Se non dici “Sì” è stupro – perché la violenza sessuale, a volte, non ha bisogno di essere violenta.

Scusate, scusate, scusate, scusate.

Vi chiedo scusa, perché veramente non passa giorno senza che io non abbia da esaminare qualche nuovo caso discusso sul web, dal momento che la gente intorno a me sembra non riuscire a capire una singola virgola di quello che legge. Probabilmente sono io che me la prendo troppo, oppure il livello di analfabetismo funzionale in questo paese sta raggiungendo i massimi storici, perché davvero non riesco a capire come mai certe cose appaiano tanto semplici ed elementari per me ed incomprensibili per il resto del mondo, manco stessimo parlando di fisica quantistica.

Ecco quanto è avvenuto: in questi giorni, in Spagna, il Governo sta decidendo in merito ad alcune revisioni della legge anti-stupro, in seguito ad una tragica vicenda che ha visto protagonista una ragazza stuprata da un gruppo di uomini, i quali sono stati assolti dal reato e se la sono cavata con una semplice accusa per abuso sessuale – cosa che in Spagna ha un peso decisamente minore rispetto al reato di violenza; al di là delle polemiche inerenti al fatto che uno degli aggressori fosse un militare e, di conseguenza, una figura da dover tutelare, la ragione di tale scelta sta nel fatto che per la legge spagnola i segni di violenza sul corpo della vittima sono condizione necessaria affinché si possa effettivamente parlare di stupro.

In parole povere, se sussistono tutte le prove che vanno ad indicare l’esistenza dello stupro, ma manca il segno di violenza, il reato non viene considerato esistente e viene declassato al semplice abuso. Per dirla in termini puramente logici, se A è condizione necessaria affinché si verifichi B, in presenza di C, D ed E, la mancanza di A basta a far crollare totalmente l’esistenza di B.

Una cosa, a mio avviso, molto semplice e tutt’altro che complessa da dover elaborare.

Il Governo spagnolo, di fronte ad una simile vicenda ed al fatto che molto spesso si verifichino casi di stupro senza che vi sia effettivamente un atto di violenza da parte dello stupratore – perché spesso la vittima non riesce a ribellarsi o preferisce non farlo perché teme per la propria incolumità – ha pensato di introdurre una legge basata sull’esplicito consenso: nel caso in cui la violenza vera e propria non sia riscontrabile sul corpo della vittima, sarà sufficiente accertare il fatto che questa non aveva esplicitamente detto “sì” al momento del rapporto per parlare di violenza sessuale.

Una legge, lo riconosco, non facilmente applicabile in toto, principalmente per il fatto che molte persone cercherebbero di aggrapparsi ad essa per infamare persone innocenti con la scusa di essere state abusate sessualmente, ma in realtà molto meno ridicola di quanto si potrebbe pensare.

Il problema è che molte persone sembrano DAVVERO non aver capito il senso di questa legge ed è per tale motivo che io, dall’alto della mia ignoranza – perché, davvero, io non sono nessuno per impartire lezioni al prossimo, ma mi ritengo una persona abbastanza intelligente da riuscire a capire certe cose – vorrei provare a spiegare in termini un filino più chiari e meno fuorvianti.

La proposta di legge spagnola non sta dicendo che d’ora in avanti sarà sufficiente dire alle forze dell’ordine: “Guardate che io avevo detto di no”.

Mi sembra assolutamente ridicolo anche il solo pensarlo.

La questione è ben diversa: in una situazione in cui tutte le prove sono a favore della vittima, ma non è presente alcuna traccia di violenza sessuale, per la legge NON si parla di stupro; ma è ridicolo, perché come abbiamo detto ci sono molti casi in cui il rapporto sessuale non assume forma di violenza vera e propria perché la vittima non fa resistenza, nonostante tutte le altre prove dimostrino evidentemente che di stupro si sia veramente trattato.

Vi faccio un esempio: Una ragazza viene portata con l’inganno in un campo, un uomo la minaccia con la pistola dicendole che se farà storie lui non avrà problemi ad ammazzarla, e questa OVVIAMENTE subisce passivamente un rapporto sessuale tutt’altro che desiderato. Vengono fatte partire delle indagini, come avviene di consueto in qualsiasi caso in cui si parli di stupro, ed alla fine, nonostante le prove raccolte, la sola cosa che manca è appunto la violenza, perché la donna non ha posto alcuna resistenza ed il rapporto non è stato consumato con forza aggressiva.

Ed ecco che entra in vigore la questione dell’esplicito consenso: in una situazione in cui sussistono TUTTE le condizioni affinché si possa parlare di stupro, eccetto la violenza, si trova il mondo di aggirare il problema di una mancanza nella giustizia introducendo l’elemento accessorio del consenso esplicito, per cui in presenza delle prove necessarie ad una condanna per stupro, non è fondamentale che vi siano tracce di violenza, basta sapere che la vittima non abbia detto espressamente di sì.

Sì, LO SO che è difficile da stabilire e che ci troviamo di fronte ad una legge che potrebbe avere delle difficoltà nell’essere applicata, ma il punto qui è diverso: il punto è che la sottoscritta ha passato un’ora oggi pomeriggio a litigare con dei tizi convinti che la proposta di legge equiparasse l’esplicito consenso all’unica e necessaria condizione affinché possa esistere uno stupro, quando è EVIDENTE che non sia così.

La cosa che mi ha fatto accapponare la pelle, oltre all’evidente difficoltà nel comprendere concetti elementari, è stata la leggerezza dei toni: centinaia di battute del tipo “Ah, adesso vedi che bisogna chiedere il consenso scritto per scopare!” oppure “Occhio che se la vostra tipa non firma finite in galere, corteggiatela con il registratore”, che dimostrano semplicemente quanto ancora si banalizzi il problema delle violenze sessuale, quanto si minimizzi sull’argomento.

Parliamoci chiaro, questa proposta di legge è nata per il fatto che una ragazza è stata stuprata da un branco di uomini e questi sono stati assolti perché in mancanza di segni di violenza non si poteva parlare di stupro, e NESSUNO ha fatto leva sulla gravità della faccenda.

Nessuno si rende conto che uno stupro può avvenire in condizioni differenti dalla violenza, che persino una moglie costretta a fare l’amore con il proprio marito contro la propria volontà ha subito una violenza sessuale, tanto quanto una ragazza che non si tira indietro e non fa resistenza per paura di essere picchiata a morte.

Sono tutti stupri ed in alcuni paesi la legge non li considera come tali solo perché non violenti.

Ecco perché in Spagna è nata questa proposta di legge ed in Svezia la legge è stata già applicata, ma questo nessuno sembra averlo capito e si continua a fare della facile ironia o a pensare che basti una dichiarazione di mancato consenso esplicito per essere incarcerati, come se non venissero fatti gli stessi identici accertamenti che ancora adesso vengono fatti nei casi di stupro.

E’ chiaro che stiamo parlando di una condizione accessoria, atta a tutelare tutte quelle vittime di una violenza non aggressiva, eppure la gente fatica a capirlo e minimizza, e non è in grado di provare empatia per il prossimo.

Certo anche che stiamo parlando di una legge con qualche difficoltà di applicazione, e che un sacco di persone possono aggrapparsi ad essa nel tentativo di denunciare qualche innocente, ma ripeto anche che nessuna persona viene condannata senza la sussistenza di prove e che questo singolo particolare, da solo, non basta a condannare una persona.

La cosa che mi fa più male è quanto si minimizzi su di uno stupro, quanto sia difficile capire che una persona possa esserne vittima anche senza aver lottato con le unghie e con i denti, perché spesso la paura e la consapevolezza di essere impotenti sono troppo forti da poter essere contrastati ed il corpo diventa inerme, incapace di reagire, di rispondere ad alcuno stimolo.

E forse questa è la cosa peggiore, perché in quel momento non puoi fare altro che guardarti da fuori e pregare affinché tutto finisca, affinché quella tortura abbia termine il prima possibile, perché tutto ciò che stai facendo in quel momento non ti appartiene e non merita di essere annoverato fra i tuoi ricordi.

E vi assicuro che in un momento come quello, in un momento in cui un pezzo di te è stato strappato via – e tu sai benissimo che nessuno potrà più restituirtelo – la consapevolezza che dire ad alta voce che no, quel maledetto “sì” non è stato pronunciato, possa contribuire a far sì che il figlio di puttana che sta facendo tutto questo subisca giustamente la punizione che si merita, è la sola consolazione cui sia davvero possibile aggrapparsi.

 

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Stupro e Cassazione – Come dobbiamo realmente intendere quella sentenza?

Parole in Armonia

Desidero affrontare, oggi, una questione che negli ultimi due giorni ha destato parecchio scalpore ed indignazione, quanto meno sul web.

Non nego che io stessa, in un primo momento, sia rimasta piuttosto perplessa dagli articoli che avevano attirato la mia attenzione: ero stanca, poco lucida – avevo studiato come una matta per un esame, che poi non ho neanche passato… ma vabbè, sti grandissimi cazzi! – e non avevo letto tutti i dettagli di un articolo che, il giorno seguente e con la dovuta lucidità, era perfettamente chiaro e lampante, ad eccezione del titolo talmente fuorviante da far passare un messaggio completamente differente da quanto trapelava dall’articolo stesso.

Ieri pomeriggio, finalmente in grado di intendere e di volere, ho ridato uno sguardo alla questione ed ho approfondito con qualche ulteriore ricerca su internet; alla fine, tutti i pezzi del puzzle sono tornati al proprio posto ed ogni cosa è stata…

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Stupro e Cassazione – Come dobbiamo realmente intendere quella sentenza?

Desidero affrontare, oggi, una questione che negli ultimi due giorni ha destato parecchio scalpore ed indignazione, quanto meno sul web.

Non nego che io stessa, in un primo momento, sia rimasta piuttosto perplessa dagli articoli che avevano attirato la mia attenzione: ero stanca, poco lucida – avevo studiato come una matta per un esame, che poi non ho neanche passato… ma vabbè, sti grandissimi cazzi! – e non avevo letto tutti i dettagli di un articolo che, il giorno seguente e con la dovuta lucidità, era perfettamente chiaro e lampante, ad eccezione del titolo talmente fuorviante da far passare un messaggio completamente differente da quanto trapelava dall’articolo stesso.

Ieri pomeriggio, finalmente in grado di intendere e di volere, ho ridato uno sguardo alla questione ed ho approfondito con qualche ulteriore ricerca su internet; alla fine, tutti i pezzi del puzzle sono tornati al proprio posto ed ogni cosa è stata finalmente più chiara e comprensibile.

Vi spiego di cosa sto parlando: Negli ultimi giorni la Cassazione si è pronunciata riguardo ad un caso di stupro avvenuto nel 2011, ribaltando in qualche modo le sorti di una contesa che inizialmente, per ragioni di mancata sussistenza di prove, sembrava essersi conclusa in favore dei due carnefici.

Queste due bestie – perché, perdonatemi il commento personale, di bestie si tratta – avevano stuprato una donna dopo aver cenato assieme a lei, approfittando del fatto che questa fosse ubriaca e perciò non in grado di opporre resistenza e di aver piena coscienza delle sue azioni; poche ore dopo, rinvenendosi, la donna si era recata al pronto soccorso ed aveva poi denunciato i due uomini, con l’accusa di violenza sessuale.

In un primo momento, come ho già detto, il processo in primo appello si era espresso in favore di questi ultimi scagionandoli per mancanza di prove, ma in seguito ad ulteriori accertamenti era stato dimostrato che sì, la donna era stata vittima di violenza, tuttavia non poteva essere applicata sui due uomini l’aggravante di aver abusato di una donna in stato etilico talmente avanzato da non renderla in evidente stato di debolezza, poiché tale alcool la donna lo aveva bevuto di propria iniziativa.

Una cosa assolutamente aberrante, se ci fermassimo a questo punto.

