“Il Racconto dell’Ancella” – Analisi di un’opera necessaria al femminismo

<< Esiste più di un genere di libertà, diceva zia Lydia. La libertà di e la libertà da. Nei tempi dell’anarchia, c’era la libertà di. Adesso vi viene data la libertà da. Non sottovalutatelo. >>

Non è semplice parlare di un libro così intenso e complesso come “Il Racconto dell’Ancella” di Margaret Atwood, ma mai come adesso lo ritengo doveroso: per quanto si tratti di un romanzo distopico, gli eventi in esso narrati oggi non appaiono più come improbabili o distanti dalla realtà attuale ma dipingono, piuttosto, uno scenario non ancora imminente ma spaventosamente realistico, in un modo che forse nessuno sarebbe stato in grado di immaginare nei lontani anni ’80, data di uscita del libro.

In effetti, la particolarità di questo romanzo è quella di essere incredibilmente attuale nonostante il suo essere per definizione tutt’altro che affine alla realtà circostante e forse è proprio questo a renderlo ancora oggi così grandioso, tanto da aver dato vita a una serie televisiva (“The Handmaid’s Tale”, uscita nel 2017) ed essere spesso utilizzato come simbolo del femminismo contemporaneo.

Cercando di non fare alcuno spoiler sulla trama, eccovi dunque la mia personale analisi su “Il Racconto dell’Ancella”.

Ci troviamo in un periodo storico non ben definito, ma certamente nel futuro; la guerra e le radiazioni atomiche hanno devastato il nostro pianeta cambiandone l’assetto e riducendone in grand numero la popolazione. Negli Stati Uniti, ancora confermatisi come grande potenza mondiale, sorge la Repubblica di Gaalad, uno stato totalitario teocratico d’ispirazione cristiana, formatosi dopo un golpe avvenuto a opera di alcuni estremisti religiosi e il cui obiettivo principale è quello di garantire l’ordine e ripristinare la vita sul pianeta attraverso il controllo del corpo femminile.

La sua estensione è all’incirca la stessa degli Stati Uniti d’America.

La società di Gaalad si suddivide in caste in base al genere, allo status sociale e, soprattutto, alla fertilità e capacità di generare prole. Poiché lo scopo principale della Repubblica è la ripopolazione e la rinascita di una nuova società di potenti, ognuna di queste caste viene adeguatamente addestrata e preparata ad adempiere al proprio ruolo, all’interno di un culto che riprende alla lettera i più severi dettami della Bibbia e della religione cattolica.

Le caratteristiche delle caste sono precise e ben definite a cominciare dal colore dei loro abiti e dal modo in cui viene loro imposto di relazionarsi con le altre classi.

LE CASTE

Trattandosi – chiaramente – di una società patriarcale, a capo della gerarchia vi sono i Comandanti: gli uomini più potenti, coloro la cui superiorità economica è ben evidente nonostante la moneta sia stata abolita a seguito del golpe. I loro meriti sono riconosciuti socialmente e per essi i Comandanti vengono premiati con case e beni di lusso, macchine potenti, mogli bellissime e di alta estrazione sociale. Come per molte altre caste anche i loro abiti sono contraddistinti da un colore ben preciso: in questo caso, il nero.

Al di sotto dei Comandanti vi sono gli Angeli, soldati con il compito di mantenere l’ordine costituito all’interno della Repubblica, e gli Occhi, membri della polizia segreta. Subito dopo gli Occhi troviamo i Custodi, una sorta di governante ai servizi del Comandante, che funge anche da autista o tutto fare.

Infine ci sono gli uomini comuni, persone che svolgono lavori umili e, pertanto, occupano l’ultimo posto della gerarchia sociale.

Le classi femminili sono sottomesse a quelle maschili e il loro ruolo è stato pensato principalmente in funzione degli uomini – specialmente dei Comandanti.

Le Mogli sono le spose dei Comandanti (anche se non è inusuale che anche agli Angeli e ad alcuni Occhi siano concesse delle spose), donne in maggioranza sterili ma di bell’aspetto e – soprattutto – di elevata estrazione sociale. I matrimoni sono per lo più combinanti e avvengono esclusivamente fra Comandanti e figlie di altri Comandanti, ragione per cui all’interno della Repubblica di Galaad vi è una scarsissima mobilità sociale. Le Moglie vestono sempre di blu.

Ai Comandanti vengono poi assegnate delle cameriere, le Marte, donne non spostate che si occupano delle faccende domestiche. Esse sono un vero e proprio status sociale, in quanto solo le famiglie più ricche e prestigiose ne possiedono una, e vestono esclusivamente di verde.

Infine, ai Comandanti le cui Mogli sterili non possono garantire la nascita di una prole, vengono assegnate delle Ancelle: le Ancelle sono donne fertili il cui compito è quello di unirsi carnalmente ai propri Comandanti per la procreazione, pertanto sono considerate una risorsa nazionale e vengono tutelate in quanto tali.

Esse vestono di rosso e studiano in specifici Centri Rossi sorvegliate dalle Zie; queste ultime sono monache paramilitari dal comportamento estremamente sadico e hanno, per l’appunto, il compito di insegnare alle Ancelle tutto ciò che c’è da sapere sulla procreazione e sul loro ruolo.

Le Zie vestono di grigio o marrone.

Vi è poi un’altra classe di mogli, le Economogli, i cui mariti appartengono alle classi sociali meno agiate. Non potendo disporre di Ancelle, le Economogli sono destinate a rimanere senza figli in caso di sterilità; inoltre, a loro come alle altre Mogli è vietato lavorare.

Alla base della piramide, infine, troviamo le Nondonne, donne di bassa estrazione sociale considerate inutile al regime, in quanto incapaci di procreare (poichè lesbiche, suore o sterili). Il loro destino è quello di essere deportate nelle Colonie.

DIFRED e LE ANCELLE

Difred, un Ancella, è la protagonista di questo romanzo, la narratrice attraverso i cui occhi veniamo a conoscenza della Repubblica di Galaad e di tutto ciò che la contraddistingue.

Non sappiamo quale fosse la vita di Difred prima del golpe, ma sappiamo che non poteva essere molto diversa dalle nostre; attraverso il suo racconto veniamo a conoscenza di elementi importanti del suo passato, persone o avvenimenti ai quali è ancora profondamente legata e che riescono, in qualche modo, a impedire che la sua mente venga plasmata in toto dalla violenza e dal fondamentalismo di Galaad.

Di Difred, così come delle altre Ancelle, non conosciamo neppure il vero nome: come ogni donna assegnata a un uomo per la procreazione, ella perde del tutto la propria identità per diventare una mera ed esclusiva proprietà del suo Comandante.

Di Fred.

Difred, per l’appunto.

[In lingua originale, Offred. In Italiano la trasposizione diviene abbastanza semplice, traducendo la proposizione di proprietà “of” in “di”.]

Come ho già detto, il passato di Difred torna spesso a tormentarla e va a costituire numerosi flashback nel suo racconto, nei quali la donna ritrova se stessa e tutto ciò che di lei è andato perduto, chiedendosi se qualcosa di quella vecchia vita sarà mai in grado di ritrovarla. La sua mente è tormentata, combattuta fra una paura mascherata da senso del dovere – sa che un singolo comportamento sbagliato, una singola violazione delle regole potrebbero costarle la vita – e un desiderio di ribellione, un istinto mai del tutto cancellato e che ancora tenta disperatamente di riaffiorare, fra sguardi indiscreti, sogni ad occhi aperti e pensieri illeciti, tanto da farla sentire impura.

La vita di Difred è la sola che ci viene concesso di esplorare, ma non è difficile pensare che la sua esperienza rappresenti in maniera piuttosto accurata anche quella di tutte le altre Ancelle.

La loro esistenza è ugualmente scandita da un orologio, un estenuante ticchettio che non fa che ricordare loro il senso unico della loro vita, il solo scopo a cui esse possono ambire: dare alla luce un figlio prima che sia troppo tardi, prima di divenire a loro volta sterili ed essere per sempre condannate a una vita di stenti all’interno delle Colonie.

Non conosco amore, né attaccamento.

Ogni mese, durante il periodo dell’ovulazione, le Ancelle sono chiamate ad unirsi col proprio Comandante in quella che è una vera e propria Cerimonia alla quale partecipano anche le Mogli; è importante che le Mogli assistano, che si assicurino che quell’atto procreativo altro non sia che un dovere privo di una qualsiasi forma di affetto o di devozione.

Non c’è partecipazione, non c’è desiderio: solo il dovere di adempiere ai propri obblighi.

Difficile capire, in questo gioco delle parti, chi sia davvero vittima e chi complice di un sistema violento. Ciò che riusciamo, invece, a comprendere è il desiderio di ribellione che anima numerosi personaggi all’interno del racconto, un senso di giustizia che, in qualche modo, riesce ancora a mantenersi vivo nonostante i soprusi e le violenze di Galaad.

PERCHÉ È IMPORTANTE LEGGERE E STUDIARE QUESTO LIBRO OGGI?

Che la Repubblica di Galaad sia uno Stato di stampo fortemente patriarcale è alquanto evidente, del resto come altro si potrebbe definire una dittatura che basa la maggior parte delle proprie leggi sul controllo assoluto del corpo delle donne?

La questione è molto complessa e penso che valga la pena approfondirla ulteriormente.

È chiaro che non siano solo le Ancelle a essere controllate e private della propria libertà di scelta: ogni singola donna all’interno della Repubblica di Galaad è sottomessa al potere maschile, ma la divisione in Casta concede ad alcune di esse l’illusione di essere più forti e importanti di altre.

Questo aspetto è molto importante, poiché rappresenta una delle principali convinzioni con cui oggi il patriarcato agisce contro il genere femminile: le donne sono le peggiori nemiche di se stesse.

All’interno della Repubblica di Galaad le donne non sono alleate fra di loro, neppure quelle appartenenti alla stessa casta: le Ancelle non hanno il permesso di socializzare fra di loro, le Zie e le Marte non ne hanno interesse e le Mogli – principalmente quelle sterili – sono in continua competizione. Se proviamo, poi, ad analizzare i rapporti in termini di verticalità, le cose non possono che peggiorare: le Ancelle sono alla base della piramide, considerate da tutte le altre donne come semplici incubatrici; le Zie istruiscono le Ancelle con severità e un’autorità quasi militaresca, le Marte le considerano poco più che nullità, le Mogli le controllano e provano per lo più odio nei loro confronti, odio per quel loro corpo ancora sano e capace di generare figli.

A tenere in mano i fili di questo complesso spettacolo di marionette, è il patriarcato.

È lui che decide a chi assegnare i ruoli, lui che da gli ordini, lui che fa da supervisore a tutto quanto. Nessuna donna, neanche quelle ai piani più alti della piramide, è veramente libera e responsabile di ciò che agisce, perché è sempre e comunque il patriarcato a decidere per lei.

Questo dovrebbe esserci d’insegnamento anche oggi: ogni volta che qualcuno ci fa credere che noi donne siamo in competizione, ogni volta che abbiamo la sensazione che un’altra donna voglia farci le scarpe o ci consideri come una nullità, cerchiamo di non essere cieche e impariamo a riconoscere chi sia il vero responsabile e dunque il vero nemico da affrontare.

Non è vero che le donne odiano le donne: è il patriarcato a farcelo credere, per il semplice motivo che se una donna è troppo impegnata a combattere contro le sue simili, perderà di vista la lotta contro il suo vero antagonista.

Un altro aspetto interessante da affrontare è la mancanza di piacere e desiderio, intensi tanto in ambito sessuale quanto in termini più semplicistici.

Alle donne, nella Repubblica di Galaad, viene tolta ogni libertà: la libertà di lavorare e rendersi indipendenti (le Zie e le Marte lavorano, ma non lo fanno per la propria dignità bensì per senso del dovere), la libertà di scegliere come vestirsi, la libertà di truccarsi o aggiustarsi i capelli, la libertà di uscire per divertirsi, di apprezzare l’arte e la musica, di godere semplicemente dei più piccoli e semplici piaceri della vita.

E poi, c’è il sesso.

E il sesso, a Galaad, esiste solo per una ragione: procreare.

Non sappiamo molto delle Mogli non sterili e di come avvenga il sesso con i propri mariti, ma si tratta comunque di una fetta davvero esigua di donne e in ogni caso, essendo i loro matrimoni combinati ed avendo subito tutti un vero e proprio indottrinamento religioso, mi riesce piuttosto difficile credere che i rapporti sessuali fossero in qualche modo accompagnati da carezze o dimostrazioni di affetto.

Le Ancelle, come ho detto, si uniscono ai loro Comandanti solo una volta al mese nel periodo dell’ovulazione e il rapporto viene strettamente controllato dalle Mogli. Il sesso, dunque, perde completamente ogni suo significato di piacere, trasporto e desiderio, viene ridotto a una mera meccanica di procreazione, asettica e priva di sentimento.

La società odierna vive il sesso in maniera molto ambigua: da un lato sembra esserne ossessionata, lo sfrutta per qualsiasi cosa (anche laddove la sua presenza non sarebbe da considerarsi necessaria), lo vive come se fosse un aspetto fondamentale dell’esistenza umana; dall’altro, invece, sembra averne paura.

E quando a vivere o a raccontare il sesso è una donna, prevale quasi sempre la paura.

Il “Racconto dell’Ancella” ci insegna quanto sia pericolosa una donna che possiede il proprio corpo, una donna padrona del proprio piacere e della propria sessualità. Il patriarcato fa di tutto per privarcene e il romanzo di Margaret Atwood spiega in maniera semplicemente perfetta tutto ciò che potrebbe accadere se tale obiettivo venisse definitivamente raggiunto.

Volendo essere giusti, comunque, la Repubblica di Galaad non sottomette solo le donne; certo, loro vengono private di ogni dignità e non si può dire che non siano loro a pagare il prezzo più caro, ma neanche gli uomini hanno grande possibilità di scelta e a tutti coloro che non incarnano un ruolo di potere sono a loro volta vittime del potere patriarcale, totalmente assoggettati nella loro bolla di pochezza e solitudine.

Le dittature, del resto, non hanno pietà per nessuno.

CONCLUSIONI

Il romanzo di Atwood non è un romanzo che elogia il femminismo o lo rappresenta in maniera diretta, ma è indubbiamente un’opera che ogni persona femminista dovrebbe conoscere e studiare.

Quella che nel 1985 venne pubblicata come una vera è propria distopia oggi appare più simile a una narrativa di tipo ucronico: non ne conosciamo il contesto storico ma siamo consapevoli del fatto che potrebbe svolgersi in qualsiasi momento, persino ai giorni nostri. E la storia di Difred e delle altre Ancelle non è una chimera, un qualcosa di aberrante e sconvolgente ma, fortunatamente, troppo distante dalle realtà.

Margaret Atwood, in riferimento alla propria opera, disse questo: “Non ho scritto niente che non si sia già verificato almeno una volta, in passato”.

