dovrebbe esserci d’insegnamento anche oggi: ogni volta che qualcuno ci fa credere che noi donne siamo in competizione, ogni volta che abbiamo la sensazione che un’altra donna voglia farci le scarpe o ci consideri come una nullità, cerchiamo di non essere cieche e impariamo a riconoscere chi sia il vero responsabile e dunque il vero nemico da affrontare.

Non è vero che le donne odiano le donne: è il patriarcato a farcelo credere, per il semplice motivo che se una donna è troppo impegnata a combattere contro le sue simili, perderà di vista la lotta contro il suo vero antagonista.

Un altro aspetto interessante da affrontare è la mancanza di piacere e desiderio, intensi tanto in ambito sessuale quanto in termini più semplicistici.

Alle donne, nella Repubblica di Galaad, viene tolta ogni libertà: la libertà di lavorare e rendersi indipendenti (le Zie e le Marte lavorano, ma non lo fanno per la propria dignità bensì per senso del dovere), la libertà di scegliere come vestirsi, la libertà di truccarsi o aggiustarsi i capelli, la libertà di uscire per divertirsi, di apprezzare l’arte e la musica, di godere semplicemente dei più piccoli e semplici piaceri della vita.

E poi, c’è il sesso.

E il sesso, a Galaad, esiste solo per una ragione: procreare.

Non sappiamo molto delle Mogli non sterili e di come avvenga il sesso con i propri mariti, ma si tratta comunque di una fetta davvero esigua di donne e in ogni caso, essendo i loro matrimoni combinati ed avendo subito tutti un vero e proprio indottrinamento religioso, mi riesce piuttosto difficile credere che i rapporti sessuali fossero in qualche modo accompagnati da carezze o dimostrazioni di affetto.

Le Ancelle, come ho detto, si uniscono ai loro Comandanti solo una volta al mese nel periodo dell’ovulazione e il rapporto viene strettamente controllato dalle Mogli. Il sesso, dunque, perde completamente ogni suo significato di piacere, trasporto e desiderio, viene ridotto a una mera meccanica di procreazione, asettica e priva di sentimento.

La società odierna vive il sesso in maniera molto ambigua: da un lato sembra esserne ossessionata, lo sfrutta per qualsiasi cosa (anche laddove la sua presenza non sarebbe da considerarsi necessaria), lo vive come se fosse un aspetto fondamentale dell’esistenza umana; dall’altro, invece, sembra averne paura.

E quando a vivere o a raccontare il sesso è una donna, prevale quasi sempre la paura.

Il “Racconto dell’Ancella” ci insegna quanto sia pericolosa una donna che possiede il proprio corpo, una donna padrona del proprio piacere e della propria sessualità. Il patriarcato fa di tutto per privarcene e il romanzo di Margaret Atwood spiega in maniera semplicemente perfetta tutto ciò che potrebbe accadere se tale obiettivo venisse definitivamente raggiunto.

Volendo essere giusti, comunque, la Repubblica di Galaad non sottomette solo le donne; certo, loro vengono private di ogni dignità e non si può dire che non siano loro a pagare il prezzo più caro, ma neanche gli uomini hanno grande possibilità di scelta e a tutti coloro che non incarnano un ruolo di potere sono a loro volta vittime del potere patriarcale, totalmente assoggettati nella loro bolla di pochezza e solitudine.

Le dittature, del resto, non hanno pietà per nessuno.

CONCLUSIONI

Il romanzo di Atwood non è un romanzo che elogia il femminismo o lo rappresenta in maniera diretta, ma è indubbiamente un’opera che ogni persona femminista dovrebbe conoscere e studiare.

Quella che nel 1985 venne pubblicata come una vera è propria distopia oggi appare più simile a una narrativa di tipo ucronico: non ne conosciamo il contesto storico ma siamo consapevoli del fatto che potrebbe svolgersi in qualsiasi momento, persino ai giorni nostri. E la storia di Difred e delle altre Ancelle non è una chimera, un qualcosa di aberrante e sconvolgente ma, fortunatamente, troppo distante dalle realtà.

Margaret Atwood, in riferimento alla propria opera, disse questo: “Non ho scritto niente che non si sia già verificato almeno una volta, in passato”.

La Repubblica di Galaad non è un luogo immaginario e irrealizzabile, bensì solo una delle tante possibilità a cui la nostra società potrebbe andare incontro se il tentativo di assoggettamento femminile si completasse definitivamente.

Non possiamo guardare a questo libro come a un’ipotesi fantascientifica ma come a una possibilità che dobbiamo prevenire con le nostre forze, prima che sia troppo tardi e la distopia lasci il proprio posto alla quotidianità.

Margarett Atwood ha sempre rifiutato l’etichetta “femminista” al proprio libro, ma è innegabile che la sua opera sia ad oggi uno dei più importanti pilastri del movimento contemporaneo. Del resto, è stata la stessa Atwood, fra le pagine del romanzo, a lasciare a noi lettrici uno dei più importanti messaggi di rivolta ed insubordinazione al patriarcato mai esistiti:

Nolite te Bastardes Carborundorum.

“Non consentire che i bastardi ti schiaccino”.