SETTEMBRE

Settembre, per qualche motivo, è sempre quel mese in cui la vita di ogni persona ricomincia a girare dopo un più o meno lungo periodo di sosta.

Si dice che i buoni propositi inizino sempre a partire da gennaio ma quando c’è da mettersi in modo in maniera attiva per raggiungere un obiettivo è sempre settembre il momento migliore per ricominciare.

Forse dipende dal fatto che dopo agosto, con la sua letargia e la sua indolenza, sia necessario uno slancio impetuoso ed immediato per riprendere nuova coscienza e consapevolezza di se stessi, ed ecco che settembre diviene necessariamente il mese dei nuovi inizi.

Inizi, si spera, destinati ad essere proficui.

Non nascondo il fatto di aver trascorso molto tempo avvolta in una crisalide di noia e svogliatezza – soprattutto per quanto riguarda la scrittura – ma forse anche per me il mese di settembre rappresenterà una positiva svolta, una sorta di “risveglio autunnale” dopo il letargo dell’estate.

Sono stata due settimane in vacanza con il mio ragazzo, siamo stati in Calabria a visitare i luoghi della mia infanzia ed è stata per me un’esperienza davvero intensa, certamente significativa sotto ogni punto di vista emotivo, mentale e spirituale. È stato un po’ come ritrovare me stessa, una nuova me in fin dei conti non così lontana da chi ero in passato, quella bimba-ragazzina sognatrice ed emotiva che troppo spesso è andata dimenticata.

Ho ritrovato anche un rapporto con i miei genitori che non credevo possibile, certamente migliorato grazie alla distanza che adesso ci separa rendendo più semplice il far parte delle nostre rispettive vite. Ho ripescato un milione di ricordi ed è stato buffo, da una parte, mentre dall’altro lato mi ha fatto provare un’incredibile sensazione di malinconia; ho realizzato quanti anni siano ormai passati da allora e la consapevolezza di non essere più una bambina mi ha colpita come un fulmine a ciel sereno.

Sì, so bene di essere cresciuta e di non essere più una ragazzina – non è servita certo una vacanza a ricordarmelo – ma non ci penso così spesso, o almeno non sto costantemente a guardare il tempo che passa davanti ai miei occhi. Sono felice di quello che accade nella mia vita e sono fiera di ciò che ho raggiunto nel corso degli anni, sono soddisfatta dei risultati ottenuti e guardo con entusiasmo e speranza al futuro ed agli anni a venire.

Del resto, perché non dovrei esserlo? Forse non sono ancora del tutto realizzata come persona ma chi lo è veramente? Sicuramente sono fiera della persona che sono adesso, dunque perché mai dovrei rimpiangere il mio passato? Eppure mi sono ritrovata a pensare al passato con tanta nostalgia ed a rimpiangere un po’ quei tempi spensierati da bambina, quelle giornate trascorse senza troppi pensieri e distanti da ogni preoccupazione della vita quotidiana.

Chissà, magari la mia è solo un po’ di “sana” paura di essere adulta… Alla mia età penso sia normale, dopo tutto.

In ogni caso credo che queste due settimane di vacanza mi abbiano fatto davvero bene e credo anche che il mio rapporto con Alessandro ne abbia risentito in positivo: è stato bello, innanzi tutto, portarlo con me nei luoghi della mia infanzia, mi ha fatto sentire più vicino a lui ed è stato un po’ come se fossi riuscita a fargli conoscere la me “bambina”, quella nascosta nel profondo dentro di me.

E credo, tutto sommato, che a lui sia stata piuttosto simpatica.

Inoltre è stata la nostra prima vacanza lunga ed è stato bello rendermi conto di quanto siamo compatibili, tanto come compagni di viaggio – il che non è poi una cosa tanto scontata – che di vita; ho capito che è lui la persona che voglio avere accanto per il resto dei miei giorni ed aver condiviso con lui un’esperienza tanto profonda ed emozionante è stato immensamente bello ed importante.

Non è stato per niente semplice fare ritorno alla vita di tutti i giorni, tornare al lavoro e riprendere in mano la mia routine – che, nel mio caso, significa principalmente fare mente locale sui miei obiettivi e cercare di perseguirli, in qualche modo. Ho avuto un paio di battute di arresto, problemi con “amici” che dopo mesi non credo più di poter ritenere tali, e la lunga assenza dai miei hobby è stata sicuramente frustrante, ma forse adesso sono pronta a ripartire.

Penso di poter ricominciare con le lezioni di canto a fine mese, ho in programma di ritornare in piscina e – cosa più importante – ho ricominciato a scrivere. Non solo, ma ho finalmente riaggiustato il mio manoscritto e l’ho già spedito a qualche casa editrice, sperando che prima o poi una di queste decida di pubblicarmi.

Ho un sacco di progetti in cantiere ed alcuni sono stati già avviati, quindi intendo non darmi per vinta e fare del mio meglio per realizzare i miei sogni. Ci vorrà del tempo, lo so, ma ci devo almeno provare altrimenti finirò per tradire me stessa e mi trasformerò in una di quelle persone così ciniche e pessimiste che tanto disprezzo, scoraggiate dalla vita e che non credono più nei sogni.

Io, invece, nei sogni ci voglio credere ancora.

Anche perché prima o poi almeno uno di questi sogni si dovrà pur avverare… No?

“Mi permetta di offrile un caffè” – Recensione

Ciao a tutti, amici lettori!

In questo sabato pomeriggio vorrei parlarvi di un libro che ho letto da poco e che ritengo meritevole di essere pubblicizzato, anche perché la scrittrice è una mia amica e le avevo promesso che prima o poi avrei parlato anche del suo romanzo all’interno di questo Blog.

Si tratta di “Mi permetta di offrirle un caffè”, edito da “Le Mezzelane” e scritto dalla giovane e promettente Elena Fanti – e qui lo dico da lettrice, non da amica. Quindi sappiate che non mento.

TRAMA:

Anna, cinquant’anni, è una donna la cui vita sembra non avere più alcun senso.

Intrappolata in un matrimonio senza amore, al fianco di un uomo meschino ed egoista, non fa che riflettere su quanto sia andato storto negli ultimi anni: amicizie perdute, figlie che sembrano non curarsi più di lei ed un desiderio di romanticismo ormai spento, sbiadito assieme ad un’antica speranza di sollievo e di felicità.

Ogni cosa, per Anna, sembra essere perduta e non esistono più valide ragioni per andare avanti.

Fino a quando, un bel giorno, non incontra Donato, un uomo in sedia a rotelle che sin dal primo istante riesce a scorgere negli occhi della donna una luce che lei stessa credeva essersi ormai spenta, una specie di “angelo custode” arrivato al momento giusto per trarla in salvo dall’oblio nel quale era pronta a precipitare.

Anna si ritrova, quasi senza accorgersene, a parlare con Donato di fronte ad un caffè, aprendosi e confidandosi come si farebbe con un vecchio amico. Una rapida boccata di aria fresca, un improvviso ristoro dopo una vita trascorsa in un’angusta gabbia di vetro, di quelle che tolgono il respiro.

I due decidono di vedersi anche il giorno successivo ed in men che non si dica quel caffè pomeridiano diviene un appuntamento fisso, una pausa dalla vita quotidiana ed un momento di pace nel quale Anna può finalmente concedersi di raccontare se stessa, di esprimere i propri sentimenti ed i suoi più reconditi desideri, sostenuta da qualcuno che per la prima volta non si azzarda a giudicare, ma ascolta paziente e comprensivo, senza farla sentire in colpa per essere semplicemente se stessa o per volere di più.

