Bentornato, Settembre!

È arrivato settembre e con lui anche tutte le vecchie abitudini e le routine quotidiane che ci siamo lasciati alle spalle durante l’estate.

Quest’anno l’ho vissuto con uno spirito un po’ diverso dal solito, un po’ come quando ero ragazzina e il mese di settembre segnava non solo l’arrivo dell’autunno, ma anche il ritorno a scuola e ai propri doveri. Sarà perché sono andata in vacanza e fine agosto e rientrata al lavoro proprio oggi, o forse perché la mia tarda primavera è stata segnata da varie vicissitudini che mi hanno costretta, mio malgrado, a mettermi in pausa per tutta l’estate.

In ogni caso, rieccomi qui, a riprogettare il ritorno alla mia solita vita carica di buone intenzioni e nuovi propositi.

Non voglio sbilanciarmi e dire che quest’anno sarà diverso, che stavolta sono davvero determinata a portare a termine i miei nuovi progetti, ma posso comunque dire che l’energia che sento è diversa.

Io sono diversa, indubbiamente.

Dunque il pensiero di avere davanti a me un mese fatto di nuovi inizi e ricostruzioni, come se mi trovassi davanti a una tela bianca che non aspetta altro di essere dipinta con meravigliosi e variopinti colori, per una volta non mi spaventa né mi trasmette ansia.

Al contrario, mi fa sentire energica e piena di vita.

Sarà ancora una volta il mio ADHD che, nutrito da un quantitativo esorbitante di dopamina, vuol farmi credere che io sia pronta a spaccare il mondo, salvo poi esaurire tutte le energie nel giro di poche settimane e lasciarmi completamente spompata prima dell’inizio dell’equinozio d’autunno?

Per una volta, voglio pensare di no.

Ho tante idee – soprattutto inerenti alla scrittura – e tanta voglia di fare, il corso di teatro e quello di canto che mi aspettano, e tante altre cose a cui voglio dedicarmi con amore e passione. E poi sta per arrivare il momento dell’anno che preferisco, quello che porta con sé i colori e le atmosfere più belle, i pomeriggi di pioggia da trascorrere sul divano con un libro e una coperta, l’aria frizzantina, le foreste che si tingono di giallo e arancione.
E poi Halloween, naturalmente, e la lenta discesa verso il periodo di Natale e del mio compleanno.

Insomma, ho realizzato che settembre mi rende felice.

E anche se, di norma, non sono solita abituarmici, intendo soffermarmi parecchio a godere di questa felicità.

A volte tendo a darla per scontata.

E invece, ogni tanto, dovrei provare a ricordarmi che anche io ne sono meritevole, anche se a volte il cervello, birichino, prova a convincermi del contrario.

“The Odissey” – Recensione

Ebbene sì, ne parlo anche io.

In realtà ho scritto questa recensione almeno tre settimane fa, ma non ho mai avuto l’occasione di pubblicarla, complici il troppo caldo che mi rallenta i neuroni e le mille cose da fare, che nonostante il maggior tempo libero che l’estate mi concede paiono non esaurirsi mai.

Comunque è sempre meglio tardi che mai e, soprattutto, scriverne adesso mi permette di sfruttare il calo dell’hype delle prime settimane, rendendo – spero – le critiche alla mia recensione un po’ meno feroci. Perché sì, purtroppo io sono proprio una di quelle persone a cui “The Odissey” di Nolan, nell’insieme, non è piaciuto.

Ma andiamo con ordine.

Prima di addentrarmi nei commenti, urge fare una serie di premesse: la prima è che ho fatto il liceo classico e per cinque anni “L’Odissea” (come molte altre opere dell’epoca) è stata il mio pane quotidiano. La seconda premessa è che sono una rompipalle purista, specialmente quando si tratta di opere a cui sono legate, e riconosco di esserlo, quindi da qui sarà necessario fare un’ulteriore premessa terziaria – che quindi, a questo punto, non è più neppure una premessa.

Ad ogni modo: la premessa secondaria è che, se non fossi questo tipo di persona, probabilmente sarei uscita dal cinema tutto sommato soddisfatta, sebbene io non mi consideri una grande fan di Nolan (che trovo mostruosamente sopravvalutato).

Perché l’idea di Nolan, di base, non è del tutto campata in aria e nell’insieme ha saputo fare un film che a suo modo funziona, sia dal punto di vista tecnico (nulla da dire, su questo piano Nolan è ineccepibile) che dell’intrattenimento – perché un film di 3 ore mi è praticamente volato, al contrario di altri film sempre da lui diretti che mi avevano fatto più volte venire la voglia di alzarmi e andar via (cosa che mi è successa durante la visione di “Oppenheimer”).

Il problema, per me, è che quello che ho visto non era l’Odissea.

E sì, lo so che le rivisitazioni dei classici esistono e ci mancherebbe altro che non fosse così! Io stessa, in realtà, sono una grande fan dei retelling, che trovo sempre molto affascinanti laddove scritti e raccontati con criterio – sovvertendo alcuni punti di vista, ad esempio, offrendo visioni inedite oppure cambiando totalmente il setting, pur mantenendo intatti i personaggi e lo spirito dell’opera originale. Quello che ho visto al cinema, però, non aveva nulla a che fare con l’Odissea e con i suoi temi… Non ci andava neppure vicino!

Ciò che ho visto è stato l’ennesimo film copia incolla di Nolan, con un personaggio profondo ma monodimensionale e una retorica oramai talmente abusata da essere diventata noiosa e tutt’altro che originale.

Ho citato “Oppenheimer” non a caso, dal momento che l’Odisseo di Nolan affronta il medesimo arco narrativo di Oppenheimer, vive il suo stesso senso di colpa e ci offre sempre la stessa identica versione dello stesso uomo, a cui vengono semplicemente cambiati nome, aspetto e contesto di vita.