La Repubblica di Galaad non è un luogo immaginario e irrealizzabile, bensì solo una delle tante possibilità a cui la nostra società potrebbe andare incontro se il tentativo di assoggettamento femminile si completasse definitivamente.

Non possiamo guardare a questo libro come a un’ipotesi fantascientifica ma come a una possibilità che dobbiamo prevenire con le nostre forze, prima che sia troppo tardi e la distopia lasci il proprio posto alla quotidianità.

Margarett Atwood ha sempre rifiutato l’etichetta “femminista” al proprio libro, ma è innegabile che la sua opera sia ad oggi uno dei più importanti pilastri del movimento contemporaneo. Del resto, è stata la stessa Atwood, fra le pagine del romanzo, a lasciare a noi lettrici uno dei più importanti messaggi di rivolta ed insubordinazione al patriarcato mai esistiti:

Nolite te Bastardes Carborundorum.

“Non consentire che i bastardi ti schiaccino”.

Sesso e… Astinenza?

Siamo tutti talmente abituati a pensare al sesso, a parlarne e a viverlo nella nostra società, da considerare la sua mancanza come un qualcosa di necessariamente sbagliato o negativo; ciò avviene per le protagoniste di Sex and The City, le quali si sentono perse senza una relazione e passano il tempo a indagare sulle molteplici ragioni che portano alla mancanza di rapporti sessuali nella loro vita, ma soprattutto avviene a noi persone comune, costantemente sballottate in un mare di contraddizioni in tempesta, un mondo nel quale il sesso viene spesso considerato come una cosa sporca, volgare e sbagliata della quale, tuttavia, non è possibile fare a meno.

Provando tuttavia ad esaminare la cosa da un punto di vista differente, potremmo facilmente renderci conto di come il sesso non sia sempre e comunque una necessità basilare per tutti e che talvolta la sua assenza non è sintomo di una relazione malata o incompleta, ma semplice espressione di un modo di amare diverso e non per questo sbagliato.

Partiamo col dire che ci sono dei casi in cui la mancanza di sesso può avere una connotazione negativa: parliamo, ad esempio, di relazioni che hanno fatto del sesso un pilastro fondamentale e pertanto possono arrivare a collassare su se stesse nel momento in cui tale pilastro venga meno.

Non per tutti il sesso è l’aspetto primario in una relazione, ci sono tante persone che prediligono un tipo di intimità differente, non basata sulla fisicità – o quanto meno non su quel genere di fisicità; queste persone magari dedicheranno al sesso solo una minima parte del loro tempo – il che, comunque, non significa escluderlo totalmente dall’equazione – prediligendo attività diverse, che possono limitarsi alle semplici coccole o al fare attività che non comprendano minimamente la sfera fisica e vertono, piuttosto, su quella emotiva.

Non saprei dire se lo scorrere del tempo influenzi in qualche modo questa percezione; io stessa, quado ero più giovane, davo al sesso un’importanza maggiore di quella che adesso ha per me, e nonostante ciò mi considero una persona con una libido nella media e con un appetito sessuale piuttosto normale. Diciamo che in passato credevo che il sesso fosse la cosa che più mi teneva legata alle persone con cui stavo (il fatto che quelle relazioni non fossero in alcun modo sane iniziai a capirlo molto tempo dopo) e solo adesso che vivo in una relazione solida, sana e felice mi accorgo di quante altre cose assai più importanti vi siano in ballo, perciò il sesso è diventato una questione secondaria.

Non ha smesso di interessarmi, semplicemente non è più fra i primi posti in classifica.

Ho avuto modo di rendermi conto che ci sono molte altre persone come me, persone che vivono un rapporto sereno e felice, per le quali il sesso è sì importante (perché senza di esso, probabilmente, quel rapporto sarebbe molto più simile a un’amicizia), ma non è la cosa più importante.

Dovrei comunque precisare che al di là del sesso in sé, inteso come preliminari o rapporto penetrativo completo, ci sono tanti altri aspetti della fisicità relazionale che io considero molto più importanti: poter toccare il più partner, abbracciarlo, baciarlo, stringergli la mano o semplicemente sentirlo vicino. Se vogliamo essere onesti si tratta comunque di fisicità e no, non sono cose alle quali potrei mai rinunciare, dunque in merito alla riflessione che andrà a seguire sarebbe bene prendere in considerazione anche questo aspetto.

In una relazione all’interno della quale il sesso e la fisicità hanno sempre trovato il proprio spazio, l’improvvisa mancanza di essi potrebbe essere da subito interpretata come un segnale d’allarme: se uno dei due partner, per motivi apparentemente non chiari, dovesse iniziare a tirarsi indietro, a rifiutare il contatto fisico, a sottrarsi agli abbracci e a negare il sesso all’altro… Beh, direi che a chiunque potrebbe venire in mente che di base vi sia un problema.

Attenzione, perché questo genere di problema non è universale e dunque non si può stabilire a priori quale possa essere la causa che l’ha generato; inutile pensare subito a un tradimento, le ragioni possono essere molteplici e il solo modo per comprenderle è instaurare un dialogo attento ed empatico con il proprio partner.

In alcuni casi, infatti, l’infedeltà o la mancanza di sentimento non c’entrano niente; alla base possono esserci traumi, esperienze personali riaffiorate solo adesso e che hanno portato a una sorta di blocco, problemi di vario genere, ansia o addirittura forme di stress talmente forti da andare a influenzare anche la sfera sessuale.

E poi sì, in alcuni casi si tratta anche di un amore finito.

Ma di qualunque cosa si tratti, è sempre bene affrontarla direttamente e provare a risolverla prima che sia troppo tardi, perché in molti casi un dialogo costruttivo può contribuire a cambiare e migliorare le cose.

Vi sono però alcune relazioni in cui il sesso non è mai parte dell’equazione.

Possiamo pensare a quei rapporti in cui il sesso viene solo messo in pausa fino a un certo momento, ad esempio quelle relazioni che coinvolgono uomini o donne decisi a mantenere integra la propria verginità fino al giorno del matrimonio; in quel caso, si tratta di una mancanza temporanea e al momento in cui il traguardo sarà arrivato il sesso potrà diventare o meno parte fondante del rapporto – in ogni caso, è assai probabile che queste persone decidano comunque di avere dei figli, quindi almeno una volta o due il rapporto sessuale verrà consumato.

Cosa ben diversa sono i rapporti fra persone asessuali.

Ne avrete sentito parlare di sicuro, ma a scanso di equivoci andiamo ad approfondire la questione: l’asessualità è un orientamento sessuale vero e proprio, che consiste nell’attrazione sessuale verso nessun genere; ciò significa che le persone asessuali provano poca o nulla attrazione sessuale, ma non c’è una definizione univoca, poiché le persone rientrano in uno spettro dell’asessualità comprendente varie sotto-identità, ognuna diversa dall’altra.

Le persone asessuali dunque non scelgono di non fare sesso per volontà o influenze culturali, bensì perché spinti da una mancanza di attrazione o desiderio sessuale.

Bisogna dire, per chiarezza, che non tutte le persone asessuali non hanno rapporti; al contrario, molte di esse vivono il sesso senza particolari problemi e decidono di praticarlo per numerose ragioni, nonostante la poca (o nulla, come abbiamo detto) attrazione sessuale provata. Nei casi più “estremi”, comunque, troveremo delle persone asessuali che provano nei confronti del sesso una vera e propria repulsione, e pertanto andranno esclusivamente alla ricerca di relazioni che non implichino tali rapporti fisici – esistono poi anche le persone a-romantiche, ma di questa cosa parleremo forse in un’altra occasione, anche perché ancora non sono riuscita ad informarmi adeguatamente.

La maggior parte di queste persone, purtroppo, non si sente adeguatamente accettata dalla società; il che è, come ho detto all’inizio di questo articolo, un controsenso, poiché viviamo in un mondo che pare essere letteralmente ossessionato dal sesso, eppure di questo non se ne può mai parlare in eccesso, né può essere considerato come una cosa normale o, in alcuni casi, non dovrebbe essere argomento di conversazione fra determinate categorie di persone (donne, disabili ecc).

Essere asessuale oggi significa, in alcuni casi, essere considerati come persone sbagliate o malate; non è possibile che qualcuno sia sprovvisto di desiderio sessuale, deve esserci una qualche disfunzione, qualcosa di rotto dentro l’organismo di questa persona, altrimenti proprio non si spiega! Eppure le persone asessuali non hanno niente di sbagliato, semplicemente hanno un modo diverso di sentire il sesso e l’attrazione, per alcuni ciò non implica alcun genere di differenza rispetto agli altri ma per molti, invece, è una cosa totalmente diversa dalla media.

Mi piacerebbe vedere una maggiore forma di accettazione nei confronti di queste persone, che di fatto non hanno nulla di cui vergognarsi. Confesso che prima facevo più fatica a capire questo genere di cose, ma adesso non mi sembra più così strano; alcune persone provano attrazione per gli uomini, altre per le donne, altre a prescindere dal genere e altre, infine, per nessuno.

Del resto, io stessa ho fatto sesso con persone per cui non provavo tutta questa attrazione, e col senno di poi non sento di essermene pentita.

È vero, non potrei mai vivere la mia relazione in una totale assenza di sesso, ma capisco che alcune persone ci riescano e no, non penso che il loro rapporto sia incompleto o che manchi qualcosa di importante.

La mancanza di sesso non è una malattia, e non sempre è un problema.

Come per ogni cosa, bisogna imparare a guardare da vicino ogni aspetto che non conosciamo e rapportarci a esso nella maniera giusta, mettendo da parte il nostro punto di vista e imparando a conoscere meglio quello che abbiamo di fronte, con pazienza, interesse ed attenzione.

E soprattutto tanta, tanta empatia.

Gli alpini, Rimini e la dinamica del branco

Ok, è giunto il momento: dobbiamo parlare di quello che è successo al raduno degli alpini di Rimini.

Per semplificare quanto più possibile la questione, vi basti sapere che durante l’ultima adunata degli alpini svoltasi a Rimini negli scorsi giorni si sono registrati almeno 150 casi di molestie nei confronti di donne – lavoratrici e non – della zona.

150 casi non ancora denunciati (anche se alcune donne stanno lentamente iniziando a far sentire la propria voce anche di fronte alle forze dell’ordine) e pertanto non ancora ufficializzati, ma le numerose testimonianze delle vittime non fanno che confermare l’accaduto, dunque ci troviamo di fronte a un gravissimo episodio di violenza di gruppo – perché sì, di violenza si tratta anche se la maggior parte delle donne hanno parlato “solo” di molestia sessuale.

Inutile ribadire quanto questa situazione sia agghiacciante, ma a peggiorare il tutto c’è il fatto che l’Associazione Nazionale degli Alpini sembra voler in tutti i modi smentire l’accaduto o quanto meno minimizzarlo, dando la colpa di quanto avvenuto a “giovani ragazzi under 40 che si sono abbigliati da alpini e hanno messo in atto comportamenti maleducati infangando così il buon nome del corpo militare”.

Insomma, il corpo degli Alpini è intoccabile, più o meno come il resto della categoria militare del nostro paese (si vede che non ho grande simpatia per militari e forze dell’ordine? È vero, ma prometto di non lasciarmi vincere dalle mie opinioni personali e continuare ad analizzare lucidamente la vicenda).

Quanto è successo a Rimini è stato in qualche modo giustificato come una “bravata”, un comportamento maleducato in un certo senso “fisiologico”, perché quando si radunano così tante persone in un solo luogo certi episodi sconsiderati ce li dobbiamo pur aspettare, è insito nel DNA umano.

Posto che 1) la maleducazione non dovrebbe essere fisiologica ma sapientemente contrastata grazie agli insegnamenti di civiltà che abbiamo ricevuto dalle persone intorno a noi e 2) le molestie sessuali NON possono essere ridotte a meri atti di maleducazione, l’episodio di Rimini va ben oltre la bravata collettiva ed è facilmente spiegabile con un concetto tipicamente patriarcale che sta alla base della cultura dello stupro:

La dinamica del branco.

Quando un certo numero di persone si riunisce all’interno di un gruppo del quale presenta le principali caratteristiche, avviene una sorta di de-personalizzazione, per cui ogni individuo cessa di essere tale e va ad incarnare semplicemente quelle sopra citate caratteristiche tipicamente presenti all’interno del gruppo di appartenenza.Questa particolare dinamica è spesso riscontrabile all’interno di numerosi contesti tipicamente maschili – basti pensare allo stadio, agli spogliatoi comuni, alle organizzazioni militari ecc.

Il branco è un contesto sociale all’interno del quale vige un regolamento ben preciso, che non avrebbe alcun valore al di fuori di esso ma che dentro i confini di tale contesto arriva ad esprimersi nella sua forma più primordiale, talvolta persino bestiale – non a caso parliamo di branco, con un chiaro riferimento al mondo animale.

Il branco è costituito da maschi.

Non uomini, ma maschi: creature le cui caratteristiche sono riconducibili a un concetto primitivo ed estremamente tossico di mascolinità, che trova la propria espressione in comportamenti violenti e aggressivi, spacconeria, eccessiva sicurezza di sé e – non per ultima – la tendenza a considerare il genere femminile come una proprietà o, quanto meno, come un oggetto che può essere messo a loro disposizione per il proprio diletto.

Il branco offre protezione, il branco da sicurezza, ed è proprio questo il motivo per cui molto spesso le molestie o le violenze sessuali avvengono al suo interno; perché nel branco il maschio può permettersi di regredire alla sua forma più primitiva di cacciatore, ivi lui può mettere in atto comportamenti tossici e normalmente sbagliati rifugiandosi dietro a uno scudo collettivo, quel concetto ormai fin troppo sdoganato di “goliardia” che permetterebbe loro di fare qualsiasi genere di cosa senza poi doversi prendere la responsabilità delle proprie azioni.

Non ci si può ribellare al branco, perché questo non lo permette: uscire dai confini del gruppo significa ribellarsi a un credo comune e porta solitamente a una vera e propria emarginazione nei confronti di chi abbandona. Perdere il proprio ruolo nel branco significa non godere più delle sue protezioni e venire privati della propria identità, ecco perché talvolta anche le persone più resistenti finiscono col cedere e si adeguano alle sue regole, ben consapevoli del fatto che una vita al di fuori del branco sarebbe sicuramente una vita assai meno semplice e privilegiata.

Nella vicenda di Rimini, questa dinamica sociale è piuttosto evidente, ma non è il solo aspetto da dover considerare: il fatto che a compiere atti di molestia sia stato un corpo militare ha fortemente influenzato le reazioni non solo delle vittime ma anche degli spettatori.

Se da un lato è da considerarsi comprensibile la preoccupazione delle donne di denunciare quanto subito – del resto, mettersi contro un’istituzione del genere può comportare un grosso rischio: quello di essere licenziata, di non essere creduta o di vedersi in qualche modo ritorcere contro la propria denuncia – dall’altro è totalmente inconcepibile il fatto che le persone restino a guardare in silenzio quando si consuma un’aggressione.