Non mi dilungherò eccessivamente con la trama, anche perché non mi piace spoilerare le letture, ed andrò immediatamente a parlare di quelle che sono state le mie impressioni circa questo romanzo.

In primo luogo, ho senza dubbio apprezzato lo stile con cui è scritto, uno stile semplice ma non per questo povero e banale – anzi, l’autrice dimostra di essere davvero un’ottima penna, minuziosa nelle sue descrizioni, attenta e precisa, ma soprattutto sensibile e capace di entrare a fondo dentro la psicologia dei suoi protagonisti, nei confronti dei quali non si può non provare una forte sensazione di affetto.

Elena scrive senza troppi orpelli ed inutili giri di parole, il suo modo di raccontare gli eventi è diretto ma mai grezzo o disordinato, e si evince sin dalle prime righe che il suo intento narrativo sia non solo quello di intrattenere i suoi lettori ma di suscitare in loro profonde emozioni, le stesse vissute a fior di pelle dai suoi personaggi.

Non è semplice parlare di una donna di mezza età oramai disillusa ed in preda allo sconforto, di certo non per una ragazza così giovane, eppure Elena non fatica a narrare in maniera chiara e perfettamente plausibile la storia di Anna, una persona talmente lontana da lei e da noi giovani lettrici da sembrare, paradossalmente, altrettanto simile e vicina. E questa sua abilità di mettere in mostra le emozioni e di farle apparire così vera emerge fra le varie pagine di questo – aihmè – breve romanzo, ogni volta che un nuovo personaggio ci viene mostrato.

Direi che il bello della storia sta proprio nella sua spontaneità e nella sua emotività, che lo rendono accattivante e piacevole, al punto tale da non poter fare a meno di sorridere ad ogni capitolo.

Certo, se dovessi trovare un difetto a questo libro direi che forse è un tantino troppo breve e che avrei voluto andare avanti un po’ più a lungo a leggere le avventure di Anna e Donato, forse anche con qualche colpo di scena drammatico in più, giusto per dare un po’ più di tragicità alla storia… Ma ovviamente senza dover rinunciare al lieto fine che – stavolta, abbiate pazienza, ve lo devo spoilerare – in questo romanzo è inevitabilmente garantito.

In conclusione, che cosa dire di “Mi permetta di offrirle un caffè?”

Beh, sicuramente che ne consiglio la lettura a tutti i romantici che mi stanno leggendo, ma soprattutto a coloro che in questo momento si sentono alle strette, a chi è convinto o ha paura di non farcela, a chi teme che l’amore non arriverà mai o che i propri sogni non siano più realizzabili perché il tempo a disposizione, ormaia, è scaduto da un pezzo.

Il tempo a disposizione per i sogni, in realtà, non ha un termine di scadenza.

E leggere questo libro è di sicuro il modo migliore per ricordarselo.

Pillole Disney: Ricominciamo

Circa un annetto fa avevo iniziato una rubrica intitolata “Disney in pillole”, nella quale avevo intenzione di parlare di tutti i classici Disney facendo un’analisi approfondita di ogni opera.

Inutile dirlo, fu un buco nell’acqua.

Mi sono resa conto di aver scritto articoli troppo lunghi e noiosi, e di non avere – per altro – alcuna competenza in materia, per cui ho deciso di riprendere in mano la rubrica e di trasformarla in una raccolta di recensioni dei grandi classici Disney, trattando l’argomento in maniera un po’ meno pretenziosa e sofisticata.

In ogni caso, prima di cominciare con le vere e proprie recensioni, vorrei prima dedicare queste prossime righe ad una prima introduzione dei classici Disney, più precisamente delle sue differenti fasi.

I primi lavori di Walt Disney furono cortometraggi e brevi racconti animati, e bisogna aspettare fino al 1937 per veder arrivare sugli schermi il primo ufficiale cortometraggio animato – per l’appunto, “Biancaneve e i sette nani”. In quel lontano 1937 inizia la prima delle quattro lunghe fasi della storia Disney, a noi meglio nota come Fase Classica.

Questa prima fase, convenzionalmente collocata fra il 1937 ed il 1959 (anno di uscita de “La Bella addormentata nel Bosco”), è probabilmente la più ricca e “sperimentale” di tutte, forse proprio perché rappresenta l’inizio di una nuova era, fatta di sogni e nuove idee, ideali romantici e magia a bizzeffe. Sono gli anni in cui vengono prodotte le prime fiabe (oltre ai due film già citati, ricordiamo anche “Cenerentola”), le raccolte musicali come “Musica, Maestro!”, “Lo Scrigno delle Sette Perle” ed il più famoso, coraggiosissimo “Fantasia” (del quale, naturalmente, approfondiremo la genialità e l’innovazione più avanti nel tempo), fino ad arrivare a film toccanti e commoventi come “Dumbo- L’elefantino volante”.

Questi anni, inoltre, sono segnati da una prima crisi all’interno dello Studio Disney, il quale – a causa dei danni provocati dalla Seconda Guerra Mondiale – si ritrovò a dover affrontare un brusco calo degli spettatori; in risposta a tale crisi, la Disney incominciò a produrre alcuni cortometraggi di propaganda e film di animazione collocati in Sud America (“Saludos Amigos” e “I Tre Caballeros”) con l’intento di accattivarsi anche l’interesse di un pubblico proveniente da altre nazione.

Sfortunatamente, i ricavi di tali produzioni non furono sempre positivi e per evitare un peggioramento dello stato di crisi, li studi furono costretti a diminuire notevolmente i costi, azione che portò rapidamente il colosso Disney verso la sua seconda, sfortunata fase.

La Fase della Crisi, detta anche Medioevo Disney, non è collocabile a partire da un anno ben preciso – pur aggirandosi, con certezza, intorno ai primi anni ’60 – ma inizia a mostrare i propri sintomi con estrema chiarezza, come si può già notare da film come “La Carica dei 101”, film nel quale la trama e lo stile di scrittura non riescono da soli a rivalutare un livello tecnico certamente inferiore al passato. Fino alla fine degli anni ’80 vengono prodotti film di qualità mediocre (nonostante opere di lodevole qualità come “La spada nella Roccia”), caratterizzati da tratti di disegno più poveri e scialbi, da una minore qualità del character design e riutilizzo dei fondali e di molti storyboard. In questo periodo i film tendono a diminuire, anche a causa della concorrenza proveniente da altri studi di animazione, ed è solo nel 1896 che la Disney sembra riuscire a rivedere uno spiraglio di luce, grazie alla brillante pellicola “Basil l’Investigatopo” e ad i primi rudimenti di computer grafica all’interno di un film di animazione Disney.

La fase che segue è definita Rinascimento Disney proprio perché, dal 1989, lo Studio Disney affronta una vera e propria rinascita in seguito alla crisi del Medioevo, grazie anche all’aiuto di talentuosi registi come Clemens e Musker: È “La Sirenetta” il primo capolavoro di questa epica, una vera e propria fiaba ricca di magia e romanticismo, con disegni ed animazioni di prima qualità ed una colonna sonora meravigliosa, firmata Alan Menken. Lo stile è più moderno, non solo graficamente ma per quanto riguarda i contenuti, le figure femminili subiscono una profonda mutazione rispetto alla prime principesse dell’epoca classica (del resto, i film si evolvono assieme alla società) e si ritorna ad una formula classica – ma ben funzionale – di trame convenzionali ma mai troppo scontate, personaggi secondari di effetto e divertenti, musiche spettacolari ed una formula più vicina a quella del musical, con alternanza di canzoni ai dialoghi recitativi.