Non voglio dilungarmi sulle troppe cose che, a mio avviso, non hanno funzionato di questo film, perché non mi basterebbe il tempo: la rappresentazione femminile, la caratterizzazione di Odisseo (totalmente manchevole nella sua forma di eroe dal mutevole ingegno), la scelta di estromettere il divino dalla storia… Sono tutte questioni che chi ha criticato questo film prima di me ha già ampiamente dibattuto (compresa la stessa Emily Wilson, la traduttrice dell’ultima edizione de “L’Odissea” da cui Nolan ha preso ispirazione per il suo film) e penso che non avrei nulla da aggiungere alla faccenda – ma se può interessarmi il commento di Wilson, vi lascio il link a un interessante articolo de Il Post.

Il problema principale, al di là di tutto il resto, è che Nolan ha provato a raccontare una storia – già narrata – utilizzando uno strumento (il mito) che non si prestava alla sua narrazione; così, per riuscire a mettere insieme qualcosa di sensato, ha finito con lo spogliarlo e depotenziarlo in maniera superficiale, lasciandoci alla fine l’ennesimo racconto di un’individualità ferita perché il senso di colpa per il male fatto è più forte di tutto il resto.

E poco importa che la cultura greca fosse diversa, che certi temi non siano in alcun modo sovrapponibili a quelli dell’epoca e che togliere l’aspetto divino da un mito è un po’ come raccontare la storia di “Riccioli D’Oro e i tre orsacchiotti” senza mai citare i tre orsacchiotti.

Certo, ci sono delle scelte interessanti e non necessariamente discutibili.
Ad esempio, pur non apprezzando la scelta di eliminare le divinità, ho trovato particolare – in senso positivo – la decisione di dare tanto spazio a un’umanità che non sempre nei precedenti adattamenti aveva avuto modo di esprimersi, e certe scelte registiche a livello estetico erano veramente un gran bello spettacolo. Ho apprezzato diverse performance attoriali – da Matt Damon a Robert Pattinson, e persino Samantha Norton, che ha dato vita a una Circe che onestamente mi ha fatto mettere le mani nei capelli da quanto ne ho detestato l’interpretazione, ma che da un punto di vista recitativo è stata semplicemente superba – e ho trovato sensata la scelta di dare all’Atena di Zendaya un certo aspetto, sebbene quella per me non fosse Atena e non dovesse essere quello il modo di raccontare il suo rapporto con Odisseo.

Non posso dire che sia un brutto film, ma non è il film su “L’Odissea” che avrei voluto.
E non per l’inaccuratezza storica, non perché è una trashata americana, ma perché è stata l’ennesima narrazione americano centrica portata avanti da un uomo bianco e per niente femminista (perché dal modo in cui Nolan scrive i suoi personaggi femminili, abbiate pazienza, mi riesce difficile immaginarmelo femminista), che ha scelto come strumento l’Odissea solamente per fare hype.

E dire che sarebbe bastato poco a rivolgersi al pubblico dicendo: “No, ma guardate che quella roba lì non sarà l’Odissea, mettetevi l’anima in pace perché proprio non ci siamo”.

Manifestare, quanto meno, un po’ di umiltà.

Ma è di Nolan che stiamo parlando.

E tutto sommato, alla fine, va bene così.

Mi accollo volentieri la consapevolezza di essere una rompipalle classista e di alimentare inutilmente la polemica.

C’è da dire, comunque, che questo film mi ha fatto rivalutare “Troy”, che resta pur sempre una tamarrata, ma una di quelle talmente brutte che poi fanno il giro e diventano belle. Forse me lo rivedrò, chissà.

Che poi, ripensandoci, io sono sempre stata team troiani, sin da bambina.

E dopo aver visto l’Odisseo di Nolan struggersi per una guerra che lui stesso, fieramente, aveva contribuito a vincere, manifestando i sintomi di un PTSD che manco un reduce del Vietnam potrebbe mai avere, non posso fare a meno di credere che forse, dopo tutto, quella bambina ci aveva sempre visto giusto

Ho deciso di mollare i social

Recentemente ho avuto la conferma di essere vecchia dentro.

O, quanto meno, di avere uno stile di comunicazione oramai vetusto.

Mi rendo conto che nel 2026 la maggior parte delle persone che cerca di promuovere se stessa o il proprio lavoro lo fa attraverso i social, con post, caroselli, video e roba simile.

È senza dubbio il modo migliore per creare engagement, provare per credere.

Per un po’ ci ho provato anche io: mi sono creata un account TikTok e ho iniziato a pubblicare video. Parlavo di qualunque cosa, dalla scrittura alla lettura, dall’attivismo femminista alle mie passioni nerd… Insomma, letteralmente di qualunque cosa. Lo facevo senza pormi troppe aspettative, ma sempre con la speranza che prima o poi, a forza di continuare a pubblicare, il numero dei follower sarebbe cresciuto e magari mi sarei ritrovata ad avere una solida fanbase pronta a sostenermi qualora, in futuro, fossi riuscita a pubblicare il mio libro.

Non so cosa mi avesse portato a credere, in principio, che fosse una buona idea.

Ho un libro in cantiere da più di tre anni e non ne ho scritto neppure la metà, procrastino giorno dopo giorno e mi sento costantemente un fallimento, quindi che cosa mi aveva portato a credere davvero che prima o poi avrei avuto bisogno di quella fanbase?

Eppure ho continuato a farlo, forse più per inerzia che per una reale motivazione, senza rendermi conto del fatto che tutto il tempo perso dietro alla creazione di contenuti era tempo prezioso che stavo togliendo a me stessa, e che alla fine della giornata non mi sentivo affatto gratificata da ciò che avevo fatto, ma principalmente esausta e sconfortata.