È uno dei tanti motivi per cui la cultura dello stupro è ancora così forte, il fatto che certi comportamenti vengano percepiti come “normali” o semplicemente tollerabili fa sì che non si comprenda la reale gravità dei fatti ed ecco allora che ci si sente in diritto di rispondere che una molestia era solo un comportamento maleducato, una pacca sul culo una goliardata.

Non è accettabile, non possiamo continuare a far finta che vada tutto bene.

Non so come andranno avanti le cose, ma vorrei che le nostre istituzioni politiche aprissero gli occhi di fronte a questo scempio e ovviamente non mi riferisco a personaggi come Salvini, che nei suoi ultimi aggiornamenti social non si è certo smentito e ha come sempre giustificato il comportamento degli alpini perché – anche secondo lui – intoccabili (quando invece i molestatori sono stranieri i toni diventano più accesi e le denunce partono a missile).

Vorrei che ci fosse un po’ più di considerazione nei confronti delle vittime e in generale di tutte quelle potenziali vittime che potrebbero avere la sfortuna di trovarsi al prossimo raduno degli alpini (visto che, a quanto pare, simili episodi si erano già verificati in passato).

E un’ultima cosa: non denunciare una violenza, non significa che questa non si sia mai verificata.

Ci sono un milione di ragioni per cui una persona non se la sente di denunciare – e nel caso degli alpini tale motivo è piuttosto evidente – e queste non dovrebbero essere messe in discussione, né dovrebbero mettere in discussione la veridicità delle proprie affermazioni.

Impariamo, prima di tutto, a riconoscere i segnali della vera violenza.

Che questo è, di base, il primo passo affinché prima o poi questa violenza cessi finalmente di esistere.

The Witcher (saga letteraria) – Recensione

Sono passati diversi giorni da quando ho concluso questo viaggio così entusiasmante e ricco di emozioni, non credo di essere ancora riuscita a metabolizzare tutto quanto – forse, in effetti, non ce la farò mai – ma sento che è finalmente arrivato il momento di parlare di questa saga.

“The Witcher” è una saga letteraria fantasy scritta dall’autore polacco Andrej Sapkowski e racconta, nei suoi 8 volumi, la storia dello strigo Geralt di Rivia. La serie è più precisamente formata da due raccolte di racconti (“La spada del destino” e “Il guardiano degli innocenti”) che introducono la storia di Geralt e tutti i personaggi che lo accompagneranno nel corso delle sue avventure, raccontate sotto forma di romanzo nei cinque volumi successivi.

L’ottavo volume, invece, è stato pubblicato in Polonia nel 2013 e tradotto in Italia nel 2016, non come continuo delle vicende narrate dai precedenti libri ma come avventura intermedia, ambientata all’incirca nello stesso periodo degli eventi raccontati del secondo libro.

Dalla saga di Geralt di Rivia sono stati inoltre tratti una serie di videogiochi, un film per la tv polacca e una serie tv lanciata da Netflix, con protagonista Henry Cavill e per la quale siamo in febbricitante attesa della terza stagione (anche se, aihmè, gli sceneggiatori hanno fatto delle scelte di trama non esattamente coerenti con quelle dei libri).

La trama, di per sé, non è troppo complicata: Geralt di Rivia è uno strigo (un witcher, appunto) e uccide mostri per professione. A causa della loro origine – essi sono uomini che, selezionati da bambini, subiscono un particolare addestramento e una serie di mutazioni che permettono loro di affinare i sensi ed eccellere nel combattimento – gli strighi non godono di una buona reputazione fra gli umani, i quali  – nonostante sappiano di avere bisogno del loro aiuto – li considerano al pari dei mostri che essi combattono, e forse proprio a causa dei numerosi pregiudizi che li vedono come insensibili, disumani e del tutto capaci di provare emozioni, tendono a legarsi il meno possibile e a vivere la propria vita in solitudine.

Geralt non è diverso dai suoi colleghi, ma una serie di incontri inaspettati lo porterà a veder stravolgere interamente la propria esistenza: il bardo Ranuncolo diverrà suo improbabile compagno di avventure, la maga Yennefer lo farà innamorare nonostante i mille litigi e le difficoltà di entrambi a viversi serenamente, ma soprattutto il suo destino sarà indissolubilmente legato a quello della piccola Cirilla, principessa del regno di Cintra, che per ripagare un debito di vita le sarà offerta in dono onorando quella che, per tradizione, viene da sempre conosciuta come “Le legge della sorpresa”.

Non voglio aggiungere altro alla trama, poiché a mio avviso merita di essere scoperta pian piano attraverso le pagine di questi libri, ma posso dire che io sono rimasta semplicemente ammaliata dalla storia di Geralt e dei suoi compagni, che sono pian piano diventati come amici di una vita e mi sono entrati talmente nel cuore da farmi provare una sorta di “lutto letterario” – se così lo si può definire – nel momento in cui ho concluso l’ultimo libro della saga.

Diciamo che la caratterizzazione dei personaggi è forse una delle cose che ho apprezzato di più, anche se alcuni personaggi secondari vengono spesso abbandonati sullo sfondo per concentrarsi maggiormente sui protagonisti principali; personalmente trovo che la penna di Sapkowski abbia saputo rendere giustizia alle emozioni e alle motivazioni dei suoi personaggi, immergendomi nelle sue pagine ho conosciuto personaggi complessi e dalle varie sfaccettature, che mi hanno fatta innamorare, ridere, stupire, arrabbiare ed emozionare.

Ovviamente la saga di “The Witcher” non è esente da difetti: la scrittura di Sapkowski è, da un punto di vista tecnico, un po’ troppo frammentaria e non risulta particolarmente scorrevole, a causa della sua tendenza a utilizzare frasi sempre molto brevi e lapidarie (che sì, spesso questo tipo di scrittura così diretta può essere funzionale, ma a lungo andare diventa molto difficile stargli dietro).

Sapkowski ha poi il dono straordinario di alternare capitoli meravigliosamente avvincenti e appassionanti a lunghissimi spiegoni di cui, talvolta, il lettore non sente alcuna necessità; il che è veramente un peccato, perché proprio quando le cose iniziano a farsi interessanti ecco che l’azione viene messa in pausa da una noiosissima parentesi didascalica, che sembra non voler finire mai e spesso rischia di far passare la voglia di proseguire con lettura.

In ogni caso, la magia di questa saga è innegabile: io non ho potuto fare a meno di notare la bellezza e la poesia che si cela dietro le avventure di Geralt, mi sono emozionata per la bellezza della sua storia d’amore con Yennefer (mi hanno anche fatto soffrire un sacco, i due bastardi) e in molte occasioni mi sono ritrovata a riflettere su temi importanti come l’uguaglianza, la libertà, l’amore, l’amicizia e – soprattutto – l’umanità.

Quest’ultimo è un tema che avvolge quasi interamente la saga di “The Witcher”: Geralt, infatti, ci viene da subito presentato come una creatura che di umano non ha più niente, incapace di provare emozioni o assecondare i propri sentimenti. Ovviamente attraverso la lettura scopriamo che le cose sono ben diverse da così e che forse, più che una vera incapacità nel provare emozioni, a frenare Geralt è proprio la sua paura di assecondare il pregiudizio altrui e di diventare davvero quel mostro che tutti temono e rifuggono da sempre.

Impossibile, a questo punto, non innamorarsi di questo personaggio così complesso e affascinante – del resto, anche le innumerevoli donne che incontra lungo il suo cammino dimostrano di non essere per niente immuni al suo fascino, dunque perché dovremmo esserlo noi?

In conclusione, non posso che parlare bene di questa saga letteraria così affascinante, che personalmente è arrivata persino a superare “Harry Potter” nella classifica del mio cuore. A chi si fosse incuriosito e volesse intraprenderne la lettura io consiglio assolutamente di farlo e di lasciarsi trasportare dalle avventure di Geralt, e di giocare al videogioco una volta conclusa la lettura – soprattutto “The Witcher 3_The Wild Hunt”, quello è davvero un capolavoro.   

Vi ringrazio come sempre per la lettura, ci risentiamo alla prossima recensione! 😀

Uomini, donne e… Bambini

Si può dire che noi donne, a prescindere dalle varie ed eventuali differenze che ci caratterizzano, siamo accomunate per tutta la vita da una serie di esperienze, desideri, sensazioni e pensieri.

E fra i pensieri comuni più frequenti vi è, indubbiamente, quello dei figli.

È normale, sin da piccole impariamo a renderci conto che le donne diventano mamme e iniziamo a convincerci che quello, prima o poi, diventerà anche il nostro destino – o quanto meno, che la società si aspetta che lo diventi. A poco serve provare a spostare la nostra attenzione altrove: quel pensiero, prima o poi, tornerà a trovarci e diventerà una vera e propria fissazione, sia esso un desiderio profondo oppure una vera e propria repulsione.

Le protagoniste di “Sex and The City” affrontano in più occasione l’argomento e la prima volta lo fanno ponendosi una cruciale domanda: in che modo la presenza di un bambino può influenzare un rapporto? È davvero possibile che un figlio rappresenti la morte dell’intimità e la distruzione della coppia? (ok, in questo caso le domande sono due).

È una domanda che mi sono posta anch’ io e per molto tempo è stata una dei principali motivi che mi ha portata, oggi, a non desiderare in futuro di diventare madre – oggi le cose sono cambiate, nel senso che continuo a non volere figli, ma le motivazioni sono un tantino differenti. In realtà non credo di averla sempre pensata così, immagino che ci sia stato un periodo della mia vita in cui l’idea di diventare madre mi stuzzicava davvero e mi sono ritrovata spesso a immaginarmi con un pargoletto fra le braccia.

Gli anni, tuttavia, mi hanno portata ad assumere un punto di vista differente.

Sorvolando sulla mia paura di perdere l’intimità di coppia e la totale repulsione per la maternità da un punto di vista biologico (la gravidanza e il parto che, per quanto naturali possano essere, ai miei occhi continuano ad apparire come il peggiore degli abomini), una delle ragioni principali è anche la paura per il futuro: da un lato la mancanza di un lavoro fisso e di una stabilità economica che mi permetta di mantenere senza ansie un’eventuale famiglia, dall’altra il cambiamento climatico, le guerre e il mondo che – mai come oggi – sta letteralmente andando in rovina.

Ecco, forse quest’ultima argomentazione è al momento la più forte: fare figlio, sapendo che gli sto consegnando un mondo ormai giunto al limite e che forse non camperà più di quanto vivrò io stessa, mi sembra uno dei gesti più egoisti che si possa compiere e preferisco restare da sola con il mio compagno piuttosto che condannare una creatura a una vita così sgradevole.

Aggiungiamoci poi il fatto che l’idea di perdere ogni mia libertà e dovermi occupare interamente di un altro essere umano non è esattamente la migliore delle prospettive e quindi, in definitiva, credo che resterò una di quelle donne che in assoluto non vuole figli – e per mia fortuna il mio compagno la vede allo stesso modo.

[Ci tengo a precisare che ciò che dico vale esclusivamente per me. Non reputo le persone che scelgono di avere figli egoiste o irresponsabili, ognuno fa ciò che vuole perché le motivazioni che le spinge ad agire in un certo modo sono personali e indiscutibili. Io non posso che parlare per me stessa e non ho la pretesa di fare da portavoce a nessun altro.]

Mi rendo conto che alcune di queste paure siano irrazionali e non necessariamente fondate, ma ho avuto comunque modo di notare che sono più o meno diffuse, soprattutto fra ragazze della mia età o un po’ più giovani di me. Tali preoccupazioni, di certo, riguardano in primo luogo le incertezze sul futuro, la mancanza di una stabilità economica, la paura di avere un figlio in un mondo devastato da pandemie, guerre e crisi climatiche; secondariamente vi è la paura di rinunciare a se stesse in funzione della propria maternità.

Se poi davvero la coppia e l’intimità possano risentire della presenza di un terzo incomodo… Beh, questa è una situazione del tutto soggettiva, che può variare da coppia a coppia. È vero che alcune coppie sono andate in crisi a seguito della nascita del proprio figlio, ma per altre il rapporto è rimasto lo stesso di sempre e, in alcuni casi, si è persino rafforzato – e di questo ho avuto conferma anche da alcuni di genitori di mia conoscenza, che ad oggi possono affermare con certezza di sentirsi ancora “tanto coppia” così come lo erano prima della nascita del/della pargolo/a.

Io credo che una relazione solida sia in grado di durare a prescindere da qualsiasi cosa, persino a seguito della nascita di un bambino. Non sarà semplice, certo, i primi tempi sono sempre i più difficili – ci si dedica interamente alla prole e non si hanno né tempo né energie da riservare alla coppia – ma il tempo e la capacità di adattamento permetteranno alle coppie più solide di sopportare anche queste difficoltà e riprendersi nel miglior modo possibile, ritrovando infine il proprio equilibrio all’interno di un sano dualismo relazionale.

In caso contrario… Beh, ritengo più probabile che non sia la nascita di un bambino a creare i problemi, ma che questa si limiti a far venire a galla quelli che già esistevano ma che, per molto tempo, erano stati nascosti sotto al tappeto.

Alla luce di tutto questo, si potrebbe tranquillamente pensare che una coppia solida e consolidata non dovrebbe essere in alcun modo turbata dalla paura di avere figli… Eppure, non per tutti è così.

Parliamo comunque di un’esperienza nuova e terrificante (in senso buono, per molti): essere genitori non è facile, sia da un punto di vista individuale – l’essere all’altezza del compito, saper essere comprensivi e al tempo stesso fermi, affettuosi ma autorevoli – che da un punto di vista di coppia – il non perdersi di vista e mantenere una relazione sana e ancora appassionata – e come qualsiasi salto nel buio non può essere affrontato con leggerezza e superficialità. Aggiungiamo poi il fatto che avere figli oggi è molto più difficile di quanto non lo fosse in passato, fra crisi economiche, instabilità lavorative e – talvolta – persino emotive.

Del resto, sono proprio queste paure a far sì che oggi – specialmente nel nostro paese – si facciano sempre meno figli o se ne facciano sempre più tardi: la mancanza di sicurezza economica, la paura di non essere all’altezza, le ansie sociali e relazionali… Insomma, la nostra generazione di poco più che 30enni si porta sulle spalle un carico davvero pesante, e non è un caso che sempre più coppie decidono di godersi la propria vita insieme senza la presenza di un (o più di uno) “terzo incomodo”.

Del resto, non è che siamo obbligati a far figli.

Sì, su noi donne ricade sempre una certa pressione sulla questione: io stessa sto già iniziando a ricevere da parte dei miei parenti simpatiche frasi come :”Eh, adesso che vi sposate dovete subito fare un bel bambino!” alle quali, francamente, mi limito a non rispondere.

