I miracoli, a volte, esistono.

Qualche giorno fa mi è capitata una cosa davvero incredibile.

Ero a Volterra per una prova costumi – sono stata presa per fare la comparsa nella serie tv “I Medici”, ma questa è una cosa secondaria che al momento non ci interessa – e stavo aspettando il mio turno, ascoltando i messaggi vocali di una mia amica che, dopo avermi raccontato i recenti sviluppi della sua vita sentimentale, era in procinto di mettermi al corrente delle ultimissime novità; sapevo che le era appena accaduto qualcosa di incredibile e meraviglioso e non vedevo l’ora di sapere di cosa si trattasse.

Era molto importante, per me, conoscere quelle novità: sono molto affezionata a questa persona, anche se in pratica ci siamo viste dal vivo solamente un paio di volte e la nostra conoscenza è rimasta prevalentemente su di un piano virtuale; immagino dipenda dal fatto che siamo così simili su molti aspetti – caratterialmente e nel modo di vivere le relazioni – e che la senta così vicina a me, per quanto possa sembrare strano data l’enorme distanza.

Insomma, diciamo che ogni volta che le accade qualcosa di bello io sono felice per lei, ed in questi giorni in cui mi sentivo un tantino malinconica avevo proprio bisogno di sentirmi felice per qualcuno – specialmente quando si tratta di una persona che sento tanto vicina, un po’ come se di riflesso mi ritrovassi ad essere felice tanto per lei quanto per me stessa.

Non ho intenzione di raccontarvi la sua storia nel dettaglio; non sarebbe giusto nei suoi confronti ed in ogni caso non sarebbe significativo, poiché ciò su cui intendo soffermarmi più nel dettaglio sono le sensazioni che ho provato nell’ascoltare quanto le è accaduto.

E’ stato veramente incredibile, per tutta la durata di quel racconto io non ho fatto altro che ascoltare con un enorme sorriso sulle labbra, il cuore in gola e gli occhi lucidi di lacrime; credo di essermi commossa, nell’ascoltare una vicenda amorosa altrui, più di quanto non mi sia mai capitato in tutta la mia vita.

Lo so, mi rendo conto che per farvi capire quel che ho provato dovrei raccontarvi tutta la storia… Ma vi chiedo semplicemente di credermi sulla parola e provare ad immaginare quanto possa essere stato toccante ed emozionante ascoltare quelle parole.

Ho ascoltato la storia di una donna tremendamente simile a me: una donna emotiva, impavida nel mostrare i propri sentimenti, romantica in una maniera quasi folle ed attratta da un genere di uomini che, molto spesso, rischia di rivelarsi una fonte di delusione; una donna che troppo spesso si è ritrovata a soffrire per colpa di un uomo e che più di una volta si era ritrovata a chiedersi se mai, nella vita, sarebbe riuscita ad essere felice con una persona realmente valida al proprio fianco.

Questa donna, adesso, grazie ad una serie di avvenimenti inattesi e talmente assurdi da ricordare quasi la trama di un film, adesso ha finalmente ricominciato a credere nell’amore, nel destino, nel fatto che quando si tratta di sentimenti non bisogna mai arrendersi perché i miracoli, anche se di rado, accadono veramente.

Nel momento in cui ho percepito tutto questo, non ho potuto fare a meno di commuovermi.

Ho pensato che se una cosa del genere è possibile, se un amore è in grado di fiorire persino nelle avversità e nonostante le innumerevoli intemperie, allora è vero che non devo mai smettere di credere; è forse il fato a metterci lo zampino, forse due persone sono semplicemente destinate ad incontrarsi prima o poi, o addirittura a perdersi per poi ritrovarsi, perché alla fine ogni cosa finirà al proprio posto, come ogni singolo tassello di un puzzle troppo grande da riuscire a vederne ad occhio nudo l’intera completezza.

Ho pensato che se è vero che l’amore si prende il proprio tempo, allora probabilmente il mio non è ancora scaduto… E sì, lo so che sono ancora troppo giovane per pensare ad una cosa del genere, ma quando non fai che beccare cantonate e ricadere costantemente nei medesimi schemi, arrivi tuo malgrado a domandarti se tu sia veramente destinata all’amore o semplicemente a collezionare fallimenti.

Adesso ho capito che non sono sbagliata io, che non inseguo necessariamente schemi sbagliati e che non vi è davvero nulla di male ad essere come sono, a cercare quanto io cerco; ho capito che niente nella vita accade per caso e che nessuno, neppure le persone che ci hanno ferito, entrano a far parte della nostra esistenza senza uno scopo.

Forse ho ancora tanto da capire, ho ancora troppa strada da fare e tanti altri muri contro cui sbattere la testa, ma non per questo devo arrendermi o pensare che non troverò anche io la persona giusta per me e che non sia, a mia volta, destinata ad essere felicemente innamorata e – soprattutto – ricambiata.

Dopo giornate estremamente intense trascorse a Lucca Comics -e forse, prima o poi, vi parlerò anche di questo – e discussioni accese con le mie amiche riguardo a quelle che sarebbero le mie problematiche in ambito sentimentale, sono finalmente giunta alla conclusione che non vi è davvero niente di sbagliato nell’essere come sono io, niente di sbagliato nel sentire, sperare e sognare come da sempre faccio, senza mai smettere di credere di essere nel giusto.

So che non sarà facile, che per il mio modo di essere sono certamente destinata ad incontrare ulteriori ostacoli e ad andare incontro a milioni di delusioni, ma sono disposta a sopportare un simile prezzo.

Perché, in fin dei conti, se ancora riescono a verificarsi simili miracoli, allora non ho poi tutti i torti a continuare a credere che nella vita, come in amore, tutto sia veramente possibile.

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Il mare d’inverno

Oggi pomeriggio sono stata al mare con i miei genitori, dopo un lunghissimo e soddisfacente pranzo a base di pesce.

Faceva freddo, tirava vento ed il cielo era cupo, cinereo, come se dovesse piovere da un momento all’altro; ci siamo avvicinati al porto, con la scusa di fare qualche cosa, e mentre mio padre si concentrava, con il suo cellulare, sul cielo grigio ravvivato da qualche raro e flebile raggio di luce, io mi sono soffermata ad osservare il mare.

Nero, agitato, s’infrangeva contro gli scogli con una tale violenza da far quasi pensare che stesse cercando di attirar su di sé l’attenzione della gente, quasi a voler dire lei “Eccomi, ci sono anch’io”.

Sarei rimasta per ore a fissare quelle onde irrequiete, a lasciarmi ipnotizzare dal sublime di quello spettacolo della natura.

Ho ripensato a tutte quelle volte in cui, studiando l’arte e la letteratura, ero solita accostare la mia anima allo spirito inquieto e travolgente del romanticismo: forse è per questo che sono diventata ciò che sono adesso, forse è stato proprio quel sublime ad avermi resa così esuberante, così impetuosa e appassionata in ogni cosa che vivo e che faccio.

La bellezza della luce, i colori di un cielo terso ed il chiarore che irradia un giorno di sole non sono comprabili a quella di un mare in tempesta, alle onde che si infrangono contro gli scogli rombando e scoppiando come tuoni, a quell’oscurità che tutto avvolge e tutto maschera, fuorché ai più nobili e più meritevoli.

Perché in fin dei conti c’è splendore e c’è bellezza anche nel buio della notte, anche in un mare in piena burrasca che a primo impatto può far paura.

E’ semplice riuscire a scorgere la bellezza in un giorno di sole, o in un tramonto sul pare.

E’ tipico delle anime pure, saperla trovare in una notte di tempesta.

Come il Fuoco del Sole

Lo senti, Jim? Senti questo suono?

E’ il rumore delle stelle, che scoppiettano allegramente nel cielo quando assistono al tuo passaggio.

Ce ne hai messo di tempo, ragazzo, ma finalmente ce l’hai fatta: hai tracciato la tua rotta, hai saputo prendere in mano il timone e hai guidato le tue vele in mezzo a mari di burrasca, tempeste di dolore ed infiniti, sconfinati sentieri di ingiustizia.

Ti hanno giudicato male, Jim, e per un breve periodo erano arrivati a convincerti che vi fossedavvero qualcosa di sbagliato in te.

Poveri pazzi! Io avevo capito subito che c’era qualcosa di speciale in te, ragazzo… Sin dal primo istante. Il mio istinto di Cyborg non fallisce mai, non quando si tratta di giudicare le persone.

Ti ho capito da subito, Jim Hawkins.

Ho capito che dietro a quella scorza da duro e a quel tuo aspetto così ribelle e disordinato, non vi era altro che un ragazzo dal cuore grande e di indomito coraggio, desideroso solo di ricevere da tutti coloro che un tempo lo avevano rifiutato una seconda possibilità.

Non chiedevi altro, ragazzo mio… Solo che gli altri ti guardassero diveramente.

E lo so… So quanto tu abbia sofferto e quando dolore tu abbia dovuto affrontare nel corso della tua vita: Continuamente sgridato da tua madre, incompreso da tutti, messo in disparte e dimenticato, rifiutato ed abbandonato.

Persino da tuo padre.

Chiunque altro ne sarebbe uscito distrutto, al posto tuo… Ma tu non sei come tutti gli altri, non lo sei mai stato e non lo sarai mai.

Ricordi ancora le mie parole, Jim?

Tu splendi come il fuoco del sole, un sole immortale che brucia, arde intensamente ed irradia tutto ciò che lo circonda, senza spegnersi mai.