Che creare contenuti sui social sia un lavoro a tempo pieno mi sembra molto chiaro, e solo chi può permettersi di trattarlo come tale è in grado di sostenere un simile ritmo senza mai crollare – o crollando lo stesso, per carità, ma sapendo che comunque alla fine andrà a ricavarne qualcosa.

Il mio crollo, sfortunatamente, è avvenuto senza che avessi sotto ai miei piedi alcuna rete di sicurezza.

Sono rovinosamente caduta a terra, schiacciata dal peso del perfezionismo, delle aspettative che io da sola mi ero imposta, del “dovrei assolutamente creare questo contenuto, sennò rimarrò troppo tempo inattiva e l’algoritmo me la farà pagare non spingendo i miei video verso nuove persone”.

Ho provato a convincermi che i social fossero il posto migliore per parlare del mio libro e crearmi una fanbase grazie alla quale, un giorno, magari sarei riuscita a incrementare le vendite, ma che cosa potrei mai dire alla gente là fuori, se non che sono ferma da mesi e non riesco ad andare avanti perché mi distraggo con nulla, o procrastino perché ho talmente tanta paura di fallire ed essere giudicata?

Forse potrei – dovrei – semplicemente mentire, fingere che tutto vada alla grande come fa la maggior parte della gente che lavora sui social.

Ma questo significherebbe smettere di essere spontanea ed è una parte di me a cui proprio non sono disposta a rinunciare. Non mi piace questa logica dei social, il dover programmare ogni più piccola cosa a tavolino, al punto tale che persino le esperienze più intense ed emozionanti sembrano essere state revisionate a regola d’arte, secondo un copione che di spontaneo e naturale non ha decisamente niente.

Non voglio fare la boomer della situazione, ma dopo un anno e passa di tentativi credo di aver capito una cosa: la comunicazione social non funziona per tutti o, quanto meno, non funziona per le persone come me.

Non sono fatta per stare dietro a una telecamera e così, anche se non mi porterà da nessuna parte, ho deciso di continuare a scrivere, affidando tutte le mie emozioni e i pensieri alla mera parola scritta.  Ripeto, non mi aspetto che funzioni; al contrario, penso che mi lascerà esattamente nello stesso punto da cui sono partita un anno fa, ma tutto sommato va bene così.

Ho smesso di fingere di essere ciò che non sono, fuori e dentro ai social.

E anche se lo schermo non fa per me, posso continuare a muovere i fili dietro le quindi, che tanto ciò che conta davvero è che io abbia ancora qualcosa da dire.

E di cose da dire, credetemi, ne ho tante.

Forse sarà la luna in gemelli, forse l’adhd, forse il fatto che non riesco a immaginarmi senza avere qualcosa da dire e condividere con il mondo. In ogni caso, non ho mai pensato di dover dare un limite ai miei pensieri.

Allora, perché dovrei iniziare a farlo proprio adesso?

La performance dell’attivismo

Riagganciandomi al mio ultimo post (dal quale ormai è trascorso parecchio tempo) vorrei parlare di un’altra questione che ultimamente mi provoca un certo fastidio: l’attivismo performativo.

Quella ricerca spasmodica di perfezione anche quando parliamo di questioni sociali e battaglie ideologiche, di etica e moralità; il bisogno di mostrarsi sempre candidi e privi di macchia, o di doversi esporre quotidianamente, su qualunque cosa, e avere un’opinione su tutto anche quando di quel qualcosa non ne sappiamo abbastanza.

Il dover essere, appunto, performanti anche in questo come.

Come se l’attivismo fosse una gara e non una missione, come se là fuori ci fosse una sorta di polizia di controllo pronta a revocare il patentino del bravo attivista laddove emergessero delle mancanze. Una malattia che – so che sembro una boomer a ripetere continuamente questa solfa, abbiate pazienza – è nata sui social, su quelle spietate piattaforme sulle quali l’apparenza conta sempre più della sostanza, e dove l’importanza di una causa viene dettata dai trend e dall’algoritmo.

Se qualcuno parla di antispecismo allora devo farlo anche io, anche se i cibi di origine animale fanno ancora parte della mia alimentazione.

Se Tizio è femminista e anticapitalista, ma ieri sera ha ordinato una pizza con Glovo contribuendo allo sfruttamento dei riders, allora è un ipocrita.

Se parlo di ogni singola tragedia che sta accadendo nel mondo, allora gli altri non mi percepiranno come abbastanza sensibile, interessante e profonda.

Ma la verità è che nessuno di noi è perfetto e che per vivere nella maniera più etica e coerente con i propri principi dovremmo tutti trasferirci in cima a una montagna del Tibet, isolati dal resto del mondo. Nessun essere umano è infallibile, perché la società in cui viviamo è corrotta e ci sarà sempre qualcosa in cui sbaglieremo.

E va bene così.

La soluzione non sta nell’essere infallibili, ma nel cercare di fare ciò che è in nostro potere per contribuire al cambiamento. L’idea del perfezionismo è forse quanto di più vicino all’individualismo, e non è così che possiamo cambiare il mondo: non serve un solo individuo perfetto ma tante piccole imperfezioni che riescono a mettersi assieme e creare qualcosa di nuovo – di migliore.

Questo mito della perfezione a tutti i cosi è dannoso, crea degli standard irraggiungibili che a lungo termine possono portare sofferenza e frustrazione, al punto tale da spingere alcune persone a rinunciare ai propri propositi perché, secondo taluni, non si sta facendo abbastanza.

Ma qualcosa è già abbastanza.