Certo, è estremamente irritante – anche perché credo che al mio fidanzato non abbiano ancora iniziato a fare tutta questa pressione – ma per il momento cerco di lasciar correre, perché non sono affari loro e perché riguardo alle mie scelte di maternità sento di non dover rendere conto a nessuno.

Eppure, di tanto in tanto, il peso delle aspettative si fa sentire.

So che le nostre famiglie si aspettano di vederci genitori un giorno (la sola che comprende e accetta alla perfezione la mia posizione è mia madre) e il pensiero di deluderli mi tormenta, anche se razionalmente mi rendo conto di non dovere niente a nessuno e che le mie scelte di vista, in quanto tali, devono competere esclusivamente a me.

Per il resto, non sono una di quelle persone che spara a zero sulla maternità: certo, detesto quelle donne che nel mondo in cui scoprono di essere madre annullano tutto il resto e permettono alla maternità di essere il solo ed unico fulcro della loro esistenza, ma stimo e rispetto chi sceglie di avere figli perché lo desidera veramente e non posso fare altro che augurare loro il meglio, specialmente di crescere una creatura intelligente e sensibile, che possa in un eventuale futuro contribuire a rendere questo osceno mondo un posto migliore.

Per ritornare, invece, all’argomento di partenza e cercare di trovare una chiusura alla domanda che ho posto all’inizio di questa riflessione: È davvero possibile che un figlio rappresenti la morte dell’intimità e la distruzione della coppia? Come ogni cosa, è possibile ma non certo.

Potrebbe succedere a una coppia che non regge la pressione della vita in tre e potrebbe non accadere minimamente a un’altra talmente solida da riuscire ad adattarsi senza troppe difficoltà a un simile cambiamento. 

La paura dell’ignoto, certo, ce l’hanno tutti, ma quando si ha la fortuna di essere una squadra nessuna di queste paure è abbastanza forte da non poter essere superata.

Magari ci saranno giorni difficili, magari i primi mesi penserete sempre e solo a vostro figlio e magari per un po’ di tempo l’intimità fisica verrà a mancare, ma se la vostra coppia è veramente forte allora resisterete anche a questo.

Sì, lo so… Parlo bene io, che figli non ne ho e neanche conto di averne in futuro! Però sono figlia di  due persone che dopo quasi 40 anni stanno sempre insieme e si vogliono ancora un bene dell’anima… Qualche cosa vorrà pur dire, no?

E ti vorrei amare, ma sbaglio sempre – (fanfiction su “The Witcher”)

“Che diavolo stai facendo?”

Ho sognato di volare con te
Su una bici di diamanti

Yennefer ebbe un violento sussulto e per lo spavento lasciò cadere a terra una boccetta di profumo, frantumandola in mille pezzi. I suoi occhi viola, di solito cangianti e seduttivi, sembravano tradire una fragilità che il volto non si sarebbe mai sognato di mostrare.

“Geralt! Io…”

“Te ne stai andando, non è vero?” lo strigo attraversò la stanza in un sol passo e subito le fu addosso, afferrò uno dei suoi polsi e la scosse con forza “Te ne stai andando, Yennefer, proprio come l’ultima volta!”

“Io non ti devo nessuna spiegazione, non ti appartengo!” Yennefer si liberò agilmente dalla presa e indietreggiò di qualche passo, afferrando la borsa nera che stava silenziosamente riempiendo di tutti i suoi effetti “Facciamo sempre così, no? Ci incontriamo, ci cadiamo fra le braccia, pronunciamo parole d’amore travolti dall’ebbrezza del momento ma alla fine ognuno riprende sempre la propria strada. Non ce la facciamo, non siamo in grado di mantenere le nostre promesse”.

Geralt serrò la mandibola e abbassò lo sguardo, accecato dalla rabbia.

“Se solo tu provassi, Yen” biascicò “Se solo tu provassi a…”

“A fare che cosa? A dimenticare ogni cosa, a far finta che il tempo non sia mai trascorso? Ne è passato di tempo da quel nostro primo incontro a Rinde, Geralt, e tu non sei più la stessa persona di allora. Puoi ingannare te stesso, forse persino chi non ti conosce a sufficienza, ma non me. Non me, Geralt”.

“Yennefer, ti prego”.

Mi hai detto, “Sei cambiato
Non vedo più la luce nei tuoi occhi”

La maga tirò su col naso, ma si sforzò comunque di mantenere il proprio contegno.

Una maga non piange, mai.

Non esiste spettacolo più patetico di una maga che piange.

“Addio, Geralt. Lo sai anche tu, starai meglio senza di me”.

“Aspetta, Yennefer”.

Geralt fu più veloce di lei, con un balzo raggiunse la porta e le si parò di fronte, impedendole di uscire. Yennefer lasciò cadere a terra la sua borsa e iniziò a battere i pugni contro il petto dell’uomo, intimandolo di lasciarla andare.

Non avrebbe ottenuto alcunché con quel metodo, lo strigo era molto più forte di lei e, soprattutto, era testardo a sufficienza da non concedere a se stesso di cedere neanche di un passo.

La tua paura cos’è?
Un mare dove non tocchi mai

“Yen, ti prego” le labbra di Geralt erano a un millimetro da quelle di Yennefer e i suoi occhi la fissavano con insistenza “Di che cosa hai paura?”

Yennefer non rispose.

Avrebbe potuto andarsene in qualsiasi momento, con la sua magia avrebbe potuto evocare un portale e smaterializzarsi a centinaia di miglia di distanza da lui senza lasciare alcuna traccia. Eppure se ne stava lì, sospesa fra le labbra di un uomo che non aveva nessuna intenzione di lasciarla andare e dal quale lei stessa avrebbe voluto avere il coraggio di non fuggire.

Anche se il sesso non è
La via di fuga dal fondo
Dai…

Non scappare da qui. Non lasciarmi così”.

Nudo con i brividi
A volte non so esprimermi
E ti vorrei amare, ma sbaglio sempre
E ti vorrei rubare un cielo di perle

Le mani di Geralt carezzavano il volto di Yennefer, facendola sospirare.

Era incredibile come il tocco dell’uomo fosse in grado di trasmetterle al tempo stesso dolcezza e desiderio: lo strigo sembrava volerle strappare i vestiti di dosso e fare l’amore con lei direttamente su quel tavolo e poi, un istante dopo, implorarla disperatamente di tenerlo per sempre al sicuro fra le sue braccia.

Le labbra di Yennefer mordicchiavano appena quelle di Geralt e le sue dita erano adesso attorcigliate attorno ai suoi capelli. Cercava dentro di sé una ragione per andarsene e sapeva che ve ne erano moltissime, vere o false che fossero.

E pagherei per andar via
Accetterei anche una bugia

Eppure, in quel momento, non gliene veniva in mente nemmeno una.

E ti vorrei amare, ma sbaglio sempre
E mi vengono i brividi, brividi, brividi

I due si persero in un bacio lungo e appassionato, pieno di disperazione.

Le mani di Yennefer affondavano nei capelli di Geralt e quelle dello strigo avvolgevano il corpo della maga interamente, come a volerle impedire di fuggire. Sapeva che Yennefer lo desiderava quanto lui ma aveva imparato a conoscere il carattere imprevedibile della donna e a dubitare ciecamente delle sue effettive intenzioni.

Tu, che mi svegli il mattino
Tu, che sporchi il letto di vino

Del resto, fino a pochi istanti prima, sembrava essere realmente sul punto di fuggire.

Tu, che mi mordi la pelle
Con i tuoi occhi da vipera e tu…

Proprio in quel momento Yennefer riaprì gli occhi, come se si fosse destata di colpo da un brutto sogno.

Staccò le mani dai capelli di Geralt, a fatica riuscì a liberarsi dalla presa dello strigo e di nuovo indietreggiò in un angolo, ritrovandosi con le spalle contro il muro.

Sei il contrario di un angelo
E tu, sei come un pugile all’angolo
E tu

Il suo sguardo spaventato incontrò quello smarrito e ormai rassegnato di Geralt.

 

Scappi da qui, mi lasci così

E l’uomo capì.

Nudo con i brividi
A volte non so esprimermi
E ti vorrei amare, ma sbaglio sempre
E ti vorrei rubare un cielo di perle
E pagherei per andar via
Accetterei anche una bugia
E ti vorrei amare, ma sbaglio sempre
E mi vengono i brividi, brividi, brividi

“Addio, Geralt. Questa volta sul serio”.

“Yennefer, no… Ascoltami…”

Dimmi che non ho ragione
E vivo dentro una prigione

E provo a restarti vicino
Ma scusa se poi mando tutto a puttane e

No, ascoltami tu!” la voce di Yennefer era flebile e tremante, ma ancora una volta la donna riuscì a mantenere la faccia e a non lasciarsi vincere dal pianto “Non ce la faccio più a sopportare tutto questo, a fingere che tutto vada bene e che quello stupido desiderio che hai espresso non m’impedisca di amarti. Ci ho provato per tanti anni e forse, in cuor mio, so che ci proverò sempre. Ma tu… ”

“Non so dirti ciò che provo, è un mio limite”.

Per un “ti amo” ho mischiato droghe e lacrime

Le parole di Geralt colpirono Yennefer duramente, forse persino più di quanto lei non si aspettasse.

Ma in fin dei conti, lei aveva bisogno di tutto questo: aveva bisogno di una ragione per andarsene, di una ragione vera che le permettesse di farlo senza rimpianti.

Questo veleno che ci sputiamo ogni giorno
Io non lo voglio più addosso

“Ci siamo fatti male per troppo tempo, Geralt” gli disse, con voce ormai priva di emozione “Non voglio più tutto questo veleno. E non lo vuoi neanche tu”.

Geralt non rispose, sembrava ormai incapace di fiatare.

Se fino a pochi minuti prima avrebbe lottato con tutto se stessi per non lasciar andare via Yennefer adesso non ne vedeva più alcun motivo.

Forse, semplicemente, non ne aveva più le forze.

Yennefer raccolse da terra la sua borsa, si ricompose quasi come se nulla fosse accaduto e poi, con estrema naturalezza, si diresse verso la soglia, lo sguardo di Geralt ancora saldamente puntato su di lei, carico di rabbia e di amarezza.

Lo vedi, sono qui
Su una bici di diamanti, uno fra tanti

“Addio, Geralt. Abbi cura di te”.

Nudo con i brividi
A volte non so esprimermi
E ti vorrei amare, ma sbaglio sempre
E ti vorrei rubare un cielo di perle

La porta si chiuse senza fare alcun suono e Geralt scivolò a terra, atterrando sulle proprie ginocchia.

Avrebbe voluto piangere, urlare, lasciarsi andare a una qualsiasi esternazione di rabbia o di dolore ma la verità era che non provava più niente, solo un’intensa sensazione di vuoto all’altezza del petto.

Con Yennefer capitava spesso, certe volte era persino lui a farei bagagli e a varcare la soglia senza neanche prendersi la briga di fornire alla maga una spiegazione, e tutto sommato avrebbe dovuto esserci abituato.

Eppure, questa volta, aveva un sapore completamente diverso.

E pagherei per andar via
Accetterei anche una bugia

Questa volta avrebbe voluto impedirlo, magari sarebbe stato anche in grado di farlo se solo ci avesse provato, se solo avesse messo da parte l’orgoglio, la paura, la sua stupida e irragionevole ostinazione.

Avrebbe potuto essere sincero, parlare col cuore in mano.

Ma era solo un strigo.

E ti vorrei amare, ma sbaglio sempre

E l’amore non era una cosa facile per quelli della sua razza.

E mi vengono i brividi, brividi, brividi

La dolcezza che mi merito

(Fanfiction su “The Witcher”, scritta per la challenge #diteloconunfiore di facebook).

Certe volte di notte, quando non riusciva a dormire ed era certa che nessuno potesse disturbarla, Ciri ripensava al suo passato.

Era piuttosto difficile farlo senza sciogliersi in lacrime, se non altro però aveva imparato a tenere a bada i singhiozzi; era stata costretta a farlo, l’ultima volta aveva pianto così forte da svegliare Iskra e per poco anche Keyleigh, e non era stato semplice convincere la fanciulla che si fosse trattato solo di un brutto sogno, senza nessuna importanza.

I Ratti talvolta erano molto indiscreti nei suoi confronti, sempre determinati a carpire quanto di più possibile sul suo passato – a eccezione di Mistle, che comprendeva e rispettava il bisogno di riservatezza della compagna – e Ciri non voleva certo offrire loro una qualunque scusa per sentirsi legittimati a infastidirla con le loro domande.

Quando ripensava al suo passato, la notte le sembrava sempre più fredda; Ciri si raggomitolava su se stessa e si stringeva le ginocchia al petto, avvolgendo intorno ad esse le sue braccia come a voler mimare un abbraccio pieno zeppo di calore.

Anche quella notte non fu da meno, chiuse gli occhi e si raccolse nei pensieri come non faceva ormai da molto tempo. Ultimamente non ne aveva avuto motivo, le scorribande giornaliere erano sempre più violente e faticose, e una volta giunta a sera il suo corpo era talmente esausto da farla crollare in un sonno così profondo che neppure la sua mente, per quanto attiva e vivace, era in grado di resistervi.

Certe volte Ciri era felice di non dover pensare.

Altre, invece, credeva di averne semplicemente bisogno.

Le piaceva ricordare il passato, anche se faceva male: ripensava alle feste a palazzo, al sorriso di sua madre, alle ramanzine della nonna e ai pomeriggi trascorsi in giardino con Sacco di Topo, a fantasticare sulle storie più incredibili. Ricordava la dolcezza di quei momenti, un’emozione che da tempo sembrava averla dimenticata, e piangeva al pensiero che probabilmente non l’avrebbe mai più vissuta, sebbene a lungo avesse pensato che con Geralt e Yennefer le cose sarebbero andate diversamente.

Geralt e Yennefer… Ciri pensava spesso anche a loro.

Provava una tale rabbia per quanto accaduto e li odiava entrambi per essersi dimenticati di lei e averla abbandonata nel bel mezzo del pericolo, sebbene in fondo al proprio cuore non potesse fare altro che amarli entrambi come i due genitori amorevoli che non aveva mai avuto.

Talvolta pensava di averli semplicemente idealizzati.

Del resto, né le maghe né gli strighi erano mai stati famosi per la loro benevolenza e la capacità di amare il prossimo, dunque perché si aspettava che loro due potessero essere diversi? Forse aveva confuso il senso del dovere di Geralt con la tenerezza di un padre e l’integrità di Yennefer con l’affetto di una madre.

Si era fidata senza riserve, aveva creduto di poter costruire con loro la famiglia perfetta che la guerra le aveva negato, e adesso che tutto era andato in fumo non poteva fare altro che rifugiarsi nelle illusioni, in quell’angolo della propria mente in cui ancora poteva convincersi che tutto sarebbe andato per il meglio e che quella dolcezza che tanto aveva ricercato in Geralt e Yennefer non era solo il frutto della sua stupida, patetica mente.

“Falka? Falka, sei sveglia?”

Ciri ebbe un leggero sussulto.