Avevi la stoffa per diventare il più grande dei grandi e lo sei diventato, la tua stella brilla e risplende nel cielo, adesso più che mai.

E sai… Avevo ragione anche su questo: da qui il panorama è ancora più bello di quanto avessi mai immaginato.

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Questo breve racconto vuole essere un omaggio a “Il Pianeta del Tesoro”, un bellissimo film a marchio Disney, da molti sconosciuto o comunque terribilmente sottovalutato.

Se non lo aveste visto, vi invito caldamente a farlo, poiché si tratta di un vero e proprio capolavoro, con un protagonista maschile assolutamente meraviglioso e commovente.

#Metoo, #Methree

Ci sono momenti, nella vita, in cui è opportuno sapersi mostrare solidali.

Bisogna esserlo nei confronti di una vittima, di chi ha subito un sopruso, di tutti coloro che si sono trovati, loro malgrado, a dover combattere una battaglia per la quale non avrebbero mai pensato di doversi schierare in campo.

In questi casi, chi si mostra solidale ha il buon gusto di non giudicare le azioni di chi è vittima ed offre, semplicemente, il proprio supporto e la propria vicinanza, spesso persino aderendo ad iniziative in favore di essa e condividendo le proprie esperienze, nel caso in cui queste assomiglino vagamente a quelle di coloro che sta difendendo.

Questo è più o meno quanto sta accadendo in questi giorni con la campagna #metoo, lanciata sui social dall’attrice Alyssa Milano in seguito alle vicende riguardanti i numerosi casi di violenza e molestie ad opera del produttore cinematografico Weinstein nei confronti di molte attrici famose (tra cui, come saprete, la nostra conterranea Asia Argento).

A differenza di molte persone (famose e non) che hanno ben pensato di biasimare le tante – all’epoca – giovani vittime per non aver immediatamente denunciato il proprio molestatore o non averne rifiutato le avances, la Milano ha preferito lanciare un messaggio di solidarietà e di supporto, gridando ad alta voce il proprio messaggio: “Non siete sole, è successo anche a me.

Una scelta, a mio avviso, estremamente coraggiosa all’interno del mondo dello spettacolo.

Non intendo entrare nel merito della questione più di quanto non mi sia richiesto, ma ritengo estremamente superficiale e poco empatico condannare delle giovani attrici per non essere state in grado, all’inizio della propria carriera, di ribellarsi alle richieste inopportune di un uomo potente come Weinstein o di non aver trovato la forza di denunciarne le deplorevoli azioni; è un meccanismo pericoloso, questo, un po’ come quando viene criticata la scelta di una donna di non lasciare il proprio uomo violento, imputando tale decisione ad una mancanza di coraggio o di amor proprio.

Difficile capire cosa passa per la testa di una persona o di quali siano le ragioni che vanno ad influenzare le proprie scelte (nel caso di Weinstein possono essere molteplici: paura di non essere prese sul serio, di mettersi contro una persona potenzialmente in grado di rovinarti la vita, di non trovare più lavoro…), in certi casi è sempre meglio non esprimere giudizi e se non si hanno parole solidali da rivolgere al prossimo, limitarsi a restare in silenzio per non peggiorare una situazione di per sé già sufficientemente disdicevole.

Comunque, non tergiversiamo e facciamo ritorno al punto di partenza, ossia l’iniziativa solidale promossa da Alyssa Milano.

Questa campagna ha avuto una sonora eco non solo in America ma un po’ in tutto il mondo, Italia compresa: Io stessa ho voluto aderire e ho avuto modo di scoprire che molte altre ragazze di mia conoscenza (amiche o semplici conoscenti) hanno fatto altrettanto.

La cosa, a dire il vero, non mi ha minimamente sorpresa: Alyssa Milano, nel momento in cui ha lanciato l’hastag #metoo, ha invitato ad aderire tutte quelle donne che almeno una volta si sono sentite violate, molestate ed aggredite sessualmente, senza essersi necessariamente ritrovate ad essere vittime di uno stupro; esistono numerose forme di molestia, alcune spesso si limitano ad un piano verbale e psicologico, ma sono comunque sufficienti da far provare disagio e vergogna, ed ogni donna sulla faccia della Terra si è ritrovata – almeno una volta – in una situazione del genere.

Nonostante la consapevolezza, è stato comunque doloroso rendermi conto di quanto spesso noi donne siamo vittime di molestia, eppure non è stata questa la cosa che mi ha maggiormente infastidito in tutta questa faccenda.

Contrariamente a quanto molti di voi potrebbero pensare, oggi non mi limiterò a parlare di quanto il maschilismo di questa società abbia ridotto la maggior parte di noi donne a meri oggetti sessuali, creati esclusivamente per il piacere dell’uomo.

Desidero, piuttosto, soffermarmi su una questione a mio avviso altrettanto grave e preoccupante.

Nei primi giorni in cui esplose la notizia di Weinstein, mi capitò sotto gli occhi un articolo in cui l’attore James Van Der Beek (noto interprete della serie “Dawson’s Creek”) confessava di essere stato a sua volta molestato in passato da uomini di potere, più o meno all’inizio della propria carriera; l’attore ha mostrato il proprio supporto nei confronti di Asia Argento e di tutte le altre vittime di Weinstein ed ha contribuito a rompere un tabù fino a quel momento rimasto inesplorato.

In principio, ho trovato abbastanza fastidioso il fatto che le critiche rivolte alla Argento (“Avrebbe dovuto denunciarlo prima”, “Se non si è tirata indietro vuol dire che, tutto sommato, non le è dispiaciuto”) non hanno minimamente toccato il caso di Van Der Beek, ma poi ho immediatamente realizzato che il vero problema era un altro ed è stato proprio l’hastag #metoo a darmene una conferma.

Nel momento in cui io stessa ho postato su facebook la mia “confessione”, ho scelto di dedicare l’hastag a tutte quelle PERSONE che come me siano state, almeno una volta, vittime di molestia.

Ribadisco il concetto: Persone.

Donne o uomini, senza distinzione di sesso, perché le violenze non conoscono genere e nessuno dovrebbe mai essere considerato esente da un eventuale pericolo.

Mi sono quasi stupita del fatto che nessun ragazzo di mia conoscenza avesse voluto mostrare la propria solidarietà, ma è stato proprio il mio amico Riccardo a farmi notare che cosa non andasse: “Non possiamo permetterci di partecipare”, sono state le sue parole.

E questo mi ha fatto profondamente incazzare.

Parlo molto spesso di Doppio Standard, di come troppo spesso si tendano ad applicare giudizi differenti a seconda della persona che ci troviamo di fronte, e questo è un perfetto – e fastidioso – caso di Doppio Standard legato al genere: le donne vittime di molestie possono denunciare la propria aggressione, agli uomini molto spesso non è concesso.

E vi dirò di più: si tende troppo spesso a prendere in considerazione i casi in cui gli uomini vengono molestati da altri uomini ma non si parla abbastanza del fatto che le stesse donne siano in grado di far sentire gli uomini violati o “oggettivizzati”.

Non sto dicendo che non esistano uomini che molestano altri uomini, al contrario! La mia polemica si basa, piuttosto, su due assunti differenti: il primo, è che nessun uomo ha pensato di condividere le proprie esperienze con le vittime di Weinstein, come se la cosa non dovesse in alcun modo toccarli perché, in quanto uomini, non sono realmente in grado di capire cosa si prova.

Probabilmente la “colpa” è stata proprio di chi ha lanciato l’hastag #metoo, dando quasi per scontato che solo le donne potessero partecipare e dimenticando che altrettanto spesso gli uomini si ritrovano a dover condividere quelle stesse spiacevoli sensazioni con il genere femminile.

Ma la cosa ancora più fastidiosa è un’altra ed è strettamente legata alla campagna #metoo: la maggior parte degli uomini non ha il coraggio di ammettere di essersi sentito almeno una volta violato.

Perché la società non glielo consente, perché l’uomo è dominatore e quando la donna – perché sì, adesso voglio parlare proprio di donne che molestano gli uomini – gli si avvicina è perché “lo ha scelto”, perché lo ha preferito a molti altre uomini e questo dovrebbe farlo sentire forte, gratificato nella propria mascolinità.

Il maschio alpha deve essere fiero del proprio ruolo, non vergognarsene.

Ma cosa succede quando quella scelta non è consenziente? Quando lo sguardo di una donna indugia in maniera troppo provocante, quando le sue parole sono di troppo o fuori luogo, quando le sue mani si allungano dove non dovrebbero o quando le sue attenzioni non sono minimamente richieste? Avete presente le così dette “fidanzate psicopatiche”? Quelle che controllano i telefoni, seguono i propri ragazzi perché non si fidano, minacciano di rigare macchine e motorini, o si appostano sotto casa dopo essere state mollate perché non accettano che il proprio uomo possa prendersi una simile libertà?

Ebbene, anche tutto questo è molestia.

E tanti uomini non hanno il coraggio di rivendicarlo.

Sono sicura che se provassi a chiedere ad ogni maschio che conosco se almeno una volta in tutta la sua vita si sia mai sentito violato, lui risponderebbe in maniera affermativa; eppure, non sempre avrebbe il coraggio di ammetterlo apertamente.

Perché è una vergogna ammettere che una donna possa far sentire un uomo fragile, indifeso, forse persino spaventato.

Una donna che ha subito violenza da un uomo è solo una donna come tante; un uomo che ha subito violenza da una donna può essere visto come debole, forse persino meno maschio.