La crisi è conclusa e gli Studi Disney ricominciano a produrre almeno un film all’anno, riuscendo molto spesso a guadagnarsi importanti riconoscimenti, fra i quali anche i premi Oscar.

Sono gli anni che vedono anche la nascita di una nuova società, la Disney Pixar – della quale, tuttavia, preferirei parlare più avanti ed in maniera più dettagliata – che nel 1995 produce il suo primo lungometraggio in CGI, “Toy Story”. Dal 2000 in poi la concorrenza diventa sempre più spietata, grazie alle produzioni del colosso DreamWorks e alle opere dello Studio Ghibli giapponese, ma la Disney è ormai talmente al sicuro da non temere particolarmente queste accese rivalità.

Il periodo del Rinascimento può ritenersi convenzionalmente concluso alla fine degli anni’90, anni in cui uscì il film di animazione “Tarzan”; da lì in poi, entriamo a far parte della così detta Epoca Moderna.

Quest’ultima fase è, ovviamente, ancora in corso e non completamente ben definita: con i primi film di animazione digitale (escludo, ovviamente, la Pixar, perché si tratta di due studi ben differenti) la Disney ha sentito il bisogno di restare al passo con i tempi, ma i primi risultati (“Chicken Little” e “Mucche alla Riscossa”) sono stati piuttosto deludenti; alcuni film risultano graficamente gradevoli ma piuttosto poveri di trama, altri invece molto validi ma ingiustificatamente dimenticati. Assistiamo nel 2009 ad un ritorno alle epoche classiche con “La principessa e il ranocchio”, che di nuovo non ha assolutamente niente e che spicca esclusivamente per le sue musiche frizzanti e le magnifiche ambientazioni; in un mondo in cui l’animazione CGI è ormai diventata la norma, sembra non esserci più posto per il 2D.

Nel secondo decennio del ventunesimo secolo, tuttavia, ecco che film come “Rapunzel”“Ralph Spaccatutto” e “Frozen” sembrano riportare in auge la buona vecchia Disney, che ad oggi continua ad essere una delle più grandi e promettenti case produttrici di film di animazione del mondo.

Bene, a quanto pare siamo finalmente giunti alla fine di questo lungo percorso storico.

Vi ho forse annoiato? Spero proprio di no!

Nel prossimo articolo inizierò ufficialmente a parlare di classici Disney e, naturalmente, incomincerò con “Biancaneve e i sette nani”; mi raccomando, restate sintonizzati! 🙂

Alla prossima!

Conosciamo i nostri limiti

In questo periodo mi è tornata l’ansia, anche se in forma sufficientemente modesta da permettermi di tenerla sotto controllo.

Penso di sapere a che cosa sia dovuto: ho troppo poco tempo per fare qualsiasi cosa e devo riuscire ad incastrare oltre al lavoro lo studio per i concorsi, la lettura, la scrittura, il gioco di ruolo, il canto, la mia famiglia e, ovviamente, la mia vita sociale ed affettiva.

Non è facile, il modo migliore per affrontare questo genere di problemi sarebbe tentare di stabilire una sorta di routine o, più facilmente, darmi delle priorità, ma anche questo non è per niente semplice perché – diciamoci la verità – per una persona così esageratamente sensibile ed emotiva è una vera e propria tragedia dover prendere una decisione, specialmente quando la scelta deve ricadere fra le cose che più amo.

Del resto, è davvero possibile definire quali siano le nostre priorità? Quanto meno, immagino che sia necessario.

Serve a restare organizzati e riuscire a gestire senza troppa fatica la propria vita, soprattutto è necessario se si vuole mantenere l’equilibrio, la lucidità e – più di ogni altra cosa – la propria sanità mentale.

Nel mio caso è un basilare processo di sopravvivenza e di autoconservazione.

Avevo iniziato l’evento del “Writober” come avevo fatto l’anno scorso, pensavo che sarebbe stato utile a stimolare la mia creatività e di poterlo utilizzare come esercizio di scrittura, ma alla fine non sono riuscita a star dietro ai prompt giornalieri e sono già rimasta indietro dopo soli 4 giorni, cosa che mi ha provocato un tale senso di frustrazione da farmi decidere di voler semplicemente smettere di portare avanti l’evento.

Alla fine ho semplicemente avuto la conferma di quanto ho sempre saputo, ossia che non riesco a scrivere secondo un calendario giornaliero ed entro tempi concordati, sapere di avere dei limiti di tempo così stretti mi fa sentire costretta, vado nel panico ed il più delle volte mi ritrovo persino a non avere abbastanza tempo per star dietro a tutto quanto.

So bene che se mai un giorno dovessi trovare qualche casa editrice disposta a pubblicarmi dovrei comunque imparare a rispettare degli scadenzari, ma si tratterebbe in ogni caso di tempi più lunghi e di un tipo di stress completamente differente.

Non credo di potercela fare adesso e per quanto mi piacesse l’idea di partecipare nuovamente al “Writober”, per quest’anno mi vedo costretta a gettare la spugna e a rivedere le mie priorità. Amo scrivere, lo faccio per divertimento e per la necessità di distrarmi ed esprimere me stessa, mi piace raccontare storie con l’obiettivo di emozionare il prossimo e sì, desidero davvero pubblicare libri per il resto della mia vita – per quanto possibile, naturalmente.

Però devo farlo in maniera più sapiente e ragionata.

Non posso passare ore ed ore a frustrarmi in cerca di un’ispirazione forzata e non posso obbligarmi a seguire un calendario cadenzato nel quale sento di non riuscire ad incastrarmi. Gli esercizi di scrittura sono utili, utilissimi, ma non devo fare di essi una specie di maratona senza sosta.

Devo essere produttiva, certo, ma senza stressarmi.

Dovrei averlo già capito, oramai: non posso stressarmi dietro alle troppe cose da fare e devo, inevitabilmente, mettere da parte le cose di troppo o quelle che al momento non risultano essere necessarie – e se non voglio metterle da parte in via definitiva, quantomeno, tenerle in sospeso almeno per un po’.

Lo devo a me stessa, per il mio benessere.

In questo momento so di voler essere felice, di realizzarmi tramite il mio lavoro e le mie relazioni sociali, inoltre so di volermi esprimere attraverso la musica, il canto e – ovviamente – la scrittura. Ci tengo davvero ed il sogno di pubblicare le mie opere continua a brillare vivido nel cielo della mia vita – che orribile metafora, adesso penso di essere diventata un po’ troppo melensa.

Devo solo avere coraggio, ottimismo e costanza.

E soprattutto imparare a riconoscere i miei limiti, così che diventino la mia forza e non una debolezza.

Always Remember Us This Way (“A Star Is Born”)

GIORNO 2: RADIO

“Eccola, eccola! È lei, alza subito il volume!”

Ali guardò Jackson con aria incerta e titubante, arrossendo per l’evidente imbarazzo di quel momento.

“Eddai, Jackson…” farfugliò timidamente “I-io mi vergogno.”