Condivideva come sempre il giaciglio con Mistle, ma quella notte aveva provato a mantenere una certa distanza da lei proprio per evitare che si accorgesse di qualcosa; per sua sfortuna, il sonno della ragazza era molto leggero e l’affetto sincero che nutriva nei suoi confronti non le avrebbe mai permesso di vederla così turbata e non accorrere in suo soccorso. 

“Falka, che ti succede? Stai piangendo?”

Ciri si morse con forza il labbro inferiore, senza parlare.

Non aveva bisogno di dire niente, sapeva che Mistle avrebbe capito tutto in ogni caso, anche se avesse provato a mentire.

“Falka, ti prego” insistette Mistle “Potrai ingannare gli altri, ma io so che c’è qualcosa che ti fa star male, qualcosa che ti turba al punto tale da toglierti persino il sonno. Perché non vuoi dirmi di che si tratta?”

Ciri sospirò, ancora incapace di parlare. Sentiva il calore del fiato di Mistle sul collo, le sue mani ruvide che le sfioravano il viso e i capelli biondo cenere.

Chiuse gli occhi, beandosi di quella sensazione.

“Falka…”

“Ti prego, Mistle” la interruppe Ciri, con voce rotta “Non dire niente, non parlare. Solo…”

Le lacrime le rigavano il volto e lo stomaco le faceva male, come messo in subbuglio dalle troppe emozioni.

Faceva tutto male, troppo male.

E non poteva più pensare di dover sopportare tutto da sola.

“Stringimi”.

Mistle non se lo fece ripetere due volte e subito si sdraiò accanto a Ciri, accogliendola fra le proprie braccia. Non parlò e non chiese a lei di farlo, rimase semplicemente al suo fianco e ascoltò i suoi silenzi con pazienza, senza giudicare. Ciri avvertì un’intensa sensazione di calore e protezione, e per una volta la notte non le sembrò più così fredda.

“Mistle? Io per te sono importante?”

Mistle abbozzò un sorrisetto intenerito.

“Ma sì, certo” le rispose con voce morbida “Falka, tu sei molto importante per me”.

Le baciò le tempie e Ciri decise che tanto le bastava.

I ricordi, lo sapeva, non sarebbero mai andati via, ma forse la presenza di Mistle sarebbe stata in grado di rendere il tutto un po’più sopportabile.

Forse, per certi versi, un po’ più dolce.

E forse non era la stessa dolcezza che la leoncina di Cintra sognava o che aveva sempre cercato in tutta la sua vita.

Ma era vera.

E in quel momento era tutto ciò di cui Ciri a aveva veramente bisogno.

Profumo ( “The Witcher”)

GENERE: Romance, Malinconico, Missing Moments

Quando si trattava di bordelli, Geralt di Rivia era un uomo di poche pretese.

Si accontentava di qualsiasi luogo al di sopra del livello minimo di decenza, purché il vino fosse accettabile e le donne silenziose – detestava quando qualcuno provava a fare conversazione fra le coperte. Era una scelta parsimoniosa, i bordelli di lusso costavano e non vi era puttana nel continente, per quanto abile o discinta che fosse, che meritasse tutto quel denaro.

Di tutt’altro avviso, invece, era il suo amico Ranuncolo, bardo di professione e massimo conoscitore di bordelli cittadini.

“Non vi è niente di meglio dell’investire il proprio denaro in una donna” era solito dire il menestrello “Tanto più se la donna in questione non si aspetta in aggiunta anche fiori, attenzioni e promesse da mantenere”.

Di norma lo strigo si limitava ad ascoltare Ranuncolo senza dar troppo peso alle sue parole, ma dopo l’ennesimo estenuante combattimento e la più lauta ricompensa che avesse ricevuto negli ultimi decenni, decise che per una volta avrebbe potuto fare un’eccezione.

I bordelli di Novigrad erano sempre pieni zeppi, a eccezione del “Passiflora” i cui prezzi proibitivi lo rendevano uno dei locali meno chiassosi e affollati della zona.

Geralt si diresse lì quella sera.

Da troppo tempo sentiva la mancanza del calore di una donna e quell’improvvisa urgenza, oltre ai soldi guadagnati e l’improbabile influenza che le parole di Ranuncolo avevano avuto su di lui, lo avevano spinto a destinazione quasi senza che lui se ne rendesse conto, come se le sue gambe fossero in grado di muoversi senza che la mente avesse pienamente il controllo su di esse.

Si era accomodato a un tavolo da solo, aveva bevuto dell’ottimo vino servitogli in un’elegante coppa e quando la tenutaria gli aveva presentato la fanciulla che si sarebbe occupata di lui quella sera, l’aveva seguita in camera senza troppe cerimonie.

Era davvero giovane, non poteva avere più di diciotto anni; i capelli color del grano le ricadevano morbidamente lungo le spalle, le labbra erano rosee come le guance e un paio di piccoli seni sodi sbucava audacemente da un corpino talmente stretto che sembrava sul punto di esplodere.

Geralt si morse il labbro e la fissò con bramosia.

Per il tempo trascorso senza una donna nel proprio letto, era molto di più di quanto potesse desiderare.

La stanza era grande e buia, illuminata solo da un fascio di luce lunare che penetrava dalle finestre, illuminando un ampio tavolo sul quale troneggiava un’imponente cesta di frutta fresca e colorata. Geralt non se ne accorse subito, troppo impegnato a immaginare quella perfetta silouette femminile che a breve avrebbe stretto fra le mani, e probabilmente avrebbe continuato a ignorarne la presenza se non fosse stato per…

Quel profumo.

Lo avrebbe riconosciuto ovunque, lo conosceva fin troppo bene.

Dimenticò della sua compagnia e come ipnotizzato si avvicinò alla cesta di frutta, osservandone il contenuto. La fanciulla osservò curiosamente lo strigo, sembrava non capire: l’uomo pareva essere piombato in uno stato di trance e lei non aveva idea di cosa potesse averlo indotto così, improvvisamente.

“Geralt? Tutto bene?”

Geralt la ignorò.

Le sue mani tremanti avevano già raggiunto il cesto e cautamente si erano strette attorno a un grosso grappolo di frutti rossi. Lo strigo si portò il grappolo alla bocca e a occhi chiusi ne ispirò profondamente il profumo.

Quel profumo, di nuovo.

Una lacrima scivolò lungo le sue guance, i ricordi colmarono il suo cuore.

Quel profumo.

Il suo profumo.

“Geralt” la voce alle sue spalle si fece più impaziente “Sto aspettando”.

Lo strigo non fece una piega, come se quelle parole lo avessero a malapena sfiorato.

Il profumo di uvaspina era talmente intenso da inebriargli il cervello, nessuno avrebbe tollerato un simile effluvio tanto a lungo eppure Geralt sembrava volerci annegare dentro. Cercava di imprimerlo a forza nella propria mente, non riusciva a staccarsi da esso.

Semplicemente, non voleva.

“Scusami” mormorò senza alcuna enfasi “Non ne ho più molta voglia, perdonami”.

“Cosa? Come sarebbe a dire?”

“Ti pagherò ugualmente, non preoccuparti”.

La ragazza sembrò accogliere di buon grado quella proposta, anzi, ne fu piuttosto soddisfatta; quel tale non le piaceva un granché e non le dispiaceva affatto poter guadagnare una simile cifra senza dover sentire quelle sue dita ruvide e callose scorrere lungo la sua pelle di seta.

“Benissimo, allora vado a farmi un bagno. Vuoi che ti lasci qui da solo per un po’?”

Geralt assentì in silenzio e quella si allontanò senza aggiungere altro, fischiettando un motivetto allegro che malamente si accordava all’umore dello strigo. L’uomo teneva ancora il grappolo di uvaspina fra le mani, lo stringeva a sufficienza da accertarsi che non potesse sfuggirgli dalle dita ma non troppo, per evitare di schiacciare anche uno solo dei suoi grappoli.

Si lasciò scivolare a terra, atterrò sulle ginocchia e chinò il capo, mordendosi il labbro duramente.

Non provò neanche a trattenere le lacrime, sarebbe stato inutile.

Il profumo dell’uvaspina sembrava pian piano perdere la sua intensità ma Geralt lo aveva ormai memorizzato, non avrebbe potuto dimenticarlo tanto in fretta. Provò a immaginarlo in combinazione con altri profumi, odori a lui altrettanto graditi e familiari.

Profumo di lillà.

Iniziò a piangere più forte, ma non osò darlo a vedere neanche a se stesso.

Uvaspina… Lillà…

Boccoli di capelli neri, occhi intensi di colore viola.

Profumo di uvaspina e lillà.

Ricordi di notti insonni trascorse a parlare e a fare l’amore, di litigi furiosi, di baci appassionati, lacrime e sorrisi.

Yennefer.

La sua Yen.

Scrollò il capo e si scostò dai suoi pensieri.

No, Yennefer non era più sua; forse non lo era mai stata, forse era stata proprio la sua libertà a farla fuggire via ancora una volta, come faceva sempre.

Come aveva fatto anche lui, in molte altre occasioni.

Sospirò profondamente e riaprì gli occhi, il suo sguardo cadde di nuovo sugli acini di uvaspina adesso sparsi per terra; allungò le mani febbrilmente, afferrò i frutti e ancora si tuffò nel loro profumo, inspirò profondamente, come un drogato nel bel mezzo di una crisi di astinenza.

Sorrise malinconico.

Yennefer non c’era e forse non ci sarebbe stata mai più, ma Geralt sapeva che una parte di lui avrebbe potuto continuare a illudersi della sua presenza, a sognarla accanto a sé.

In qualche modo, lei sarebbe sempre stata lì.

Almeno fino a quando avrebbe continuato a sentire quel profumo.

You flee, my dream come to morning

Your scent, berries tart liliac sweet…

To dream of raven lock and twister stormy

Of violet eyes glistening as you weep.

  • Ho deciso di ricominciare a usare il blog per pubblicare anche fanfiction. Perchè era un genere letterario che mi mancava troppo scrivere.

Una settimana dopo Sanremo, qualche riflessione

Ho deciso, dopo praticamente una settimana dalla fine del festival, di parlare di Sanremo.

Non per l’evento in sé o per il gusto di compilare pagelle, ma perché in quei cinque giorni di musica si sono verificati una serie di episodi a mio avviso estremamente interessanti e se inizialmente ho provato a riportarli uno a uno, singolarmente sul mio profilo Instagram, mi sono ben presto resa conto che ci fosse un’infinità di cose da dire e ho pensato che la cosa migliore, a questo punto, fosse quella di dedicare un intero articolo di blog all’argomento, sperando di non risultare eccessivamente prolissa e noiosa.

Alcune cose le ho trovate estremamente positive, altre negative e altre ancora… Meh.

Analizziamo insieme l’accaduto e magari, quando avrete finito la lettura, potremo commentare insieme questa lunghissima ma decisamente sorprendente edizione del festival.

Siete pronti? Cominciamo:

  • AMADEUS E LE SUE CO-CONDUTTRICI

Sono anni ormai che Amadeus ci presenta questa formula di conduzione del festival: lui come unico ospite principale e cinque donne che si alternano serata dopo serata, più che affiancandolo direi “comparendo di tanto in tanto per una comparsata”. Trovo questa apparente forma di inclusione femminile come una chiara forma di manipolazione maschilista, con un uomo al centro della scena e tante donne che gli ruotano attorno, una sorta di “Harem televisivo” dove non conta effettivamente il talento e la capacità della conduttrice, la cosa importante è che ci si ricordi sempre e comunque che è Amadeus il padrone di casa e che senza di lui nessuna di quelle donne avrebbe alcun motivo di trovarsi lì.

Direi una cosa assolutamente svilente, che comunque può solamente peggiorare se andiamo avanti con la mia analisi e vediamo in che modo queste povere donne sono state trattate o sono riuscite a far parlare di sé.

  • ORNELLA MUTI E I SUOI UOMINI

La prima co-conduttrice del festival è stata Ornella Muti.

Muti vanta la bellezza di novanta film per il cinema, 12 presenze in sceneggiati e miniserie televisive, varie partecipazioni a spettacoli teatrali e numerosi riconoscimenti in campo cinematografico, fra cui un David di Donatello, una vittoria al Festival del Cinema di Venezia, due Nastri D’Argento, due Grolla d’Oro, tre Globo d’Oro e tre Ciak d’oro – per non parlare, ovviamente, delle sole candidature.

È una donna che il suo mestiere lo ha fatto e lo ha fatto anche bene, non è solo un bell’involucro che non ha niente da raccontare; la sua carriera, le sue esperienze di vita e tutto ciò che la rende, oggi, Ornella Muti, hanno il proprio peso e sarebbe stato giusto dedicarle sul palco un momento per celebrarla come si deve.

Ad essere onesti quel momento c’è stato, ma quando Amadeus e Muti si sono seduti per parlare di lei e della sua carriera ecco che sullo sfondo è comparso uno schermo che ha mandato in onda una carrellata di volti maschili appartenenti ad attori famosi del nostro paese, tutti oramai deceduti.

Che cosa avevano in comune? Avevano TUTTI recitato con Ornella Muti.

Ora, suonerà assurdo anche voi che nel momento in cui si invita un’attrice del calibro di Ornella Muti ci si senta in dovere di celebrare il suo lavoro ignorando totalmente la sua persona e soffermandosi unicamente sugli uomini che l’hanno affiancata. Insomma, che senso ha? Provo ad immaginare una simile intervista ad Alessandro Gassman e sono certa che a nessuno passerebbe per la testa di omaggiarlo con un video che celebra solamente tutte le donne con cui ha lavorato, senza fare una sola menzione al suo lavoro e alle sue esperienze sul set o a teatro.

Questo momento di puro maschilismo è andato in onda in prima serata e ha avuto un unico scopo, a mio avviso: mostrare come una donna abbia sì il suo valore, ma se al suo fianco c’è (o c’è stato un uomo) questi sicuramente dovrà essere messo al primo posto, perché dietro a un grande uomo c’è sempre una grande donna… ma sia mai che quest’ultima abbia la pretesa di fare un passo avanti e lasciarsi guardare.

  • I MANESKIN E LA LORO PUREZZA

Hanno vinto Sanremo l’anno scorso e subito dopo sono saliti sul tetto del mondo: prima l’Eurovision, poi gli MTV Europe Music Awards e dopo ancora la conquista dell’America, fino ad arrivare ad aprire il concerto dei Rolling Stones – proprio loro, che in quattro non arrivano neppure a raggiungere 100 anni.

La loro presenza a questa edizione era quasi scontata ma forse qualcuno si aspettava che avrebbero declinato l’invito perché avevano di meglio da fare – del resto, dopo aver cantato sullo stesso palco di Mick Jagger, fare ritorno sul quello dell’Ariston avrebbe potuto essere considerato un passo indietro. I ragazzi, comunque, non ci hanno pensato su neppure per un attimo prima di accettare e si sono esibiti in prima TV Rai da veri ospiti internazionali, prestandosi persino a un assurdo siparietto comico con Amadeus che probabilmente ricorderemo in eterno – se non altro, per l’enorme quantitativo di meme che l’internet è stato in grado di produrre.