La Cassazione, tuttavia, si è espressa in maniera differente: Lo stupro sussiste eccome, così come sussiste l’aggravante di aver approfittato della condizione di ubriachezza della donna, tale da accentuare la sua condizione di vulnerabilità – perché, di fatto, la donna era ubriaca e sicuramente più vulnerabile che mai, ed i due si sono approfittati della situazione.

Ciò che non sussiste, invece, è l’aggravante di aver somministrato alla vittima sostanze alcoliche allo scopo di renderla una preda più facile, poiché la donna avrebbe assunto le bevande alcoliche autonomamente, senza che qualcuno avesse fatto su di lei alcuna pressione.

La cosa, di per sé, è perfettamente logica e legittima: Se A è condizione necessaria affinché si verifichi B (dove per A intendiamo la somministrazione di alcolici e per B l’aggravante al reato) e questa non si presenta, dunque non vi è la minima possibilità che sussista B.

E’ un puro sillogismo aristotelico, è sufficiente fare un minimo di connessione sinaptica per rendersi conto che la faccenda è spaventosamente lineare e priva di incongruenze.

L’esito finale, tuttavia, lascia comunque un bel po’ di amaro in bocca.

Come ho già detto, la questione è assolutamente lineare da un punto di vista giuridico: la giurisprudenza fornisce delle istruzioni, dei criteri affinché possano essere applicate determinate leggi o sanzioni, e se tali criteri non si presentano la legge non viene applicata, fine della storia.

I due criminali si beccano un certo numero di anni di carcere, che vengono calcolati sulla base di una serie infinita di fattori – che da non giurista non mi sento di analizzare – ed in questo caso, escludendo le aggravanti che non sono state applicate, i giudici si sono espressi in favore di una pena di circa tre anni di carcere per violenza sessuale.

Tre miseri anni, per due uomini che si sono approfittati di una donna in evidente stato di incapacità fisica e psicologica.

Non so a voi, ma onestamente a me questa non sembra giustizia.

Ed è a questo punto che la questione scatena una polemica ben distinta, non più sul piano giuridico bensì su quello etico; posto ed accettato il fatto che la giurisprudenza abbia fatto il suo dovere, attenendosi a quelli che sono semplicemente i suoi presupposti e fondamenti di base, sembra quasi non esistere in questo caso una pena sufficiente per “rimborsare” la povera vittima del danno subito.

E qui non stiamo parlando di un furto o di una rapina, parliamo di una violenza sessuale, un qualcosa che ti fa sentire come morta dentro, una sensazione che io credo sia letteralmente inspiegabile da e per chiunque non abbia avuto il dolore di provarla sulla propria pelle.

La questione che in molti hanno sollevato in merito alla sentenza della Cassazione non è tanto di tipo giurisprudenziale, quanto morale: ci si chiede, infatti, come sia possibile accettare una sentenza il cui esito potrebbe, secondo alcuni, portare inevitabilmente al Victim Blaming (argomento del quale ho già parlato, qui).

In sostanza, negare un’aggravante in quanto sia stata la donna a somministrarsi da sola l’alcol, equivarrebbe al tanto fastidioso quanto mai necessario: “Se l’è andata a cercare”.

Onestamente, non mi trovo totalmente d’accordo con questa posizione.

Mi spiego, è vero che molto spesso le donne vengono trattate come delle incoscienti che avrebbero potuto risparmiarsi una violenza “se solo non avessero fatto questo…”, come se in fin dei conti spettasse a noi rinunciare ad essere libere e non a chi di dovere ad educare gli uomini a non commettere violenze; io detesto il victim blaming e sono la prima a dire che una persona che abbia subito un danno mai e poi mai, nella vita, se la sia andata a cercare.

La sentenza della Cassazione, però, non ha detto esattamente questo.

Almeno, non in termini espliciti: le sue parole sono chiare, lo stupro c’è stato e la pena è stata applicata, ed il termine “responsabilità” nei confronti della donna non è sbagliato, perché in fin dei conti è stata lei stessa ad indursi uno stato di ubriachezza, ergo solo a lei è direttamente imputabile il gesto (salvo che non vi siano state delle costrizioni psicologiche dietro, quelle sfortunatamente sono difficili da identificare e da determinare con certezza).

Che poi fra le righe di quella sentenza possa leggersi un “la donna che si ubriaca però se la va a cercare”… Beh, quello va a discrezione del singolo interprete. Io, personalmente, voglio essere ottimista e sperare che il sotto testo non fosse questo, anche perché da quanto ho letto le aggravanti sull’aver approfittato dello stato di ubriachezza sono state applicate, e la qual cosa dovrebbe andare in direzione totalmente opposta al “se l’era andata a cercare”.

Il vero problema, dal mio punto di vista, è che debbano sussistere delle aggravanti.

Il vero problema è che si debba discutere del fatto che se la donna era ubriaca, o se l’ubriachezza non è stata autoindotta, o se era sola o non era stato espresso un esplicito consenso, le pene debbano avere un peso differente.

Il problema, è che uno stupratore dovrebbe essere punito per il semplice fatto di aver violato un’altra persona.

Forse in tal caso, se esistesse una singola legge universale per cui uno stupratore debba essere punito in un certo modo, con un certo numero di anni – possibilmente più di tre – senza stare a valutare i perché e i per come, non esisterebbe tutto questo victim blaming e la gente smetterebbe di pensare che lo stupro di una donna ubriaca valga meno di tanti altri.

Il vero problema non è di una giurisprudenza che fa semplicemente il suo dovere, ma di una giustizia che sembra aver dimenticato come compiere il suo.

E allora iniziamo ad indignarci per davvero, ma su ciò che abbiamo il potere di cambiare e su ciò che veramente dovrebbe farci paura: non la mera applicazione di una legge, ma il bisogno di umanità nella sua applicazione.

Perché è facile fare due più due, un mero meccanismo di calcolo che logicamente deve portarci ai risultati, ma con quanta umanità siamo riusciti a raccogliere quei dati? Una donna violata, stuprata, distrutta nel profondo, con quanta lucidità sarà in grado di fornire informazioni coerenti? Quanto si sarà sentita protetta dalle forze dell’ordine e dalla giustizia? Quante volte avrà pensato che comunque nessuna punizione sarà mai abbastanza, per la persona che le ha tolto un pezzetto di vita?

Lasciamo da parte l’indignazione per una singola Sentenza.

E proviamo a chiederci, piuttosto, che cosa vi sia realmente dietro a tutto questo.

 

Femminismo – spieghiamo in breve cosa è.

Non che fino ad ora non ne vedessi la necessità, ma negli ultimi giorni sono saltati ai miei occhi una serie di commenti ed osservazioni che mi hanno fatto inevitabilmente rendere conto di quanto sia necessario soffermarmi proprio adesso su di una questione che per troppo tempo ho continuato a rimandare.

Parliamo, per favore, di Femminismo.

Non di quello che la maggior parte degli ignoranti (e per ignoranti intendo letteralmente “coloro che ignorano un determinato concetto”), a prescindere dal sesso, identificano solitamente come un concetto di supremazia femminile nei confronti dell’uomo, ma del vero femminismo, quello che si porta alle spalle una serie di innumerevoli sviluppi storici e sociali, nato e cresciuto all’interno di un contesto opportuno e dotato di tutte le caratteristiche per essere considerato a tutti gli effetti – e lo è, volendo essere precisi – un vero e proprio movimento, basato su un’ideologia che vede come suoi punti focali non tanto la supremazia delle donne sugli uomini, quanto una dignitosa e meritatissima parità fra entrambi i generi.

Se andiamo a chiedere al dizionario, lui stesso propenderà per una definizione di parità di genere, piuttosto che di disparità; sulla carta, infatti, il Femminismo viene presentato come “Posizione o atteggiamento di chi sostiene la parità politica, sociale ed economica tra i sessi, ritenendo che le donne siano state e siano, in varie misure, discriminate rispetto agli uomini e ad essi subordinate”.

Mi rendo conto che con il trascorrere degli anni il Femminismo sembra aver preso una piega completamente differente da quelli che erano i suoi intenti iniziali, ma mettiamo per un attimo da parte le nuove ondate e ricominciamo dal principio, facendo un viaggio a ritroso negli anni.

Il termine “Femminismo” venne coniato nell’Ottocento per battezzare il neonato movimento per la “liberazione” delle donne, ma prima ancora che questo diventasse “di moda” vi furono numerosi eventi nell’arco della storia che segnarono i primi tentativi da parte del genere femminile di rivoluzionare la propria vita, nell’ottica di un’emancipazione e del raggiungimento della totale parità dei sessi; per comodità, vi rimando ad un’approfondita lezioncina da parte di Miss Wikipedia – ma vi avverto, è una cosa lunghissima e nelle righe a seguire io mi sforzerò di sintetizzare al massimo gli eventi più salienti. https://it.wikipedia.org/wiki/Storia_del_femminismo

Ad incarnare lo spirito del Femminismo erano le suffragette, che lottavano per ottenere l’allargamento del suffragio anche alle donne; l’epicentro delle loro battaglie fu la Gran Bretagna, ed è proprio lì che, nel 1865, nacque il primo comitato per l’estensione del diritto di voto.

All’epoca solo gli uomini potevano partecipare alla vita politica, mentre le donne erano destinate unicamente alla vita domestica, ed è per questo che l’immagine delle suffragette britanniche che marciano su Manchester e Londra per rivendicare il diritto di partecipare alla dimensione pubblica destò grande scalpore in tutta Europa; in questa fase il Femminismo si concentrava quasi esclusivamente su rivendicazioni di natura politica, ma le suffragette ambivano ad ottenere anche la parità tra uomini e donne nel diritto di famiglia.

In Italia ancora non esisteva un movimento strutturato, ma alcune donne – ad esempio Clara Maffei e Cristina Belgiojoso – parteciparono attivamente al Risorgimento, dimostrando di avere tutte le carte in tavola per contribuire alla vita politica del Paese. Quasi ovunque, però, le suffragette dovettero attendere decenni prima di vedere risultati concreti: Il suffragio venne esteso alla popolazione femminile solo nel ‘900; in Europa il primo Stato a permettere alle donne di votare fu la Finlandia nel 1906; la Gran Bretagna concedette il suffragio alle sue cittadine solo nel 1918, mentre le italiane e le francesi dovettero aspettare addirittura fino al secondo dopoguerra.

Negli Stati Uniti le donne tagliarono l’agognato traguardo nel 1920.

Negli anni 60 il movimento femminista si risvegliò negli Stati Uniti, dando origine a quella che sarà poi definita la Seconda Ondata del Femminismo: Dopo la guerra gli Usa vennero colpiti da un boom economico ancor più esplosivo di quello europeo, e la prosperità contribuì a logorare le vecchie strutture sociali, già messe in discussione durante il conflitto, quando le donne avevano sostituito gli uomini impegnati al fronte nelle fabbriche.

I temi cari alle femministe della seconda ondata furono considerati scandalosi per l’epoca: Si parlava di sessualità, di stupro e violenza domestica, di diritti riproduttivi e di parità di genere sul posto di lavoro; in quegli anni le rivoluzioni sembrarono portare i propri frutti, basti pensare al fatto che nel 1961 venne finalmente messa in commercio la piccola contraccettiva, all’epoca simbolo indiscusso di emancipazione femminile – la donna, infatti, poteva disporre e controllare liberamente la propria fertilità, in modo autonomo.

Anche in Italia il movimento femminista prese forma e per la prima volta assunse dimensioni di massa: Negli anni ‘70 le piazze del nostro Paese vennero invase dalle donne, decise a rivendicare diritti ancora negati, come quello di divorziare o di interrompere una gravidanza indesiderata; inoltre, le femministe italiane si batterono anche per modernizzare il diritto di famiglia, ad esempio rimuovendo il così detto “Delitto d’onore”, che assicurava pene ridotte agli uomini che assassinavano la moglie adultera.

Questo breve riassunto rappresenta, in poche parole, il vero significato del Femminismo (e ancora una volta, chiedo scusa per essere stata così sintetica; un articolo approfondito richiederebbe molto più tempo sia per me che per voi, quindi penso che per il momento sia più proficuo semplificare e ribadire esclusivamente l’essenziale).