“Cosa? Non dire sciocchezze, Ali!” la canzonò l’uomo, ridendo sotto i baffi “Questo è il tuo grande momento, dovresti celebrarlo e non provare vergogna. Senti qua…”

Allungò una mano per girare l’interruttore ed alzare di almeno un paio di unità il volume della radio.

La musica si diffuse rapidamente in tutta la stanza e la voce di Ali, così morbida e potente al tempo stesso, risuonò con dolcezza nell’aria facendolo sorridere beatamente.

“Meraviglioso.” Sospirò Jackson, chiudendo gli occhi e perdendosi in quell’estasi “Semplicemente meraviglioso.”

Ali lo fissò con fare ancora incerto, il fiato a mezz’aria.

“Tu dici?” chiese “P-pensi davvero che sia un buon lavoro?”

Jackson annuì fieramente.

“Il migliore che io abbia mai ascoltato.” disse “Beh, dopo i miei!”

I due scoppiarono a ridere e a quel punto, in uno slancio di entusiasmo, Ali si lanciò fra le braccia di Jackson e lo fece rotolare sul letto insieme a lei, fra le risa di entrambi. L’uomo atterrò sopra la ragazza ed incominciò ad accarezzarle i capelli, fissandola con sguardo innamorato.

Ali sorrise e sospirò profondamente.

“Sono felice.” mormorò con voce morbida e gentile “Davvero felice.”

Jackson rise gioioso.

“Anche io.” le rispose “Immensamente.”

Il volto di Ali s’illuminò ed il suo sguardo sembrò tingersi dello stesso colore dorato delle stelle.

Si sporse in avanti e lasciò che il suo naso si sfregasse teneramente con quello di Jackson, il quale in risposta lasciò scivolare le proprie mani fra i lunghi capelli di Ali, giocherellando con essi.

“Di’ un po’…” bisbigliò l’uomo, quasi fra le labbra di Ali “Adesso che sei diventata famosa non ti dimenticherai mica di me, vero?”

Ali scosse il capo.

“Mai.” dichiarò con fermezza “Questo è assolutamente impossibile.”

Un ennesimo sorriso si fece rapidamente strada sul volto di Jackson ed i due, dopo un lungo ed infinito momento di silenzio, colmarono la distanza fra i loro corpi e si intrecciarono in un dolcissimo abbraccio, nel quale rimasero avvinghiati per molto tempo.

In silenzio, senza alcun bisogno di dirsi nient’altro.

Mentre la voce di Ali, dalla radio, cantava dolcemente le sue ultime note.

When you look at me and the whole world fades

I’ll always remember us this way…

LUNA (Fandom: “Sailor Moon”)

WRITOBER 2020.
GIORNO 1.

Mamoru sospirò profondamente, sconfortato.
Inutile dire che il romanticismo non fosse esattamente il suo forte, eppure quella sera tutto sembrava volgere a suo vantaggio, a cominciare dall’atmosfera: la spiaggia completamente deserta, il cielo stellato, la musica dei locali sul lungomare che riecheggiava in sottofondo… Era tutto perfetto.
Beh, quasi perfetto.
Se solo quelle dannatissime nuvole non si fossero affacciate all’orizzonte e non avessero del tutto coperto la pallida luna piena di quella notte d’estate!
“Mamo-Chan? Va tutto bene?”
Usagi arrivò improvvisamente alle spalle di Mamoru, facendolo sussultare.
“Oh, Usagi!” esclamò il ragazzo, portandosi una mano al petto e tirando il fiato “Accidenti, mi hai spaventato!”
La ragazza rise.
“Scusami, non credevo di farti così paura.” disse, accovacciandosi di fianco a lui e porgendogli una lattina di tè freddo “Mi spiace di averci messo così tanto, ma c’era una fila tremenda al chiosco.”
Mamoru guardò dolcemente Usagi e sorrise.
“Non preoccuparti, non fa niente.” la tranquillizzò, afferrando la sua bibita ed aprendola con cautela, per evitare schizzi fuori programma.
Usagi sospirò profondamente, fissando il suo ragazzo con sguardo splendente e innamorato. Poi indirizzò il proprio sguardo verso il cielo, levando un secondo sospiro.
“È proprio una bella serata!” disse “Hai visto quante stelle? Non credo di averne mai viste così tante in una sola notte.”
Mamoru abbozzò un sorrisetto impacciato, senza mostrare eccessivo entusiasmo.
“Già.” biascicò “Proprio una bella serata.”
Usagi fissò il ragazzo con espressione lievemente perplessa.
“Va tutto bene?” chiese “Sembri così strano.”
Mamoru diede un rapido sorso alla sua bevanda, poi alzò gli occhi al cielo e sbuffò a pieni polmoni.
“Oh, Usagi… Mi dispiace, so di essere molto poco gradevole questa sera.” le disse “Scusami, è solo che… Beh, volevo che questa serata fosse perfetta.”
“Beh, ma lo è!” replicò prontamente Usagi, afferrando una delle sue mani e stringendola forte fra le sue “Le stelle, il mare, noi due soli… Insomma, è tutto assolutamente perfetto.”
Mamoru issò nuovamente lo sguardo al cielo, con lieve mestizia.
“Quasi perfetto.” la corresse “Manca la luna.”
Usagi guardò in cielo, soffermandosi per pochi istanti su quel frammento di cielo offuscato dalle nuvole.
Sorrise teneramente.
“E allora? Che importa?” disse “Ci siamo noi due.”
Mamoru si zittì di colpo, quasi preso alla sprovvista dalle parole della ragazza.
Un nuovo sospiro si levò beato dalla bocca di Usagi, poi la ragazza posò la propria testa sulla spalla di Mamoru e chiuse gli occhi, distendendo felicemente le proprie labbra in un sorriso ed avvinghiandosi il più possibile al proprio fidanzato.
Mamoru guardò Usagi e subito avvertì un’intensa sensazione di calore all’altezza del petto.
Arrise e chiuse gli occhi a sua volta, girandosi verso la ragazza e stampando un tenero bacio sulla sua fronte.
In fin dei conti, pensò, non aveva alcun bisogno della luna in cielo quella notte.
Perché Usagi era la sua luna.

EQUINOZIO

Ho un brivido.

Non credevo che il freddo sarebbe arrivato tanto in fretta, le giornate diventano più corte ed il cielo si è fatto plumbeo, così pesante e carico di nubi.

Chiudo gli occhi e respiro profondamente, il vento che penetra nelle mie narici è talmente intenso e prepotente che quasi pare insinuarsi della mia testa, fin dentro alla mia mente come se in qualche modo potesse gelare anche il mio cervello.

Mi stringo le braccia al petto, massaggiandomi con le dita per riscaldare le mie membra.

Ormai ci siamo, l’autunno è veramente arrivato.

Lo aspetto ogni anno, quando in primavera sbocciano i fiori e gli uccelli cominciano a cantare, quando il grano matura in estate ed il caldo riscalda la terra e rinvigorisce la natura. Lo attendo con ansia, poiché è solo in autunno che il mio cuore ricomincia a battere davvero.

Il che è piuttosto ironico, perché là dove vado io il cuore ha smesso di battere a tutti quanti.