Il gruppo romano ha cantato due canzoni: la prima, “Zitti e buoni”, che ha consacrato la loro vittoria a Sanremo fino a portarli alla conquista del mondo. La seconda, “Coraline”, un brano più intimo e dalle sonorità meno aggressive, conosciuto dai fan più fedeli che hanno approfondito la conoscenza dei Maneskin attraverso l’ascolto di ogni loro singolo brano, anche quelli meno conosciuti al pubblico dei live.

“Coraline” non è un brano come tanti altri: non ha l’energia di “Zitti e Buoni”, l’audacia di “I Wanna Be Your Slave” o l’ironia di “Mamma Mia”, è una fiaba contemporanea che non conosce lieto fine, una storia tragica nella quale in molte, per un motivo o per un altro, possiamo in qualche modo identificarci.

Era prevedibile che le reazioni del pubblico sarebbero state più pacate e così, in effetti, è stato; gli applausi, rispetto alla prima esibizione, sono stati più contenuti, l’atmosfera era meno calorosa e forse gli spettatori avrebbero preferito qualcosa di più energico da parte di una band che ha letteralmente “spaccato” in tutta Europa e in America.

La loro è stata, forse, una scelta coraggiosa.

Perché bisogna avere coraggio ad esporsi e raccontare senza alcun tabù il dolore di una donna, parlare apertamente di tematiche così forti come l’ansia, la depressione, la violenza, l’aborto; bisogna essere dotati di grande sensibilità ed empatia per riuscire a mettere assieme tutto questo dolore senza averlo mai vissuto sulla propria pelle e bisogna essere forti a esporsi così in prima serata, di fronte a un pubblico che spesso, di fronte a tanta sensibilità, preferisce scappare via.

L’immagine di Damiano, piuttosto provato sin dalle prime note della canzone, che alla fine dell’esibizione cede e si lascia andare a un liberatorio pianto traboccante di commozione, è forse una delle più belle e rivoluzionarie di questo festival: è l’immagine di un artista che, nonostante abbia scalato le classifiche mondiali e abbia cantato di fronte ai pubblici più disparati, ancora si commuove e prova gratitudine per il luogo dal quale è partito. È l’immagine di un uomo che non si vergogna a mostrare le proprie fragilità e, anzi, si fregia di essa e la mostra a tutti come un trofeo. È la sublime, massima rappresentazione di un’anti-mascolinità tossica, espressa così, liberamente in prima serata, in un paese che ancora oggi fa fatica a liberarsi dal peso delle proprie convinzioni patriarcali.

E dite ciò che volete, ma io credo che sia una cosa bellissima.

  • LORENA CESARINI E L’ANTIRAZZISMO

Premessa doverosa: non avevo la minima idea di chi fosse Lorena Cesarini prima di Sanremo.

Il che, probabilmente, dovrebbe farmi pensare che il problema stia nel fatto che non si conoscono abbastanza gli attori e le attrici non bianchi del nostro paese, ma in realtà imputo questa cosa al fatto che io non conosca letteralmente la metà degli attori e attrici contemporanei in Italia (basti pensare che non conoscevo neanche la metà dei cantanti in gara al festival).

Detto ciò… Inizialmente avevo molto apprezzato il monologo dell’attrice, l’ho visto come una sincera necessità di spiegare a tutti che cosa significhi essere persone di colore nel nostro paese e come queste persone vengano trattate e considerate nonostante siano da sempre in Italia, parlino la nostra lingua, abbiano vissuto le medesime esperienze che abbiamo affrontato anche noi; col senno di poi, però, mi sono chiesta quanta spontaneità ci fosse in quelle parole e quanto, al contrario, facesse parte di una scaletta pre-costituita.

Mi spiego meglio.

Cesarini ha letto alcune frasi che le sono state rivolte sui social: “Non se lo merita, l’hanno chiamata lì perché è nera!”; “Ecco, è arrivata l’extra comunitaria!”; “L’avranno chiamata per lavare le scale”.

Tutte frasi molto brutte, ovviamente, alle quali lei ha poi aggiunto: “Prima ci sono rimasta male perché non ero abituata, poi mi sono arrabbiata perché è il mio carattere, ma mi è rimasta dentro una domanda: Perché? Perché alcuni sentono la necessità di pubblicare certi post? Perché c’è chi s’indigna? Perché c’è qualcuno che ha un problema con il mio colore della pelle? Non sono qui per dare una risposta, ma io quando non ho una risposta mi informo da chi ne sa più di me”.

Lorena Cesarini ha poi preso in mano il libro “Il razzismo spiegato a mia figlia” diTahar Ben Jelloun e ne ha letto alcune righe, in maniera estremamente commovente. Amadeus l’ha lasciata fare, naturalmente, osservandola con ammirazione e stando silenziosamente al proprio posto, ma dopo quel monologo – e anche prima, se devo dirlo – Cesarini non ha avuto un grande spazio, come tutte le altre co-conduttrici.

Sono ovviamente d’accordo sul fatto che fosse la persona migliore per parlare di razzismo (perché sì, una persona che ha subito razzismo può spiegare molto meglio di chiunque altro quanto questo faccia male), però al tempo stesso mi chiedo se la presenza di Cesarini non fosse davvero una sorta di “black quote” per lavarsi la coscienza, un voler inserire a tutti i costi una persona di colore nel programma perché al giorno d’oggi è necessario. Le parole che certa gente ha rivolto lei sui social erano sbagliate e intrise di cattiveria, ma su una cosa mi sento legittimata ad avere qualche dubbio: è stata chiamata su quel palco solo perché nera? È stata scelta perché davvero Amadeus ha creduto in lei, nel suo lavoro e nelle sue capacità oppure perché faceva comodo una persona di colore e c’era lei a disposizione?

Ripeto, non dico assolutamente che quel monologo fosse sbagliato e di certo non critico Cesarini per quello che è stato fatto; però mi viene qualche dubbio sulle intenzioni effettive degli autori di Sanremo.

  • CHECCO ZALONE E LA TRANSFOBIA

Non mi sono mai vergognata di dire che apprezzo la comicità di Checco Zalone, questo personaggio ignorante e sopra le righe; la capacità di Luca Medici di giocare con i vizi e le abitudini dell’italiano medio del quale riesce a rivestire alla perfezione i panni, nascondendo dietro ai propri gesti tutta la sagacia e l’ironia di chi il sistema lo disapprova ma fa di tutto per nasconderlo dietro a una buona dose di satira e sfottò.

Tuttavia, la sua presenza a Sanremo mi ha costretta a rivedere la mia posizione.

Checco ha fatto ciò che tutti si aspettavano, ha rivestito per l’ennesima volta i panni dell’italiano medio e come accade spesso, gli ha sbattuto in faccia le sue ipocrisie. Col suo monologo, la sua moderna favola di una Cenerentola transessuale, aveva sicuramente lo scopo di prendersela con l’intolleranza, il sessismo, l’odio e i pregiudizi in ambito sessuale e di identità di genere, e non stento a credere che nella sua testa tutto stesse funzionando alla perfezione.

Checco Zalone però – anzi, Luca Medici – ha commesso un grosso errore durante la stesura e la creazione di questo monologo: non ha studiato. Non ha provato neppure per sbaglio a chiedersi in che modo avesse più senso rappresentare una donna transessuale senza tramutarla nella stessa accozzaglia di stereotipi e luoghi comuni che si era prefisso di combattere, il dubbio che potesse essere una buona idea non lo ha sfiorato neanche per un attimo. Ha pensato molto chiaramente al suo obiettivo e ci si è focalizzato a tal punto da perdere di vista tutto il resto, il tutto in una maniera talmente inconsapevole da far quasi paura.

Perché, intendiamoci, io ci credo nella sua buona fede.

Credo davvero che lui volesse fare un monologo contro l’omofobia e la transfobia, che il suo obiettivo fosse quello di distruggere l’ipocrisia dilagante, non metto in dubbio neppure per un istante quali fossero le sue intenzioni. Il problema è stato la totale, gravissima mancanza di consapevolezza e l’incapacità di veicolare il proprio messaggio tramite un mezzo che non fosse, per buona parte delle persone che lo guardavano da casa, terribilmente offensivo e doloroso.

La favola di Cenerentola trans così raccontata avrebbe potuto far ridere se a parlare non fosse stata lei, ma il maschio bianco etero cisgender privilegiato che la osserva e giudica: le battute e i commenti sui falli latenti, sul numero di scarpe o sul non essere completamente né uomo né donna, la convinzione che tutte le transessuali siano prostitute che vengono dal Brasile, i pregiudizi sul loro conto, il non considerarle neppure come vere donne (al punto tale da definire come omosessuale una relazione fra un uomo e una donna trans) e persino l’uso del maschile per definirla, potevano essere accolti e giustificati se fossero stati utilizzati e messi in bocca all’oggetto della critica per poi smontarli uno per uno facendo a pezzo il pregiudizio, dimostrando apertamente quanto questi siano sbagliati e quanto sia stupido, ridicolo e offensivo partorire e mettere insieme tutta questa accozzaglia di stronzate.

Se queste parole, però, vengono messa in bocca a una donna transessuale, la situazione si ribalta: ognuno di questi pregiudizi viene in questo modo giustificato, normalizzato al punto tale da farlo divenire nostro pane quotidiano e rafforzare quella convinzione patriarcale che sì, le persone transessuali sono tutte in questo modo e se lo dicono persino loro, chi sono io per negarlo o sostenere il contrario?

Questa, anche se non sono in molti a riconoscerla, si chiama “transfobia”.

E la transfobia è molto di più di quanto si possa credere, non è solamente ritenere che le persone transessuali siano diverse dalle altre e pertanto non meritino rispetto: la transfobia è un pronome utilizzato nel modo sbagliato, è la convinzione che se sei trans sei un po’ una via di mezzo fra due sessi, è negare l’identità di genere di una persona, è immaginarsi le donne trans come delle macchiette prive di una vera femminilità- disegnarle nella propria mente come creature eccessivamente mascoline, vestite da donne e con le tette, ma con una sorpresa nei pantaloni.

Il messaggio finale di Checco Zalone non era affatto “le donne trans non sono tutto questo, aprite la vostra mente e rendetevi conto del rispetto che dovete loro”, quanto piuttosto “Io vi confermo che le donne trans sono esattamente questo, però se voi le discriminate siete degli imbecilli. In alcuni casi, per altro, siete persino gay perché vi piace farvi penetrare”.

Ecco, io vorrei soffermarmi su questo aspetto: in primo luogo, il rafforzamento dello stereotipo del “se non lo accetti significa che sotto sotto sei così anche tu” e quindi ribadire che “Se sei omofobo è perché in realtà sei gay pure tu”, è estremamente dannoso in quanto sembra quasi dimenticarsi del fatto che la maggior parte delle persone omofobe non lo è perché segretamente gay/lesbica/bisex ecc, ma che tale odio ha motivazioni ben diverse e assai pericolose. Non parliamo solo di persone che non riescono a scendere a patti con se stessi e accogliere la propria “diversità” (o meglio “unicità”, per citare Drusilla Foer), ma di persone che rifiutano l’esistenza di persone diverse da loro e le osteggiano riversando contro di loro tutto il proprio odio e la propria avversità.

In secondo luogo, si sta semplicemente facendo disinformazione: se sei una donna transessuale sei una donna, non un mezzo uomo; se sei un uomo e sei in una relazione con una donna transessuale NON sei gay, stai solo vivendo una relazione eterosessuale con una donna non cis, che a prescindere da tutto RESTA UNA DONNA.

La maggior parte dei fan di Checco Zalone , che ovviamente lo difende a spada tratta, sostiene che il suo monologo dell’attore  fosse stato pensato per denunciare l’omofobia e l’ipocrisia della nostra società, ed io credo che questo basti a far capire quanto male sia stato trasmesso il messaggio di fondo, perché alla fine della fiera ci sono ancora decine, centinaia, migliaia di persone che continuano a credere che una donna trans sia un mezzo uomo e che andare a letto con lei significhi essere gay.

Tutto questo forse sarebbe stato evitabile, se solo Luca Medici fosse sceso dal suo piedistallo da maschio bianco eterosessuale cisgender privilegiato e avesse provato a mettersi davvero nei panni di una donna transessuale. Avrebbe potuto chiedere consiglio a donne non cis, avrebbe potuto leggere e documentarsi sul web, spalancare la propria mente verso un mondo del quale lui non aveva la benché minima conoscenza – e avere, prima di tutto, l’umiltà di ammetterlo – e forse tutto questo casino sarebbe stato davvero evitabile.

  • DRUSILLA E LA SUA UNICITA

Se la presenza di Checco Zalone è stata estremamente deludente, quella di Drusilla Foer è stata una boccata d’aria fresca per me – e credo anche per un sacco di persone all’ascolto da casa.

Drusilla Foer – che ricordiamolo, non è una donna ma un personaggio di genere femminile interpretato da un attore, Gianluca Gori – si è fatta come sempre riconoscere da subito con la sua splendida presenza scenica e l’ironia che la contraddistingue ma è stato soprattutto il suo monologo finale, andato in onda (ahimè) ben oltre la mezzanotte, a lasciare il segno.

Drusilla ha voluto parlare di diversità e lo ha fatto in una maniera estremamente toccante, dicendo al proprio pubblico che per lei il termine è superato e che per parlare nel modo giusto di diversità sarebbe opportuno utilizzare un altro termine: “unicità”.

Personalmente ho colto in questo suo monologo un gran bel messaggio, un intento a voler considerare la diversità come un qualcosa che non è negativo e che, soprattutto, non ha al suo interno alcun genere di comparazione; del resto, quando intendiamo dire che qualcosa o qualcuno è diverso, viene sempre spontaneo chiedersi “diverso da chi?” e il rischio è talvolta quello di supporre che debba esserci una sorta di “normalità” con cui doversi mettere a confronto, sminuendo così il valore di ciò che non afferisce a essa. Definire quindi una persona “unica” significa cancellare ogni forma di comparazione e mettersi di fronte all’idea che nessuno è realmente diverso dagli altri ma unico e che l’unicità di ognuno si distingue dalle altre senza, per questo, essere migliore o peggiore.

D’altro canto, capisco anche chi di fronte a tale considerazione ha storto un po’il naso: essere diversi non deve avere per forza un’accezione negativa e certe diversità vanno messe in evidenza, sottolineate fino allo sfinimento perché, in fin dei conti, fanno tutte parte della nostra esistenza e nessuna di essa merita di essere svilita o meno considerata rispetto alle altre. Io, comunque, credo che il messaggio di Drusilla fosse in qualche modo proprio questo e se la scelta di non utilizzare più il termine “diversità” può forse essere un po’ troppo furbo o meno coraggioso, ritengo in ogni caso estremamente valido tutto il pensiero che vi è dietro.

