“Non tutti gli uomini” è una delle frasi che sento dire più spesso quando un uomo viene accusato o condannato per aver commesso una violenza a danni di una donna.
È una formula di assoluzione piuttosto banale, un modo per dichiararsi esterno a qualsiasi fenomeno che ruoti attorno alla violenza di genere. “Non tutti gli uomini”, perché non tutti gli uomini picchiano, non tutti gli uomini stuprano e non tutti gli uomini arrivano a togliere la vita a una donna.
È anche un modo per de-responsabilizzare se stessi, perché dopo tutto il problema riguarda solo una minima fetta di popolazione maschile, tutti gli altri uomini – quelli che, appunto, non hanno mai torto un capello a una ragazza e rabbrividiscono al solo pensiero di farlo – non hanno colpe e, soprattutto, non è giusto debbano farsi carico di un peso che non li riguarda affatto.
Quel peso, però, li riguarda eccome.
Perché poco importa se uno o più uomini non abbiano mai alzato un dito sulla propria compagna, se rispettino il genere femminile e non cerchino di prevaricare su di esso, se la sola idea di poter far del male a una donna o considerarla di loro proprietà non li abbia mai neppure sfiorati.
Se questi uomini, dall’alto della loro innocenza, non hanno mai fatto niente per fermare o prevenire i comportamenti sbagliati dei loro compagni, allora anche loro dovrebbero ritenersi colpevoli.
Lo ha espresso molto chiaramente Fabrizio De Andrè, in un brano del 1973: “Anche se allora vi siete assolti, siete lo stesso coinvolti”.
Se avete il potere e la capacità di fermare un gesto violento e decidete di non fare niente, allora siete tanto colpevoli quanto chi lo ha commesso.
Lo sono tutti gli uomini che, giorno dopo giorno, ascoltano i propri amici, colleghi, parenti o conoscenti fare battute sessiste o lamentarsi della propria compagna, esibire atteggiamenti machisti e scambiarsi foto di ragazze semi-nude condivise senza il loro consenso, e restano in silenzio per paura di tradire “il branco”.
E lo sono i cinquanta ragazzi della Cornell University che, dopo aver letto in una chat di gruppo che all’interno della loro confraternita si sarebbe di lì a breve consumata una violenza sessuale collettiva su una ragazza che era stata drogata e fatta ubriacare, hanno scelto di non fare niente lasciando che sette loro compagni agissero indisturbati (nel caso vi foste persi la notizia, potete trovarla qui).
Al di là del caso in sé e della ridicola punizione inflitta ai responsabili dello stupro – anche qui, se volete approfondire la questione consiglio come sempre di farlo tramite Il Post. Non penso che sia questo il luogo per discutere di processi e condanne, anche solo per il fatto che non ne ho le competenze – ritengo fondamentale soffermarsi un attimo su questo aspetto.
Cinquanta ragazzi.
È un numero tutt’altro che esiguo, se consideriamo che a partecipare allo stupro sono stati “solo” in sette. Non si è trattato di una situazione alla “uno contro tutti”, cinquanta ragazzi hanno deciso di non unirsi alla violenza perché – viene da pensare – un simile gesto andava ben oltre il loro limite di tolleranza morale, e allora perché non hanno unito le forze e non hanno provato a denunciare i restanti sette? Dopo tutto erano la maggioranza, cinquanta contro sette, erano un numero sufficiente per far valere la propria posizione contro gli altri.
E invece, hanno scelto il silenzio e l’omertà.
Questo succede molto spesso nelle dinamiche di gruppo, specie in contesti particolarmente tossici come immagino certamente possa essere una confraternita universitaria. Non importa se non si condividono i pensieri del gruppo, l’idea di “tradire” il branco è semplicemente fuori discussione e non sempre per una mera questione di lealtà.
A volte è l’abitudine, l’aver interiorizzato a tal punto determinati comportamenti da considerarli normali, anche quando non sono condivisibili. Altre, invece, è la paura di essere espulsi e, di conseguenza, emarginati.
Nei gruppi maschili accade spesso e ho parlato di branco non a caso, visto che spesso e volentieri questo genere di raggruppamento finisce per assumere tutte le caratteristiche di un branco animale, a cominciare dagli aspetti gerarchici – per cui il maschio alfa è quello che comanda e che può scegliere se continuare ad accogliere o meno tutti gli altri maschi sottoposti.
Trovo affascinante il fatto che questo tipo di sistema gerarchico che per secoli abbiamo attribuito agli animali – pensiamo, per esempio ai lupi – non abbia in realtà alcun fondamento scientifico e semplicemente non esista in natura.
Penso che questo la dica lunga rispetto al bisogno dell’essere umano – anzi, di una determinata tipologia di essere umano di sesso maschile – di definire il proprio valore in base alla sua capacità di sottomettere gli altri maschi.
E tutto questo non si discosta poi molto da quanto accaduto alla Cornell University.
Che poi, è una trama che abbiamo già sentito: ricchi figli di papà che dalla vita hanno ottenuto tutto e anche di più, rampolli sulla carta brillanti e intelligenti, probabilmente destinati a diventare personalità carismatiche e di successo.
“Poveri” ragazzi a cui adesso sarà rovinata la vita e la reputazione, e tutto a causa di una “bravata da ragazzini”.
E di cosa sarà della vittima, come sempre, poco importa.
Questa storia non ci racconta nulla di nuovo, ma dovrebbe ancora una volta portarci a riflettere su quel famoso “Non tutti gli uomini” di cui parlavo all’inizio.
E a farci una semplice, ma fondamentale domanda.
Se davvero sapessi che qualcosa di orribile sta accadendo oltre la mia porta e decidessi comunque di chiuderla a chiave, potrei continuare a vivere serenamente, pur sapendo di essere un complice?
E se nei vostri quartieri
Tutto è rimasto come ieri
Senza le barricate
Senza feriti, senza granate
Se avete preso per buone
Le verità della televisione
Anche se allora vi siete assolti
Siete lo stesso coinvolti