Come ho già detto, con il trascorrere degli anni il movimento si è evoluto e, di conseguenza, diramato in molti altri movimenti non sempre del tutto fedeli all’ideologia di principio – ragione per cui, troppo spesso, si dia per scontato che il Femminismo teorizzi la superiorità della donna nei confronti dell’uomo, piuttosto che la parità di genere.

Fra le varie “correnti alternative” possiamo elencare il Femminismo Liberale ed il Femminismo Socialista, appartenenti alla prima ondata, ed in seguito il Femminismo Radicale, il Femminismo Lesbo e più importante di tutti il Femminismo Intersezionale; quest’ultimo, in particolare, si basa sull’assunto che ciò che viene considerato discriminatorio per una donna all’interno di una società può non essere percepito come tale, e si ritiene necessaria l’adozione di un’ideologia di tipo universale, che tenga in considerazione i bisogni e le esigenze di qualunque donna – o più semplicemente, persona – a seconda dell’etnia e del contesto sociale cui questa appartiene.

Naturalmente, all’interno delle due ondate, ci sono stati casi di distaccamento – singoli o di interi gruppi – dall’assioma centrale di parità di genere in ogni sua forma, ed è capitato che forme di radicalizzazione abbiano germinato all’interno della nostra società, dando così vita ad una serie di movimenti para-femministi, che portano avanti la propria rivendicazione della dignità del genere femminile ricadendo molto spesso in una sorta di “integralismo femminista” a discapito del genere maschile (banalmente, quelle donne definite dai più come “nazi-femministe”).

Tutto questo, in ogni caso, non deve distogliere l’attenzione dalla questione primaria: il Femminismo, nella sua accezione storica e coerenza sociale, rappresenta una lotta da parte ed in favore di ambo i generi per il raggiungimento della parità economica, sociale e giuridica.

Per quale motivo, allora, una cosa apparentemente così banale porta così tanta confusione all’interno della nostra società?

In primo luogo, penso che sia un problema linguistico: il termine “Femminismo” assomiglia etimologicamente a “Maschilismo” ed essendo quest’ultimo la definizione di una presunta superiorità dell’uomo sulla donna – solitamente connessa ad una serie di luoghi comuni saldamente diffusi da una società patriarcale – si tende a dare per scontato che il Femminismo sia il suo esatto opposto, ossia la convinzione che sia la donna ad essere superiore all’uomo.

Niente di più sbagliato, naturalmente.

In effetti vi interesserà sapere che il primo termine ad essere coniato fu proprio “Femminismo”, poco prima degli inizi del XX secolo: Il termine “Maschilismo”, in netta contrapposizione con i principi che il primo intendeva diffondere nella società, diviene di uso comune solamente intorno agli anni ’60 del Novecento; letteralmente questo sta ad indicare un atteggiamento di tipo socio-culturale basato sull’idea di una supremazia maschile e sulla continuità del sistema patriarcale e per tale motivo rappresenta l’esatto opposto del Femminismo, nato – ricordiamolo – nella speranza di ottenere per ambo i sessi la parità di genere.

Per banalizzarla al massimo, si chiama Maschilismo perché basato sull’idea che l’uomo sia superiore alla donna; si chiama Femminismo perché erano le donne a rivendicare un ruolo superiore a quello dentro al quale erano sempre state relegate – essendo un movimento partito dalle donne ed essendo le donne a richiedere maggiore dignità, sembra alquanto scontato parlare di “Femminismo”, non credete anche voi?

Un’altra questione che fa spesso storcere il naso agli “anti-femministi” è il fatto che i toni delle donne che facevano parte del movimento originario avessero tono piuttosto “accesi”e “vivaci”… Ma come ho detto poche righe sopra, la cosa dovrebbe davvero stupirci? Anni ed anni sottomesse al proprio genitore, marito, datore di lavoro, ogni giorno vissuto con il desiderio di dimostrare al resto del mondo che anche le donne possedevano altrettanti diritti e dignità… E quando arriva finalmente il momento di farsi portavoce di un simile messaggio, non dovrebbe divampare un fuoco dentro?

Ribellarsi quando si è vissuto per secoli sottoposte alle ingiustizie non può mai essere fatto con leggerezza, non ci si può piegare di fronte alle prime obiezioni e i tono devono essere forti, duri, non si possono ammettere ripensamenti o cambi di rotta.

Dunque sì, forse molto spesso i toni dei pamphlets, dei libri e delle dichiarazioni fatte dalle donne in quel periodo sono stati particolarmente accesi, ma sfiderei chiunque al posto di queste donne ad assumere un atteggiamento differente, di fronte al proprio “nemico”.

Per quanto riguarda le forme di radicalizzazione, sono – appunto – radicalizzazioni: troppo spesso, nella storia, è accaduto che ideologie o movimenti rivoluzionari siano stati traviati da singoli o gruppi di individui che hanno scelto una posizione più estrema, così come è avvenuto per la Rivoluzione francese – sfociata nel regime del terrore – e nel Comunismo.

l Terrore NON è la rivoluzione francese, la dittatura di Stalin NON è l’ideologia comunista e tutte quelle forme di femminismo basate sul girl power o l’odio nei confronti del genere maschile non sono la rappresentazione assoluta dell’intero movimento; possono farne parte, esserne ramificazioni, ma stanno al Femminismo in sé come una singola galassia sta allo spazio.

Ne fanno parte, ma non rappresentano il tutto.

E’ un po’ prendersela con la Religione in generale perché esistono i cattolici, ma il Cattolicesimo di per sé non è la sola religione che possiamo incontrare sulla nostra via; è una delle tante, indubbiamente, e si basa su solidi principi che l’accomunano tutte le altre, ma – così come avviene per le forme di Femminismo radicale – ne possiede anche altri che hanno fatto sì che avvenisse una sorta di distacco da quel contesto generale dentro al quale si è sviluppata.

Lo so, capisco che a molti possa essere capitato di incontrare qualche nazi-femminista le cui assurde convinzioni estremiste abbiano fatto passare il messaggio di Femminismo come lotta agli uomini, ma vi giuro che non è così: possiamo semmai parlare di lotta al patriarcato, una lotta in funzione tanto degli uomini quanto delle donne, per il raggiungimento di una totale, assoluta parità di genere sotto qualunque aspetto della vita sociale e lavorativa.

Il Femminismo non tenta di ottenere dei privilegi per le donne, semmai si oppone ai privilegi tipicamente maschili, privilegi che molto spesso si ripercuotono in maniera negativa sugli stessi uomini, a loro volta vittime delle oppressioni di una società patriarcale; non è facile, per un uomo, dover mantenere alti gli standard che il suo ruolo di supremazia gli impone ed è anche per questo motivo che tutti quei maschi per natura distanti dallo stereotipo del “maschio dominante” si sentono sviliti, umiliati, de-machizzati poiché non rispettano quei canoni di forza, virilità e sicurezza che dovrebbero notoriamente appartenere ad un uomo.

Ed è anche per questo che lotta il Femminismo.

Pensate a tutti quei casi in cui un uomo viene criticato perché il suo comportamento viene considerato “femminile”: un uomo dolce, romantico, sensibile, che non si fa problemi a piangere o a mostrare le proprie emozioni, un uomo con interessi tipicamente femminili… Nella maggior parte dei casi, questa persona verrà automaticamente svilita nel suo essere maschile. Il Femminismo insiste nel ribadire che va bene che un uomo possieda simili qualità, proprio perché non c’è niente di male ad avere caratteristiche femminile, non c’è niente di male nell’essere considerato al pari di una donna NON essendo le donne creature inferiori o sottomesse agli uomini.

Sono d’accordo sull’obiezione che sarebbe più opportuno utilizzare il termine “Egualitarismo” o “Anti-sessimo”, per evitare incomprensioni, ma la ragione del continuare ad utilizzare la parola Femminismo sta ancora in quella convinzione che vi sia qualcosa di sbagliato nell’essere una donna o che tutto ciò che ruota attorno al genere femminile sia, specialmente per un uomo, un abbassamento di qualità.

La ragione per cui non si parla mai abbastanza delle violenze sugli uomini o sulle discriminazioni che questi sono costrette a subire costantemente, è sempre la stessa: si tende sempre a dare per scontato che gli uomini non possano essere vittime, che una donna non possa fare del male ad un uomo e se questo accade lui è un debole, un “finocchio”.

Una femminuccia.

Non sto dicendo che sia così per tutti, ci sono tante persone che come me (e ve lo comunico, anche se non dovessero accettare il termine, queste persone sono tutte femministe) riconoscono il fatto che un uomo possa essere fragile e vulnerabile come chiunque altro e che questo non significhi avere delle caratteristiche di cui vergognarsi, ma è la società ancora così fortemente radicata nel patriarcato e nel machismo a far risuonare questo pericolosissimo messaggio; ecco spiegato il perché delle scarse denunce da parte di uomini, delle battute sulle molestie da parte di donna – perché “se non ti è piaciuto, se una donna ti ha provocato sessualmente e tu non volevi, allora sei un finocchio”.

Già, come se gli uomini fossero talmente malati di sesso da gradire anche quello che non avevano richiesto.

Il machismo, questa convinzione che l’uomo debba essere duro, resistente e non debba abbassarsi a mostrare il proprio lato emotivo, è solamente un altro aspetto del maschilismo e lo si può combattere solamente attraverso il Femminismo, perché solo ponendo uomini e donne allo stesso livello sarà possibile tutelare entrambi i generi da discriminazioni.

Se non vi piace l’idea che una donna possa aver paura di camminare per strada seguita da un uomo e per un uomo non valga lo stesso principio, allora siete femministi; se pensate che donne e uomini abbiano lo stesso diritto di parlare di sesso e di viverlo in piena libertà, senza scendere in pessimi definizioni quali “puttaniere” o “puttana”, allora siete femministi; se pensate che i crimini di violenza e di stupro non debbano fare distinzioni di genere e che uno stupratore debba essere punito SEMPRE, a prescindere dal suo genere o dalle condizioni in cui verteva la sua vittima, allora siete femministi.

Siete femministi perché volete la parità di genere.

Ed è esattamente questo il solo ed unico principio del Femminismo.

Mi accorgo solamente adesso, mentre mi accingo a concludere questo mio articolo, che sono davvero molte le cose che avrei dovuto dire e che non ho avuto il tempo di commentare, ma non potevo permettermi di dilungarmi così a lungo in un unico articolo, sarebbe stato troppo faticoso per voi lettori e avrei finito più per annoiarvi che per suscitare il vostro interesse.

Mi riprometto, in futuro, di dedicare ulteriori articoli all’argomento e magari, se voi lettori doveste mostrarvi interessati, approfondirò una ad una le varie correnti del Femminismo (sia quelle appartenenti alla prima ondata che quelli della seconda), premettendovi comunque che se voleste nel frattempo farvi una prima infarinatura degli argomenti, potrete comunque consultare la pagina wikipedia da me linkata pochi paragrafi fa.

Spero di essere stata sufficientemente esaustiva e chiara, per il momento la mia parentesi sul Femminismo finisce qui ma ho in programma di dedicare molti altri articoli alla questione, specialmente ad altri aspetti collaterali che molto spesso vengono dati per scontati –(o, per questione di ignoranza, non vengono mai ricondotti al Femminismo), come il femminicidio, la violenza e la discriminazione sugli uomini, il mensplaining ed altre questioni.

Vi ringrazio come sempre per l’attenzione e spero tanto di ritrovarvi presto con nuovi articoli sull’argomento.

 

Buona serata a tutti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ricordi, ricordi… Ricordi che fanno coraggio ( a distanza di un anno dal concerto di Tiziano Ferro).

E’ trascorso esattamente un anno dal mio ultimo concerto di Tiziano Ferro, un concerto per il quale sono stati necessari un bel po’ di giorni prima di riprendermi definitivamente – e, a dire il vero, ho continuato a portarmi gli strascichi di quelle emozioni per diverso tempo, anche dopo l’estate.