Una donna che si sente a disagio per le attenzioni indiscrete di un uomo, a volte è semplicemente una ragazza con la testa sulle spalle e con un minimo di senso pratico, che cerca di evitare una situazione sgradevole che potrebbe facilmente metterla in pericolo, perché la maggior parte degli uomini – secondo la società moderna – ha in testa solamente di approfittarsi di una donna; un uomo che osa concedersi lo stesso lusso con una donna è un coglione, uno sfigato, probabilmente persino un finocchio secondo i meno tolleranti.

Perché si sa che agli uomini il sesso piace e se a farlo con lui è una donna anche bruttina, più vecchia di lui o che non necessariamente rientra nei suoi tipici canoni di bellezza, che problema c’è?

Questo marasma di stronzate e di luoghi comuni potrebbe sembrare campato in aria, ma mi rendo conto di quanta verità si celi fra queste mie parole. Del resto, per quale motivo – secondo voi – si parla fin troppo spesso di molestie omosessuali e mai di molestie eterosessuali da parte di donne?

Proprio per quanto detto prima: perché l’uomo è cacciatore, carnefice, pericoloso, e se vittima di un altro uomo è semplicemente un lupo più debole che si è fatto sopraffare dal più forte, senza troppa vergogna; ma un uomo che si lascia vincere da una donna, non è più degno di fare parte del branco.

Un Doppio Standard in piena regola, direi.

Arrivata a questo punto della mia riflessione, vorrei essere io a dare il via ad una iniziativa; forse mi prenderanno sul serio in pochi e nessuno vorrà aderirvi, ma mi sento in dovere di farmi portavoce di una simile causa.

Vorrei sfruttare l’espressione idiomatica inglese “Me too” per lanciare la mia campagna personale: quando una persona desidera esprimere il proprio accordo ad una situazione, lo fa utilizzando le parole “Me Too” e se una terza persona desidera accodarsi lo dimostra attraverso l’espressione “Me Three” (in italiano banalmente traducibili come “Siamo in due. No, siamo in tre”).

Dunque, a me piacerebbe che tutti gli uomini che siano stati vittima di molestie – sia che fossero da parte di uomini, che di donne – a postare sui propri social l’hastag #methree, per denunciare ad alta voce il fenomeno della violenza sugli uomini. Senza vergogna e senza la paura di essere giudicati, ma con il solo bisogno di ribadire ancora una volta che gli abusi sessuali non conoscono genere.

Ed anche per imparare ad essere un po’ più solidale nei confronti di chi, troppo spesso, si è ritrovato suo malgrado a dover chinare il capo e a nascondersi nell’ombra.

Ringrazio in anticipo tutti coloro che vorranno partecipare all’iniziativa.

#Metoo, #Methree, per rompere finalmente le barriere del silenzio.

La Rinascita

Anakin non aveva mai avuto paura della morte.

Non della sua, almeno.

Non aveva mai pensato al momento in cui la vita lo avrebbe abbandonato, perché era troppo impegnato a viverla e ad assaporarne ogni singolo sorso, fino all’ultima goccia. Persino quando l’oscurità si era impossessata di lui ed il troppo potere aveva avvelenato il suo cuore e la sua mente, Anakin non aveva mai concretamente pensato al giorno della propria morte.

Perciò, adesso che le forze erano sul punto di abbandonarlo ed il suo corpo esalava a fatica l’ultimo respiro, non si sentiva poi così dispiaciuto all’idea di dover abbandonare questo mondo; sapeva, in fin dei conti, di andarsene da eroe, con il cuore e l’animo finalmente in pace.

Lo sguardo di suo figlio Luke era cupo e spaventato, le sue iridi azzurre non smettevano di fissarlo con aria inquieta e addolorata. Ed Anakin era semplicemente felice di averlo guardato almeno una volta con i suoi veri occhi, prima di morire.

<< Padre. >> gemette il giovane Skywalker, in tono lacrimoso.

Gli sembrava così ingiusto, aver ritrovato suo padre e dovergli dire addio nuovamente, con la consapevolezza che questa volta sarebbe stato per sempre. Eppure, Anakin sembrava non aver alcuna paura di morire; il placido sorriso sul suo volto aveva un aspetto sereno e rassicurante, quasi a voler dimostrare che la sua dipartita rappresentava più una nuova rinascita, che la morte stessa.

Anakin socchiuse gli occhi, ripercorrendo mentalmente ogni momento ed ogni persona importante della sua sfortunata vita: ripensò a sua madre, Shmi, colei che da sola lo aveva messo al mondo e cresciuto, alla quale da piccolo era stato così legato e per la quale aveva sofferto così tanto, quando da solo e spaventato aveva affrontato con fatica i primi addestramenti Jedi; non era stato in grado proteggerla e ancora, dopo tanti anni, non riusciva a liberarsi completamente da quel doloroso rimorso. Ripensò al Maestro Qui Gon, il suo salvatore e praticamente la prima persona ad aver creduto in lui, e poi al Maestro Obi Wan, che per lui era stato come un secondo padre o un fratello maggiore, prima che le sue infauste e sfortunate scelte li mettessero l’uno contro l’altro.

Infine, ripensò a lei: Padmé.

In cuor suo, Anakin sapeva di non aver mai smesso di pensare a lei, neanche quando il suo buon cuore era stato schiacciato dal peso opprimente dell’odio e della rabbia di Darth Vader. Probabilmente era stato proprio il pensiero di Padmé a tenerlo in vita per tutto questo tempo, a non lasciare che quel poco che di Anakin era ancora rimasto venisse completamente distrutto dalla malvagità del Lato Oscuro.

Era sempre stata Padmé a mantenere viva dentro di lui la speranza di riuscire, un giorno, a rivedere la luce.

Anakin socchiuse gli occhi e sospirò flebilmente.

Padmé…

Presto sarebbe tornato da lei, l’avrebbe stretta fra le proprie braccia e, questa volta, non avrebbe permesso a niente e nessuno di separarli. Non avrebbe commesso nuovamente lo stesso errore, non avrebbe permesso al suo folle amore di ardere senza sosta fino a bruciare ogni cosa, lasciando attorno a sé nient’altro che cenere e silenzio.

Era stata tutta colpa sua e questo Anakin lo sapeva, sapeva che Padmé sarebbe ancora viva se solo lui non avesse permesso alla paura di insinuarsi nelle sue vene, fino a trasformarsi in rabbia ed, infine, in odio.

Eppure, come avrebbe potuto impedire tutto ciò? Come avrebbe potuto soffocare il suo dolore e la sua angoscia, come avrebbe potuto nascondere a tutti il suo grande terrore di perdere Padmè?

Lui non poteva perdere Padmè.

Sin dalla prima volta in cui i suoi occhi spaventati si erano posati su quella figura esile ed angelica, sin dal primo istante in cui l’aveva sentita ridere e parlare, Anakin capì che non sarebbe stato in alcun modo possibile dimenticare; aveva pensato a lei ogni notte a partire da quel loro primo incontro ed aveva continuato a farlo per molti anni, durante il periodo dell’addestramento e di ritorno da ogni missione affrontata con il Maestro Obi Wan.

Il suo cuore, che l’Ordine dei Jedi avrebbe voluto sgombro da ogni genere di emozione e forma di attaccamento, batteva ogni giorno solamente per lei.

Non desiderava altro che starle accanto, anche solo per pochi istanti: Padmé era la sua stella polare, la luce dei suoi occhi, l’acqua che beveva e l’aria che respirava. Non conosceva il pensiero di una vita senza di lei, perché nessuna vita sarebbe mai stata degna di essere chiamata tale se a lui fosse stata negata l’occasione di poter essere al suo fianco.

Per molti era sbagliato, si trattava di un desiderio nocivo e pericoloso, un istinto che un Cavaliere Jedi dovrebbe soffocare, per impedirsi di venire sopraffatto dall’avidità e dal Lato Oscuro.

L’attaccamento” diceva sempre il Maestro Yoda “E’ la via per il Lato Oscuro”.

E per Anakin certamente lo era stato.

Era stato il suo amore profondo a condurlo in silenzio verso l’Oscurità, il terrore di perdere Padmé aveva fatto sì che il tormento dentro di lui si facesse sempre più forte, logorante e difficile da sopportare. Sembrava quasi difficile da credere, eppure era davvero così; tutto il dolore, tutto il male che Anakin aveva fatto a se stesso e agli altri nell’arco di tutti questi anni, erano riconducibili ad un’unica, ineluttabile causa: il suo disperato amore per Padmé.

Soltanto adesso si rendeva conto di quanto fosse egoistico e sbagliato, e se solo avesse potuto tornare indietro e cambiare il proprio destino, probabilmente avrebbe fatto qualsiasi cosa per impedire a Padmé di morire in cambio della sua resa al Lato Oscuro.

Eppure, al tempo stesso, sapeva che il suo destino non poteva essere riscritto, neanche da lui stesso.

Il fato aveva imposto lui un futuro che non poteva essere mutato e adesso che la profezia, finalmente, era stata compiuta, non gli restava altro che abbandonare questo mondo in pace, senza più alcun rimorso o rancore per il passato. Il tempo per il dolore era finito, la sua anima era pronta per riposare ed il suo cuore era finalmente libero da ogni genere di oppressione.

Lentamente, Anakin chiuse gli occhi e riconsegnò la propria anima al cielo, senza provare alcun male. E mentre Luke, in silenzio, piangeva lacrime amare per un padre mai avuto, due braccia accoglienti ricevevano dolcemente il corpo di Anakin, stringendolo a sé con premura ed avvolgendolo con il proprio calore.

