Ebbene sì, ne parlo anche io.
In realtà ho scritto questa recensione almeno tre settimane fa, ma non ho mai avuto l’occasione di pubblicarla, complici il troppo caldo che mi rallenta i neuroni e le mille cose da fare, che nonostante il maggior tempo libero che l’estate mi concede paiono non esaurirsi mai.
Comunque è sempre meglio tardi che mai e, soprattutto, scriverne adesso mi permette di sfruttare il calo dell’hype delle prime settimane, rendendo – spero – le critiche alla mia recensione un po’ meno feroci. Perché sì, purtroppo io sono proprio una di quelle persone a cui “The Odissey” di Nolan, nell’insieme, non è piaciuto.
Ma andiamo con ordine.
Prima di addentrarmi nei commenti, urge fare una serie di premesse: la prima è che ho fatto il liceo classico e per cinque anni “L’Odissea” (come molte altre opere dell’epoca) è stata il mio pane quotidiano. La seconda premessa è che sono una rompipalle purista, specialmente quando si tratta di opere a cui sono legate, e riconosco di esserlo, quindi da qui sarà necessario fare un’ulteriore premessa terziaria – che quindi, a questo punto, non è più neppure una premessa.
Ad ogni modo: la premessa secondaria è che, se non fossi questo tipo di persona, probabilmente sarei uscita dal cinema tutto sommato soddisfatta, sebbene io non mi consideri una grande fan di Nolan (che trovo mostruosamente sopravvalutato).
Perché l’idea di Nolan, di base, non è del tutto campata in aria e nell’insieme ha saputo fare un film che a suo modo funziona, sia dal punto di vista tecnico (nulla da dire, su questo piano Nolan è ineccepibile) che dell’intrattenimento – perché un film di 3 ore mi è praticamente volato, al contrario di altri film sempre da lui diretti che mi avevano fatto più volte venire la voglia di alzarmi e andar via (cosa che mi è successa durante la visione di “Oppenheimer”).
Il problema, per me, è che quello che ho visto non era l’Odissea.
E sì, lo so che le rivisitazioni dei classici esistono e ci mancherebbe altro che non fosse così! Io stessa, in realtà, sono una grande fan dei retelling, che trovo sempre molto affascinanti laddove scritti e raccontati con criterio – sovvertendo alcuni punti di vista, ad esempio, offrendo visioni inedite oppure cambiando totalmente il setting, pur mantenendo intatti i personaggi e lo spirito dell’opera originale. Quello che ho visto al cinema, però, non aveva nulla a che fare con l’Odissea e con i suoi temi… Non ci andava neppure vicino!
Ciò che ho visto è stato l’ennesimo film copia incolla di Nolan, con un personaggio profondo ma monodimensionale e una retorica oramai talmente abusata da essere diventata noiosa e tutt’altro che originale.
Ho citato “Oppenheimer” non a caso, dal momento che l’Odisseo di Nolan affronta il medesimo arco narrativo di Oppenheimer, vive il suo stesso senso di colpa e ci offre sempre la stessa identica versione dello stesso uomo, a cui vengono semplicemente cambiati nome, aspetto e contesto di vita.
Non voglio dilungarmi sulle troppe cose che, a mio avviso, non hanno funzionato di questo film, perché non mi basterebbe il tempo: la rappresentazione femminile, la caratterizzazione di Odisseo (totalmente manchevole nella sua forma di eroe dal mutevole ingegno), la scelta di estromettere il divino dalla storia… Sono tutte questioni che chi ha criticato questo film prima di me ha già ampiamente dibattuto (compresa la stessa Emily Wilson, la traduttrice dell’ultima edizione de “L’Odissea” da cui Nolan ha preso ispirazione per il suo film) e penso che non avrei nulla da aggiungere alla faccenda – ma se può interessarmi il commento di Wilson, vi lascio il link a un interessante articolo de Il Post.
Il problema principale, al di là di tutto il resto, è che Nolan ha provato a raccontare una storia – già narrata – utilizzando uno strumento (il mito) che non si prestava alla sua narrazione; così, per riuscire a mettere insieme qualcosa di sensato, ha finito con lo spogliarlo e depotenziarlo in maniera superficiale, lasciandoci alla fine l’ennesimo racconto di un’individualità ferita perché il senso di colpa per il male fatto è più forte di tutto il resto.
E poco importa che la cultura greca fosse diversa, che certi temi non siano in alcun modo sovrapponibili a quelli dell’epoca e che togliere l’aspetto divino da un mito è un po’ come raccontare la storia di “Riccioli D’Oro e i tre orsacchiotti” senza mai citare i tre orsacchiotti.
Certo, ci sono delle scelte interessanti e non necessariamente discutibili.
Ad esempio, pur non apprezzando la scelta di eliminare le divinità, ho trovato particolare – in senso positivo – la decisione di dare tanto spazio a un’umanità che non sempre nei precedenti adattamenti aveva avuto modo di esprimersi, e certe scelte registiche a livello estetico erano veramente un gran bello spettacolo. Ho apprezzato diverse performance attoriali – da Matt Damon a Robert Pattinson, e persino Samantha Norton, che ha dato vita a una Circe che onestamente mi ha fatto mettere le mani nei capelli da quanto ne ho detestato l’interpretazione, ma che da un punto di vista recitativo è stata semplicemente superba – e ho trovato sensata la scelta di dare all’Atena di Zendaya un certo aspetto, sebbene quella per me non fosse Atena e non dovesse essere quello il modo di raccontare il suo rapporto con Odisseo.
Non posso dire che sia un brutto film, ma non è il film su “L’Odissea” che avrei voluto.
E non per l’inaccuratezza storica, non perché è una trashata americana, ma perché è stata l’ennesima narrazione americano centrica portata avanti da un uomo bianco e per niente femminista (perché dal modo in cui Nolan scrive i suoi personaggi femminili, abbiate pazienza, mi riesce difficile immaginarmelo femminista), che ha scelto come strumento l’Odissea solamente per fare hype.
E dire che sarebbe bastato poco a rivolgersi al pubblico dicendo: “No, ma guardate che quella roba lì non sarà l’Odissea, mettetevi l’anima in pace perché proprio non ci siamo”.
Manifestare, quanto meno, un po’ di umiltà.
Ma è di Nolan che stiamo parlando.
E tutto sommato, alla fine, va bene così.
Mi accollo volentieri la consapevolezza di essere una rompipalle classista e di alimentare inutilmente la polemica.
C’è da dire, comunque, che questo film mi ha fatto rivalutare “Troy”, che resta pur sempre una tamarrata, ma una di quelle talmente brutte che poi fanno il giro e diventano belle. Forse me lo rivedrò, chissà.
Che poi, ripensandoci, io sono sempre stata team troiani, sin da bambina.
E dopo aver visto l’Odisseo di Nolan struggersi per una guerra che lui stesso, fieramente, aveva contribuito a vincere, manifestando i sintomi di un PTSD che manco un reduce del Vietnam potrebbe mai avere, non posso fare a meno di credere che forse, dopo tutto, quella bambina ci aveva sempre visto giusto