So che per mia natura dovrei essere più affezionata alla Terra ed alle sue calde stagioni ben più di quanto non riesca a sentirmi. Lo capisco ogni volta che mia madre mi abbraccia al mio ritorno, lo leggo nei suoi occhi azzurri quando mi fissano con dolcezza ed una velata malinconia, quando la stretta della sua mano diviene più salda e robusta a pochi passi dalla soglia di casa.

“Il tuo posto è qui.” recita silente il suo sguardo ed ogni volta è come una pugnalata al cuore.

Vorrei non essere una delusione, per lei.

Vorrei che capisse che il mio amore è troppo forte da poter essere taciuto, troppo intenso da non poter essere vissuto. Ed ogni volta che mi allontano da lui è come se una piccola parte di me cessasse di vivere, proprio io che dalla vita tento continuamente di fuggire e che nella morte, per la vita, ho costruito il mio avvenire.

Amo mia madre con tutta me stessa e continuerò a farlo, per i secoli a venire.

Ma non posso rifuggire da quell’amore che canta e sussurra direttamente alla mia anima.

“Altezza? Altezza, siamo pronti a partire.”

Sollevo lentamente lo sguardo, osservando il nocchiero che ha appena bussato alla porta della mia carrozza per comunicarmi l’imminente partenza. Annuisco semplicemente, senza proferire alcunché. Non voglio che le mie prime parole di questo autunno siano pronunciate senza amore, che vengano sprecate per un mero cocchiere o per un servo qualsiasi.

Voglio che tutto sia speciale, come lo avevo immaginato nella mia testa per tutti questi mesi.

Il viaggio sembra durare un’eternità, molto più di quanto non ricordassi.

Che strada lunga… È sempre stata così lunga, così buia ed impervia? Abbiamo sempre impiegato così tanto tempo prima di arrivare ai cancelli? Mi sento talmente stanca, nervosa ed affamata… Vorrei solo potermi fare un bel bagno, ripulirmi dalla fatica del tempo, crollare fra le braccia del mio amato ed addormentarmi sul suo petto fino a dimenticarmi di tutto il resto.

Sospiro.

Ci vorrà ancora così tanto? Appoggio il capo contro la testiera del sedile e socchiudo gli occhi, assopendomi lentamente cullata dal ritmo incostante della carrozza.

Forse potrei persino addormentarmi se solo…

“Altezza? Eccoci qui, siamo arrivati.”

Sussulto, come se tutto d’un tratto il mio corpo si fosse ridestato, rinvigorendosi dalla testa ai piedi; ogni mio muscolo, ogni singola fibra del mio essere sono come percorsi da una violenta, fortissima scarica elettrica ed in questo momento mi sento come rinata dopo un lunghissimo, insostenibile periodo di apatia.

Mi alzo di scatto e quasi senza lasciare al cocchiere il tempo di fermare la carrozza mi fiondo giù dalla vettura, pronta a gettarmi fra le braccia del mio sposo. Mi guardo curiosamente intorno, cercando con bramosia.

E sorrido.

Lui è lì, come ogni anno, preparato ad accogliermi al mio rientro.

Lo immagino ad attendermi impazientemente, le braccia incrociate al petto ed un broncio che decora le sue labbra, il piede che tamburella per terra il ritmo incessante del tempo che passa.

Lento, malevolo, inesorabile.

Ma fortunatamente mai così potente da riuscire a tenerci separati.

Mia regina.” accenna un dolce sorriso nella mia direzione, guardandomi con occhi innamorati e splendenti come un cielo stellato “Finalmente.”

Mi precipito fra le sue braccia, con una grazia che certamente non si confà ad una regina, e lascio che mi stringa a sé con tutte le sue forze, carezzandogli i capelli e fissandolo con la stessa devozione che egli riserva a me.

Mi sorride.

“Mi sei mancata così tanto.”

Mi ritrovo inevitabilmente ad arrossire, quasi fosse la prima volta che il mio sposo si rivolge a me con tanta premura e dolcezza. Fatico a credere che un giorno riuscirò mai ad abituarmici.

“Anche tu.” rispondo, mentre il dorso della mia mano scivola lentamente lungo le guance del mio amato, carezzandolo amabilmente con le nocche “Sono così felice di essere qui.”

Un ampio sorriso si affaccia dolcemente sul suo volto, irradiandolo di una luce così abbagliante da far invidia alla luna. Incredibile come il sovrano dell’Oltretomba, signore della Morte e dell’Oscurità, possa apparire in questo momento tanto splendente e pieno di vita.

Deve essere per questo che lo amo così tanto.

“Bentornata a casa, Persefone.”

Il suo sorriso è contagioso e mi ritrovo ad arridergli anche io, le lacrime che iniziano pian piano ad appannarmi lo sguardo sempre più pieno di amore. Ricolmo la distanza fra i nostri corpi e mi avvinghio alle sue membra, appoggio la fronte contro la sua e sospiro beatamente, socchiudo i miei occhi e strofino il mio naso contro quello del mio sposo.

Lascio che le sue labbra sfiorino appena le mie e lo travolgo infine in un lunghissimo bacio appassionato, abbandonata in un abbraccio che prego possa durare in eterno.

O almeno fino a quando non tornerà la primavera.

CAMBIARE

Di recente ho avuto modo di realizzare che crescere, in molte occasioni, significa perdere i miti della propria infanzia.

Quando si è giovani, ingenui ed un tantino sprovveduti, siamo soliti pensare che i nostri idoli siano perfetti, infallibili, talmente eccezionali da non sembrare neppure veri; ai nostri occhi appaiono come divinità, entità a noi superiori alle quali non potremmo mai aspirare e da cui trarre semplicemente ispirazione, modelli ideali ed irraggiungibili capaci di farci sognare e desiderare di essere, un giorno, la versione migliore di noi stessi.

Da giovane nessuno mette in discussione l’eccellenza di queste persone perché farlo, in qualche modo, significa infrangere i nostri sogni. Da adulto, invece, si impara a capire che mettere in discussione tutto ciò in cui un tempo su credeva è segno di maturità, di spirito critico, di voglia di crescere.

Non c’è niente di sbagliato a riconoscere la fallacia degli altri perché, in fin dei conti, essere perfetti è un lusso che nessuno può sperare di potersi concedere.

Nell’arco della mia vita ho imparato a riconosce i difetti e le imperfezioni dei miei idoli e la cosa non mi ha spaventata, anzi, è stato utile per la mia crescita: avevo bisogno di accettare la normalità dei miei miti, la loro umanità e soprattutto il loro non essere creature infallibili ed assolute.

Nelle ultime settimane mi è capitato di leggere diversi articoli e dichiarazioni circa le recenti affermazioni di J.K Rowling, scrittrice di Harry Potter, inevitabilmente messe alla gogna perché – così dicono – permeate da un’evidente trans-fobia e da un velato maschilismo mascherato da femminismo progressismo.

Ho avuto modo di farmi una mia idea circa tali affermazioni e mi sento di poter dire apertamente di non condividerle in alcun modo e che queste stesse affermazioni hanno contribuito a far calare ulteriormente la stima che un tempo nutrivo nei confronti di J.K Rowling – già da tempo sufficientemente messa in crisi dai suoi modi di fare arroganti e leziosi, dal suo sprezzante interesse per i soldi e dalla sua scarsa integrità, tale da farle dimenticare persino tutto ciò in cui aveva detto di credere durante la lunga stesura dei sette volumi di “Harry Potter”.