No, Anakin non aveva alcuna paura di morire.

Perché sapeva che il giorno della sua morte, sarebbe stato anche lo stesso della sua rinascita.

Incitamento all’odio o Libertà di espressione? Il labile confine fra diritto e intolleranza.

Avete sentito parlare della “Spiaggia Fascista” di Chioggia?

Beh, immagino di sì, dal momento che giornali e tv ne parlano piuttosto di frequente già da diversi giorni: Si tratta di un Lido gestito da uno “stravagante” signorotto del luogo, un simpatizzante dell’ex partito fascista che ha scelto un modo piuttosto pittoresco per manifestare la propria aderenza alle ideologie littorie, vale a dire tappezzare l’intero bagno di frasi e manifesti inneggianti al Duce ed al regime.

Nulla di strano” potrebbe obiettare qualcuno “Quante volte abbiamo visto manifesti, adesivi o simili che fanno riferimento a partiti politici? La gente va in giro con indosso magliette del Che Guevara o con le spillette del PD attaccate alla borsa, perché mai ci sorprendiamo di fronte alla questione?”

Diciamo che, in questo caso, entra in gioco una questione piuttosto spinosa e risalente alla notoria Legge Scelba, secondo la quale qualsiasi forma di propaganda o tentativo di ricostituzione dell’ex partito fascista siano equiparabili ad un vero e proprio reato – norma, fra le altre cose, ribadita anche dalla nostra Costituzione.

In sostanza, se fai sfoggio della tua ideologia fascista, stai commettendo un crimine contro i principi fondamentali del nostro paese.

Eppure, non sono stati dello stesso parere i pm di Venezia, i quali hanno semplicemente archiviato la “bizzarria” di Giovanni Scarpa (tale è il nome del gestore della spiaggia incriminata) come un’eccentrica esaltazione del proprio pensiero, nulla che fosse in qualche modo riconducibile ad un’azione apologetica del regime.

La questione, ovviamente, mi ha subito portato a farmi un milione di domande.

Se questo atteggiamento di propaganda non è paragonabile ad un’azione di apologia, che cosa esattamente può essere definito tale? Esprimere la propria appartenenza ad un qualcosa che è stato per Costituzione definito sbagliato e criminale, e diffonderla a mo’ di proselitismo, non è forse da considerarsi sbagliato a sua volta?

E soprattutto, non sarà forse che con la scusa della libertà di pensiero stiamo lasciando un po’ troppo spazio alla diffusione di odio, intolleranza e anti-democrazia?

Per carità, ognuno è libero di pensare ciò che vuole, ma nel momento in cui decide di esprimere apertamente il proprio parere contrario alle regole di tolleranza che costituiscono – o almeno, dovrebbero costituire – la società in cui viviamo, non sta forse facendo un abuso della propria libertà?

Ne ha parlato anche il mio professore di “Tutela dei Diritti Umani” qualche giorno fa a lezione: Esistono delle necessarie limitazioni anche ai diritti fondamentali, specialmente nel momento in cui l’esercizio di tale libertà rischia di andare a ledere il rispetto e la dignità di altre persone; in tal caso, quando la libertà di parola, pensiero ed espressione, incita all’odio o al disprezzo verso terzi, è fondamentale che vi sia un’autorità in grado di stabilire che tale opinione è frutto dell’ignoranza e dell’intolleranza, piuttosto che della propria libertà di autodefinirsi.

All’apparenza potrebbe sembrare un pensiero iniquo, ma riflettiamoci attentamente: Quante volte abbiamo usato o visto utilizzare la scusa della libertà di pensiero per gettare fango su qualcuno o qualcosa che non mi sta a genio? Magari non lo facciamo con cattiveria, spesso il modo colorito di esprimersi dipende esclusivamente dal livello di astio che quell’idea o persona provoca in noi – ed essendo esseri umani, non c’è poi da sorprendersene – ma quante volte ce la siamo presa con qualcuno attraverso la tipica formula del “Ho anche io diritto di pensare ciò che voglio?”

Il diritto, indubbiamente, ce l’abbiamo tutti, ma fra il dire e il fare vi è di mezzo – in questo caso – un oceano di pessime intenzioni.

L’incitazione all’odio per gli extracomunitari non è una giustificazione della libertà di opinione, dare dell’idiota a qualcuno, sminuirlo, calpestare con i piedi le sue idee non può in alcun modo essere motivato dalla mera consapevolezza di avere un punto di vista differente e dalla pretesa di essere dalla parte del giusto.

Quando la propria libertà diventa una violazione della libertà altrui, allora cessa automaticamente di essere diritto fondamentale al quale potersi appellare in maniera assoluta, senza pensare di dover fare fronte alle conseguenze.

Qualcuno potrebbe dirmi che il proprietario del Lido di Chioggia non inneggiava direttamente alla violenza, all’odio e all’intolleranza, ma la mia risposta sarebbe che trattandosi di idolatria del partito fascista e del Duce, la cui politica si è basata per anni sull’intolleranza e sull’utilizzo della violenza, diciamo che ci è andato piuttosto vicino.

Come ho già detto si tratta di una questione particolarmente spinosa, ma per quanto concerne il regime fascista non si possono fare paragoni con altri partiti, poiché il bagagliaio storico del nostro paese è colmo di trascorsi che nulla hanno a che vedere con la mera ideologia; l’applicazione pratica delle teorie fasciste ha portato ad un clima di violenza e di terrore che non si può certo comparare al resto della politica contemporanea (sebbene in tanti potrebbero obiettare che lo stesso regime Comunista ha commesso innumerevoli crimini contro l’umanità, ma 1_ Non lo ha fatto nel nostro paese, ergo, in Italia non sussiste il reato di apologia al Comunismo, 2- Il Comunismo si basa su un’ideologia tutt’altro che violenta e limitativa delle libertà altrui, ma di questa faccenda mi occuperò più avanti ed in separata sede).

Insomma, se devo dire la mia, non condivido la scelta dei pm di declassare il comportamento di Scarpa a mera libertà personale e vorrei davvero che le persone imparassero a non nascondersi dietro a tale scusa ogni qualvolta abbiano la possibilità di gettare veleno su qualcuno.

Avere un’opinione, anche diversa dalle altre, è diritto di ogni singolo individuo sulla Terra così come lo è la possibilità di esprimerlo apertamente senza essere per esso perseguitato… Ma al tempo stesso, è necessario imparare ad utilizzare il rispetto e la tolleranza nell’espressione di tale opinione.

In caso contrario, non esisterà più una vera libertà di parola, ma una velata giustificazione a seminare odio intorno a noi, con la semplice scusa che a questo mondo, ognuno ha il diritto di dire e di non ascoltare le risposte altrui.

Sesso al primo appuntamento, è un bene o un male?

Miei cari lettori, ben tornati al nostro consueto (per modo di dire, visto che non aggiorno da una vita) appuntamento con la rubrica “Sex and The City”, ispirata all’omonima serie televisiva ed agli episodi che la compongono.

Per chi mi conoscesse da poco e fosse rimasto indietro col programma (comprensibilissimo, dato che l’ultimo post appartenente a questa rubrica è uscito ormai decadi fa), si tratta di una rubrica in cui il sesso è costantemente sotto i riflettori ed in cui la sottoscritta, traendo ispirazione dalla serie e facendo tesoro delle proprie esperienze – e di quelle degli amici – si ripropone di esplorare ogni singolo aspetto di questo argomento ancora da troppi considerato un tabù, in un contesto più realistico e ristretto come quello dell’Italia dei giorni d’oggi.

Dopo aver parlato di “Donne e sesso”, “Ventenni vs Trentenni”, “Bellezza esteriore”, “Single e Coppie” ed “Utilizzo del proprio corpo come strumento per ottenere favori”, oggi mi ritrovo ad affrontare una questione altrettanto spinosa e controversia: Dopo quanti appuntamenti sarebbe opportuno, per una donna, concedersi da un punto di vista sessuale?

O più semplicemente, per banalizzare la faccenda, è giusto o sbagliato fare sesso al primo appuntamento?

Una questione – come ho già detto – spinosa, soprattutto se consideriamo il fatto che noi donne (nonostante l’aver ormai superato da tempo l’anno 2000) siamo ancora eccessivamente soggette a stereotipi e luoghi comuni che ci vorrebbero caste, pudiche e certamente meno a nostro agio con il sesso di quanto non lo siano i nostri amichetti maschi.

Nell’episodio cui faccio riferimento, la protagonista Carrie viene rimproverata dalle sue amiche (a parte Samantha, che è la sex friendly di turno) per aver ceduto agli istinti ed essere andata a letto con un uomo durante il loro primissimo appuntamento: “E’ sbagliato” dicono Charlotte e Miranda “In questo modo dai l’impressione di essere una facile, non c’è alcuna sfida e lui ti percepirà sempre come una che può essere usata solamente come il sesso perché, in fin dei conti, questo è ciò che tu hai dimostrato sin dal primo momento”.

Ok, beh… Permettetemi di dissentire!

In primo luogo, bisogna sottolineare il fatto che per un uomo il portarsi a letto una ragazza al primo colpo è per la maggior parte delle persone una ragione di vanto, mentre per una donna – al contrario – è motivo di vergogna.