Lo so, è strano e a voi lettori potrebbe persino sembrare assurdo.

Sono sempre stata una persona emotiva, sin da quando ero piccola, e la musica è sempre stata la mia più grande fonte di piacere e di emozioni, più o meno da quando ho imparato ad apprezzarla nel profondo, non limitandomi ad ascoltarne le note ma imparando a sentire ciò che trapelava da esse, nelle parole, nei riff e in tutti quei minuscoli particolari che costituiscono la melodia.

Quando ho iniziato a studiare canto, poi, la musica ha assunto un aspetto ancora più importante all’interno della mia vita, ma immagino che questa sia una cosa piuttosto scontata.

In ogni caso, torniamo alla questione Tiziano Ferro.

Avevo undici anni quando, per la prima volta, ascoltai una sua canzone alla radio.

Ancora me lo ricordo come se fosse accaduto appena ieri: Mi trovavo in macchina al rientro dalle vacanze estive e la radio, come sempre, faceva da sottofondo a quella lunga traversata che dalle montagne della Calabria mi avrebbe condotta fino a casa; eravamo sintonizzati sulle frequenze di RDS, che durante il consueto appuntamento con le novità musicali del giorno aveva appena mandato in onda “Xdono”, il primo, nuovissimo singolo del giovane cantante di Latina Tiziano Ferro.

Le novità venivano ciclicamente mandate in onda ogni ora e durante un viaggio di 12 ore, potete immaginare quanto spesso io abbia ascoltato quella canzone nell’arco della giornata; praticamente abbastanza da riuscire ad impararla a memoria, ad apprezzarla dal punto di vista musicale, per il suo testo e per la voce di quello sconosciuto cantante per il quale avevo già deciso che mi sarei presa una cotta.

Una volta tornata a casa, nei giorni successivi, mi capitò nuovamente di ritrovare per radio quella canzone ed un bel giorno, mentre guardavo MTV (aaah, bei tempi quelli in cui era un canale esclusivamente dedicato alla musica e ai cartoni animati di nicchia), ebbi modo di scoprire che aspetto aveva effettivamente Tiziano Ferro.

Decisi, in definitiva, che quel tipo mi piaceva molto.

Seguii in televisione la repentina ascesa verso i primi posti dei brani più ascoltati dell’estate, acquistai il suo primo disco ed in poche settimane lo conoscevo già a memoria, lasciavo che risuonasse per ore nella mia stanza o nelle orecchie, attraverso le cuffiette del mio praticissimo lettore cd portatile (diamine, quanto mi sto sentendo vecchia a scrivere tutto questo).

Mia madre era certa del fatto che sarebbe stata solamente una moda passeggera e che nel giro di pochi mesi la mia fissa per Tiziano Ferro sarebbe svanita per sempre… E invece, si sbagliava di grosso.

Confesso che ci sono stati dei momenti in cui, in età post adolescenziale, ho quasi sentito il bisogno di distaccarmi dalla sua musica, un po’ come se quel mio attaccamento nei confronti delle sue canzoni mi rendesse incapace di crescere e diventare la persona che ero destinata ad essere; non so ben interpretare quel che mi passò per la testa, ero in piena crisi d’identità e non sapevo ancora che cosa ne sarebbe stato di me, cosa sarei divenuta.

Con un po’ di tempo, pazienza e tanta, tanta introspezione ho capito che non dovevo abbandonare del tutto ciò che ero per diventare finalmente una persona adulta, così come non dovevo mettere da parte Tiziano Ferro e le emozioni che da sempre mi trasmetteva la sua musica.

Perché, in fin dei conti, la sua musica era parte di me: Era -ed è – ciò che sono io, quello in cui credo, gli ideali per cui mi batto, le passioni che mi fanno battere il cuore.

Non so se a voi è mai capitato, se abbiate mai avuto un cantante o un musicista la cui musica sembri sapere ogni cosa di voi, come se per ogni occasione o momento della vostra vita vi fosse una canzone, le parole adatte, la giusta e perfetta rappresentazione di ciò che si cela dentro la vostra anima; per me Tiziano Ferro è tutto questo, ogni sua canzone – specialmente adesso, guardandomi all’indietro ed avendo a disposizione una discografia di riferimento piuttosto ampia – fa parte di un momento della mia vita, di un’emozione che ho vissuto, diBell un amore vissuto, di un fallimento o di una vittoria.

Tutta la mia vita è racchiusa all’interno di quella meravigliosa discografia.

Sono stata per tre volte ad un suo concerto: La prima è stata a 14 anni, ero in vacanza in Calabria con i miei genitori e scoprii per puro caso, sul giornale, che Tiziano Ferro si sarebbe esibito proprio a Catanzaro Lido, a circa un’ora di distanza dal mio luogo di soggiorno; complici il prezzo economico del biglietto e la tenerezza del mio sguardo da quasi quindicenne, riuscii a convincere i miei a portarmi a vedere quel concerto.

E fu una serata davvero fantastica.

Credo che mio padre si ricordi ancora piuttosto bene quella serata trascorsa sotto al palco, a sentirmi cantare, urlare, piangere… Del resto, ero solamente una quattordicenne!

La seconda volta ero un po’ più grandicella, avevo già superato i 17 anni ed ero insieme ad una mia amica; ci lasciammo trasportare dalla musica e fu davvero bello, ma non emozionante e travolgente come la prima volta.

Non c’era lo stupore e la sorpresa del primo concerto, era bello ascoltare la musica del mio idolo ma fu un’emozione, per così dire… Controllata.

Bellissima, certo, ma controllata.

Poi, c’è stato il concerto dell’anno scorso.

Dieci anni dopo l’ultima volta, dopo aver superato quel breve “periodo di rottura” durante il quale avevo pensato di poter fare a meno della musica del mio idolo; una serata che avrei potuto immaginare in milioni di modi diversi, ma certamente non permeata dalle emozioni che così impetuosamente mi hanno travolta durante il concerto. Forse è stato proprio il tanto tempo trascorso dall’ultimo concerto, oppure la mia ridicola pretesa di poter vivere senza quella musica… In un certo senso, è stato un po’ come se Tiziano, attraverso le sue canzoni ed esibizioni, si fosse rivolto a me per ricordarmi di essere ancora una parte della mia vita, di aver ancora tanto di me da raccontare, tanti amori da vivere e condividere, tante avventure da portare a termine, tante emozioni da vivere.

Quella sera ho riso, pianto, cantato e ballato, ho saltato a ritmo di musica e ad ogni canzone legata ad un momento particolare della mia vita ho lasciato fluire i ricordi e scivolare le lacrime; mi sono lasciata andare, ho messo da parte tutto il mondo all’esterno e ho permesso alla mia anima di uscire all’esterno, di vivere liberamente per tutta la notte, come forse non aveva più fatto da molto tempo a quella parte.

Ho sentito la vita scorrere dentro alle mie vene ed ho continuato a piangere, preda dell’emozione, persino nei giorni seguenti, ogni volta che la mia mente tornava al ricordo di quella serata o quando la musica di Tiziano Ferro risuonava ancora una volta nelle mie orecchie.

Quella sera, ho pienamente realizzato di non aver ancora smesso di sognare e di credere nel potere curativo delle emozioni. Mi sono ricordata che ogni istante della mia vita, persino quelli meno piacevoli, ha contribuito a rendermi ciò che sono e che ogni volta che, andando avanti, avrò bisogno di un sostegno o di una luce ad illuminarmi dentro al buio, potrò continuare a fare affidamento sulla musica di Tiziano e sulle sue splendide parole.

Perché, in fin dei conti, lui è tutto quello che sono e se sono triste, se sto male e piangere è la sola cosa a cui riesco a pensare, o se sono allegra e felice, se la gioia è così grande da non poter più essere contenuta all’interno del mio corpo, posso sempre dare il via alla sua musica e troverò sempre le giuste parole per descrivere l’intensità di quello che sento.

E se anche, per qualunque motivo, io dovessi andarmene, lui saprà sempre come ritrovarmi.

 

Grazie, Tiziano, per tutto quanto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tu, io e tutto il tempo del mondo- Recensione.

Rullo di tamburi, signore e signori, la rubrica Recensioni fa il suo ufficiale ritorno su questa piattaforma.

Mi spiace dover riaprire questa rubrica con una recensione totalmente negativa, ma in fin dei conti sono sempre stata contraria a quei critici in stile Vincenzo Mollica ai quali sembra andar sempre tutto bene, come se non potesse essere concesso ad un recensore di avere qualcosa da ridire nei confronti di un’opera.

Intendo, in futuro, dedicarmi principalmente ad opere che mi abbiano colpito in positivo, ma in questo caso ho sentito il bisogno di spendere un paio di parole anche su questo libro così deludente, non tanto perché io mi diverta a sparare a zero su qualsiasi cosa, ma perché in questo caso gli aspetti che mi hanno fatto storcere il naso meritano di essere messi in evidenza non solo da un punto di vista artistico e letterario, ma per gli effetti negativi che potrebbero in qualche modo suscitare nel pubblico.

Va bene, la smetto di vagheggiare insensatamente e passo immediatamente alla recensione vera e propria: L’opera in questione si intitola “Tu, io e tutto il tempo del mondo” ed è il romanzo di esordio di Taylor Jenkins Reid (“E chi cazzo è?” vi starete chiedendo. Sì, è una domanda del tutto legittima).

Sono entrata in possesso di questo libro in maniera abbastanza inusuale: mi trovavo da Feltrinelli e quel giorno, avendo qualche soldo a disposizione, avevo deciso di regalarmi un libro; indecisa su quale romanzo acquistare e guardandomi intorno in cerca di ispirazione, il mio sguardo cadde su una colonna di libri impacchettati e messi in bella mostra sotto ad un cartello che invitava i lettori a scegliere ad occhi chiusi, lasciandosi ispirare da 3 semplici parole trascritte sul pacchetto, a descrizione dell’opera che si celava al suo interno.

Da brava romantica quale sono, mi lasciai convincere da termini che lasciavano presagire di trovarmi di fronte ad un racconto d’amore ed ammetto che, sin dal momento in cui mi sono ritrovata il libro fra le mani, osservando la copertina e sfogliando qualche pagina, mi era effettivamente sorto il dubbio che si trattasse di un’opera alquanto discutibile; tuttavia, lasciandomi persuadere dalla buona vecchia massima per cui non si deve giudicare un libro dalla sua copertina, mi sono convinta a portare a termine la mia lettura.

Una pessima, pessima scelta, col senno di poi.

Non sono una grande lettrice di romanzi rosa in stile melenso, mi piacciono le storie d’amore ma non quelle basate su sciocchi stereotipi, luoghi comuni e banalissime frasi patetiche o di circostanza…, Per una volta, tuttavia, ho cercato di andare oltre i miei pregiudizi e ho provato a leggere il mio nuovo romanzo con la mente libera da qualsiasi forma di preconcetto.

La trama, di per sé, è di una banalità immensa: Elsie è una ragazza giovane, bella, interessante e simpatica, che lavora come bibliotecaria a Los Angeles; una sera, mentre si trova in fila alla cassa di una pizzeria, conosce Ben, un ragazzo da lei descritto (ah, ci tengo a sottolineare che il racconto è narrato in prima persona, dal punto di vista di Elsie) come il più bello, il più affascinante ed ammaliante che abbia mai conosciuto.

I due, naturalmente, si piacciono da subito, si innamorano nell’arco di pochissimi giorni e in pochi mesi si ritrovano sposati l’uno all’altra, felici e contenti alla prospettiva di una lunga e gioiosa vita insieme.

Facile capire, a questo punto, che cosa accada ai due: Ben muore in un incidente ed Elsie si ritrova, dopo appena una settimana di matrimonio, a dover fare i conti con la vedovanza. Storia trita e ritrita – come ho già detto – che potrebbe in qualche modo ricordare il precedente romanzo “Ps. I love You” di Cecilia Ahern, ma che a differenza di quest’ultima manca completamente di originalità e di buon gusto.