In merito a Drusilla, inoltre, vorrei aggiungere un’ulteriore riflessione: è vero che si tratta di un personaggio e non di un essere umano in carne e ossa, così come è vero che la sua presenza al festival non è stata poi così coraggiosa come lo sarebbe stato invitare una donna transessuale (perché il personaggio di Drusilla, pur interpretato da un uomo, resta una donna cisgender così come cisgender e Gianluca Gori che ne veste i panni), ma non ho apprezzato le polemiche sul fatto che il suo non essere una vera donna non potesse renderla un valido simbolo di autoaffermazione ed emancipazione femminile.

Certo, Gianluca Gori da voce ai pensieri e alla vita di Drusilla e lui, in quanto uomo, non ha vissuto le discriminazioni che una donna tipicamente affronta nel corso della sua vita; questo basterebbe, per molti, a non renderlo in grado di far parlare una donna in maniera realistica in base ai suoi traumi o alle vicende che hanno caratterizzato la sua vita., ma io non ne sono così convinta.

In fin dei conti, noi conosciamo molti personaggi immaginari di sesso e genere femminile che sono stati pensati e scritti da un uomo, ma questo non ci ha mai impedito di amarli, di empatizzare con loro, di credere che le loro esperienze di vita potessero essere vere. Perché con Drusilla dovrebbe essere diverso?

Perché lei “vive” in carne e ossa, mentre le altre donne no; questo è vero e forse, da questo punto di vista, né Gianluca Gori né la stessa Drusilla possono avere la pretesa di insegnarci niente.

Però possono parlare e fare leva sulle nostre emozioni.

E una volta innescato questo meccanismo, il resto è tutto in discesa.

  • MARIA CHIARA GIANNETTA E L’ABILISMO

Riconosco che qualche anno fa, prima di rendermi conto di cosa fosse davvero l’abilismo e in quali subdole forme questo sia in grado di manifestarsi, non sarei stata capace di cogliere tutti gli aspetti negativi del monologo portato in scena da Maria Chiara Giannetta durante la penultima serata del festival.

Giannetta, per chi non la conoscesse, è un’attrice famosa per il suo recente ruolo da protagonista nella fiction televisiva “Blanca”, nella quale lei interpreta una ragazza cieca. Ovviamente Giannetta ci vede benissimo, ma da brava attrice ha studiato con attenzione i movimenti, le azioni e le percezioni delle persone per riprodurli sulla scena in maniera credibile e fedele, quel tipico realismo televisivo che a noi spettatori piace tanto.

Certo, avrebbero potuto tranquillamente scegliere un’attrice cieca per questo ruolo (perché togliere lavoro ad attori disabili che troppo spesso fanno fatica a trovare un ingaggio) ma onde evitare di incappare nella solita polemica del “se sei una brava attrice allora devi anche saper recitare come se fossi cieca per davvero” eviterò di dilungarmi sulla questione.

Durante la sua ospitata sanremese, Giannetta ha voluto chiamare con sé alcune persone – i suoi “angeli”, come li ha chiamati lei. Questi angeli non hanno le ali o l’aureola, sono esseri umani comuni come potremmo essere io e il resto della popolazione mondiale, ma a quanto pare l’essere portatori di una disabilità basta a trasformare una semplice persona in una divinità.

“Gli angeli” di Giannetta sono stati per mesi i suoi consulenti: le hanno, in poche parole, insegnato a essere cieca e non hanno vegliato su di lei come spiriti guida, non l’hanno protetta e non si sono presi cura di lei quanto il resto del mondo ha voltato lei le spalle.

Semplicemente, le hanno dato una mano con il suo lavoro.

Io sono certa che se avesse dovuto interpretare un’operaia di fabbrica e avesse chiesto la consulenza di alcune lavoratrici del settore non si sarebbe mai sognata di portarle con sé a Sanremo, ma si trattava di persone disabili e quindi, di conseguenza, di eroi speciali e sensibili che devono essere celebrati più di altri perché la loro disabilità li ha trasformati in creature preziose.

Ecco, questa è proprio una delle più subdole forme di abilismo da me sopra-citate.

Trattare le persone disabili come se fossero più speciali di altre è un modo perverso di “nobilitare la loro mancanza”, che forse può essere considerato innocuo da chi lo pratica ma agli occhi di un disabile è una delle maggiori forme di violenza. Nessun disabile vuole essere trattato con io guanti, nessuno crede di avere un dono perché la vita gli ha “strappato via qualcosa” e alcuni di loro, ad esempio quelli che con la propria disabilità ci sono nati, non ne subiscono in alcun modo il peso, perché la vita per loro è sempre stata così ed è tanto normale quanto lo è per noi “normo-dotati” (che parola brutta, mi schifo anche solo per averla pensata).

Essere disabili non è per tutti una sofferenza, la sofferenza vera è essere trattati come diversi: non vedersi riconosciuta la possibilità di accedere a tutti i luoghi, sentirsi ignorati, avere la consapevolezza che praticamente nulla in questo mondo è pensato anche a loro misura. Essere trattati con i guanti, subire forme di pietismo e compassione come quella andata in scena sul palco di Sanremo.

Credere che una persona sia automaticamente degna di rispetto e di ammirazione solo perché disabile, è abilista.

Credere che una persona disabile sia “un guerriero, uno che ha lottato e ce l’ha fatta nonostante tutto” è abilista.

Trattare con maggior cura una persona rispetto ad un’altra perché portatrice di disabilità, è abilista.

E c’erano mille modi per trattare questo tema, per parlare di quanto spesso i disabili non vengano tenuti in considerazione e di quanto sarebbe importante imparare a guardare il mondo con occhi diversi, occhi in grado di pensare anche a chi per vivere e muoversi necessità di qualche accortezza in più e capaci di costruire un mondo a misura di tutti, privo di ostacoli e discriminazioni.

C’erano decisamente mille e più modi.

Purtroppo, è stato scelto quello sbagliato.

  • ACHILLE LAURO E LA SUA DEDICA

C’è stato un momento durante la quarta serata di Sanremo in cui Achille Lauro è riuscito a elevarsi al di sopra di ogni altro concorrente in gara, non per le sue doti di performer (che quest’anno, in effetti, mi sono sembrate decisamente sotto tono) ma per la sua incredibile umanità.

La quarta serata, quella delle cover, ha visto Lauro esibirsi a fianco dell’immortale Loredana Bertè con la quale ha eseguito una delle sue canzoni più celebri: “Sei bellissima”, un brano che trabocca del dolore e della sofferenza tipici di una donna che vede il proprio sogno d’amore infrangersi di fronte alla piccolezza del proprio uomo.

Alla fine dell’esecuzione, dopo i ringraziamenti e dopo aver ricevuto da Amadeus il classico bouquet di rito, Lauro ha voluto dedicare un pensiero a Loredana Bertè e le ha consegnato una busta con dentro un cartoncino, letto a voce alta dal presentatore a tutto il pubblico.

Il testo recitava così: Che strano uomo sono io, incapace di chiedere scusa perché confonde il perdono con la vergogna.

Che strano uomo sono io, che ti chiama pagliaccio perché pensa di dover combattere

ciò che non riesce a raggiungere.

Che strano uomo sono io, capace di dire solo dire sei bellissima perché ha paura di chiedere scusa.

Stasera per i tuoi occhi ancora, chiedo scusa e vado via”.

Non tutti hanno capito il senso di questa dedica, forse perché non tutti conoscono la storia di Loredana Bertè e il suo doloroso passato, la sua vita travagliata, le tragedie familiari che ne hanno fatto parte (ricordiamo, fra le varie cose, la morte della sorella Mia Martini), e i rapporti difficili con uomini incapaci di offrirle amore nel modo in cui avrebbe meritato. Lei, che da sempre è stata una donna considerata “indomabile” e non convenzionale, ha ricevuto tanto odio e tante offese per il suo essere semplicemente così come era.

E Achille Lauro, a nome di ogni uomo, le ha chiesto scusa.

Non solo, con questa lettera Lauro ha provato a rappresentare la realtà di molti altri uomini, di tutti quegli uomini incapaci di chiedere scusa, di amare o rispettare una donna, facendola sentire da meno solo perché forte, diversa, talvolta persino migliore di loro. Il suo è stato, in un certo senso, un appello a questi uomini, una richiesta ad abbandonare il proprio orgoglio e quel bisogno continuo di sentirsi più forti e superiori delle proprie donne in virtù di una maggiore compassione e dell’umiltà necessaria a fare un passo indietro, chinare il capo e chiedere scusa.

Ho trovato questo messaggio davvero potente e credo che la scelta di Lauro di offrire questo omaggio a Loredana Bertè in diretta, non nel privato del dietro le quinte, sia stata necessaria: perché quegli uomini strani, incapaci di chiedere scusa, capaci solo a denigrare e a combattere ciò che, semplicemente, non capiscono sono ancora troppi e sarebbe davvero importante che qualcuno insegnasse loro la dura arte della compassione e del rispetto.

Non mi aspetto che quel singolo biglietto letto ad alta voce di fronte a un teatro gremito di persone e a un enorme pubblico di telespettatori sia davvero servito a qualcosa ma forse sarà bastato a gettare qualche piccolo seme nel cuore di qualcuno.

E tanto basta, se un giorno da quel piccolo seme potrà sbocciare una pianta.

  • MENGONI, SCOTTI E L’ELOGIO ALLA GENTILEZZA

Un altro momento di alta televisione ci è stato regalato durante l’ultima serata da Marco Mengoni e Filippo Scotti, che insieme hanno parlato di violenza, cyberbullismo e gentilezza.

L’argomento in questo periodo è forse un po’ troppo sdoganato – ma in realtà anche no, perché in fin dei conti è sempre opportuno parlare di tematiche così delicate, specialmente nell’era dell’internet in cui viviamo – eppure non era così scontato che se ne parlasse sul palco di Sanremo. A colpirmi maggiormente, comunque, è stata la scelta di far parlare di gentilezza due uomini: di norma, infatti, questa tematica è sempre stata portata in scena da almeno una donna, proprio perché si ritiene stereotipicamente che tale virtù sia tipica del genere femminile e dunque chi meglio di una donna dovrebbe essere portavoce di un simile messaggio?

Il fatto che due uomini possano parlare di gentilezza, di fragilità e di emozioni senza per questo sentirti da meno, è cosa che spesso tendiamo a dare per scontata e soprattutto non è una cosa che siamo abituati a veder rappresentata nei media, specialmente nel nostro paese.

Può sembrare una sciocchezza, ma io trovo che abbia un peso enorme.

È importante essere sottoposti a diverse rappresentazioni del genere maschile, non sempre accostato a concetti di forza e virilità ma anche di bellezza e sensibilità, fragilità e gentilezza, o qualsivoglia elemento da sempre accostato a noi donne, come se per qualche ragione un uomo fosse incapace di riconoscere la bellezza nella sua forma più pura, commuoversi, avere paura o essere gentili con qualcuno.

Ora, come per il discorso di Achille Lauro, non mi aspetto certo che questo singolo episodio sia un evento rivoluzionario che cambierà per sempre il modo in cui la televisione italiana rappresenterà uomini e donne in prima serata (anche perché non sono neanche sicura che la fascia oraria in cui il pezzo è andato in onda fosse da prima serata) ma di certi piccoli passi avanti bisogna essere fieri, anche se poi rimarremo fermi per chissà quanto tempo.

Non sempre si arriva al traguardo in uno solo scatto, non tutte le corse hanno un’unica tappa e la strada, speso, è lunga e tortuosa.

Ed ecco perché dobbiamo goderci la soddisfazione di ogni singolo risultato ottenuto.

  • SABRINA FERILLI E LA LEGGEREZZA

Arriviamo, ormai quasi alla fine di questo mio sproloquio, a trattare uno dei momenti che mi sono piaciuti di più di questo festival: il monologo-non monologo di Sabrina Ferilli.

L’attrice romana, al momento in cui Amadeus l’ha invitata a salire sul palco e a esibirsi da solista come le sue colleghe nelle serate precedenti, si è accomodata sugli scalini dell’Ariston e molto candidamente ha risposto che non aveva molto di cui parlare, perché gli argomenti più importanti erano stati già citati dalle altre e perché di tanti altri, invece, lei non aveva nessuna competenza. Fingendo di non voler parlare di niente, in realtà, Ferilli ha citato moltissime tematiche di grande rilevanza: la maternità e la difficoltà di conciliare la medesima con il lavoro, il sessismo, il gender pay gap e il mansplaing, il femminismo e la body positivity. Ha lanciato frecciatine, ha parlato di cose importanti e di tutti i problemi che affliggono la nostra società, ma ha scelto di non approfondirne nessuno perché “per parlare di questi argomenti bisogna che lo faccia chi ci si sporca le mani, studia, conosce e da palcoscenici meno scintillanti di questo. Sono molto rispettosa delle competenze altrui. E invece sui social non c’è persona che non faccia un commento su qualsiasi cosa.”

Ferilli ha ammesso chiaramente di essere su quel palco per la sua storia personale, per il suo lavoro di attrice e per tutto ciò che fa di lei Sabrina Ferilli, e non vi era alcuna ragione di fingere di essere qualcun altro, sia esso un esperto di sociologia e femminismo internazionale, di virologia, di cambiamenti climatici ecc.

Ha scelto di chiamarsi fuori da ogni problema non per disinteresse, ma per onestà: perché certo, un personaggio pubblico ha sicuramente il dovere di fare qualcosa a sostegno delle battaglie più importanti, ma può davvero fingere di saperne più di quello che non sa? Non sarebbe forse più onesto dire “queste cose sono importanti, dobbiamo esserne consapevoli, ma io non sono abbastanza preparata e dovremmo imparare ad ascoltare al riguardo chi ne sa più di noi?”

Ho letto diversi commenti su questo monologo, alcuni dei quali riportavano critiche nei confronti di Ferilli che avrebbe perso l’occasione di parlare di qualcosa di veramente importante sopra il palco dell’Ariston, ma io personalmente l’ho trovato onesto. In primo luogo, perché lei certe cose le ha citate e non ha fatto finta che certi problemi non esistano, non ha fatto spallucce lavandosene le mani; in secondo luogo, perché quando una persona non sa davvero abbastanza di un argomento, è giusto che non si comporti da tuttologo.

Ma soprattutto, Sabrina Ferilli ha aggiunto una cosa molto importante: “Perché la mia presenza deve essere per forza legata a un problema? Perché non possiamo semplicemente vivere con leggerezza?”

La leggerezza non è per forza una cosa negativa, non vuol dire essere superficiali o disinteressati ma, semplicemente, lasciarsi andare e non preoccuparsi dei problemi. Non è un errore scegliere di dedicarsi a essa, non è sbagliato per una sera parlare solo di cose allegre e non ricordarsi che al mondo ci sono le guerre, la sofferenza, la fame e qualsiasi altro genere di dolore.