Ci ho messo tanti anni a capirlo e anche se a volte – spesso – sono la prima a cadere nella trappola del perfezionismo a tutti i costi, ora ho capito che il mio potere sta, prima di tutto, nelle intenzioni. Poi, da queste, arriveranno le azioni,

E così, passo dopo passo, guardandomi indietro avrò realizzato enormi cambiamenti.

E va bene se dovesse volerci del tempo, va bene anche se dovessi cadere più volte nello stesso punto.

La natura umana è fatta di sbagli.

E senza di essi, non potremmo mai sperare di portarla avanti.

Quanto conta il tono nella comunicazione? (SPOILER: Molto)

Qualche giorno fa mi sono ritrovata ad avere una discussione su Discord con una persona.

Non entrerò nel merito della vicenda, perché non è questo il punto: la discussione non riguardava il fatto che questa persona avesse o meno ragione – perché l’aveva eccome – quanto il fatto che nell’esprimere le sue motivazioni non avesse minimamente tenuto conto del linguaggio, e di come anche un messaggio nelle intenzioni positive possa portare a reazioni avverse se veicolato nella maniera sbagliata.

La persona in questione, nel portare avanti le proprie ragioni, ha sempre avuto un atteggiamento saccente e poco rispettoso del punto di vista altrui, sebbene ideologicamente mossa da principi etici ed estremamente solidi, sui quali la maggior parte dei partecipanti alla discussione (me compresa) si erano detti concordi. Il nocciolo della questione, dunque, è sempre stato quello di provare a comunicare le proprie ragioni in maniera non assolutista e arroccata sulle proprie convinzioni, perché nel momento in cui ci troviamo di fronte a una persona che ha un punto di vista dal proprio accerchiarlo in maniera “violenta” potrebbe non essere il modo migliore per portarlo dalla propria parte.

È un po’ come se mi ostinassi a parlare in italiano con una persona che comunica solo in inglese: se provassi a dargli indicazioni stradali nella mia lingua lei non capirebbe e probabilmente finirebbe solo per innervosirsi, mi manderebbe a quel paese e andrebbe a chiedere a qualcun altro, anche se magari le indicazioni da me fornite erano in assoluto le migliori per raggiungere il luogo desiderato.

Se parliamo di questioni etiche, politiche e sociali, non possiamo pretendere che tutti parlino la stessa lingua.

Esistono migliaia di battaglie a questo mondo, tutte estremamente valide: contro il maschilismo, il razzismo, il capitalismo, la transomofobia, lo specismo, l’ageismo, la grassofobia, l’abilismo… E la maggior parte di queste piaghe che ci ritroviamo a combattere portano con sé comportamenti radicati che persino le persone più solide e morali di questo mondo fanno fatica a decostruire. E quando una persona che ha già iniziato a decostruire prova ad attirare un nuovo allegato dentro la propria causa, non può approcciarsi a esso in maniera aggressiva, facendolo sentire esclusivamente come se fosse parte del problema.

Il che non vuol dire negare il concorso di colpa, ma affrontarlo in maniera costruttiva, perché di fronte a un’aggressione la maggior parte delle persone scappa, nella peggiore delle ipotesi reagisce in maniera ancora più aggressiva e alla fine non si è ottenuto alcun risultato.

Se il nostro interesse principale è dimostrare di aver ragione, allora questo approccio può anche avere un senso, ma se l’interesse è la causa in sé, allora bisogna trovarsi a metà strada fra la nostra visione e quella dell’altro.

Questa modalità di comunicazione, che non so dire se sia stata ulteriormente peggiorata dai social o faccia semplicemente parte della natura umana, è figlia di un’arroganza e di un paternalismo che in tutta franchezza non mi appartiene, e che mi fa provare un forte senso di amarezza. Non penso di essere migliore di altre persone, anzi, eticamente so di avere ancora molte pecche: non sono ancora diventata vegana, non compro i miei vestiti solo nei negozi vintage, uso quotidianamente la macchina per spostarmi e di sicuro non ho ancora abbattuto molti dei miei preconcetti razziali, abilisti e chissà che altro.

Però una cosa credo di saperla fare: adattare il linguaggio a chi mi ascolta.

Immagino sia una deformazione professionale, perché se non sapessi come si parla a seconda dell’interlocutore di certo non farei il lavoro che faccio, ma non è solo questo; è una questione di sensibilità e attenzione verso il prossimo, di empatia e – soprattutto – di ascolto attivo.

E sono tutte cose che possono essere apprese, nessuno nasce con questi talenti innati.

Io credo che sia possibile imparare a relazionarsi in maniera costruttiva, quanto meno nella speranza di portare avanti discussioni civili ed evitare conflitti non necessari. Non è questione di avere ragione, alla fine non conta chi si porta a casa una medaglia ma come, grazie all’altro, si ha avuto la possibilità di diventare esseri umani migliori.

E non per gli altri, ma per se stessi.

Impariamo a proiettare i nostri bisogni sugli altri: se vogliamo essere accolti, allora dobbiamo essere disposti ad accogliere l’altro.

Magari alla fine scopriremo che era molto più facile ascoltarsi parlando sottovoce, che urlandosi addosso.

“The Drama” – Recensione film

Esistono segreti che a volte dovrebbero rimanere tali, segreti sepolti fra le pieghe del tempo, che se riportati a galla potrebbero distruggere completamente ogni equilibrio, persino quello di due persone pronte a giurarsi amore e fedeltà per tutta la vita.

Questo è l’intero concept attorno a cui ruota “The Drama”, film del 2026 di Kristoffer Borgli, interpretato da Zendaya e Robert Pattinson. Sono riuscita a vederlo poche settimane fa, un bel po’ di tempo dopo la sua uscita al cinema, e sono veramente felice di averlo fatto, perché da tempo non uscito da una sala così soddisfatta e stimolata.