Sono sincera, non c’è un singolo aspetto di questo romanzo che mi sia piaciuto, anzi, sono svariati gli aspetti totalmente negativi che vorrei portare alla luce in questa mia recensione.

Vediamoli assieme.

In primo luogo, ho trovato assolutamente inesistente la caratterizzazione dei personaggi: Elsie è la classica protagonista caramellosa, alla quale qualsiasi lettore – o lettrice, visto che questo romanzo è PALESEMENTE riservato ad un target unicamente femminile – non può fare a meno di affezionarsi; è carina, gentile, intelligente e adorabile, con una famiglia che l’avrebbe voluta impegnata in una carriera differente da quella che lei ha scelto per sé e, anche per tale ragione, atta a suscitare la simpatia delle sue lettrici.

Non viene detto un bel niente su di lei, cosa ami fare nella vita – a parte il suo lavoro di bibliotecaria – o quali siano le sue passioni, come trascorra le sue giornate al di fuori di Ben, quali valori o ideologie la caratterizzino; non si può neppure dire che abbia dei veri e propri difetti, la sola cosa che viene messa in evidenza è la sua goffaggine nei movimenti ed una leggera tendenza ad impermalosirsi, aspetti ormai da molto tempo tipicamente riscontrabili in qualsiasi protagonista femminile all’interno di un romanzo rosa (ma non potrebbero, per esempio, essere pigre, avare, superficiali o qualsiasi altra cosa che non rientri in questo genere di caratterizzazione?).

In termini tecnici, una Mary Sue in piena regola.

Ben, d’altro canto, non è da meno: si sprecano gli aggettivi in -issimo a lui riferiti (roba che persino Batman, con i suoi “rapidissimo, furbissimo e giustissimo” potrebbe impallidire), ma di fatto non si sa nulla di lui, quale sia la sua vera personalità e che cosa sia in grado di fare nella vita, a parte che conquistare donne grazie al suo fascino e alla sua tendenza a fare le cose nella maniera più impulsiva e teatrale possibile.

In effetti Elsie è quasi più tollerabile della sua controparte maschile, perché se almeno nel suo caso l’autrice si sforza di evidenziare qualche minima parvenza di difetti, il caro Ben non ne presenta neanche uno.

Lo stesso trattamento viene riservato ai personaggi secondari: Ana, la migliore amica di Elsie, classica figa, allegra ed un po’ superficiale, stereotipicamente interessata al divertimento e molto poco ad avere una storia d’amore coi fiocchi – cosa che, naturalmente, è da sempre il desiderio di Elsie, ed infatti s’innamora perdutamente di Ben sin dal primo istante, nonostante fino ad allora non avesse mai avuto una particolare predilezione per le relazioni.

Luoghi comuni, ne vogliamo?

Di fianco ad Ana, spunta poi il personaggio di Susan, madre di Ben inizialmente ostile al matrimonio fra lui ed Elsie ma che poi, in seguito al funerale, inizia pian piano a vedere di buon occhio la propria nuora, fino ad affezionarsi a lei al pari di una vera e propria figlia.

E basta, su di lei nient’altro da aggiungere.

Questa la situazione, questi i piattissimi ed insignificanti personaggi del romanzo, neanche troppo forzatamente incastrati in una trama sostanzialmente inesistente, un susseguirsi di pensieri e di masturbazioni mentali destinate a non avere una vera e propria conclusione.

Intendiamoci, non sono una di quelle persone che non apprezzi romanzi basati su pensieri ed esternazioni filosofiche e non necessariamente dotati di particolare azione – io stessa ne sto scrivendo uno – ma qui non solo non succede un bel niente, ma persino le riflessioni ed i flussi di pensieri risultano superficiali e tirati via come un racconto che io, con le misere conoscenze dell’epoca, avrei potuto benissimo scrivere in terza media.

Senza voler essere troppo pretenziosi, in un romanzo che ha come trama la morte di un coniuge, io mi aspetterei quanto meno un profondo excursus emotivo sui sentimenti dei personaggi, vorrei vedere lo sviluppo delle loro relazioni anche in base a tali eventi e mi attenderei un crescendo all’interno di questo flusso… Invece no, riflessioni alla “mio caro diario”, piuttosto superficiali e del tutto prive di un punto di arrivo.

Nessun evento inaspettato – anzi, tutto è sempre piuttosto prevedibile – e nessun improvviso colpo di scena: vi sono un paio di momenti, verso la fine, in cui mi sono detta “Wow, finalmente accade qualcosa di interessante!” ma tutto si risolve nell’arco di un paio di pagine, senza che si abbia effettivamente il tempo di dire “Hey, abbiamo un problema”… E la cosa è assolutamente irrealistica!

Vi faccio un esempio: ad un certo punto si scopre che la madre di Ben, Susan, non era a conoscenza del matrimonio non perché suo figlio avesse scelto di tenerglielo nascosto, ma perché Elsie, innervosita dalla questione, lo aveva convinto a rimandare; Susan, giustamente, sclera e da di matto ed un lettore si aspetterebbe finalmente di vedere un po’ di pepe… Ma niente, nell’arco di una nottata (praticamente una pagina) Susan cambia idea ed anzi, sembra essere persino contenta del fatto che Elsie abbia convinto Ben a stare in silenzio, aggiungendo il fatto di essere assolutamente felice di averla nella sua vita, come se fosse una vera figlia – non so voi, ma io l’incazzatura me la sarei tenuta per un paio di giorni, non tanto per cattiveria ma perché la psiche umana tendenzialmente funziona così. E anche perché se stai scrivendo un libro, almeno qualche evento incerto devi essere in grado di saperlo gestire.

Oppure, ancora, il fatto che ad un certo punto si scopre che il matrimonio tra Ben ed Elsie potrebbe non essere valido e ancora lì la questione si risolve nell’arco di una telefonata; insomma, non ha alcun senso creare la suspance per poi risolvere le questioni in meno di mezza pagina, ai fini della lettura è superficiale e non interessante.

L’aspetto positivo, se non altro, è che il romanzo non è neppure scritto male – molto semplice, per carità, ma questo non è necessariamente un difetto – e scorre talmente bene che non mi è costato così tanto arrivare alla fine, per quanto il viaggio non sia stato esattamente dei più ameni.

Credo che l’aspetto veramente fastidioso di questo romanzo non sia tanto la mediocrità della trama, la sua mancanza di originalità e la mancanza di spessore dei personaggi, ma la forma attraverso la quale queste vengono espresse: in poche parole, questo libro è un costante susseguirsi di luoghi comuni e patetiche banalità romantiche, che a cominciare dai dialoghi degni di uno dei peggiori libri di Moccia, non fa altro che diffondere il messaggio che l’amore, il matrimonio ed una relazione basata su un’ardente passione ma totalmente svincolato da qualsiasi altro valore sia tutto ciò di cui una donna abbia bisogno.

Non fraintendetemi, io sono da sempre una sostenitrice dell’amore, credo in esso e spero prima o poi di trovare anch’io la persona giusta per me, ma il mio romanticismo si esprime in una maniera forse più “ottocentesca” e si estende a più aspetti della vita dell’individuo, non ruota unicamente attorno alla mera vita di coppia; per tale ragione, trovo che un romanzo d’amore permeato da un’affettività tanto superficiale ed immatura debba avere un target differente da quello che si prefissa il romanzo da me esaminato – va bene per degli adolescenti e può avere protagonisti della stessa età dei propri lettori, ma non ritengo possa permettersi la pretesa di essere considerato un libro per adulti.

Ho trovato il comportamento di Ben troppo spesso fastidioso, quel classico atteggiamento borioso e prepotente che questo genere di romanzi tende a spacciare come “audacia” o fonte di sex appeal, ma che trasposto nella vita reale sarebbe solo indice di un ego eccessivamente smisurato o di una forzatura del rapporto prima che i tempi siano effettivamente maturi.

Intendiamoci, questi si innamorano nel giro di due giorni, in meno di due mesi vanno a vivere insieme ed in sei mesi sono sposati; parlano di amore, di sentimenti eterni, e lungi da me giudicare le persone che si lasciano travolgere dalla passione in poco tempo – io stessa ho provato sentimenti molto forti per ragazzi con cui sono stata per pochi mesi, misurando sempre e comunque con cautela i termini di innamoramento – ma qui parliamo di AMORE, un sentimento basato su qualcosa che va ben oltre l’aspetto fisico, la chimica e l’entusiasmo iniziale.

L’autrice descrive molto bene quello che si potrebbe più accuratamente definire come “innamoramento”, un concetto che all’apparenza sembrerebbe paragonabile all’amore ma che di fatto ancora non lo è, si tratta si uno stadio primario che lentamente può condurre all’amore, il quale si basa su una fiducia, una conoscenza ed una confidenza tali da richiedere ben più di sei mesi per realizzarsi.

Si capisce sin dal principio quale sarà l’esito della storia fra Elsie e Ben, vien quasi da pensare che se lui non fosse morto probabilmente il matrimonio sarebbe finito lo stesso, perché una passione che si consuma così velocemente, senza che il rapporto abbia una vero e proprio sviluppo ed una crescita logica che non può avvenire che nel momento in cui i tempi siano maturi, è prima o poi destinata ad estinguersi; la cosa veramente assurda è che la stessa Ana e persino Susan sembrano far notare ad Elsie che il suo è un sentimento piuttosto immaturo – per quanto non si sognino di mettere in dubbio ciò che la ragazza provi – e che per quanto non sia sbagliato paragonare il proprio dolore a quello di una donna che ha perso un marito col quale ha vissuto 30 anni, è opportuno realizzare che vi è una differenza fra ciò che si prova al principio di una relazione e quando il rapporto è definitivamente stabilizzato.

Nonostante tutto, il messaggio finale del libro tende a dare ragione ad Elsie e persino Ana, seguendo il più classico cliché dell’amica “zoccola” che mette la testa a posto, alla fine trova l’amore della sua vita dicendo di aver solamente perso tempo, perché il sesso da solo non vale mai niente se non c’è di mezzo il grande amore – non che il messaggio sia del tutto sbagliato, per carità, ma finire per demonizzare il sesso in funzione dell’ammmore con la A maiuscola mi sembra abbastanza ridicolo.

Dunque, in conclusione, credo davvero che questo libro mandi un’infinita serie di messaggi sbagliati e mi rammarico molto nel vedere quanto spesso i sentimenti vengano banalizzati, quanto le giovani menti femminili (perché, ripeto, sono le sole che abbiano effettivamente accesso a tali opere letterarie) siano sempre più portate a credere che l’amore sia privo di difficoltà, di compromessi, di “realismo” – poiché spesso si tende a confondere questo concetto con un’accezione ben più negativa di cinismo, quando basterebbe solamente imparare a stare coi piedi per terra.

Lo dico apertamente, l’amore non è una favola: non perché non possa esserci un lieto fine, non perché non sia bello o magico, ma perché non esiste l’idea della principessa e del principe azzurro, perché non possiamo più basarci su vecchi stereotipi, il maschio che conquista la femmina, la porta in salvo, la tiene per sempre felice e contenta nel suo castello.

Bello è pensare che esista una persona destinata ad amarci per la vita, ma l’amore non nasce dal nulla: bisogna crearlo, osservarlo mentre cresce, come una piantina che sboccia lentamente dal proprio germoglio.

Questo è il genere di messaggio che vorrei trovare nei libri che leggo.

Soprattutto, vorrei poter leggere un romanzo d’amore in grado di rompere tutti gli stereotipi che solitamente ne fanno parte, così da poter essere letti ed apprezzati da chiunque e cancellare del tutto l’erroneo pensiero che l’amore, al giorno d’oggi, sia solamente argomento da ragazzine.


Ringrazio tutti coloro che siano arrivati alla fine per aver letto questo mio post e vi do appuntamento con la rubrica “Rencesioni” a venerdì prossimo! 🙂

 

Non sempre essere belle è un privilegio.

