So che ce ne sarebbe bisogno, ma faccio molta più fatica del solito.
Sono molto più stanca del solito.
Se prima riuscivo facilmente a trovare dentro di me la forza di argomentare e discutere con gente ottusa e maleducata, facendomi salire la bile a tal punto da rischiare ogni volta un attacco di ulcera, oggi sento di non averne più le energie.
Vorrei farlo, in realtà.
Ma farlo nel privato, o sul lavoro, non è come farlo sui social: richiede la stessa cura e attenzione, la stessa empatia, ma non lo stesso consumo di energia.
E in questo periodo io di energie ne ho ben poche, utilizzarle per fare contenuti online mi sembrerebbe davvero un’inutile perdita di tempo.
Forse non è solo questo il problema, forse la verità è che mi fa troppo male continuare a parlare di donne uccise da un partner (o ex) violento, da un uomo che non ha saputo rispettare il suo rifiuto e a continuato a considerarla una sua proprietà. Mi fa male soprattutto farlo sui social, dove si è costantemente in vetrina eppure non si è mai davvero in grado di arrivare ad abbastanza persone se non si è simpatici all’ algoritmo.
E io, di base, non credo di piacere molto all’ algoritmo.
Non che per me sia inutile parlarne in senso assoluto, sia ben chiaro: continuo a farlo nel quotidiano e a portare avanti la mia battaglia contro la violenza di genere ovunque io vada, dal lavoro al corso di teatro. Lo faccio, insomma, in luoghi dove so che la mia parola può avere un effetto reale, posti nei quali sono certa di essere ascoltata con rispetto e validazione.
Non ho la voglia, né la forza fisica e mentale per farlo in una fossa di leoni.
Quantomeno, non ce l’ho adesso.
Ho passato moltissimo tempo a trattare determinate tematiche sui social e il copione si è ripetuto ogni volta nello stesso modo: uomini (ma a volte anche donne) che non ti prendono sul serio, che minimizzano i problemi e – soprattutto – insultano o minacciano.
E alla fine, di ciò che avevi da dire, non rimane alcunché.
Ci ho pensato a lungo e ho deciso che, in questo periodo della mia vita, non posso più permettermi di sprecare il fiato e le parole con chi non ha gli strumenti base per comprenderne il senso. Non è una questione di resa, ma di pura autoconservazione.
Anche perché, di fatto, non è compito mio istruire le persone: io posso provare a sensibilizzarle, a stimolare pensieri e riflessioni, ma non sono un’educatrice e quando il muro che mi trovo di fronte è troppo resistente da abbattere, io non ho le risorse per abbatterlo senza farmi del male. Posso continuare a fare attivismo e lo faccio, ripeto, costantemente, ma nei limiti di quello che è il mio ruolo, perché di fatto non sono io quella che può determinare un cambiamento significativo.
Possono farlo gli educatori, le istituzioni, ma non io come singolo individuo. Possono – e dovrebbero – farlo delle politiche sociali a reale sostegno delle donne, l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole, leggi che tutelino DAVVERO le donne vittime di violenza, rendendo più semplice l’accesso a servizi di emergenze o garantendo loro una maggiore sicurezza nel caso in cui decidessero di sporgere denuncia.
Sensibilizzare è importante, lo sarà sempre, ma se le cose non cambiano davvero non sarà la sola sensibilizzazione a fare la differenza, perché per dieci persone che riuscirò a convincere con le mie parole ce ne saranno almeno 200 che mi ridono in faccia e credono che io stia solamente esagerando, che sono una femminista isterica e frustrata, e che dovrei trovarmi qualcosa di meglio da fare.
Adesso non posso più sostenerlo.
E dunque, lascio che in questo momento le mie battaglie si consumino solo nei luoghi in cui mi sento abbastanza sicura da potermi permettere di fare un passo in più.
I social, come ho già avuto modo di appurare, non sono fatti per me.
E se il rischio è che io, forzando qualcosa che non mi appartiene, rischi di bruciarmi troppo velocemente, allora tanto vale che rimanga al sicuro nella mia nicchia, dove so che il mio contributo è davvero in grado di cambiare qualcosa.
Non credo che rimarrà sempre così.
Ma adesso, ho veramente bisogno di rallentare.
Non prendete queste mie parole come una resa, come ho detto non smetterò mai davvero di parlarne, né smetterò di difendere le mie cause ogni volta che il mondo me ne darà l’occasione. Solo… a modo mio.
Nell’unico modo che, in questo momento, è veramente in grado di proteggermi.