Ovviamente, ciò avviene perché questa società continua a percepire la donna come una creatura da dover proteggere ed incapace di vivere liberamente il sesso, una figura sottomessa che deve stare alle tipiche regole del corteggiamento e, di conseguenza, è concepita come una sorta di preda da dover catturare: Se il cacciatore, l’uomo, non deve fare alcuna fatica per ottenere il proprio trofeo non vi è abbastanza divertimento e allora non vale la pena di andare avanti; se la donna si concede al primo colpo non va bene, perché poi l’interesse va scemando e allora la si può anche scaricare.

La solita manata di stronzate, se posso permettermi il francesismo!

Se vale, come al solito, il principio per cui una donna è libera di fare sesso tanto quanto l’uomo, che una donna con tanti partner sessuali non è una facile e che maschi e femmine dovrebbero (sottolineo, DOVREBBERO) essere investiti dei medesimi ruoli all’interno di una relazione, per quale motivo una donna che si concede al primo appuntamento – o al secondo, non è che ci sia molta differenza – dovrebbe avere qualcosa che non va?

Certo, torniamo al solito discorso della “preda e del cacciatore”, ma andiamo… Devo essere io a dire che i tempi moderni stanno pian piano sovvertendo i ruoli? Non c’è nulla di strano se per una volta è la donna a farsi avanti per prima, se è l’uomo che prova a farsi desiderare, se entrambi giocano ad armi pari e a carte scoperte… Dunque sì, anche alla luce delle “tempistiche ideali per fare sesso” maschi e femmine dovrebbero trovarsi sullo stesso livello.

[ Affronterò prossimamente l’argomento sui “ruoli” all’interno di una relazione, per adesso mi limiterò a lanciare l’amo e vediamo se qualche pesciolino abbocca 😀 ]

Purtroppo, come al solito, sono io che penso di vivere in un’utopia.

Mi sono confrontata spesso con i miei amici sull’argomento: Io sono totalmente contraria all’idea che una donna debba seguire un criterio logico e temporale prima di concedersi al proprio partner e di fatti non sono state rare le volte in cui ho avuto contatti fisici e sessuali con un uomo sin dai primi appuntamenti… L’ho sempre trovata come una cosa naturale, niente di cui dovermi vergognare o per cui dover dare alcuna spiegazione.

Per la stessa ragione, non mi sono mai sentita una ragazza facile, una sgualdrina o una donna che da un uomo potrebbe essere solamente usata.

Ritengo, inoltre, che la teoria del “Più tempo aspetti prima di darla ad un uomo meglio è, perché in quel caso saprai davvero che ti vuole per qualcosa di più del mero sesso” non sia affatto corretta, o almeno non del tutto: Se un uomo ha deciso in partenza che vorrà solamente portarmi a letto, lui lo farà comunque, sia che io voglia aspettare due oppure dieci appuntamenti; non solo, se si tratta di un uomo particolarmente tenace e subdolo, farà in modo di farmi credere l’esatto contrario, ossia che non sta con me solamente per il sesso ma che ha intenzioni serissime e vuol fare le cose per bene, con i miei tempi.

E’ vero, molto spesso gli uomini decidono di gettare la spugna nel momento in cui si rendono conto che la ragazza non aprirà le gambe a suo piacimento come sperano, e allora – direte voi – può essere utile aver aspettato e non essersi concessa troppo presto; almeno, in questo caso, vi sarà stato un minore scambio emotivo ed il distacco sarà meno doloroso, la delusione più facile da superare.

Vero anche questo, ve lo concedo, ma non per tutti.

Voglio dire, prendiamo ad esempio me: Per me il sesso è fondamentale all’interno di una relazione, ma non è la forma di intimità che per me conta di più; quando mi sento veramente nuda di fronte ad una persona, io non mi privo dei miei abiti ma delle mie debolezze interiori, condivido i miei sogni, le mie passioni, tutto ciò per cui il mio cuore batte… Ed il sesso, per quanto importante, è una cosa che vivo in maniera molto meno profonda, molto meno personale.

Il che non significa – badate bene – che io sia disposta a far sesso con chiunque… Al contrario, sono molto selettiva! Tuttavia, per una persona come me, fare sesso al primo appuntamento significa semplicemente rispondere a delle inevitabili pulsioni fisiche e biologiche, esattamente come avviene per un uomo… E allora, se non voglio aspettare fino al decimo appuntamento, per quale ragione dovrei sentirmi in colpa verso me stessa?

Nel caso in cui la persona voglia qualcosa di più, allora continueremo a frequentarci e le cose andranno – auspicabilmente – verso un qualcosa di più duraturo, se invece il ragazzo mi porterà a letto ed il giorno dopo sparirà per sempre dalla mia vita, io ci avrò guadagnato (possibilmente) del buon sesso e non sarò ancora così affezionata a lui da sentirmi col cuore spezzato nel momento in cui mi avrà lasciato.

Se, invece, io decidessi di aspettare un mese prima di concedermi e in quel periodo condividessi con quella persona tutto ciò che più mi è caro, allora finirei per soffrire tremendamente al momento della rottura a prescindere dal fatto che vi sia stato o meno un rapporto sessuale; e vi dirò di più, nel caso in cui vi fosse, non sarebbe certo quello a farmi soffrire ma tutto il resto, l’intimità emotiva che abbiamo condiviso quando i nostri corpi non si sono neppure sfiorati. [NOTA: Fra le altre cose, ogni volta che ho deciso di non aspettare più di due appuntamenti per fare sesso, i ragazzi in questione NON sono spariti, ma hanno continuano a frequentarmi per diverso tempo. Poi la storia è finita lo stesso, ma non è stato certo il sesso a farmi soffrire la separazione.]

La maggior parte dei miei amici tende ad essere d’accordo con me, mentre fra le mie amiche si creano due fazioni differenti, una che condivide pienamente il mio pensiero ed un’altra che si schiera dall’altro lato; c’è comunque da dire che NESSUNO ha mai pensato che io sia una persona facile e, di conseguenza, posso dire che pur non avendo il consenso di tutti all’unanimità possiedo certamente il loro supporto.

Io credo che non esista una verità assoluta, tutto dipende dalla singola persona e dal modo in cui vive il sesso e l’intimità con il proprio corpo; non è detto che ogni donna debba aspettare un certo numero di appuntamenti prima di fare sesso con un uomo, chi decide di farlo non deve essere considerata una bigotta e chi preferisce non attendere non può certamente essere additata come facile.

La cosa fondamentale, come sempre, è il rispetto della persona e della sua libertà personale.

A nessuno dovrebbe importare quanto a lungo una donna desidera aspettare prima di fare sesso, nessuno dovrebbe avere il diritto di giudicare e se posso dire la mia, prima di ogni altra cosa, non dovrebbero neppure esistere delle regole a riguardo: tutto dovrebbe, molto banalmente, essere spontaneo ed accadere con semplice naturalezza, senza forzature e – soprattutto – senza dover tenere costantemente sotto controllo “l’orologio” e chiedersi se sia troppo tardi o ancora troppo presto.

Anche perché, diciamoci la verità: quando le cose avvengono in maniera semplice e spontanea, senza sotterfugi, senza doversi chiedere continuamente se in questo assurdo e complicatissimo gioco dell’amore non stiamo facendo passi falsi e giocando le carte sbagliate, non è forse tutto molto più bello?

E voi, che cosa ne pensate? Come sapete i commenti sono sempre assai graditi. 🙂

Come Bambini

Mi capita spesso, negli ultimi tempi, di pensare a quanto la vita dei bambini sia tanto più semplice di quella di noi adulti, non solo per la mancanza di preoccupazioni e per la loro innata capacità di pensare esclusivamente al presente ma per la naturalezza con cui riescono a gestire le relazioni.

E’ tutto più facile, quando sei un bambino: se quel tuo compagno di scuola ti sta antipatico lo eviti e ti allontani da lui senza troppi pensieri, se invece ti piace lo inviti a giocare e trascorri con lui la maggior parte del tuo tempo e ti dedichi a lui come se fosse la persona più bella ed importante di tutto il mondo.

Ogni gesto è spontaneo e sincero, senza alcuna forzatura, e non esiste l’idea di preoccuparsi di aver fatto una mossa sbagliata o di aver corso troppo: un regalo non è mai fuori luogo, un bacio prematuro, una promessa di troppo.

E’ tutto perfettamente al proprio posto, nel presente, perché è lì che le emozioni devono stare.

Almeno, se sei un bambino.

Ieri pomeriggio ero al parco giochi con la bimba cui faccio da baby sitter ed ho assistito ad una scena davvero meravigliosa: la bimba stava giocando su di un piccolo tappeto elastico assieme ad altri bimbi e ad un certo punto, praticamente dal nulla, una pargoletta chiaramente più piccola di lei, con due grandi occhi scuri e le guance paffute si è avvicinata a lei e senza dire niente l’ha stretta in un tenero abbraccio.

Non l’aveva mai vista prima, era praticamente un’estranea, ma qualcosa in lei doveva averle fatto credere che si trattasse di una personcina speciale e così ha deciso di volercisi avvicinare, facendolo nel modo più semplice e naturale che una frugoletta della sua età conosca: un abbraccio.

Non nego di essermi profondamente commossa davanti alla scena e guardando di sottecchi la mamma dell’altra bimba, mi sono accorta di non essere la sola ad osservare quel grazioso quadretto con gli occhi lucidi e trasognanti.