Vorrei dedicare questo articolo a tutte le belle ragazze di questo mondo.

Belle, sì… Belle in maniera indiscutibile.

Quelle che se ti passano accanto non puoi fare a meno di voltarti per guardarle, quelle che ti fanno sospirare, languire, desiderare ardentemente di poterne sfiorare le labbra, carezzarne i capelli, scoprirne ogni singolo centimetro di pelle celato.

Quelle ragazze che non possono essere definite in altro modo se non semplicemente, meravigliosamente belle.

E che magari, proprio perché la natura ha concesso loro un simile dono, vengono spesso guardate di traverso da tutte quelle ragazze che non si sentono alla loro altezza e che, sovente, confondono quella bellezza o la mera consapevolezza di essa – che di per sé, non è assolutamente sbagliata – con altezzosità, vanità o superbia, di solito attribuendo loro termini quali “Zoccola”, “Figa di legno” o simili.

Che poi, andando oltre l’apparenza, si scopre che quelle ragazze non solo sono belle ma pure intelligenti, sensibili, interessanti, hanno un tale mondo al loro interno che ciò che si vede all’esterno, in confronto, finisce per impallidire.

Quindi no, mi correggo: non è alle belle ragazze che voglio dedicare questo articolo, almeno non a quelle che siano solamente belle; voglio dedicarlo a tutte quelle belle ragazze che, seppur possedendo un milione di altre qualità, spesso e volentieri non vengono giudicate che per il proprio aspetto fisico.

E per tale ragione, spesso si sentono a disagio.

Io non so cosa significhi davvero essere una donna tanto bella quanto intelligente ed interessante, ma negli ultimi tempi mi è capitato spesso di essere avvicinata – principalmente tramite social network, ma sovente anche nel mondo reale – da individui interessati al mio aspetto fisico in maniera eccessivamente entusiastica.

Sono molti i ragazzi che mi scrivono per dirmi che sono bellissima, sensuale, ammaliante… Tutte cose che io, per prima, faccio fatica a prendere per vere, perché mai nella mia vita mi sono sentita bella e, al contrario, sin dalle medie e per tutta la durata delle scuole superiori mi sono sempre sentita dire che ero tutt’altro che graziosa, dunque ogni volta che qualcuno se ne esce con frasi del genere, non posso fare a meno di chiedermi se il tizio in questione parli sul serio o non mi stia semplicemente prendendo in giro, magari più interessato al fatto che io sia una femmina generica, piuttosto che un individuo unico ed effettivamente interessante.

E’ un problema inevitabilmente legato alla mia autostima, ne sono certa, ma il punto è proprio questo: che cosa spinge, davvero, queste persone ad avvicinarsi a me e a corteggiarmi in maniera così spudorata, facendo leva unicamente sul mio aspetto fisico e non accennano in minima parte al fatto che potrebbero trovare interessante avere una conversazione stimolante con la sottoscritta?

Sì, sì… Lo so che molto spesso anche le persone realmente interessate si avvicinano con qualche complimento riguardante l’aspetto fisico, ma posso assicurarvi che la maggior parte degli uomini che mi si è avvicinata negli ultimi tempi – sostanzialmente coloro a cui sono rivolte le mie critiche – non avevano il minimo interesse a conoscere la mia persona, ma tentavano semplicemente un approccio sul piano fisico.

I classici “Morti di Figa”, se mi concedete il termine; gli unici che, effettivamente, si lascerebbero andare a simili e patetici tentativi di corteggiamento, perché i ragazzi veramente interessati, quelli che vogliono scoprire che cosa c’è oltre ad un paio di belle gambe, un seno prorompente ed un paio di occhi profondi, sanno bene come muoversi e che carte giocare, più raramente istilleranno in una donna il dubbio di non voler fare sul serio – non che sia comunque impossibile, eh, al giorno d’oggi i rapporti sono diventati del tutto imprevedibili.

Insomma, mi rendo conto che questo potrebbe sembrare un assurdo delirio senza senso, ma vi assicuro che alla base di queste pippe mentali c’è una riflessione abbastanza profonda: se io per prima, che non mi considero affatto una strafiga, ma so comunque di essere abbastanza carina ed al tempo stesso intelligente, mi sento profondamente infastidita da questo genere di approccio da parte degli uomini, come devono sentirsi quelle ragazze che hanno trascorso una vita intera a sentirsi apprezzate esclusivamente per il proprio aspetto – soprattutto sapendo che vi è ben altro, in loro, oltre a quello?

Ora che ci penso, forse io stessa possiedo la risposta a questa domanda, in quanto parte stessa della categoria; insomma, forse non sono solo le donne belle a subire questo trattamento, ma quelle percepite come tali, dunque anche io – insomma, potrò non sentirmi bella, ma a quanto pare molti pensano che io lo sia, viste le continue richieste di amicizie e frequentazioni maschili che ricevo – posso considerarmi una carta facente parte di questo mazzo.

Quindi, ripensandoci bene, non ho davvero bisogno di guardarmi intorno per capire come ci si sente; o meglio, penso che sia interessante sapere come altre ragazze percepiscano questo genere di disagio, ma che di disagio effettivamente si tratti, penso che non vi sia più alcun dubbio.

E allora, mi chiedo… E’ davvero giusto così? Una ragazza che viene percepita come bella deve imparare a convivere con la sensazione di non essere realmente apprezzata che per questo, mettendo da parte tutto il resto, tutte quelle belle qualità interiori delle quali – magari – sono persino orgogliose? Forse non sarà davvero così per tutte, ma credo che nella maggior parte dei casi si finisca davvero per sentirsi in questo modo e posso dirlo, non è piacevole per niente.

La mia migliore amica mi dice spesso di invidiare un sacco questa mia “capacità di rimorchio”, il fatto che io sia percepita come bella e sensuale, o il discreto numero di uomini che da quando ho dato il via alla mia sessualizzazione si siano, per una via o per un’altra, approcciati a me – e GIURO che non sto parlando perché voglio tirarmela o vantarmi delle mie conquiste, parlo di numeri e quelli, oggettivamente, non possono essere messi in discussione. Lei, che non viene solitamente percepita come “appetibile” (per una serie di ragioni che, pur restando sul piano fisico, non si limitano alla forma del corpo, ma al modo di muoversi e di atteggiarsi… Insomma, tutto ciò che messo insieme da senso al significato di Sex Appeal) non ha mai avuto il numero di corteggiatori che ho collezionato nel corso degli anni, non ha mai avuto avventure, storie brevi, flirt, relazioni meramente sessuali o occasionali di una sola notte… Tutte cose che io non mi sono mai sognata di denigrare e che di certo non arriverò a rimpiangere proprio oggi.

Al contrario di me, però, lei ha avuto esclusivamente rapporti seri e duraturi, che le hanno dato certamente molto di più di quanto io sia riuscita a racimolare con tutte le mie scappatelle e le mie frequentazioni che non raggiungevano mai i 5 mesi.

Ed io più di una volta le ho risposto che avere la soddisfazione di riuscire a portarmi a letto un uomo, se voglio, non è poi così gratificante, se messa a confronto con la consapevolezza di non aver mai avuto una vera e propria relazione duratura, perché alla fine nessuna di quelle persone ha mai provato a farla decollare, o si è semplicemente rivelata inadatto a me e alla mie esigenze – però a letto con me, per qualche ragione, ci sono sempre finiti.

Insomma, verrò anche percepita come una figa o come una che a letto sa sicuramente come muoversi, ma quanti di loro hanno pensato di andare oltre? Non voglio essere ingiusta con tutti, alcune di queste persone mi hanno voluto davvero bene (altre me ne vogliono tutt’ora) e non sono state solamente storie di sesso con gente che il giorno dopo non ha più voluto sapere un bel niente di me.

Nella maggior parte dei casi, però, è andata così e fra tutti i pretendenti che sono stati scartati, tendenzialmente, non ce n’era uno che non volesse semplicemente portarmi a letto o divertirsi un po’… Ed io generalmente  non mi tiro indietro, figuriamoci, non se la persona in questione mi interessa davvero (mi conoscete, inutile far finta di essere una specie di bigotta o una di quelle ragazze che fa sesso solamente se di mezzo c’è una relazione).

Adesso, però, inizio ad averne abbastanza.

Ho quasi trent’anni, prima o poi il mio fisico smetterà di essere considerato attraente, e a quel punto riuscirò a trovare una persona davvero interessata a ciò che ho dentro? Probabilmente sì, ne sono consapevole, ma in questo momento della mia vita non posso fare a meno di domandarmelo, perché la maggior parte dei maschi che mi circonda e mi “corteggia” non mostra interesse che per ciò che ho all’esterno.

In poche parole, è frustrante: è frustrante sentirsi dire continuamente “Bella” o “Hey, sexy lady!” o ancora “Ti ho scritto perché ti ho trovata per caso su Facebook e ti ho trovata bellissima!”.

Insomma… Ti piacerei lo stesso se non avessi gli occhi di questo strano color blu-verde, un seno tondo e ben fatto o le gambe che ho? Chissà, forse sì.

Ma come posso esserne sicura? E’ assurdo, ho trascorso una vita intera a sentirmi dire che non ero bella, a dover imparare a puntare su tutto il resto e sulle mie caratteristiche personali, e adesso arrivo a domandarmi se sia davvero servito a qualcosa, se quello che ho dentro sia davvero sufficiente di fronte agli occhi di un uomo.

Probabilmente l’uomo giusto per me farà DAVVERO caso a tutto ciò che va oltre l’aspetto fisico, ma fino ad allora dovrò continuare a sentirmi frustrata?

Forse è vero che non bisognerebbe mai dire ad una bambina che è bella, ma insegnarle sin dalla più tenera età che a contare davvero sia tutto il resto, l’intelligenza, la sensibilità, lo spirito ed i valori personali… E forse è vero che bisognerebbe insegnare altrettanto anche ai bambini, così che sin da piccoli imparino a far sentire le ragazze davvero importanti, non solo per la propria bellezza.

Non so se questo post abbia realmente un senso… Probabilmente sentivo semplicemente il bisogno di esprimere il mio disagio, in un certo senso ho voluto fare uno dei miei soliti esperimenti sociologici, e come sempre sarei felice di sapere che cosa ne pensano i miei lettori (ed i questo caso, le mie lettrici) sull’argomento.

Spero che abbiate compreso il senso del mio disagio e che questo articolo non sia passato come una sorta di delirio di una mente vanesia, perché – vi assicuro – c’è ben più di tutto questo celato fra le righe.

Vi ringrazio come sempre per l’attenzione e se voleste darmi un vostro parere, come sempre, siete bene accetti!

 

 

 

 

Facciamo Resistenza

Mi sono resa conto di essere diventata, nel corso degli anni, sempre più polemica ed agguerrita nel difendere ciò in cui credo, i miei valori e la mia ideologia.

A dire il vero, credo di esserlo sempre stata, sin da ragazzina; quando durante i dibattiti nell’ora di religione (al liceo seguivo il corso pur essendo già quasi del tutto agnostica, avendo un professore di estrazione laica, che non si è mai limitato ad insegnare il catechismo, ma aveva una visione molto più ampia ed alternativa sul modo in cui la sua materia dovesse essere insegnata) le mie idee venivano considerate come quelle sbagliate e fuori dal coro, io continuavo ad esprimerlo con fierezza, battagliera e sempre decisa a non farmi mettere i piedi in testa da nessuno.

A dire il vero, sono sempre stata una persona buona e tutt’altro che aggressiva (lo dimostrano tutti gli atti di bullismo psicologico che ho dovuto sopportare nell’arco della mia lunga carriera scolastica), ma se di una cosa sono sempre stata certa, è che nessuno e per nessuna ragione al mondo potrà mai togliermi la mia libertà di parola e di pensiero.

Potevano darmi contro, offendermi, chiamarmi “cretina” o “ingenua”, ma mai e poi mai sarebbero riusciti a farmi restare in silenzio.

E così continuo ad essere, persino in età adulta.