Siamo talmente abituati al fatto di dover lottare contro le ingiustizie da dimenticarci che non siamo obbligati a farlo ogni giorno, che scegliere per qualche ora la spensieratezza non significa aver fallito come persona o essere di colpo diventati frivoli ed egoisti. Crediamo di essere sempre in guerra e non ci concediamo un attimo di sosta, invece sarebbe importante potersi godere la leggerezza della vita senza doversi sentire in colpa.

È lo stesso dilemma che affligge noi attivisti sul web: il sentirsi sempre in dovere di parlare di qualsiasi cosa, di sottolineare ogni ingiustizia della quale veniamo a conoscenza, di denunciare ogni sopruso e commentare ogni singolo articolo che troviamo online; come se lasciarsi sfuggire qualcosa facesse di noi dei pessimi attivisti, facendoci perdere punti sul nostro patentino.

Forse è per questo motivo che ho apprezzato così tanto il monologo di Ferilli (che, per inciso, le è stato scritto da Selvaggia Lucarelli), perché mi ha ricordato che non devo avere sempre un’opinione per tutto e che certe volte posso sentirmi serena e a posto con la coscienza anche se non ho passato la serata a combattere per i diritti umani e ho preferito sdraiarmi sul divano, bevendo cioccolata calda e beandomi di un qualche programma trash alla TV.

Con leggerezza.

“Che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore”.

  • BLANCO, MAHMOOD E I LORO BRIVIDI

Loro possono piacere e non piacere, come la canzone con cui hanno trionfato al festival, ma a prescindere dai gusti personali non si può negare che la loro vittoria a questo festival abbia lasciato un segno nella storia della musica italiana – o quanto meno, del mondo in cui la musica italiana ci viene solitamente proposta.

I due artisti, classe 2003 e 1992, hanno scelto come brano che li rappresentasse al festival una canzone d’amore; “Brividi”, nello specifico, parla delle rispettive fragilità e della fatica che spesso si fa nel riuscire a comunicare con l’altro, nel mettere a nudo le proprie emozioni e nell’aprirsi senza la paura di ritrovarsi col cuore spezzato.

Blanco e Mahmood hanno scelto di scrivere questo brano come se fosse un dialogo fra due persone e con questo stesso spirito l’hanno portata in scena di fronte a milioni di tele (e non) spettatori, mettendoci di fronte a una scena mai vista prima sul palco dell’Ariston: due uomini che cantano d’amore, non l’uno assieme all’altro ma l’uno per l’altro.

Perché a nessuno è venuto il dubbio che i protagonisti di quella canzone fossero due persone coinvolte in un difficilissimo dialogo amoroso, nessuno ha pensato che su quel palco Mahmood non stesse cantando direttamente a Blanco e che questi non stesse facendo altrettanto, in un botta e risposta che nelle nostre menti ha risvegliato l’immaginaria scena di due persone innamorate che faticano a capirsi e si struggono, perché quell’amore è troppo difficile da mandare avanti e le parole non sempre riescono a uscire nel modo giusto.

E a nessuno è venuto da stranirsi perché queste persone erano uomini.

Vent’anni fa una canzone del genere sarebbe stata fatta cantare a un uomo e una donna, oggi invece non ci stupisce affatto che possano essere due uomini a parlarsi d’amore o semplicemente nessuno ha pensato che fosse sensato stare a chiedersi a chi fosse rivolta quella canzone, perché quando si parla di emozioni e sentimenti non ci sono etichette che tengano.

Probabilmente ci sono ancora molte persone che si straniscono all’idea di una relazione omosessuale e non stento a credere che i giudizi negativi nei confronti di questa canzone ci siano stati eccome (e sono state probabilmente le stesse persone che hanno criticato il modo di vestirsi della maggior parte dei cantanti), ma se questi due artisti sono arrivati primi anche grazie al voto del pubblico, significa che per molti questa cosa è già normale e merita di essere celebrata come forma d’amore al pari di tutte le altre.

Dunque sì, gioisco doppiamente per la vittoria di questo festival: perché trovo che Blanco e Mahmood siano artisti di talento e che questo talento debba essere degnamente riconosciuto.

Quest’anno, a Sanremo, ha vinto l’amore.

E perché a vincere, quest’anno, non sono stati solo due cantanti.

Uomini, donne e… Autoerotismo

Ogni volta che mi siedo davanti al computer per scrivere un articolo di questa rubrica mi ritrovo inevitabilmente a domandarmi quanto le cose siano cambiate rispetto agli ultimi 20 anni in materia di sesso, nello specifico in merito a ciò che all’epoca veniva considerato un tabù.

Ci sono, indubbiamente, aspetti della sessualità che nel corso degli anni si sono sempre di più normalizzati fino a diventare parte assoluta della nostra quotidianità, altri che ancora oggi sono dai più considerati come scabrosi o intoccabili, altri invece restano in una sorta di zona grigia per me ancora piuttosto indefinita.

E credo che l’autoerotismo possa collocarsi all’interno di questa terza fascia.

Nell’episodio cui faccio riferimento oggi è la pudica Charlotte a inoltrarsi nel misterioso mondo della masturbazione, su suggerimento della più esperta Samantha che le consiglia tale pratica come metodo per rilassarsi e lasciarsi andare; ovviamente la posizione iniziale di Charlotte è di forte reticenza ma basta poco perché la donna cambi idea – il tutto, ovviamente, sotto lo sguardo divertito di Samantha che non può fare a meno di sentirsi compiaciuta nel vedere l’amica ormai dipendente da sex toys e masturbazione.

Carrie, che come sempre osserva in maniera attenta quanto accade intorno a lei e nella sua piccola cerchia amicale, si ritrova così a chiedersi se vi siano in effetti delle differenze così grandi e fondamentali fra uomini e donne per quanto concerne il loro rapporto con l’autoerotismo.

Provando a spostare il nostro scenario in un periodo un po’ più contemporaneo, ad oggi direi che la pratica della masturbazione non si porta più dietro quel senso di vergogna e di pudore del quale per anni si è rivestita, ma forse non tutte le barriere sono state adeguatamente abbattute e per certe persone parlare liberamente di masturbazione continua a essere un tabù.

Personalmente non ho mai avuto problemi a parlare del rapporto che ho col mio corpo: ho sempre praticato l’autoerotismo e non ho difficoltà ad aprirmi con altre persone. Trovo sia una normale e sana attività, utile sia nei momenti di “carestia sessuale” sia durante le relazioni –  perché sì, anche noi persone che viviamo in una stabile e soddisfacente relazione pratichiamo l’autoerotismo e ciò non ha nulla a che vedere con una scarsa considerazione del partner; di questo mi occuperò più avanti.

Proviamo a tornare un po’ indietro nel tempo e cominciamo dalle basi: il concetto di autoerotismo risale a periodi molto antichi e – come avviene molto spesso per quasi tutte le pratiche sessuali che oggi conosciamo e siamo soliti praticare – era già molto diffuso nell’antichità classica. La cosa non dovrebbe stranirci affatto, del resto l’essere umano e la sessualità vanno di pari passo ed è dunque scontato che da quando esista il primo non possa che coesistere, in parallelo, anche la seconda.

Dobbiamo prendere in considerazione, prima di addentrarci in questa particolare caverna delle meraviglie, che ognuno di noi ha iniziato a masturbarsi inconsciamente molto prima di quel che pensiamo, in età prescolare, intorno ai 3-4 anni. 

La ragione di tutto ciò è molto semplice ed ha ben poco di sessuale, quanto meno di malizioso: quando siamo così piccoli e iniziamo, pian piano, a scoprire il nostro corpo, è necessario focalizzare la propria attenzione su ciò che in apparenza ci rende simili o diversi dagli altri, ossia la vulva e il pene; il bambino inizia a chiedersi quale sia l’utilità di tale organo e inizia così a toccarlo, a stimolarlo e a giocherellarci fino a rendersi conto di quanto possa diventare gradevole tale stimolazione, nonostante sia ancora incapace di dare una definizione a simile forma di piacere.

I bambini – privi di quel pudore tipico dell’età adulta, che ci spingerebbe ad adottare un certo tipo di atteggiamento solo ed esclusivamente nel privato – si lasciano andare a esplorazioni del proprio corpo che raggiungono ben presto il livello di vere e proprie masturbazioni, stimolazioni più o meno dirette degli organi genitali atte a raggiungere il piacere. Tali pratiche cessano intorno all’età di 5 e 6 anni, e la sessualità rimane in uno stato di latenza fino al raggiungimento della pubertà, momento nel quale l’individuo incomincia a sviluppare la propria identità sessuale e diviene pienamente cosciente del piacere fisico derivante dal sesso.

Nella fase della pubertà la masturbazione è un fenomeno estremamente diffuso fra i ragazzi , indipendentemente dal proprio genere; la sua funzione primaria è favorire la conoscenza di se stessi e di un corpo in evidente e continuo stato di cambiamento ed evoluzione, ma è tuttavia sbagliato pensare che una volta conclusa l’adolescenza uomini e donne cessino definitivamente di masturbarsi, o quanto meno di avvertirne il bisogno.

Come ho già detto, l’autoerotismo è una pratica sessuale a tutti gli effetti ed è in grado di procurarsi piacere senza la necessaria presenza di un partner; in ogni caso, al di là del proprio valore “compensatorio”, esso gioca inoltre un ruolo fondamentale nella scoperta del proprio corpo, di ciò che più ci eccita o che non provoca piacere, non solo per aiutarci ad essere più preparati e sicuri di noi al momento di un rapporto ma anche – e soprattutto – per il nostro benessere psicofisico e sessuale.

Direi, senza ombra di dubbio, che l’autoerotismo possa essere a tutti gli effetti qualificato come vera e propria forma di amore e di rispetto verso se stessi.

Eppure, per qualche ragione, non sempre riusciamo a parlarne liberamente – e in passato ho avuto modo di notare che per le donne e le ragazze che mi circondavano era ben più di difficile di quanto non potesse esserlo per gli uomini. Confrontandomi con altre persone ho riscontrato una serie di fatti piuttosto interessanti: la maggior parte delle ragazze, ad esempio, a preferito non esprimersi affatto; molte hanno ammesso di essersi masturbate ma hanno preferito non scendere nei particolari; altre ancora hanno semplicemente sostenuto di non averlo mai fatto, chi mentendo – di questo ne sono più che sicura – chi perché plausibilmente bloccata e irrigidita all’idea di darsi piacere al di fuori di un rapporto.

Ho inoltre scoperto che la maggior parte degli uomini non ha problemi a parlare di autoerotismo e non lo considera in alcun modo un argomento tabù, tuttavia si rende benissimo conto di quanto ancora esso lo sia per la buona parte della società in cui viviamo, specialmente se ad esprimersi è il genere femminile.

Non è difficile immaginare da dove venga questa pudicizia femminile: essa ha, come sempre, origine da un pensiero di stampo patriarcale secondo il quale alle donne non dovrebbe essere permesso parlare di sesso e vantarsene, viverlo come una forma di piacere e non come un dovere sottomesso, mostrare apertamente di gradire pratiche che da sempre non le vengono accostate e sono causa di pregiudizi e vilipendi nel momento in cui una donna decide di mostrarsi alla luce del sole.

Aggiungiamo poi la componente più religiosa, che nostro malgrado ancora influenza fortemente il pensiero retrogrado di questo paese; se volessimo dar retta alle sacre scritture, dovremmo pensare alla masturbazione come ad una vera  e propria “depravazione”, poiché toccarsi con piacere, ricercare quel tipo di soddisfazione sessuale sul proprio corpo, tè da considerarsi come peccaminoso e fuori dalla grazia e dal volere di Dio – questo perché per i dogmi cristiani il sesso è finalizzato  alla procreazione e non al piacere, per cui tutto ciò che non sia in grado di produrre una gravidanza ma sia fonte di piacere è automaticamente visto come improprio o innaturale.

Ho notato che si tende ancora troppo spesso a denigrare il sesso e a viverlo come un eccesso del quale non si dovrebbe mai far parola se non nel privato, specialmente per una donna. Persino l’utilizzo di sex toys viene visto con un certo criticismo, come se tale uso fosse da considerarsi a sua volta una forma di perversione, perché in fin dei conti a che serve darsi piacere con un vibratore? Come se fosse una malattia volersi mettere un attrezzo artificiale fra le gambe, o come se l’uso di un vibratore fosse visto come una forma di dipendenza sessuale o di frustrazione perché non si ha la possibilità di interagire con un pene.

Non che la masturbazione sia SEMPRE sana, ovviamente esistono anche forme di dipendenza, ma queste sono principalmente legate a disturbi mentali le cui sintomatologie si evidenziano anche nella masturbazione compulsiva, per cui la masturbazione in sé non è la causa del disturbo ma una delle tante azioni con cui esso si manifesta. Mi sembra evidente che quando parliamo di una sana attività di autoerotismo non vi sia alcun genere di pericolo per la salute dell’individuo e i benefici sono sicuramente maggiori dei rischi ai quali si va incontro.

Perché, insomma, di benefici ce ne sono eccome.

Oltre a essere la pratica sessuale più sicura in assoluto – sfido io a non fidarvi di voi stessi – è ottima per ridurre i livelli di ansia da prestazione e  aiuta a migliorare la qualità del rapporto sessuale; masturbarsi regolarmente, specialmente per noi donne che spesso fatichiamo a raggiungere l’orgasmo, ci rende più consapevoli del nostro corpo, di come esso funzioni e di cosa ci dia piacere, sicurezze che si riveleranno molto importanti al momento di un rapporto con il partner.

Masturbarsi è, inoltre, un’efficace forma di antistress: è scientificamente provato che l’attività sessuale e gli orgasmi liberino le endorfine nel nostro cervello e aiutino a sciogliere la tensione – il che spiega fondamentalmente perché ci si sente sempre così rilassati e tranquilli alla fine di un rapporto. La masturbazione aumenta i livelli di testosterone e libera il cortisolo, molto importante anche per l’innalzamento delle difese immunitarie, inoltre pare migliorare notevolmente la qualità del sonno.

Non pensiamo, inoltre, che l’ autoerotismo sia un surrogato dei rapporti sessuali: le persone lo praticano perché è bello e perché da esso si trae grandissima soddisfazione personale, perché nessuno ci conosce più di noi stessi e per quanto possa essere bello fare l’amore con il partner ci sono forme di piacere che solo noi stessi siamo in grado di dare e delle quali non dovremmo privarci solo perché siamo felici all’interno della nostra relazione.

Se posso dire come la penso, non si dovrebbe mai essere spaventati dal nostro corpo, né avere paura di conoscere e di amare noi stessi. Dovremmo avere il coraggio di scoprire, esplorare e sperimentare cose nuove, magari persino utilizzando qualche “strumento”, uno di quelli che in passato mai avremmo pensato di poter comperare.

Non essere rigidi ma andare sempre oltre, soprattutto non provare mai vergogna.

Perché assecondare la propria natura non è mai una ragione di vergogna.