Giuro, avrei voluto immortalare quell’istante e conservarlo per sempre: insomma, era chiaro che quelle due bambine non sapessero praticamente niente l’una dell’altra, che il tempo trascorso insieme si sarebbe limitato ad un breve pomeriggio tra scivoli ed altalene e che il giorno dopo non si sarebbero più riviste, ma a nessuna delle due importava! Ciò che contava davvero era che in quel momento fossero lì, a giocare assieme, e che fosse bello.

In quel momento, entrambe erano certe di aver trovato una vera amica.

Vorrei che le cose fossero così semplici anche per noi adulti: i rapporti fra le persone sono diventati complicati, a volte persino incomprensibili; ci sono troppe regole, si pensa troppo a quanto la spontaneità dei nostri gesti possa affliggere l’altro e non siamo disposti a dar subito fiducia alla persona che abbiamo davanti, le relazioni si costruiscono a fatica, lentamente, e con troppa paura.

E’ ormai finito il tempo degli abbracci improvvisi, dei: “Hey, vuoi essere mio amico?“, dei pomeriggi passati a giocare senza pretese… E’ finito il tempo della spontaneità e della semplicità.

Ed io vorrei, invece, che tutto fosse così semplice.

Vorrei poter andare da una persona e dire candidamente: “Io voglio stare con te e non preoccuparmi del futuro, mettere da parte la paura di soffrire, il terrore che possa finire… Voglio stare con te perché sei tu che mi rendi felice e tutto il resto non conta più.”

E vorrei sentirmi rispondere: “Sì, anche io.” e senza preoccupazioni andare avanti, come quando da piccoli si giocava nella sabbia.

Dovremmo restare tutti un po’ bambini, imparare a vivere le nostre emozioni come quando eravamo piccoli.

Credetemi, amici miei, non bisogna mai fidarsi delle persone che ci impongono di crescere: a volte, è proprio crescendo che si perde quell’innata capacità di donarsi altruisticamente al prossimo, senza inutili e pericolosi sotterfugi.

A proposito, per tutti coloro che volessero seguire i miei aggiornamenti su facebook, potete trovarmi su questa pagina: https://www.facebook.com/Polvere-di-Stelle_Blog-166948380547100/

Tendere una mano…

Questa mattina sono andata a Firenze in treno, per incontrare una mia amica.

Me ne stavo raggomitolata nel mio sedile, le cuffie nelle orecchie, il capo lievemente inclinato in direzione del finestrino e lo sguardo assonnato, complici il costante incedere del treno e le poche ore di sonno della notte precedente; una parte di me avrebbe voluto cedere alle lusinghe di Morfeo, ma la musica ha continuato a tenermi sveglia e così sono rimasta a fissare distrattamente il panorama, senza – tuttavia – mettere realmente a fuoco quel che rientrava all’interno del mio campo visivo.

Arrivati ad Empoli, una ragazza con un violoncello è salita a bordo e si è seduta di fianco a me: il suo sguardo era evidentemente triste e continuava a guardare fuori dal finestrino, come a voler cercare qualcuno e memorizzarne alla perfezione ogni singolo dettaglio prima che il treno abbandonasse la stazione per dirigersi verso la sua prossima metà.

Una volta ripartiti, la ragazza ha iniziato a piangere.

Era un pianto sommesso, appena percepibile per chi non le fosse tanto vicino quanto lo ero io, ma era piuttosto chiaro che qualcosa la stesse facendo soffrire nel profondo; io stessa avevo trascorso metà del mio viaggio a piangere, per ragioni al momento del tutto irrilevanti, e nel vedere la mia vicina di posto così ferita ed avvilita, ho sentito di colpo il bisogno di fare qualcosa per lei.

Non ero sapevo se avrebbe accettato la mia richiesta di aiuto, ma ho pensato che fosse la cosa più giusta da fare; del resto, se qualcuno vedendomi in difficoltà mi avesse offerto il suo supporto ne sarei stata felice, così mi sono avvicinata a tentoni e le ho gentilmente domandato se, magari, poteva farle piacere sfogarsi un po’ con me riguardo a quel che le faceva male.

La ragazza mi ha guardato un po’ sorpresa, ha sorriso, e per quel poco che fosse in grado di fare al momento mi ha spiegato quali fossero i suoi problemi, minimizzando e tagliando corto, ma mostrandomi comunque una profonda gratitudine per essermi dimostrata così attenta nei suoi confronti e, soprattutto, per averla fatta sentire a suo agio in una situazione che la rendeva molto imbarazzata.

Ci siamo scambiate un ultimo sorriso e poi siamo tornate alle nostre attività, ma in quel momento ho avvertito fra di noi come una specie di connessione: eravamo entrambe due ragazze ferite, per ragioni neppure troppo differenti, e seppure per pochi istanti ci siamo offerte reciproci sostegno e compassione.

E’ stato bello e per un attimo mi ha fatto sentire meno sola.

Ho pensato che tutti noi, ogni giorno, soffriamo per qualcosa che spesso preferiamo tenere privato o condividere unicamente con poche persone fidate; ogni giorno lottiamo contro qualcosa e questo ci fa sentire fragili, spaesati, il più delle volte soli e vulnerabili.

Per questo può fare bene un aiuto inatteso da parte di uno sconosciuto incontrato sul treno: perché a volte fa bene trovare qualcuno che sia in grado di ascoltarci senza giudicare, che possa darci un consiglio sincero e spassionato o che, più semplicemente, abbia voglia di ascoltarci senza farci sentire in imbarazzo, tanto poi dopo quell’unico incontro le nostre strade non si incroceranno mai più.

Dovremmo lasciarci andare più spesso, anche di fronte ad un’emozione negativa; in fin dei conti, quanto può farci male mostrarsi fragili, bisognosi di aiuto? Beh, certo non più di quanto ci abbia già ferito ciò che è causa delle nostre lacrime.

So bene che non è semplice lasciarsi andare, che molte persone preferiscono soffrire in silenzio e nascondere le lacrime piuttosto che domandare aiuto, ma ci sono dei momenti in cui anche essere forte rischia di diventare controproducente, momenti in cui – semplicemente – abbiamo bisogno di una spalla su cui poggiare il capo e ritrovare ristoro.

Possiamo trovarla in ogni dove, da un amico caro ad uno sconosciuto incontrato sul bus… In ogni caso, basterà guardarci attentamente attorno per capire che vi sarà sempre qualcuno disposto a tenderci una mano e a soccorrerci senza giudicare.

O qualcuno che, allo stesso modo, avrà bisogno di noi.

E nel momento in cui i nostri sguardi si incroceranno, capiremo che non siamo mai veramente soli… Neppure quando crediamo di esserlo.

La vergine delle Telenovelas

Miei cari ed amatissimi lettori, la vostra Federica recensora è tornata – e a dire il vero non so se vi sia effettivamente mancata, ma è certo che a lei era mancato moltissimo scrivere recensioni.

Quest’oggi desidero parlarvi di una serie tv che ho scoperto per puro caso, grazie alla mia migliore amica – ormai diversi mesi addietro – ne aveva da poco iniziato la visione: “Jane The Virgin”. Si tratta di una serie statunitense, trasmessa per la prima volta nel 2014, sul canale The Cw, e basata sulla telenovela venezuelana “Juana la virgen”, creata da Perla Farìs.

Inizialmente questa serie mi era stata presentata come molto divertente ma a tratti un po’ stupida, una vera e propria parodia delle classiche telenovelas sud americane, e – di conseguenza – volutamente eccentrica, sopra le righe e melodrammatica.

In poche parole, una serie che io dovevo assolutamente vedere, se non altro per farmi quattro risate.

Ho iniziato a guardarla con leggerezza e senza aspettative – considerate le premesse, mi era parsa la cosa migliore – ma sin dai primi episodi ne sono rimasta letteralmente incantata: sì, è vero che il concetto base è quello della telenovela traboccante di drammi e colpi di scena, ma per una romantica sognatrice come me tutto ciò non è altro che puro oro.

Vi spiego in breve di cosa parla: Jane è una ragazza latina di ventitré anni, intelligente e brillante, che vive a Miami con la propria madre e la nonna, e che nonostante l’età è ancora vergine, a causa della promessa fatta molti anni prima alla cattolicissima abuela (la nonna, appunto) di attendere almeno fino a dopo il matrimonio prima di concedersi totalmente al proprio uomo; la cosa sembra non disturbare eccessivamente il suo fidanzato Michael, che da più di due anni sopporta pazientemente questa forzatissima astinenza, sostenuto anche dal profondo sentimento che nutre nei confronti dell’amata Jane, per la quale sarebbe letteralmente disposto a fare qualsiasi cosa.

Le cose, tuttavia, iniziano a complicarsi quando Jane – ripetiamolo, VERGINE – viene inseminata per sbaglio durante una visita ginecologica e rimane incinta.

Sì, lo avevo detto che vi era dell’assurdo in tutta questa storia.

In pratica, la colpa è tutta della ginecologa Louisa, la quale – completamente ubriaca – confonde due delle sue pazienti ed insemina Jane al posto della propria cognata Petra, la quale (ed ecco che incomincia il vero dramma) è sposata con Raphael, datore di lavoro di Jane e uomo per il quale lei ha da sempre una cotta – e con il quale, per altro, la ragazza aveva trascorso ben cinque anni prima una bellissima serata coronata da un dolcissimo bacio, al quale si è poi susseguito… Beh, un bel niente.