A volte mi sento dire che esagero, che me la prendo troppo e che non dovrei perdere il mio tempo a parlare con persone che, evidentemente, non sono in grado di capire i miei punti di vista e le mie argomentazioni.

E’ vero che, così facendo, mi risparmierei un bel po’ di frustrazione, ma poi non mi sentirei in pace con me stessa; io ho bisogno di dire la mia, specialmente quando so di star difendendo qualcosa di importante.

Come ogni volta che Salvini o qualcun altro membro del suo governo apre bocca.

Abbiate pazienza, non ho mai avuto la pretesa di gestire un blog apolitico o super partes, ho sempre espresso liberamente tutte le mie opinioni, sforzandomi sempre di mantenermi lucida ed informata, evitando di diffondere dati o fatti non veritieri, perché niente irrita il mio sistema nervoso tanto la disinformazione – cosa che, sfortunatamente, sembra non essere particolarmente diffusa fra il resto degli utenti del web.

E poi, se devo essere sincera, credo che questo sia il momento meno indicato per stare zitti: in un periodo in cui il paese è in preda al delirio, all’odio e all’intolleranza, un periodo in cui il governo stesso fomenta tali sentimenti a discapito della società e del benessere civile, è necessario che le persone che ancora fanno parte dell’opposizione trovino il modo di parlare a voce alta e facciano tutto il possibile per risvegliare le coscienze altrui.

Ovviamente non ho la pretesa di far cambiare idea a chi non è d’accordo con me, ma mi piange il cuore nel vedere quante persone siano cadute nel tranello di questa nuova politica incentrata sull’odio e sull’intolleranza.

Sempre che si possa davvero parlare di politica, perché a questo punto mi pare evidente che non ci troviamo più di fronte alla classica dicotomia “Destra-Sinistra”, quanto piuttosto ad un inquietante bivio fra umanità e disumanità.

E’ così ed oramai è innegabile, chiudere gli occhi e far finta di niente non ci aiuterà a superare i problemi, né a cambiare il fatto che questa società stia lentamente sprofondando nel baratro.

Non si tratta di essere a favore di politiche anti-migratorie, desiderare maggior sicurezza o banalmente avere ideologie politiche differenti: siamo arrivati al punto in cui, per difendere tutto questo, si rinuncia alla propria umanità.

Ed ecco che si arriva ad augurare la morte ai migranti, a negar loro soccorsi, a non sconvolgersi di fronte alla fine di vite innocenti; si incita al bullismo, all’odio, al razzismo, quasi dimenticandosi che le scelte private e personali non dovrebbero andare ad intaccare il rispetto per il prossimo.

Non sempre è possibile far capire a chi vive di fanatismo che esso non può portare a niente di buono: per molte persone con cui ho avuto a che fare sul web, non essere a favore dell’aborto significa voler privare le altre donne della possibilità di usufruire del proprio diritto (e chiamarle assassine, cagne, poco di buono); non essere a favore dei matrimoni o delle adozioni gay, vuol dire essere omofobo; non volere che gli stranieri abusino delle disponibilità del paese, significa trattarli come feccia o augurar loro la morte.

Infine, di fronte a coloro che non riescono a concepire come si possa giudicare così aspramente un individuo o pensare di poterlo privare delle proprie libertà, reagiscono con disprezzo e superiorità, quasi a volerci fare credere di essere noi quelli nel torto.

Siamo noi, quelli che non accettano le discriminazioni.

Noi, che capiamo benissimo come si possa essere contrari all’aborto o all’eutanasia, alle unioni civili e alle adozioni omosessuali, noi che comprendiamo il fatto che per molte persone sia difficile accettare chi è diverso, estraneo, incompatibile con il proprio stile di vita… Ma che per nessuna ragione al mondo, pensiamo che sia giusto odiare, rifiutare o discriminare.

Mi sforzo di capire che cosa stia succedendo a questo mondo – a questo paese – e mi chiedo che cosa possa mai essere andato storto, tanto da condurre buona parte della popolazione ad una tale disumanizzazione.

Faccio adesso un discorso su scala mondiale, ma guardandomi intorno ed osservando la gente che mi circonda, non posso nascondere la mia preoccupazione per le sorti dell’Italia, sempre più prossima a scivolare nuovamente nel baratro di un regime fascista.

Ovviamente c’è da augurarsi che non si arrivi davvero ad un regime dittatoriale, ma per quanto riguarda il fascismo, non possiamo proprio negare il fatto che ci stiamo realmente ri-addentrando all’interno di un simile scenario politico.

Possiamo nasconderci dietro a luoghi comuni e frasi fatte, voltandomi dall’altro lato, ma non possiamo fare finta che la storia non si stia ancora una volta ripetendo – ennesima dimostrazione del fatto che noi italiani, dalla storia, non siamo molto bravi ad imparare la lezione.

Siamo immersi nell’odio, nell’intolleranza e nel rifiuto per il prossimo, e se solo ti azzardi a dire loro di non essere d’accordo con tutto questo, allora sei un ingenuo, un buonista.

Solo perché si possiede ancora un briciolo di umanità.

Proprio come avveniva ai tempi del fascismo per i “pietisti”, tutti coloro che non concordano con posizioni tanto estreme vengono additate come ingenue o pericolose per il benessere del paese – il quale, a quanto pare, meriterebbe di essere depurato dalla “feccia” che lo popola.

Se non sei d’accordo con loro, allora non t’importa davvero del benessere del paese e se solo provi a fargli capire il tuo punto di vista, semplicemente sei cieco, non ti rendi conto di come vadano realmente le cose, sei ingenuo e vivi nel mondo delle favole.

Se sei umano, in sintesi, sei visto come il nemico.

Nemico di cosa, mi domando; forse della sicurezza del paese? Della tradizione? Della moralità?

E noi, invece, contro cosa stiamo combattendo?

Contro un ministro per la famiglia che è contrario all’aborto, agli omosessuali, a tutto ciò che va contro il canonico modello di famiglia patriarcale e tradizionale; contro un ministro degli interni che, invece che curare realmente la politica del paese, così da migliorare e riordinare le politiche dell’immigrazione, inneggia all’odio e al razzismo?

In molti hanno obiettato riguardo al fatto che non si possano giudicare le opinioni altrui e che comunque molte leggi (Legge 194, Legge Cirinnà ecc.) non potranno in alcun modo essere toccate, dunque che senso avrebbe infiammarsi tanto per qualche parere personale semplicemente espresso in totale libertà?

In effetti non sarebbe affatto un problema, se simili dichiarazioni non provenissero da importanti cariche istituzionali: parliamo di un ministro degli interni che non si fa problemi a pubblicare il proprio disprezzo sui social network, come se fosse un ragazzino infervorato e non un rappresentante del popolo a livello nazionale, o di un ministro della famiglia che esprime apertamente il proprio dissenso nei confronti di tutto ciò che non rientra nel canonico quadro della Famiglia Mulino Bianco o che addirittura intima ai consultori giovanili di persuadere le giovani donne incinte a non abortire, o a ridurre l’informazione e la formazione sessuale.

Capite qual è il problema? Se i primi a farsi portavoce di tale intolleranza sono proprio i nostri politici, in che modo la cosa finirà per riflettersi nella nostra società?

Arriveremo ad un punto in cui sarà del tutto lecito fare discriminazione, diffondere odio ed intolleranza, perché – in fin dei conti – se è la nostra classe politica a farlo apertamente, perché mai per noi semplici cittadini dovrebbe essere differente?

Perché dovremmo stupirci se la maggior parte delle persone si definisce contraria all’immigrazione, razzista, omofoba o maschilista, contraria a qualsiasi forma di emancipazione femminile e non, diffidente nei confronti di uno stato Laico e di tutto ciò che non viene inquadrato all’interno dei classici canoni della tradizione cattolica?

Non è di questo governo che sono spaventata, dell’eventualità che si possa arrivare davvero a rivivere un nuovo periodo fascista… Non ho intenzione di piegarmi a nessuna forma di autorità e per quanto io non possa certo classificarmi fra le “categorie privilegiate” (sono donna, attivista e fastidiosamente liberare ed anticonformista, sarebbe sciocco pensare il contrario) non smetterò mai di lottare contro un governo che va così duramente contro tutti i miei principi.

Ciò che mi spaventa davvero, è la consapevolezza che i miei connazionali stiano portando avanti questa battaglia di esclusione e di emarginazione, tanto che se andiamo avanti di questo passo, finiremo davvero per essere noi “buonisti” la minoranza, coloro per i quali la discriminazione è un pericolo e che ancora si sforzano di lottare per una società inclusiva e basata sul rispetto delle opinioni altrui e delle loro libertà – civili e non.

Mi spaventa il pensiero che si possa davvero provare un simile disprezzo per gli altri da non riuscire ad accettarne l’esistenza o poter pensare di privarli dei propri diritti, delle proprie scelte e della propria libertà.

A volte penso a quanto sarebbe tutto molto più semplice se ogni singolo individuo provasse a ripetere a se stesso: “Solo perché io non capisco, o non sono disposto a condividere qualcosa, ciò non significa che questo sia sbagliato o che gli altri lo siano.”

Forse, in questo modo, ci ritroveremmo in un mondo in cui gli stranieri vengono accolti e non ghettizzati, in cui le donne sono libere di gestire il proprio corpo senza che nessuno possa permettersi di farle sentire nel corpo, in cui uomini e donne convivono serenamente insieme, senza discriminazioni, ed in cui tutto ciò che è diverso viene apprezzato, compreso, interiorizzato.

Un mondo in cui ogni singolo individuo si confronta ed impara da coloro che sono diversi da lui, come dovrebbe essere in ogni aspetto della nostra vita.

Un mondo in cui essere umani non sia più un aspetto sul quale si debba negoziare.

 

Ps: Nella giornata oggi, un’iniziativa nazionale invita la popolazione ad indossare una maglietta rossa in sostegno della deumanizzazione che sta lentamente degenerando all’interno della società.

Io aderirò senza dubbio e mi auguro che anche voi altri mi siate vicino! 🙂

 

 

 

 

Body Shaming

Era da un po’ di tempo che avevo in mente di scrivere un posto sull’argomento, e visto che di recente mi è capitato di vedere qualche post su facebook al riguardo – un’ennesima dimostrazione del fatto che di certe tematiche non si parli abbastanza e che, di conseguenza, non si faccia sufficiente informazione ed educazione alla tolleranza – ho deciso che è finalmente giunto il momento di portare in tavola la questione, trattandosi di un fenomeno sempre più diffuso e che, al giorno d’oggi, pare essere ancora troppo sottovalutato e non approfondito quanto effettivamente meriterebbe.

Sto parlando, come avrete intuito dal titolo, del triste fenomeno del “Body Shaming”.

Per coloro che fossero a digiuno di inglese, spiego brevemente che il termine indica quella tendenza a fare bullismo, prendere in giro, insultare e criticare una persona in base al proprio corpo.

Se siete stati offesi o presi di mira perché troppo magri, troppo grassi, con un corpo non considerato “bello o equilibrato” e che non rientra negli “standard contemporanei di bellezza”, allora sappiate che siete stati vittime di Body Shaming.

Una cosa molto brutta, non è vero?

Eppure si tratta di un fenomeno all’ordine del giorno, costantemente alimentato dal narcisismo che governa questa triste e grigia società dell’apparire, una società in cui il valore del singolo si misura in numero di like e visualizzazioni, e nella quale è più importante essere avvolti da un gradevole ed ammirevole involucro, piuttosto che conservare all’interno un contenuto di sani principi, intelligenza, valori profondi e moralità. Inutile dire che siano principalmente gli stereotipi ed i luoghi comuni dai quali veniamo quotidianamente bombardati i primi, effettivi fondamenti di questo deprecabile fenomeno di bullismo.

Perché è solamente di bullismo che possiamo parlare, quando ci si sente in diritto di esprimere giudizi e critiche tanto forti sull’aspetto fisico di un individuo.