Non è una storia semplice da raccontare, principalmente perché il rischio spoiler è dietro l’angolo, ma proverò a fare del mio meglio nel dirvi perché, a mio modesto avviso, si tratta di un film che assolutamente non dovreste perdervi.

LA TRAMA:

Charlie ed Emma stanno per sposarsi, ma a pochi giorni dall’evento i due vengono coinvolti in un gioco che scombinerà per sempre le proprie vite. Costretti a condividere, assieme ad altri amici, il racconto della cosa peggiore che abbiano mai fatto, i due si ritroveranno così a dover affrontare assieme tutto ciò che la rivelazione di uno di questi segreti comporta.

COMMENTO AL FILM:

Sebbene il segreto in sé non sia il punto centrale della storia, preferisco – ovviamente – tenerlo nascosto per non rovinare tutto.

Ciò che funzione alla grande, in questo film, è la capacità del regista di mantenere sempre altissima la tensione, grazie alla scelta di una colonna sonora estremamente calzante e a una scrittura praticamente quasi perfetta. Si potrebbe pensare a “The Drama” come a una sorta di film thriller, io penso che sia più calzante la definizione “dramma romantico psicologico”, un’opera che spinge lo spettatore oltre i propri limiti e il proprio codice morale.

La scelta del casting è azzeccatissima: Robert Pattinson è straordinario e anche Zendaya, che pure io come attrice non amo più di tanto, è riuscita a convincermi appieno. I due sullo schermo funzionano e si incastrano a meraviglia, sebbene la loro non sia una chimica convenzionale, una sintonia romantica quasi da cliché. Insieme sono imperfetti, impacciati, ed è questo che li rende straordinariamente efficaci nella rappresentazione di un amore che, pur rivelandosi sempre meno idilliaco e patinato, rimane pur sempre evidente, nei gesti e negli sguardi.

L’aspetto che ho più apprezzato di questo film è il modo in cui il segreto viene gestito dai vari personaggi: una volta che questo segreto viene rivelato – e sì, è un segreto DAVVERO importante – le persone reagiscono in maniera differente, ognuna secondo il proprio codice morale e in base al proprio rapporto con la persona che lo ha confessato.
Ciò che ho trovato interessante, in primo luogo, è il fatto che nessuno dei punti vi sita è sbagliato, così come nessuna delle reazioni dei singoli: il livello di scrittura di questo film è talmente alto da portare lo spettatore a riconoscere come valide tutte le realtà che ci vengono presentate, persino nei momenti in cui la simpatia personale propenderebbe più verso un personaggio piuttosto che un altro.
La complessità degli eventi è tale da coinvolgere in maniera intensa chi osserva, al punto da chiedersi se davvero possa esistere una sola realtà e non, come accade spesso nella vita, più realtà che possono, nella loro moltitudine, convivere e imparare a comprendersi.

C’è poi un altro aspetto molto importante, che mi ha parecchio colpito durante la visione: se ci fermiamo ad analizzare gli eventi, ci rendiamo da subito conto che il segreto più mostruoso, quello da cui scaturisce tutto il patatrac, è in realtà l’unico a raccontare un pensiero a cui nessun gesto ha avuto seguito. Tre dei quattro presenti, infatti, raccontano di aver commesso un gesto terribile e di essersene pentiti, seppure ad anni di distanza ne parlano sminuendone la gravità, come se la scusante del “è passato tanto tempo” potesse, in qualche modo, cancellare l’entità del danno commesso. Il quarto segreto, invece, racconta di un’intenzione.

Un’intenzione che, una volta andata in fumo, non solo non si è mai più concretizzata ma è stata definitivamente accantonata dalla memoria e ha permesso a chi ne aveva fatto ideazione di cambiare la propria visione, crescere e diventare quella persona incredibile che tutti, dall’inizio del film, vediamo davanti ai nostri occhi.

Ecco, questa forma di ipocrisia mi ha veramente colpita e mi ha fatto pensare a quanto spesso le persone non siano in grado di offrire seconde occasioni a chi ha agito malamente ma nel tempo ha saputo riabilitarsi. È un po’ lo stesso pregiudizio che le persone così dette “per bene” portano avanti nei confronti degli ex detenuti, dei tossicodipendenti e delle persone che vivono al margine della società; loro, dall’alto di una morale che si sono costruiti a tavolino in base alle proprie necessità personali, si mostrano al mondo come individui privi di macchia, e gonfi di boria pretendono di poter dire agli altri come vivere, quando – in realtà – se potessimo guardare dentro ai loro armadi scopriremmo che sono ben peggiori di ciò del quale gli altri vengono da loro accusati.

“The Drama”, dunque, porta a galla tutto questo: l’ipocrisia, la confusione, la paura, la possibilità di redenzione e, soprattutto, la difficoltà di questa società ad abbracciare l’oscurità dell’imperfezione.

La prima volta che ho sentito parlare di questo film, prima ancora di andare al cinema, ho sentito persone dire: “Una volta visto questo film, non riuscirete più a guardare il vostro partner con gli stessi occhi”. E dopo averlo visto, posso dire che è un’emerita sciocchezza.

“The Drama” non nasce con l’intendo di far dubitare chiunque della persona che ha al proprio fianco. Piuttosto, vuole mostrare apertamente che il vero amore, il più delle volte, deve passare anche attraverso il suo lato oscuro.

E che scegliere se accettarlo, o meno, fa la differenza fra l’andarsene e il restare.

“Scrubs” Reboot: ne avevamo davvero bisogno?

L’ho fatto anche io.