Dopo una lunga e sofferta riflessione, Jane decide di tenere il bambino, e da qui incominciano ovviamente tutti i problemi: Petra e Raphael si lasciano, lui e Jane si avvicinano, le cose si complicano anche fra Michael e Jane, e nel frattempo Jane scopre che suo padre – da lei mai conosciuto – è niente meno che la star della sua telenovela preferita Rogelio De La Vega, il quale ha scelto proprio questo momento per fare nuovamente capolino nella vita di sua figlia; in più si susseguono tutta una serie di assurdi, drammatici ed improbabili eventi, che però preferisco non rivelare, perché vorrei in qualche modo suscitare la vostra curiosità e spingervi ad avvicinarvi a questa serie proprio come ho fatto io dopo averne sentito parlare la prima volta.

Gli ingredienti per una perfetta telenovela ci sono tutti: tradimenti, triangoli amorosi – talvolta persino quadrangoli – criminali invischiati in traffici di droga, genitori ritrovati, segreti, bugie e chi più ne ha più ne metta; abbiamo persino un simpatico narratore, uno di quelli accessori che io stessa ho sempre sognato di possedere nella mia vita – di certo renderebbe tante delle mie disavventure molto più ironiche e sopportabili.

Certo, sarei decisamente ipocrita se non ammettessi che, in alcuni momenti, la serie tende un po’ troppo a sfiorare il ridicolo, ma lo fa sempre in maniera divertente e mai forzata, e soprattutto con una chiara e mai troppo velata ironia che lascia sempre ad intendere una lettura in chiave parodistica di tutta la situazione.

Uno dei principali punti di forza di quest’opera sta sicuramente nella caratterizzazione dei personaggi: non vi sono eccezioni, ogni protagonista – dai principali ai secondari – è rappresentato in maniera perfetta, nessuno che sia posto o possieda caratteristiche non affini al ruolo da lui ricoperto; spesso sono delle macchiette, a volte un po’ prevedibili nei propri atteggiamenti, ma non per questo banali o scontati, e non mancano mai di far provare empatia e simpatia allo spettatore nei momenti più salienti della vicenda, persino quando ad agire è un antagonista a discapito di uno degli eroi.

Vorrei fare una breve analisi di ogni di loro – senza spoiler, lo prometto – dunque adesso proverò a presentarveli uno per uno:

  • JANE GLORIANA VILLANUEVA: E’ la protagonista, una ragazza di ventitré anni cresciuta senza un padre e con un’educazione cattolica non troppo rigida, ma abbastanza da farle promettere di rimanere vergine fino al matrimonio.  E’ interpretata da Gina Rodriguez.

    Dopo essere stata inseminata per sbaglio, decide di portare avanti la propria gravidanza e diventare madre, nonostante ciò possa costituire un enorme ostacolo per i suoi sogni ed innumerevoli progetti di vita.

    Jane è un personaggio incredibilmente positivo e dalle molteplici sfaccettature: Ci viene presentata da subito come una ragazza forte ed ambiziosa, abituata da sempre ad essere una delle migliori nel proprio campo – dallo studio al lavoro – e a badare a se stessa così da non costituire un peso per la propria famiglia e per l’uomo che le sta accanto.

    E’ una ragazza moderna, indipendente e ben lontana dalla classica principessa in attesa di essere salvata da un prode cavaliere, ma al tempo stesso conserva un profondo romanticismo ed uno spirito di sognatrice che la porta a lottare costantemente per ciò che desidera; è proprio grazie a questo suo coraggio ed al suo grande romanticismo che decide di abbandonare un lavoro sicuro da insegnante per realizzare il suo vero ed unico sogno: diventare una scrittrice di romanzi rosa.

    Personalmente non ho potuto fare a meno di innamorarmi di lei: da romantica senza speranza ed accesa femminista (N.d.A: Spero sappiate tutti che il mio concetto di femminismo sta nella parità dei sessi, non nel ribadire la superiorità del genere femminile su quello femminile e cazzate varie… Ci tengo a ribadire il mio totale distacco da questa forma deleteria di femminismo moderno) ritengo sia davvero utile poter prendere ad esempio un personaggio come questo, una donna forte ed indipendente, che riesce al tempo stesso ad essere dolce e determinata, romantica ma mai troppo ingenua, pratica e coraggiosa, una madre ed una donna in procinto di realizzare i propri sogni – e comunque, essendo una donna come tutte altre, non mancano certamente i momenti in cui la vediamo perdere la pazienza e dare completamente di matto.

    Impossibile non provare empatia nei confronti di Jane ed ancor più impossibile non identificarsi in lei almeno una volta, guardare lo schermo con occhi colmi di lacrime o con un ampio sorriso sulle labbra e mormorare a fior di labbra: “Io ti capisco, Jane. Io mi sento esattamente come te.”

    Chissà, forse sono davvero eccessivamente romantica ed emotiva, ma credo che una protagonista del genere meriti da sola la visione di questa serie, perché con tutti i suoi pregi ed i suoi innegabili difetti, con tutto il supporto che le si può offrire o i “Jane, ma che diavolo stai facendo?” urlati contro la tv, nei peggiori momenti di sconforto, è davvero impossibile non innamorarsi profondamente di Jane Gloriana Villanueva.

  • XIOMARA GLORIANA VILLANUEVA: E’ la madre di Jane, interpretata da Andrea Navedo. E’ una donna estremamente avvenente e affascinante, ancora molto giovane in quanto ha avuto Jane quando aveva solamente sedici anni; dal momento che Rogelio, padre di Jane, si era sottratto ai propri doveri genitoriali, la piccola Jane è cresciuta assieme alla madre e alla nonna, il che ha fatto sì che la famiglia Villanueva diventasse una vera e propria istituzione matriarcale, cosa che non renderà affatto facile la vita degli uomini che si ritroveranno inevitabilmente a gravitare attorno ad essa.

    Xiomara è un’insegnante di danza ed aspirante cantante – Paulina Rubio è il suo più grande idolo e modello di ispirazione – donna tanto forte quanto Jane, ma decisamente meno pratica e assai più sprovveduta; non è un caso, infatti, se a ricoprire il ruolo di madre sia sempre stata Jane, persino quando era ancora una ragazzina.

    Xiomara non è certo un personaggio negativo, anzi, ma contribuisce molto spesso a creare intralci nella vita di Jane proprio a causa di questo suo carattere ancora infantile e poco razionale; la stessa Jane si offende a morte quando scopre che la madre aveva tenuto nascosta per anni la vera identità di suo padre e la povera Xiomara si ritrova ben presto a dover nuovamente recitare la parte dell’adolescente sperduta, nuovamente innamoratasi di Rogelio persino dopo tanti anni di lontananza e nonostante un passato tutt’altro che roseo alle spalle.

    Xiomara resta un personaggio positivo proprio perché impara sempre dai propri errori e perché, nonostante sia un vero disastro per la maggior parte del tempo, mostra di essere una donna premurosa e piena di amore, specialmente nei confronti della propria famiglia.

    E poi è una donna estremamente melodrammatica, personaggio che deve essere presente in ogni telenovela che si rispetti… E dunque, come si fa a non volerle bene?

  • ALBA GLORIANA VILLANUEVA: E’ la nonna di Jane, interpretata da Ivonne Coll.

    Alba è a tutti gli effetti il capofamiglia Villanueva, una donna forte e generosa, cresciuta con una profonda morale cattolica ed un indistruttibile senso della famiglia, che per lei viene sempre prima di qualsiasi altra cosa.

    Come viene frequentemente ricordato nel corso della serie, Alba ha lasciato il sud America e si è trasferita a Miami da clandestina, il che la porta molto spesso a non fidarsi della polizia e ad avere non pochi problemi con la legge; è estremamente legata alla figlia Xiomara ed ancora più alla sua nipotina Jane, della cui educazione si è sempre occupata in prima persona, a cominciare dalla famosa promessa di mantenere intatta la propria verginità fino al matrimonio.

    Si tratta di un altro personaggio assai positivo: Alba incarna tutti i valori tradizionali della famiglia, dell’amore e del supporto verso i propri cari; durante la serie si ritrova molto spesso ad elargire a figlia e nipote consigli su come comprendere il vero amore e, soprattutto, su come capire se la persona che si desidera avere al proprio fianco sia effettivamente quella giusta.

    Non manca mai di ricordare il suo amatissimo Mateo, defunto marito e nonno di Jane, il solo ed unico grande amore della sua vita.

    Alba parla solamente spagnolo, nonostante sia perfettamente in grado di comprendere l’inglese, ma quando si accorge di non poter più vivere la propria vita da clandestina si impegna ad imparare la lingua e a studiare tutto quel che c’è da sapere sugli Stati Uniti, così da diventare a tutti gli effetti una perfetta cittadina americana.

    E’ semplicemente la nonna che tutti noi vorremmo avere… E poi è una grande appassionata di telenovelas ed una cuoca eccezionale, dunque cosa si può volere di più?

  • RAPHAEL SOLANO: E’ il padre del bambino di Jane, nonché proprietario dell’Hotel Marbella dove la stessa ragazza lavora.

    E’ uno dei personaggi più interessanti della serie, poiché in costante evoluzione: Ci viene presentato sin dai primi episodi come il ricco rampollo della famiglia Solano, co-proprietario – assieme al padre – dell’Hotel Marbella e sposato con Petra, bellissima ragazza dal passato turbolento (ma questa è una cosa che andremo ad analizzare in seguito); trascorsi diversi anni a divertirsi con gli alcolici, le ragazze e la bella vita di Miami, il ragazzo sembra aver messo la testa a posto dopo essere sopravvissuto ad una pericolosissima forma di tumore, e riuscito a mettere in salvo un ultimo campione di sperma decide di far inseminare Petra così da costruire finalmente quella famiglia che per tanti anni i due avevano agognato.