Ho sinceramente perso la stima ed il rispetto che nutrivo da piccola nei confronti di questa scrittrice, eppure continuo ad essere affezionata alla sua opera, per quanto anch’essa mi sia stata di recente descritta come assai differente da come l’avevo sempre vissuta in passato.

Si parla spesso di “Harry Potter” come della saga che più di ogni altra è stata capace ad insegnare il rispetto, l’eguaglianza e la tolleranza verso il prossimo a tutte le persone appartenenti alla mia generazione. Nel mio caso non è stato propriamente così, perché quella tolleranza e quel rispetto io li conoscevo tramite altre vie e non ho avuto bisogno che una saga letteraria mi insegnasse ciò in cui credevo.

Ho sempre avuto una solida morale ed un profondo senso di giustizia, che credo di poter attribuire più facilmente agli insegnamenti della mia famiglia che non alle pagine di Rowling. In sostanza, “Harry Potter” è stato un baluardo della mia infanzia ed adolescenza, sicuramente un pilastro della mia vita, ma non posso dire di aver imparato da quei libri tutto quello che negli anni ha contribuito a costituire la mia morale e tutto ciò in cui oggi credo.

Il che probabilmente mi ha reso molto più semplice l’accettare una chiave di lettura secondo la quale, nonostante l’apparenza, la saga del maghetto occhialuto non è poi così aperta, tollerante e liberale come la sua autrice ha voluto far credere.

Non sono qui per approfondire questa faccenda, non è mia intenzione spiegare il perché di questa teoria che ancora non so se sono disposta ad accogliere totalmente, ma posso dire di non essermi chiusa a riccio di fronte ad essa e di aver scelto deliberatamente di guardare uno dei capisaldi della mia vita da un punto di vista differente, più critico, e sono disposta ad accettare il fatto che la mia visione di esso possa cambiare per sempre, anche se il mio legame con l’opera non cambierà mai.

Penso che significhi qualcosa, qualcosa di importante.

Significa che sono pronta a mettere in discussione le cose in cui ho creduto ciecamente, senza per forza farmi influenzare dai nuovi punti di vista e senza che questo mandi in confusione tutto il mio mondo e le mie certezze. Come ho già detto, non ho smesso di voler bene alla saga di “Harry Potter” né cesserò di pensare ad essa come ad un fondamentale aspetto della mia intera esistenza, ma sono disposta ad accettare il fatto che il mio modo di guardare ad essa potrà un giorno essere differente e questo credo che significhi “crescere”, “diventare grande”.

Perché quando diventi grande, smetti di credere che tutto sia perfetto ed impari ad uscire allo scoperto, fuori dal tuo mondo di certezze e sicurezze nel quale hai sempre vissuto per paura di conoscere ciò si trova al suo esterno. Ed è vero, restare al sicuro significa non dover conoscere mai il pericolo, le incertezze della vita e gli ostacoli di cui essa è disseminata… Ma al tempo stesso, significa anche privarsi della possibilità di vivere.

Ed io non voglio perdere la mia occasione di vivere.

Voglio uscire allo scoperto, correre, ridere, sbagliare e crescere ad ogni mio passo, perché vivere significa non doversi mai arrendere o fermare al primo ostacolo, mettere tutto in discussione, essere in continuo e scostante movimento.

Significa cambiare ed è giusto così, perché “cambiare” è semplicemente la cosa migliore che si possa augurare ad un altro essere umano.

E se anche “Harry Potter” dovesse cambiare per me, andrà bene ugualmente.

Perché anche io sarà cambiata con lui e spero di averlo fatto in meglio.

Generare conforto

Il dolore altrui, per una ragione o per un altra, genera conforto.

Non parlo di quel genere di conforto egoistico dettato dalla bieca necessità di vedere il fallimento nelle altre persone, quel bisogno figlio dell’umana frustrazione, tipico in chi è in soddisfatto della propria vita e ricerca nel dolore altrui una sorta di consolazione per quanto stia andando storto nella propria esistenza.

Ci sono persone che hanno bisogno di guardarne altre soffrire, così da non ricordare a se stesse il proprio dolore.

E ci sono persone che, al contrario, ricercano un dolore simile al proprio per non sentirsi più soli, per dare un nome al malessere che provano e a se stessi la conferma di non essere poi del tutto sbagliati, che dopo tutto se altre persone provano lo stesso dolore o le stesse paure da loro avvertite, allora forse non vi è davvero niente di strano in loro.

Sentirsi meno soli nel proprio dolore, a volte aiuta a lenirne l’intensità.

Sono stata di nuovo male negli ultimi tre giorni, dopo mesi di tranquillità ho avuto nuovi attacchi di panico e ancora adesso, mentre scrivo, avverto quella tipica sensazione di respiro affannoso tipica delle mie crisi d’ansia, quel macigno sullo stomaco che opprime e leva il fiato manco avessi la sensazione di vivere in apnea.

Non sono preoccupata come altre volte, perché so benissimo da che cosa derivi la mia ansia ed il vero problema non sta tanto nell’identificare il problema quanto nel risolverlo, un problema che mi trascino dietro da quasi un anno ed al quale non riesco a trovare soluzione – e non so se sia perché la soluzione non esiste o perché io, più semplicemente, faccio fatica a prendere decisioni importanti.

È assai sgradevole vivere in questo modo: esistono parole, persone, contesti e situazioni che semplicemente mi fanno perdere la pazienza, mi portano a voler chiudere tutto, a mandare all’aria ogni mio tentativo di voler star meglio in un appena una manciata di secondi, salvo poi sentirmi drammaticamente in colpa ogni volta che esplodo o che i miei pensieri divengono negativi o poco lusinghieri, spesso nei miei confronti.

So di dover convivere con la mia ansia e di doverla controllare, il più delle volte ci riesco anche ma quando si tratta di questa cosa, semplicemente, io perdo il comando e lei lo assume di prepotenza, facendomi sentire come un’ospite passiva ed impotente, non più padrona delle mie decisioni.

Non so quanto tempo dovrà trascorrere prima che io riesca a risolvere questa maledetta questione e la cosa peggiore è che, talvolta, non so neppure a chi chiedere aiuto perché so di essere pesante quando sto così male, sono fragile e posso diventare ostinata, talvolta persino faticosa da ascoltare e su(o)pportare.

Per questo, negli ultimi giorni, ho trovato un grande conforto in un libro a me estremamente caro, all’interno del quale ho trovato lo stesso dolore e la stessa fatica che molto spesso mi accompagna e che in qualche modo si è rivelato essere non solo di sostegno ma persino ispiratore, una sorta di luce soffusa all’interno di un tunnel oscuro del quale non sempre riesco a vedere la fine.

Il libro di cui parlo non è certo un capolavoro della letteratura internazionale, ma per me che sono estremamente legata al suo scrittore è di certo diventata una delle letture più importanti di tutta la mia vita: si tratta di “Trent’anni e una chiacchierata con papà”, una raccolta dei diari di Tiziano Ferro a partire dai 15 anni fino ad arrivare ai 30.

Ne ho già parlato in passato, il legame che ho con la musica di Tiziano Ferro è profondo ed indissolubile e non si base certo sui soli gusti musicali, l’orecchiabilità delle sue canzoni e l’amore che nutro per la sua voce; ho sempre sentito Tiziano molto vicino a me, per ogni esperienza di vita che si è ritrovato ad affrontare e per la grande sensibilità che lo ha sempre contraddistinto.