Sono caduta in quella straordinaria operazione nostalgia che è la nuova stagione di “Scrubs”, un esperimento chiaramente pensato a beneficio di noi millennials, che proprio non ce la facciamo a dimenticare ciò che ci ha fatto compagnia e confortato durante i difficili anni della nostra cupa e turbolenta adolescenza.

Per chi non lo sapesse – e mi auguro che siate in pochi -, “Scrubs” è stato una colonna importante della nostra vita e non solo perché è stata una serie innovativa sotto molteplici punti di vista – primo fra tutti, la sua incredibile accuratezza sul piano medico e sanitario – ma per tutto ciò che ha rappresentato per noi dal punto di vista emotivo.

Per anni ci siamo lasciati trasportare dall’irrefrenabile fantasia di J.D, anche quando ci sembravano troppo assurde per essere vere; con lui abbiamo sofferto, riso e sognato, ci siamo fatti prendere per mano e, insieme a lui, siamo diventati grandi.
La sua storia e quella dei suoi amici è stata, per certi versi, anche la nostra e forse è per questo che oggi, a distanza di 17 anni, fa così male vedere che da quell’ultimo episodio trasmesso l’8 maggio 2008 i nostri beniamini non hanno fatto il minimo passo avanti e, anzi, in certi casi sono persino tornati indietro.

È triste – o almeno, per me lo è stato – vedere che quelle vicende che un tempo mi sembravano necessarie allo sviluppo dei protagonisti della serie, continuano ancora oggi a ripetersi, con la differenza che a viverle stavolta non sono dei ragazzi inesperti del mondo del lavoro e della vita, ma adulti consapevoli che, in teoria, dovrebbero aver già percorso quella strada e conoscerne le vie a menadito, memori degli sbagli e delle importanti lezioni impartitegli durante il cammino.

Nel vedere questa nuova stagione è “Scrubs” ho davvero avuto la sensazione di ritrovarmi all’interno di un dejà vu, che però a differenza della prima volta è arrivato persino a subite un calo della propria qualità: non c’è freschezza, innovazione, non c’è il desiderio di andare oltre.

In poche parole, non c’è il coraggio di osare.

Come per altri prodotti della nostra adolescenza, “Scrubs” non si prende alcun rischio, anzi, agisce in maniera calcolata per riprendere gli esatti temi nel passato e trasporli (piuttosto impacciatamente, direi) in cui contesto contemporaneo in cui molto sembra essere fuori posto. Questa incapacità di prendersi i rischi ha un effetto negativo sia sulla sfera emotiva – perchè se da un lato può essere stato confortante vedere J.D e amici affrontare la vita in un certo punto durante la propria giovinezza, assistere alle medesime scene dopo avergli visto raggiungere i 50 anni può farlo sembrare, a tratti, persino patetico – che sulla sospensione dell’incredulità dello spettatore, che dopo un paio di episodi inizia a chiedersi cosa possa esservi di credibile in una scrittura che, di fatto, riporta i personaggi indietro fino alla casella di partenza, neanche fosse una pedina del Gioco dell’Oca.

C’è poi da dire che una serie come “Scrubs”, col suo umorismo e i suoi personaggi non sempre moralmente corretti, funzionava bene negli anni 2000, ora invece fatica a incastrarsi con i modelli contemporanei e questo, dispiace dirlo, la fa sembrare semplicemente quello che è: una serie vecchia e poco originale, che strizza l’occhio al passato perchè, di fatto, non ha più nulla da raccontare.

Rassicurante, da un lato, ma non particolarmente stimolante.

Quindi, che dire… Il mio giudizio, alla fine, è più negativo che altro. Non in maniera distruttiva, direi piuttosto rassegnata: ci sono stati momenti che mi hanno fatta sorridere e altri in cui ho provato una piacevole fitta di nostalgia, ma sono stati davvero minimi rispetto al resto.

Forse la verità è che alcune cose dovrebbero semplicemente rimanere nel passato, lì dove nulla possa andare a offuscarne il prezioso ricordo.

Non tutto deve andare avanti.

E forse siamo proprio noi che, di tanto in tanto, dovremmo guardarci indietro con un tenero sorriso e saper lasciar andare.

Credo negli esseri umani

Ogni anno, come il Festival di Sanremo, il Concertone del Primo Maggio si porta dietro una serie di polemiche più o meno significative – della serie, “tutto purché se ne parli”, anche se di un evento come quello del Concertone non dovrebbe aver bisogno di ulteriore pubblicità se non quella di essere, semplicemente, l’evento celebrativo di una delle festività più importanti del nostro paese.

A far discutere, quest’anno, è stata la scelta della cantante siciliana Delia di cantare il celebre inno partigiano “Oh Bella Ciao”, modificandone il testo; nello specifico, Delia avrebbe sostituito il termine “partigiano” con “essere umano”, a suo dire per rendere il testo più inclusivo e adeguato al contesto in cui veniva cantato.

In seguito, intervistata da alcuni giornalisti, avrebbe detto – citando una fin troppo abusata giustificazione – che il termine “partigiano” mantiene il senso della canzone nel passato e lei, invece, preferisce parlare al presente e non prendere una posizione, perché ogni persona presente dovrebbe potersi sentire inclusa dal testo della canzone.

Ora.

In un contesto storico come quello in cui ci troviamo adesso, rimanere attaccati al passato non è anacronismo, è sopravvivenza. Se dimentichiamo il passato, finiremo per commettere gli stessi errori che cento anni fa ci hanno portato ad affrontare uno dei periodi più bui della nostra storia; dimenticare il passato significa scordare le sue lezioni, silenziare chi è venuto prima di noi e fingere che il nostro presente non si sta pericolosamente avvicinando agli orrori di quei tempi – e no, non sto dicendo che oggi stiamo vivendo gli stessi drammi del regime fascista, ma per citare la somma Michela Murgia non aspettiamoci che il fascismo, un giorno, venga semplicemente a bussare alla nostra porta vestito di nero e dicendo: “Sono il fascismo, eccovi l’olio di ricino”.