Inizialmente, forse, ci si limitava ad eleggere standard di bellezza – spesso irraggiungibili – ai quali aspirare e si lavorava sodo, talvolta fino a raggiungere i limiti dell’ossessione, per allontanarsi il più possibile da tutto ciò che non ne faceva parte; oggi, probabilmente perché ci sono persone che riescono a trovare il proprio equilibrio e la propria soddisfazione personalmente solamente nell’atto di demolire l’ego altrui, all’autodeterminazione aggiungiamo anche il rifiuto, il disprezzo ed il più vile maltrattamento di ogni singolo canone estetico che non sia incluso in quell’irrealizzabile modello chiamato “perfezione”.

Una cosa terribilmente triste, a mio avviso, ma sempre più comune.

Il Body Shaming, in principio riservato principalmente alle donne – forse più soggette alla mercificazione e, di conseguenze, ancora più soggette a pressioni ed aspettative riguardanti l’asetto fisico – oggi non risparmia più nessuno: persone grasse o non definibili come “magre”, troppo esili e fuori forma, caratterizzate da difetti fisici di qualsiasi genere … A dire il vero, siamo ormai arrivati al punto in cui non è neppure necessario essere considerati oggettivamente “al di fuori dai canoni” per divenire vittime reali di Body Shaming.

La sola discriminante, arrivati a questo punto, è il semplice possesso di una qualche “caratteristica difettosa”, che agli occhi del bullo di turno vale come ragione più che sufficiente per essere meritevole di critiche, insulti e giudizi insindacabili.

Per quanto il Body Shaming sia forse più comune fra le donne, non si può negare (e non lo si deve fare, sarebbe certamente controproducente) che anche gli uomini ne siano vittime, siano essi troppo magri o fuori forma, bassi, talvolta persino troppo muscolosi… Insomma, come ho già detto qualche riga addietro, il Body Shaming non risparmia proprio nessuno.

Non sono qui per parlare di cosa sia concettualmente il Body Shaming, ma vorrei piuttosto soffermarmi sul modo vergognoso in cui questo sta prendendo piede nella nostra società contemporanea, e – soprattutto – degli effetti che rischia di avere sulle perone che ne sono vittima (specialmente le nuove generazioni, più facili e più sensibili a questa nuova società dell’apparenza).

Non mi preoccupa tanto il pensiero che le persone siano così ossessionate dal proprio aspetto e dal volersi sentire inquadrati all’interno di un particolare standard di bellezza (insomma, finché non mettono a repentaglio la propria salute, sono questioni personali che non mi riguardano) quanto, piuttosto, questo bisogno incontrollabile di gettare veleno su chi, per una ragione o per un’altra, non è universalmente considerata come attraente – o almeno, non dal punto di vista di chi insulta.

A preoccuparmi è il fatto che siano sempre di più le persone che si sentono in diritto di criticare e maltrattare gli altri, persone che ritengono di avere in mano una verità così assoluta da permettere loro di essere tanto arroganti e prepotenti con gli altri.

E magari, dall’altro lato, c’è qualcuno che fa ancora molta fatica ad accettare il proprio aspetto: una donna in sovrappeso che non riesce a dimagrire, magari a causa di problemi ormonali; un’altra troppo magra, che vorrebbe sentirsi sexy ma per tale ragione non ci riesce; un uomo senza muscoli, fuori forma e magari con un po’ troppa pancetta, che si sente sminuito a causa di una società che lo vorrebbe diverso, più macho; oppure il palestrato con gli addominali d’acciaio, ormai stanco di sentirsi dire che ad ogni muscolo in più sul proprio corpo corrisponde un neurone in meno nel suo cervello.

Non tutti sono in grado di far fronte alle critiche, perché spesso si tratta di persone che si trascinano dietro quei problemi da sempre ed ogni insulto ricevuto corrisponde ad un passo indietro nel loro percorso di autodeterminazione.

Ecco perché il Body Shaming è sbagliato, e non solo quando si rivolge a chi non è in grado di lasciarsi scivolare quegli insulti di dosso; è sbagliato umiliare le persone, ed è ancora più sbagliato farlo ponendosi su di un piedistallo.

Nessuno dovrebbe avere il diritto di dire a qualcun altro cosa è giusto e cosa è sbagliato, specialmente quando si tratta del suo aspetto.

E ripeto, lo è in qualsiasi circostanza, perché persino una persona abbastanza a proprio agio con il suo corpo non merita il bullismo, e poco importa se le umiliazioni possono scivolare di dosso: non vi è nulla di peggiore di un individuo che prova soddisfazione nel demolirne un altro.

Ho parlato di Body Shaming, ma il bullismo naturalmente non si limita a questo; è però vero che il Body Shaming è una delle forme più diffuse, essendo esso legato al costante bisogno di apparire e raggiungere la perfezione fisica.

E’ piuttosto facile immaginare quali possano essere le ragioni di tali forme di bullismo: insicurezza, per lo più, un’insoddisfazione tale da poter colmare quel vuoto di insoddisfazione solamente con parole atte a distruggere l’esistenza altrui; in altri casi, invece, si tratta di pure forme di marketing, e ciò avviene principalmente quando il Body Shaming viene fatto da promoter e “wellness coach” che pur di riuscire a vendere i propri prodotti dimagranti fanno leva sulle imperfezioni fisiche e sui difetti altrui- e di questo argomento, fra le altre cose, desidero parlare in maniera un po’ più approfondita durante uno dei miei prossimi articoli.

In ogni caso, tutto questo non va minimamente a giustificare le azioni di bullismo, ma di certo aiuta a comprendere il meccanismo della psiche di chi ne fa uso e può forse, in qualche modo, fornire sufficienti strategie per affrontare questo genere di critiche tutt’altro che costruttive.

Vorrei comunque dire a tutti coloro che almeno una volta siano stati vittime di Body Shaming, che non esiste davvero NESSUNO a questo mondo in grado di dirvi in che modo dovreste essere; se desiderate cambiare per voi stessi, per il vostro benessere personale, avete tutto il mio sostegno ma non fatelo MAI perché qualcun altro ve lo dice.

Dovete essere quello che siete, solo perché voi lo desiderate.

E a quel punto – ve lo posso assicurare – nessuna forma di cattiveria e discriminazione sarà realmente in grado di ferirvi.

 

 

 

Ultimi prompt, perché sono una pessima scrittrice che non ha tempo per aggiornare!

GENDER FLUID

Essere una persona genderfluid, al giorno d’oggi, è spaventosamente frustrante e complicato.

A volte ci provo, con molta calma e pazienza, a spiegare a chi mi circonda che cosa significhi esattamente essere come me: non volersi inquadrare in un unico genere, non accettare il fatto che ci si debba unicamente relegare ai due generi canonici, avere un’identità che fluttua, libera da stereotipi o vincoli imposti dalla società.

A quanto pare, in molti hanno difficoltà ad accettare il fatto che alcune cose – come la sessualità e gli orientamenti di genere – non possano essere riposte all’interno di pratiche e precise scatoline, ognuna con sopra la propria insindacabile etichetta, o non siano catalogabili all’interno di definizioni indiscutibili.

Eppure, a me sembra del tutto impossibile pensare che simili questioni possano essere etichettate con tanta velocità e superficialità.

In fin dei conti, sono cresciuta con l’idea che in ogni persona possano coesistere aspetti maschili e femminili, e ripensandoci, che cosa determina effettivamente ciò che è prerogativa del maschio e della femmina? Che cosa si intende, effettivamente, per genere?

Perché il mio essere nata donna e sentirmi perfettamente a mio agio con il corpo che mi ospita, dovrebbe escludere il fatto che io possieda anche aspetti maschili, dai quali mi sento totalmente rappresentata?

Forse è vero che nessuno riuscirà mai a capirlo, forse la maggior parte delle persone preferiranno sempre seguire la via più semplice, quella che non ha bisogno di ulteriori spiegazioni.

Io, al contrario, continuerò ad essere fedele a me stessa e ad apparire “strana” agli occhi di chi mi guarda.

E questo mi renderà senza dubbio molto più libera e felice di tutti gli altri.


LUOGHI COMUNI

Se sei gay, allora sei effeminato.

Se sei lesbica, allora sei rude e poco femminile.

Se sei bisessuale, probabilmente non hai le idee chiare e comunque, prima o poi, cambierai idea e sceglierai di farti piacere solamente i maschi o le femmine.

Se sei transessuale… Ma scusa, non potevi semplicemente diventare omosessuale?

Se sei una drag queen, un drag king o un travestito, probabilmente sei solo omosessuale e ancora non l’hai capito.

Se sei femmina devono piacerti il colore rosa, la danza, i lavori di casa; se sei maschio l’azzurro, il calcio e le automobili.

Bianco e nero, alto e basso… Opposti estremi e paralleli, destinati a non incrociarsi mai.

E se invece, provassimo a guardare il mondo da un’altra prospettiva?


INTERSESSO

Mi fa paura il futuro.

Non ho mai pensato ad esso come ad un qualcosa di tanto incerto e spaventoso, non come adesso; credevo che, nel momento in cui sarei diventata madre, avrei guardato all’avvenire solamente con tanta fiducia ed entusiasmo.

Con ottimismo.

Eppure, nel momento in cui i medici sono entrati nella stanza per parlarmi della piccola Julia, quel colore rosa che fino ad allora mi aveva avvolto delicatamente si è tinto di nero, di colpo e con una tale violenza da farmi quasi sentire in faccia la ferocia di uno schiaffo.

La bambina è affetta da una rara forma di ermafroditismo: in pratica, possiede entrambi i gameti e le gonadi maschili e femminili… In parole povere, non può essere inquadrata in un unico sesso.

Non è grave, assolutamente, la sua salute non ne risentirà in alcun modo, ma la cosa potrebbe avere dei risvolti negativi in ambito psicologico e sarebbe bene che anche voi foste preparati ad affrontare la cosa.

Ermafrodita.

Sì, lo so che non si tratta di una malattia e che mia figlia crescerà comunque bene ed in salute… Ma come farò, un giorno, a spiegarle che la natura ha voluto che lei nascesse in questo modo? Quando mi chiederà perché non assomiglia in tutto né ai maschietti né alle altre femminucce – o più semplicemente, perché somiglia così tanto a tutti e due – che cosa le risponderò?

E quando saranno i suoi compagni di scuola a prenderla in giro?

In che modo potrò difenderla dalla cattiveria degli altri, dai pregiudizi e dall’intolleranza? Che cosa potrò mai fare per farla sentire al sicuro, in questo mondo di merda?

La mia piccola, crescerà come una creatura speciale, destinata a non essere compresa dalla maggior parte delle persone che incontrerà nell’arco della sua vita.

E nel mio piccolo, dovrò fare tutto il possibile affinché lei resti sempre e comunque consapevole del fatto che ci sarà sempre, al suo fianco, qualcuno disposto a capirla e ad accettarla pienamente per quello che è.


PRIDE

Musica, colori, risate e sorrisi ovunque.

Mi guardo intorno come se fossi appena venuta al mondo, sorpresa ed estasiata da un regno che fino a quel momento era esistito sempre e solo nelle mie fantasie.

Il mio primo Gay Pride.

Non è affatto una carnevalata o una pagliacciata, come in molti penserebbero: è un’oasi felice, un luogo nel quale l’amore, il rispetto e la tolleranza la fanno da padroni, un frammento di tempo e di spazio incontaminato dall’odio e dalla bieca ignoranza che solitamente caratterizzano l’esistenza che ci ospita.

E’ un luogo nel quale poter respirare felicità.

Quasi mi sembra di riuscire a vedermi dall’esterno, in marcia di fianco ai miei amici, a sostenere una causa della quale ricordo di essermi sempre fatta portavoce: sono fiera, maestosa, traboccante di orgoglio e felicità.

Qui, in mezzo a questa folla, siamo tutti uguali eppure tutti splendidamente, unicamente diversi; marciamo, lottiamo, ridiamo e danziamo al ritmo dei nostri cuori che martellano all’unisono.

Ed è la sensazione più bella che io abbia mai profato.