Per alcune persone può essere strano guardare il proprio idolo con una lente differente, un filtro che ne metta in evidenza gli aspetti più umani e fragili, così lontani da quelli del mito che si esibisce su di un palco o davanti ad una telecamere, fra incassi ai botteghini, milioni di copie vendute, viaggi in giro per il mondo, concerti, autografi e ville con piscina. Da piccola credevo che scoprire l’umanità dei miei idoli e conoscerne la fallacia potesse essere una delusione, col tempo ho invece capito che solo in questo modo è possibile comprendere fino in fondo la sua arte, ed in fin dei conti è bello sapere che anche loro sono dotati di carne, umanità e sentimenti come lo sono io.

Mi riesce più semplice, adesso, pensare che quelle canzoni che ho sempre amato possano in qualche modo raccontare anche la mia vita ed aiutarmi, di conseguenza, a renderla migliore.

Tiziano non ha mai avuto una vita facile: il bullismo, la bulimia, la scarsa autostima, la paura di non sentirsi mai al proprio posto, la difficoltà nell’accettare la propria omosessualità, la depressione, il tentato suicidio… Alcune sensazioni li ho sperimentate sulla mia stessa pelle, altre (per mia fortuna) riesco solamente ad immaginarle nella mia testa.

Ciò che ho comunque ritrovato fra le pagine di quei diari, è il malessere che ci accomuna, la paura di sbagliare e di soffrire, di non essere mai all’altezza, di deludere e perdere gli altri.

Soprattutto la sensibilità dagli altri spesso definita come eccessiva, un’emotività che i più non riescono a comprendere e trovano a volte al di sopra delle righe, ma che per quelli noi è semplicemente il solo modo che abbiamo di vivere, di sentire, di amare.

Ho provato tanto dolore nel leggere quelle pagine e nel realizzare come spesso le vite degli altri appaiano incredibili e perfette all’esterno, nascondendo però dubbi e paure che le nostre fantasie non sarebbero neppure in grado di immaginare. Non ci è mai data l’occasione di conoscere fino in fondo una persona ed è per questo che dovremmo mostrarci sempre comprensivi e tolleranti verso di essa, perché nessuno ha veramente idea di cosa si celi dietro ad uno sguardo o ad una parola sbagliate e nessuno dovrebbe arrogarsi il diritto di giudicare qualcuno senza averlo davvero capito fino in fondo.

Dopo il dolore delle prime pagine, però, è pian piano subentrato il conforto.

Ho provato tanta empatia per quel ragazzo triste e solitario, che ha confidato alle pagine di più quaderni tutti quei dubbi e quelle paure che non ha avuto mail il coraggio di raccontare ad alta voce, e in più di un’occasione mi sono sentita simile a lui, provando un calore mai avvertito prima perché per una volta in tutta la mia vita non mi sono sentita sola.

Mi sono sentita accolta, compresa ed ascoltata, nonostante io non stessi praticamente parlando con nessuno e nonostante io stessi leggendo ed ascoltando un racconto altrui e non il contrario. Ma è incredibile come spesso i libri o persone mai conosciute riescano a farci parlare e a capirci assai meglio di chiunque altro.

Il mio appuntamento fisso con quelle pagine è stato, per qualche giorno, come andare in terapia: ho riletto il mio stesso dolore nero su bianco, ho provato ad analizzarlo e ho capito che sentirsi come talvolta mi sento – e mi sono sentita – io non è sbagliato ed anzi, è forse la cosa più normale ed inevitabile per persone emotive, complesse e sensibili come me.

Ho concluso la mia lettura da un paio di giorni e già ne sento la mancanza, anche perché in queste ultime ore di ansia e crisi di panico sento di averne di nuovo bisogno e non escludo a questo punto di lasciare quel libro sul mio comodino e rileggerlo ogni volta che ne avvertirò la necessità.

Potrebbe farmi bene, credo.

In effetti, ne sono sicura.

Continuo a credere che persone come Tiziano Ferro (musicisti, cantanti o artisti di ogni specie) nascano con un dono, ossia l’innata capacità di far parlare le proprie emozioni con naturalezza e semplicità e di far arrivare tale emozioni a chiunque le ascolti, facendolo sentire compreso ed amato perché, in fin dei conti, quelle emozioni sono anche le loro e talvolta è difficile riuscire a trovare qualcuno in grado di capirle ed ascoltarle.

Abbiamo tutti un gran bisogno dell’arte, perché è attraverso il suo operato che troviamo il conforto ed il coraggio di essere noi stessi, nel bene e nel male.

Non so se riuscirò a star bene, prima o poi, e a tornare ad essere serena a lungo, ma di una cosa sono sicura: finché potrò fare affidamento sul potere di quelle parole, sarà sempre un po’ più semplice sopportare il dolore.

Se non altro perché, nonostante tutto, non mi sentirò mai sola.

Bentornata a casa, Silvia.

Sono le 19.00, io sono da poco rientrata da una giornata lavorativa a dir poco devastante e questo potrebbe non essere il momento migliore per mettermi a fare la polemica, ma polemizzare è uno dei miei sport preferiti ed oggi che sono ispirata non ho nessuna voglia di mettere a tacere la mia vena creativa.

Inutile introdurre l’argomento, poiché immagino che sia ben noto a tutti coloro che bazzicano almeno un po’ il web, pertanto non ho intenzione di dilungarmi troppo sulle premesse: lo sappiamo tutti, la giovane volontaria Silvia Romano è rientrata in Italia dopo 18 mesi di prigionia, lei che era andata in Kenya ad aiutare il prossimo, seguendo per altro le fin troppo ripetute indicazioni dei nostri cari amici xenofobi e razzisti: “Aiutateli a casa loro.”

Non so in quanti si ricordino il periodo trascorso a domandarsi che fine avesse fatto Silvia, se fosse ancora viva, se qualcuno le avesse fatto del male. Mesi duri, durissimi per amici e familiari, inconsapevoli delle sorti della loro amata ed ormai rassegnatisi a dover accettare qualunque ipotesi, persino le peggiori.

Invece, dopo 18 mesi, Silvia è finalmente tornata a casa.

Sta bene, dice lei, e adesso si fa chiamare Aisha, forse sono stati sborsati un sacco di soldi per pagare un riscatto ad un gruppo di terroristi, comunque questo non dovrebbe importare, alla fine ciò che conta veramente è che lei sia tornata a casa e che stia bene, vedere il suo sorriso sollevato dovrebbe essere più che sufficiente a tutti quanti.

Invece no.

Come avviene fin troppo spesso, la prima cosa accaduta è che l’opinione pubblica ha immediatamente criticato Silvia Romano per una serie infinita di ragioni, ognuna del tutto fuori luogo se si considera il fatto che una ragazza tenuta sotto sequestro per più di un anno è stata finalmente rilasciata ed ha fatto il proprio rientro nella sua terra natia.

Il primo aspetto da criticare è stato il suo sorriso, quel sorriso con cui è stata fotografata nell’istante in cui le sue braccia hanno incontrato quelle impazienti e premurose di sua madre: “Dopo essere stata tenuta prigioniera per 18 mesi, riesce persino a sorridere? Deve esserci qualcosa sotto, allora, sta certamente raccontando qualche bugia perché nessuna persona che abbia subito un rapimento può permettersi di sorridere.”