È vero che Delia non è la prima cantante a mettere bocca su “Bella Ciao” criticandone i “limiti testuali”, altri artisti prima di lei l’hanno definita una canzone troppo politica e divisiva.

Ma anche qui: il Primo Maggio, che lo vogliamo o meno, è una festa di stampo politico e pretendere che la politica rimanga fuori dal tradizionale concertone non solo è sciocco ma è semplicemente fuori discussione; dunque, se qualcuno ritiene che “Bella Ciao” sia un brano troppo politico, direi che non vi è contesto migliore per cantarlo di questa manifestazione.

Ma andiamo oltre, soffermiamoci sulla parola “partigiano”: per quale motivo dovrebbe essere divisivo? Davvero qualcuno dubita del fatto che ciò che i partigiani hanno fatto per il nostro paese non fosse un atto eroico di liberazione? Qualcuno crede davvero che gli altri, i fascisti, fossero solo incompresi, magari che stessero solo cercando di difendere i propri confini di sicurezza lottando contro un gruppo di terroristi?

Rinnegare il termine “partigiano” potrebbe sembrare inclusivo, qualcuno potrebbe pensare che fosse solo un modo per uscire dal contesto dei partiti e rivolgersi a un pubblico vasto, un pubblico – appunto – fatto di esseri umani. Peccato che, se parliamo di lotta antifascista, non funziona così.

Non stiamo parlando di due fazioni che possono essere considerate valide allo stesso modo, a seconda del punto di vista; non è una lotta fra destra e sinistra, bensì fra libertà e tirannia, e dire che la politica non c’entra nulla con tutto questo è sbagliato, ogni singola cosa che compone le nostre vite ha – più o meno – a che fare con la politica.

E la musica, non fa eccezioni.

Quindi no, non possiamo dimenticare chi sono stati i partigiani e cosa hanno fatto per il nostro paese, non durante un concerto dedicato a una festa che – guarda un po’ – è stata riportata al 1° maggio proprio in seguito alla caduta del fascismo.

Che poi, se ci pensiamo, i partigiani erano tutti esseri umani.

Ma non tutti gli esseri umani, a quanto pare, hanno il coraggio di definirsi partigiani.

“My Dress Up Darling” – Recensione anime

Tanto per cambiare e distaccarmi dalla visione dei miei soliti drammoni strappa lacrime e carichi di sofferenza, ho guardato – su consiglio di varie persone – un anime dal titolo “My Dress Up Darling”, adattamento dell’omonimo manga di Shin’ichi Fukuda concluso nel 2025.

Ci tengo a fare la seguente premessa: partivo con delle aspettative molto alte, perché la maggior parte delle persone che me lo aveva consigliato lo aveva venduto come un vero e proprio capolavoro, con una bellissima storia e personaggi scritti in maniera eccellente. Probabilmente mi ero fatta delle idee sbagliate su quale fosse lo stile di questo anime – e soprattutto le sue atmosfere – e infatti, quando sono arrivata alla fine delle due stagioni che lo compongono, sono rimasta con addosso troppe perplessità e una buona dose di delusione.

Ma andiamo per gradi.

LA TRAMA:

Wakana Gojo è uno studente del primo anno delle superiori che sogna di diventare, come suo nonno, artigiano di bambole. Un giorno, a scuola, la sua compagna di classe Marin Kitagawa (bellissima e popolare) lo vede realizzare costumi da bambola nel club di cucito della scuola e, da grande appassionata di cosplay, gli chiede di creare il costume di un personaggio di un videogioco che adora, dando così il via a un’improbabile amicizia che diventa, pian piano, qualcosa di più.

COMMENTO:

Cercherò di essere innanzi tutto obiettiva, per poi passare alle mie note dolenti.

La parte più bella di questo anime è, a mio avviso, l’animazione: i disegni, le atmosfere e la resa di personaggi visivamente molto complessi, è qualcosa di veramente eccezionale, specialmente nella  seconda stagione, il cui salto di qualità appare evidente sin dal primo episodio.

La storia di base è carina, ma non succede mai nulla di veramente significativo: i due protagonisti sviluppano il proprio rapporto nel tempo, mostrando agli spettatori momenti della loro vita quotidiana, ma non si può dire che vi sia una crescita evidente in nessuno dei due e persino la relazione (SPOILER) alla fine non arriva mai davvero al punto che vorrebbe farci credere.

Di base non sono una grande fan degli slice of life, a me piace vedere introspezione nei personaggi o comunque seguire le loro vicende, ma in questa serie non si può dire che accada poi molto e quindi, in più di un momento, è subentrata la noia.

I personaggi, per contro, sono scritti bene (soprattutto Gojo, che fa una tenerezza infinita), purtroppo però ho odiato Marin per buona parte del tempo, nonostante vi siano alcuni momenti in cui è effettivamente deliziosa – questo però è dovuto al fatto che personalmente non tollero le protagoniste femminili bellissime, super talentuose e amate da tutti, mi sanno sempre molto di Mary Sue e preferisco sempre delle rappresentazioni un po’ più “ruvide”.

Altra cosa che mi ha fatto storcere il naso è l’eccessivo fan service fatti di corpi femminili sempre mezzi scoperti, seni e sederi costantemente all’aria, doppi sensi e situazioni a sfondo sessuale tremendamente imbarazzanti, al punto da diventare semplicemente pesanti e ridondanti – anche perché, diciamolo, la gag dell’adolescente ormonato che impazzisce di fronte alla gonna troppo corta della ragazza, ha un po’ smesso di far ridere.