    Tuttavia, sappiamo benissimo come vanno a finire le cose.

    Il suo cambiamento appare chiaro dopo qualche episodio, quando lui e Jane incominciano ad avvicinarsi; non per ricadere nel tipico cliché del ragazzo viziato che per ribellarsi ad un padre anaffettivo e ad una figura materna completamente assente diventa la classica testa calda, ma trattandosi di una telenovela non si poteva effettivamente non ricadere in un tale luogo comune.

    Ben presto Raphael incomincia a rivelarsi per quello che è veramente, cioè un uomo sinceramente premuroso e gentile, in grado di offrire supporto morale – e spesso anche pratico – e con un cuore talmente pieno di amore da non riuscire, il più delle volte, a gestirne l’intensità con le giuste attenzioni. Certo, non lo si può esattamente definire un uomo maturo, ha ancora molto da imparare sia come padre sia come essere umano – principalmente perché gli è mancata una vera e propria educazione sentimentale – ma è un uomo che lentamente si avvia verso quel processo di maturazione che tutti noi sappiamo essere destinato a portare a compimento, ed è esattamente questo a renderlo un così bel personaggio.

    Non è perfetto, anzi, forse è fra tutti i personaggi il più imperfetto in assoluto, ma è proprio questa sua totale mancanza di perfezione e questo suo arrancare costantemente alla ricerca di una soluzione a renderlo così amabile agli occhi dello spettatore – o della spettatrice, in questo caso mi concedo la possibilità di scivolare nel sessismo.

    E’ interpretato da Justin Baldoni.

  • MICHAEL CORDERO: E’ il fidanzato di Jane, un giovane detective di recente ossessionato con la cattura di un super criminale invischiato in pericolosissimi traffici di droga.

    Michael è profondamente innamorato di Jane, tanto da riuscire a sopportare il fatto che la ragazza abbia promesso di restare vergine fino al matrimonio, ma nonostante la sua infinita pazienza ed il suo grande amore, non riesce a sopportare il fatto che Jane stia per avere un figlio da un altro uomo e questo lo porterà molto lentamente alla rottura con la ragazza, restandole – tuttavia – al fianco come un caro amico e ritrovandosi in breve tempo all’interno di un ineluttabile triangolo amoroso.

    Come tutti i personaggi della serie, neppure Michael è esente da difetti o imperfezioni: troppo ossessionato dal proprio lavoro – ma altrettanto legato a Jane da non permettere alla sua felicità di mettere a rischio la propria carriera – e a tratti un po’ troppo egoista da riuscire a supportare pienamente la scelta di maternità di Jane (ma anche in questo caso, lo si può effettivamente biasimare?), ma la sua dolcezza e le costanti premure che riserva a Jane, persino dopo la loro rottura, lo rendono senza dubbio uno splendido modello maschile – e sì, lo ammetto, in questo momento non sono affatto obiettiva perché si tratta del mio personaggio preferito.

    Come al solito non voglio fare spoiler, ma in questo momento mi riesce difficile non parlare di quanto io trovi Michael dolce e premuroso, e soprattutto – essendo io molto romantica ed in piena fase smelensa – quanto somigli al mio uomo ideale, per cui forse sarà meglio smettere di parlare di lui onde evitare di scrivere un’analisi del personaggio non oggettiva ed evidentemente influenzata dal mio eccessivo amore. Eppure è proprio così: Michael dimostra il proprio amore in maniera attenta e discreta, talvolta persino silenziosa, senza gesti eccessivamente plateali ma semplicemente dimostrandosi presente nel momento del bisogno o attraverso piccole e quasi banali azioni quotidiane, quelle che però – nella loro candida semplicità – si rivelano essere le più preziose.

    E fra le altre altre cose  è interpretato da Brett Dier, che è pure un bellissimo ragazzo, dunque non è davvero possibile non innamorarsi di lui… Ma d’accordo, adesso andiamo avanti con il prossimo personaggio.

  • PETRA ANDEL (DE SOLANO): E’ la (ex) moglie di Raphael – non è un grande spoiler, i due si lasciano praticamente dopo due episodi – una donna bellissima ma algida e fredda, che nasconde un oscuro e travagliato passato del quale lo spettatore verrà messo al corrente solamente verso la fine della prima stagione.

    Essendo una delle principali antagoniste non è certamente un personaggio buono e positivo (non all’inizio, quanto meno) e sin dai primi episodi commette azioni losche e disdicevoli nei confronti della maggior parte delle persone che le stanno accanto, ma nonostante il suo essere così scorretta è un personaggio talmente ben scritto che non lo si può non apprezzare in toto e, dopo aver imparato a conoscerla meglio ed aver scavato in maniera più profonda nel suo passato, non si può non provare almeno un briciolo di compassione verso di lei.

    Petra, in fin dei conti, non è affatto cattiva: principalmente è soggiogata da una madre prepotente e tutt’altro che premurosa, ha – come abbiamo già ribadito – alle spalle uno sfortunato passato e numerosi sono i fantasmi che la perseguitano, dunque non è poi così strano pensare che abbia fatto così tante sciocchezze nel corso della serie.

    Tutto sommato, Petra è umana come tutti gli altri e sì, in ogni telenovelas che si rispetti necessario un antagonista, ma fra i vari avversari della nostra beniamina lei è certamente quella che suscita nello spettatore il maggior interesse e, soprattutto, una sorta di improbabile simpatia che non può fare a meno di accrescersi nel corso delle stagioni.

    Petra è interpretata da Yael Groblas.

  • ROGELIO DE LA VEGA: E’ il padre di Jane, nonché la star della telenovelas “Le Passioni di Santos”, la serie preferita di Jane e famiglia. E’ interpretato da Jaime Camill.

    Rogelio è senza dubbio il personaggio più colorato e divertente di tutti, una vera e propria macchietta e colui che incarna più di chiunque altro lo spirito parodistico dell’intera serie. E’ la perfetta incarnazione del classico divo televisivo: è vanitoso, eccentrico, melodrammatico in maniera a dir poco eccessiva, e molto spesso manifesta il proprio entusiasmo in modo infantile, portando scompiglio – e talvolta persino qualche problema – nella vita della sua famiglia.

    Inizialmente il suo rapporto con Jane sembra quasi essere forzato, perché nessuno dei due sa bene come comportarsi e lui, abituato ad essere semplicemente un divo idolatrato da tutti, non ha la minima esperienza di come gestire un rapporto normale; con il trascorrere del tempo, tuttavia, i due si avvicinano e Rogelio impara ad essere un vero padre, premuroso e presente – ma sempre piuttosto eccentrico, del resto fa parte della sua personalità – e pian piano anche i rapporti con Xiomara si distendono, anche se nell’arco della serie i due continuano a vivere innumerevoli alti e bassi (e trattandosi di due persone fin troppo melodrammatiche, non ci si può certo stupire della cosa).

    Anche il personaggio di Rogelio subisce svariate evoluzioni e nonostante il suo essere oggettivamente un cliché vivente, è di certo il personaggio più puro e genuino fra i vari coprotagonisti.

Ovviamente vi sono molti altri personaggi (Louisa, la schizzatissima sorella di Raphael e ginecologa che insemina Jane per sbaglio; Magda, la perfida madre di Petra; il padre di Louisa e Raphael e Rose, sua nuova moglie ed amante di Louisa…) ma non posso certo soffermarmi a descriverli tutti, altrimenti questo diventerebbe un trattato piuttosto che una recensione e non voglio rischiare di dilungarmi troppo ed annoiarvi.

Potrei, invece, concludere con tutte le ragioni per cui valga assolutamente la pena dare un’occhiata a questa serie tv: In primo luogo, perché è divertente da morire e anche se per alcuni potrebbe sembrare davvero un po’ troppo telenovela, è in grado di far trascorrere le ore in assoluta spensieratezza e far dimenticare tutto lo stress e le insoddisfazioni della giornata.

In secondo luogo, perché vi sono personaggi interessanti e ben caratterizzati, e questo è sempre un valido motivo per approcciarsi ad un’opera, di qualsiasi genere.

Perché è ricca di drammi, colpi di scene ed intrighi, e diciamoci la verità… Noi spettatori andiamo sempre in brodo di giuggiole quando ci troviamo di fronte a tanta eccessiva teatralità (o forse lo siamo solamente noi persone melodrammatiche, ma comunque sia immagino di trovarne qualcuna anche fra voi lettori di questo blog).

E soprattutto, rivolgendomi a tutti i romantici sognatori come la sottoscritta, perché trascorrere un po’ di tempo di fronte allo schermo ad osservare le avventure di Jane Gloriana Villanueva è un po’ come vivere di continuo un racconto fiabesco, un amore perpetuo e mai destinato ad estinguersi, innumerevoli fantasie di passione probabilmente destinate a rimanere per sempre tali – almeno per noi… Ma che, in quel momento, sono vere e reali, e riscaldano il cuore e fanno bene all’anima.

A volte, ne abbiamo semplicemente bisogno: Di baci inattesi, di proposte plateali, di baci sotto la neve, di cuori che si illuminano al pensiero della persona amata… Perché, in fin dei conti, è bello pensare che l’amore vero esiste, ma che a volte ha semplicemente bisogno di una piccola spintarella.

E sì, magari non deve essere per forza eccentrico o troppo drammatico… Ma è tanto bello ed appagante sognare che possa, un giorno, essere così anche per noi.