Non sfiora minimamente l’ipotesi che forse, in quel momento, Silvia era solo traboccante di gioia nel realizzare di essere di nuovo lì, a casa propria e fra le braccia di sua madre, quella madre che in tanti mesi di prigionia le sarà mancata un numero infinito di forte e che forse, in più di un’occasione, avrà temuto di non poter più rivedere. Non sfiora il dubbio che quel sorriso, una semplice facciata, possa in realtà nascondere un dolore ben più grande di ciò che traspira e che lei stessa, per sopravvivenza, si è sforzata di tacere.

Una valutazione superficiale, a mio avviso, da cui non si può desumere niente ed anzi, lascia in sospeso tanti più dubbi che risposte.

Il secondo aspetto da criticare è stato il suo abbigliamento: un Hijab, un velo islamico che lascia supporre un’ipotetica conversione all’Islam, teoria a seguito supportata dalla stessa Silvia che ha confessato di aver abbracciato spontaneamente la fede del Corano e di aver cambiato nome in Aisha, a seguito di tale conversione.

Un gesto inaccettabile per la massa mediocre, da condannare in quanto sinonimo di tradimento alla bandiera italiana ed al Paese, un assoggettamento al nemico integralista, un vilipendio alla nostra cultura ed alla nostra fede.

Nessuno sembra credere ad una conversione spontanea, più plausibile pensare che Silvia sia stata forzata dai suoi rapitori, alcuni ipotizzano persino un matrimonio con uno dei rapitori, forse persino una gravidanza – nonostante la ragazza abbia, durante un lungo interrogatorio con le forze dell’ordine, dichiarato di non aver subito alcuna forma di violenza da parte dei suoi carcerieri e di non aver avuto rapporti sessuali con loro. Si parla di Sindrome di Stoccolma., di lavaggio del cervello, nessuno riesce ad accettare l’ipotesi di una conversione spontanea.

Ed anche i pochi che lo fanno, naturalmente, lo reputano un valido motivo per giudicare la vittima.

Il mio pensiero, al riguardo, è molto semplice: Poniamo davvero che Silvia si sia convertita al Corano perché “forzata” o perché qualcuno le ha fatto il lavaggio del cervello; qualsiasi decisione forzata implica, tautologicamente, un’azione violenta su di un individuo e pertanto chi subisce non dovrebbe essere malgiudicato o colpevolizzato di qualcosa, sarebbe quantomeno auspicabile esprimere il proprio supporto e la propria comprensione, esente da qualsiasi forma di critica o pregiudizio.

Se così fosse, ci troveremmo di fronte al classico caso di “Victim Blaming” di cui troppo spesso ho parlato: la vittima, invece di essere compresa e compatita, subisce il trattamento inverso e vede caricarsi sulle proprie spalle il peso della responsabilità di quanto le è accaduto.

Non sono gli altri ad averle fatto del male ma è lei che, con il suo comportamento irresponsabile, si è messa nelle condizioni di subire un qualsiasi genere di violenza. Del resto, queste parole erano state già pronunciate durante il periodo del suo rapimento: “Che cosa c’è andata a fare laggiù? Ma non poteva restarsene a casa? Se una ragazza giovane e sprovveduta va in un posto del genere se lo deve aspettare che, prima o poi, le capiti una cosa del genere.”

Sbagli perché non sei rimasta a casa tua, perché hai osato andare oltre i pregiudizi e ai luoghi comuni della gente.

Sbagli perché, semplicemente, hai avuto coraggio.

Questa forma di colpevolizzazione della vittima mi fa imbestialire, ma poniamo invece il caso che Silvia non sia del tutto una vittima – e lo è, parliamoci chiaro, perché per quanto gentili i suoi carcerieri possano essere stati si è trattato pur sempre di un rapimento – e che la sua conversione sia stata spontanea e consapevole. Questo fa arrabbiare ancor di più, perché risulta inaccettabile l’idea che una persona possa cambiare religione e convertirsi ad una fede differente.

E se poi parliamo di fede Islamica allora è un affronto, perché dell’Islam si è soliti considerare solo gli aspetti integralisti, dimenticandosi del fatto che 1) non tutti gli islamici sono integralisti 2) in tutte le religiosi è possibile incontrare gli integralisti.

È inaccettabile il pensiero che Silvia possa essersi convertita spontaneamente, poiché è inaccettabile l’idea che una persona (tanto più una donna) possa scegliere in maniera consapevole di rinunciare alla propria fede cattolica (o alla propria mancanza di fede) per seguire la religione islamica.

Eppure va bene se un ateo si converte al Cristianesimo, poiché ha infine visto la luce.

Esiste una religione di serie A ed una di serie C e quest’ultima la si definisce in base ad una tradizione “millenaria” che vedrebbe il Cristianesimo come nostra sola ed unica religione.

Certo, l’Italia è nata pagana in principio, però anche questa è una cosa che molto spesso si tende a dimenticare.

Qualunque sia stata la motivazione che ha portato Silvia – anzi, Aisha – a compiere la propria scelta non possiamo conoscerla e proprio perché non sono a noi note tali ragioni, non abbiamo il diritto di criticarle.

Francamente non mi importa il perché Silvia si sia convertita: Se dettata da volontà propria, rispetto la sua libertà di culto; se causata da minacce di morte o lavaggi del cervello, non biasimo la sua scelta e non mi sogno di criticarla.

In primo luogo sono semplicemente felice di sapere che sta bene, che finalmente è tornata a casa e che potrà infine lasciarsi alle spalle ogni brutta esperienza che abbia vissuto.

Ritengo inopportuno e fuori luogo qualsiasi commento su questa vicenda, credo che nessuno sia davvero in grado di comprendere le motivazioni che si celano dietro a qualunque gesto avvenuto a seguito di un evento traumatico e questa mancanza di empatia mi turba e ferisce più di qualunque altra cosa, la totale assenza di comprensione e di rispetto per le vite altrui mi lascia attonita e ferita come ogni altro genere di violenza.

Si parla di un riscatto di 4 milioni di Euro pagati per la liberazione di Silvia e ci sono persone che si indignano perché i soldi degli italiani non possono essere utilizzati per pagare dei terroristi, che un simile gesto significa mortificare il nostro paese. Che sia vero o meno, ritengo che nessuno possa attribuire un valore economico alla vita di una persona e siccome i commenti in stile “Eh, a lei 4 milioni di euro e ai lavoratori non arriva la Cassa Integrazione” sono RIDICOLI , credo che la cosa più saggia in questo momento sia restare in silenzio e gioire del semplice fatto che una vita umana sia stata, per questa volta, salvata.

Mi chiedo, infine, se i commenti sarebbero stati differenti se Silvia fosse stato Silvio e se per caso questo ipotetico volontario non sarebbe stato descritto come un eroe valoroso, un coraggioso missionario disposto a rischiare la propria vita per aiutare il prossimo.

Forse a lui non avrebbero dato dello “sprovveduto” e non avrebbero avuto dubbi sul suo stato di prigionia solo perché lui ha dichiarato di stare bene e di non aver subito alcuna violenza – come se fosse una colpa, in fin dei conti, essere sopravvissuti ad un simile destino.

Non aggiungerò altro, perché scrivo oramai da due ore – con le dovute pause ed interruzioni – e ho voglia di riposarmi per il resto della serata… Ma un’ultima cosa la vorrei dire.

Bentornata a casa, Silvia.