Ultima cosa: la serie è veramente TROPPO sdolcinata.

Mai un momento drammatico, mai una litigata clamorosa, una backstory commovente, una crisi o un elemento che vada realmente a ostacolare la storia. Ogni episodio è un raccontino distaccato dal resto della storia, il cui unico scopo è farci vedere quanto siano carini e imbarazzanti questi due adolescenti alle prese con il cosplay e i primi amori.

Un aspetto carino: il fatto che ogni episodio affronti una diversa tematica del mondo del cosplay, da ex cosplayer e appassionata ho trovato che il tema sia stato affrontato molto bene, specialmente diversi argomenti un po’ più complessi come l’arte del crossdressing – il quale, comunque, avrei voluto vedere affrontano con un approccio un po’ meno “delicato” – ma sì, io sono un’amante del dramma.

In conclusione, non posso certo dire che “My Dress Up Darling” non sia un prodotto meritevole, anzi è forse una delle serie più ben fatte che ho visto negli ultimi tempi. Io, però, ho bisogno di opere un po’ più d’impatto e senza dubbio meno smelense, dove è il dramma a farla da patrone e non l’impacciato sentimentalismo di due adolescenti che, per motivi che ancora non sono riuscita a comprendere, non hanno il coraggio di confessarsi il proprio amore.

È una serie che consiglierei, specialmente agli amanti delle rom-com un po’ sdolcinate e che hanno voglia di essere intrattenute da una serie di adorabili slice of life totalmente fini a se stessi, ma se come me preferite le storia strappa lacrime e inutilmente dolorose, allora potrebbe non rimanervi poi molto dalla visione di questo anime.

Cambiare? Sì, ma per noi.

Non c’è niente di più pericoloso che dire di una persona “io la cambierò”.

Da grande amante delle storie d’amore, mi sono ritrovata spesso di fronte a questo classico cliché e nel corso degli anni ho imparato a capire che simili ambizioni – quelle di essere abbastanza speciale da trasformare la persona che si ha di fronte in una sua versione totalmente differente ma, in qualche modo, più vicina a ciò che vorremmo – non sono soltanto irrealistiche, ma anche profondamente disfunzionali.

L’idea di potere – o dover – cambiare una persona è principalmente insita nella mente di noi fanciulle, perché la società patriarcale ci ha cresciute come amorevoli crocerossine disposte a sacrificare la propria anima per l’uomo che abbiamo accanto, persino quando questi non meriterebbe neppure un’unghia del nostro dito mignolo. Il più delle volte, questo tipo di uomo incarna tutti i peggiori difetti che un essere umano possa avere: è egoista, irascibile, irrispettoso, forse anche un po’ misogino, falso e bugiardo.

La verità è che nessuna donna vorrebbe mai avere al proprio fianco un uomo del genere, e infatti l’intento non è quello di tenerselo così com’è, accettando di avere scelto come compagno di vita una persona deprecabile; l’obiettivo, sin dall’inizio, è quello di cambiarlo.

Trasformarlo, farlo passare da bestia a principe grazie al potere immenso della cura e dell’amore romantico.

E se le fiabe o i film romantici ci hanno insegnato che così facendo avremmo avuto il nostro lieto fine, perché non dovremmo provarci anche nella vita reale?

Ma la vita reale non è così.

Le persone cattive, false o egoiste, non cambiano per merito di qualcun altro…E neppure le persone buone, se è per questo. Nessuno, messo di fronte a una richiesta di cambiamento, sceglierà di assecondarla solo perché un’altra persona è giunta nella sua vita e ha avuto il potere di plasmarlo alla propria immagine di perfezione.

Il che non significa che le persone non possano cambiare affatto, tutt’altro: ma il cambiamento non avviene mai grazie a un’altra persona, nasce da dentro e al massimo può essere ispirato da fattori esterni, ma non possiamo davvero pensare di avere il potere di trasformare qualcuno in ciò che non era.

A me piace sapere che una persona è cambiata, se il cambiamento è positivo e funzionale alla sua crescita, ma non penserò mai che la piena responsabilità di quel cambiamento appartenga a chiunque altro che non sia lei. Non vorrei mai togliere a una persona la centralità nella sua vita, non vorrei pensare a lei come a un individuo talmente fragile e inconsistente da non avere libertà di azione o di pensiero sulla propria esistenza.

E se pensassi, anche solo per un istante, di poter cambiare qualcuno, vorrebbe dire che non lo amo davvero e che ogni suo piccolo, insignificante difetto, non sarebbe mai abbastanza da giustificare la mia accettazione. Del resto, non possiamo aspettarci che tutte le persone che abbiamo in torno possano compiacerci al cento per cento.

 È inevitabile, fa parte della vita.

E forse è anche questo che significa crescere, imparare a non voler tenere tutto sotto controllo, soprattutto le persone.

Dovremmo pensarci più spesso.

Quando diciamo a noi stessi, guardando da lontano quella persona a cui tanto teniamo, che forse abbiamo davvero la capacità di cambiare ciò che di loro ci sembra sbagliato, che cosa vogliamo dimostrare esattamente, se non un egocentrico bisogno di sentirsi importanti o addirittura indispensabili?

Forse è vero che siamo diventati troppo concentrati su noi stessi.

O forse, chissà, lo siamo sempre stati.

E forse l’unica a essere cambiata qui sono io, ma se l’ho fatto è stato perché ne sentivo il bisogno e sì, di questo sono assolutamente certa, non è stato per merito di nessuno se non di me stessa.

E allora, riproviamo così: Non c’è niente di più pericoloso che dire di una persona “io la cambierò”.

A meno che quella persona non sia proprio noi stessi.